Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 15
Dai sassoni corsari furono in questo anno maltrattati i paesi marittimi delle Gallie, arrivando essi all'improvviso per mare addosso ai popoli di quelle contrade[612], e bottinando dappertutto. Contra di costoro fu da Valentiniano spedito _Severo_ generale della fanteria, che li mise in tal disordine e paura, che dimandarono pace, e di potersene tornar colle vite in salvo alle lor case. Si conchiuse il trattato; ma nell'andarsene que' Barbari, Severo fece tendere ad essi un'imboscata, e tagliarli tutti a pezzi, con pericolo nondimeno che i suoi restassero sconfitti, senza alcun riguardo ai giuramenti e alla fede pubblica, la quale, secondo la legge cristiana, dev'essere osservata anche verso gli eretici e Turchi, e verso qualsivoglia altro nemico. Pensando poi Valentiniano alle maniere di reprimere la superbia ed insolenza degli Alamanni e del re loro _Macriano_, che sì spesso portavano il malanno alle frontiere romane, segretamente mosse i Borgognoni, popoli confinanti alla Lamagna, e che si vantavano di trarre la loro origine dai Romani, a muovere l'armi contra d'essi, giacchè con essi aveano spesso liti a cagion de' confini e delle saline. Vennero costoro sino alle ripe del Reno con un fioritissimo esercito. San Girolamo[613] scrisse che ascendeva il lor numero ad ottanta mila persone. Avea loro promesso Valentiniano di passare anch'egli il Reno, per secondar colle sue forze le loro. Non mantenne poi la parola, e perciò se ne tornarono essi indietro mal soddisfatti, dopo aver ucciso tutti i prigioni da lor fatti. Già era stato creato generale della cavalleria _Teodosio_, che già vedemmo vittorioso nella Bretagna, e che fu padre di Teodosio Augusto. Si servì questo valoroso uffiziale di tal congiuntura per dare addosso agli Alamanni, i quali, per paura d'essi Borgognoni, s'erano sparsi per le Rezie, cioè pel paese romano. Molti ne uccise, che vollero far testa. Tutti gli altri ch'egli fece prigioni, per ordine di Valentiniano, furono mandati in Italia, e sparsi ne' paesi contigui al Po, dove, assegnate loro delle buone terre da coltivare, divennero poi fedeli sudditi del romano imperio. A questi pochi fatti aggiunge Ammiano[614] una lunga descrizione dei mali cagionati da _Romano_ conte nella provincia della Libia Tripolitana dell'Africa, e cominciati molto prima dell'anno presente, senza che que' popoli potessero mai ottener giustizia e riparo dalla corte imperiale: tante cabale seppe adoprar quel malvagio uffiziale. Nulla di riguardevole operò in quest'anno Valente Augusto in Oriente; tuttochè egli passasse a Nicomedia con pensiero di far guerra ai Persiani, ma con ispendere il tempo in soli preparamenti. Le leggi del Codice Teodosiano attestano che egli fu a Jerapoli, creduta dal padre Pagi[615] città della Frigia, e, secondo Zosimo[616], arrivò anche ad Antiochia; ma ciò convien più tosto agli anni seguenti. Le maggiori sue applicazioni sembra che fossero quelle di perseguitare i cattolici[617], de' quali ne fece morir non pochi, e di esaltar la setta ariana. A questo anno riferisce il padre Pagi[618] la morte di _Eusebio_, vescovo di Cesarea di Cappadocia, celebre per la sua storia ecclesiastica e per altri libri che restano tuttavia di lui, ma con aver lasciato agli eruditi una gran disputa intorno alla di lui credenza, cioè s'egli tenesse coi cattolici o pur cogli ariani. Successore di lui fu poi in quella chiesa san _Basilio_ il grande, uno dei più insigni scrittori e pastori della Chiesa cattolica.
NOTE:
[605] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[606] Ammianus, lib. 28, cap. 4.
[607] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.
[608] L. 20, de Episc. Cod. Theodos.
[609] Baron., Annal. Ecclesiast. ad hunc annum.
[610] Hieron., Epist. II ad Nepotian.
[611] Ambros., advers. relat. Symmach., et Epist. XII.
[612] Ammianus, lib. 28, cap. 5.
[613] Hieron., in Chronic.
[614] Ammianus, lib. 28, cap. 6.
[615] Pagius, Crit. Baron.
[616] Zosimus, lib. 4, c. 13.
[617] Socrates, Hist., lib. 4, cap. 14 et seq.
[618] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.
Anno di CRISTO CCCLXXI. Indizione XIV.
DAMASO papa 6. VALENTINIANO e VALENTE imperadori 8. GRAZIANO imperadore 5.
_Consoli_
FLAVIO GRAZIANO AUGUSTO per la seconda volta, e SESTO ANICIO PETRONIO PROBO.
Il secondo console _Probo_ quel medesimo è che di sopra vedemmo il principal mobile della casa Anicia, riguardevole personaggio per le tante dignità da lui sostenute, e per le esorbitanti sue ricchezze. Esercitava egli nello stesso tempo la carica di prefetto del pretorio dell'Italia, come consta dalle leggi del Codice Teodosiano[619], le quali ancora ci assicurano che in quest'anno la prefettura di Roma seguitò ad essere amministrata da _Ampelio_. Sono esse date la maggior parte in Treveri, ed alcune in Contionaco, forse luogo vicino a quella stessa città. Alcune delle medesime giusto motivo somministrano al cardinal Baronio[620] di biasimar questo imperadore, principe più politico che cattolico. Imperocchè in una d'esse, indirizzata al senato romano, egli permise le illusioni degli aruspici gentili, e gli altri esercizii di religione permessi dalle leggi antiche, purchè non vi si mischiasse la magia. Confermò ancora ai pontefici pagani i lor privilegii, concedendo ad essi l'onor medesimo che godevano i conti. In quest'anno ancora Ammiano[621] ci vien raccontando una mano di crudeltà usate da _Massimino_, inumano suo uffiziale, e dallo stesso Valentiniano Augusto, le quali ci fan sempre più conoscere che egli, benchè professasse la religione di Cristo, poco ne doveva studiare i santi insegnamenti. Ardeva tuttavia questo imperadore di voglia di abbattere il sopra mentovato _Macriano_ re degli Alamanni,, che gli stava molto sul cuore. Colla forza delle sue armi non si credeva egli da tanto di poterlo opprimere. Si rivolse alle insidie. Passò all'improvviso nell'autunno il Reno con un buon corpo di milizie, sulla speranza datagli dalle spie, che potrebbe sorprendere il nemico re, senza aver seco nè tende, nè grosso bagaglio. Seco andarono i due generali _Severo_ e _Teodosio_. Contuttochè ordini rigorosi fossero dati ai soldati di non saccheggiar nè bruciar case, acciocchè non ne seguisse dello strepito, egli non fu ubbidito. Le grida delle persone giunsero agli orecchi delle guardie di Macriano, le quali, sospettando quel che era, postolo incontanente in una carretta, il sottrassero all'imminente pericolo. Se ne tornò indietro Valentiano molto malcontento, dopo aver dato il fuoco ad un tratto del paese nemico. Agli Alamanni appellati Bucinobanti, che abitavano di là dal Reno in faccia a Magonza, diede appresso per re _Fraomario_ della lor nazione; ma perchè questi trovò desolato il paese per la suddetta scorreria de' Romani, amò meglio d'essere inviato nella Bretagna per tribuno del reggimento de' suoi nazionali che in quella isola erano al servigio dell'imperio.
Avea Valente Augusto passato il verno a Costantinopoli. Venuta la primavera, di nuovo si mise in viaggio per andare ad Antiochia, ma senza che chiaro apparisca ch'egli vi arrivasse in questo anno, per quanto pretende il padre Pagi[622]. Una legge sua data nel dì 13 luglio cel fa vedere in Ancira, capitale della Galazia. Socrate[623] e Teofane[624] suppongono ch'egli veramente nel presente anno pervenisse in Soria, e ad Antiochia almen verso il fine dell'anno, e quivi poi si fermasse nel susseguente verno. Zosimo[625] anch'egli scrive che, messosi Valente in viaggio, lentamente lo continuò per dar sesto di mano in mano ai pubblici affari e bisogni delle città per dove passava; e che, giunto ad Antiochia, attese più che mai ai preparamenti per la meditata guerra di Persia. Non lasciò egli di stabilire nel medesimo tempo dovunque potè il suo caro arianismo, e di sfogare l'empio suo zelo contro dei difensori della verità cattolica. Era in questi tempi _Sapore_ re della Persia parte colla forza e parte colle insidie intento ad occupare affatto il regno dell'Armenia: del che s'è parlato di sopra. Vedemmo che _Para_, figlio del già tradito re _Arsace_, era ricorso all'imperador Valente per aiuto. Ma Valente[626], che non amava d'essere il primo a rompere i trattati, andava temporeggiando, e solamente ordinò ad _Arinteo_ suo generale di portarsi ai confini dell'Armenia, per mettere in apprensione con tale apparenza i Persiani. Cilace ed Artabano erano stati in addietro le due potenti braccia di Para per guardare gli Stati dalla violenza persiana. Sapore, che li teneva per traditori della sua corona, voleva togliere all'Armenia il loro antemurale: con lusinghe ed offerte, segretamente fatte all'incauto Para, l'indusse a mandargli le loro teste. Dopo questo crudele sproposito sarebbe perita l'Armenia, se l'arrivo di Arinteo coll'esercito romano in quelle vicinanze non avesse trattenuti i Persiani dall'ingoiarla. Spedì Sapore ambasciatori a Valente, per dolersi di que' movimenti, pretendendo infranta la pace. Valente sostenne il suo punto, e li rimandò mal soddisfatti. Si mischiò ancora negli affari dell'Isauria, disputata fra due cugini[627]; e consentì che quel paese si partisse tra loro: il che accrebbe le doglianze dei Persiani. Però dall'un canto e dall'altro si accingeva ognuno a venire ad un'aperta rottura. Circa questi tempi il Tillemont[628] sospetta che, trovandosi Valente in Cesarea di Cappadocia, gli fosse rapito dalla morte l'unigenito suo figlio, che già vedemmo appellato _Valentiniano Juniore_, e soprannominato _Galata_: del che s'ha memoria nella vita di san Basilio, vescovo chiarissimo di quella città. Tal morte di lui è certa, ma non già il tempo in cui essa accadde. Per un gastigo di Dio interpretata fu dai cattolici questa perdita fatta da Valente, siccome persecutore della vera Chiesa.
NOTE:
[619] Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.
[620] Baron., Annal. Eccl.
[621] Ammianus, lib. 29, cap. 3.
[622] Pagius, Crit. Baron.
[623] Socr., lib. 4 Hist., cap. 14.
[624] Theoph., in Chronogr.
[625] Zosimus, lib. 4, cap 13.
[626] Ammianus, lib. 27, c. 12.
[627] Themist., Orat. XI.
[628] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
Anno di CRISTO CCCLXXII. Indizione XV.
DAMASO papa 7. VALENTINIANO e VALENTE imperadori 9. GRAZIANO imperadore 6.
_Consoli_
DOMIZIO MODESTO ed ARINTEO.
Amendue questi consoli erano uffiziali di Valente Augusto in Oriente. Nelle leggi del Codice Teodosiano[629] si trova tuttavia prefetto di Roma _Ampelio_ sul principio di marzo dell'anno presente, e sembra che egli continuasse anche per tutto il maggio. Trovasi poi in una legge, data in Nassonaco nel dì 22 d'agosto, prefetto d'essa città un _Bapone_. Non è certa la prefettura romana di costui, siccome personaggio di cui non resta altra memoria. Pretende il Panvinio che ad Ampelio succedesse _Claudio_ in quest'anno; ma ciò avvenne più tardi. Nulla abbiamo di particolare di Valentiniano Augusto intorno a questi tempi, se non che egli dimorò molto tempo in Treveri e in Nassonaco, che si crede luogo delle Gallie. All'anno presente riferisce il Gotofredo l'irruzione de' Quadi e Marcomanni in Italia, accennata da Ammiano[630], scrivendo egli aver essi assediata Aquileia, e spianato Oderzo. Ma uno dei difetti della storia d'Ammiano, oltre l'esser venuta a noi con molte lacune, è quello di non notare per lo più i tempi precisi delle imprese, di modo che possiam ben essere sicuri dei fatti, ma non già assegnarne con certezza gli anni; e verisimilmente accadde più tardi il movimento di quei Barbari contro l'Italia. Forse sul fine del precedente anno era giunto Valente Augusto ad Antiochia, ed è almen certo che nella primavera del presente egli dimorava in essa città, e si truova anche in Seleucia, città poche miglia distante di là. Quali imprese militari egli facesse, non si può ben discernere. Quando appartenga a quest'anno ciò che vien riferito da Temistio[631] nel di lui Panegirico, recitato nell'anno seguente, egli fece un giro per la Mesopotamia con arrivar sino al Tigri, dando gli ordini opportuni per le fortificazioni dei luoghi esposti ai Persiani, e conciliandosi l'affetto dei Barbari che non erano loro suggetti, ed insieme animando gli Armeni a tener forte contra de' comuni nemici. Non obbliava egli intanto di far guerra ai vescovi e personaggi cattolici[632], togliendo loro le chiese, e facendo altri mali descritti nella storia ecclesiastica. Ma neppur egli godè molta tranquillità, perchè circa questi tempi furono fatte varie cospirazioni contro la di lui vita, le quali nondimeno rimasero scoperte e punite. Di una fa menzione Ammiano, con dire che un certo _Sallustio_, uffiziale delle sue guardie, avea formato il disegno di ucciderlo, mentr'egli dormiva al fresco in un bosco. Ma Dio sa a qual anno s'abbia da riferir questo attentato. Abbondano certamente le tenebre nella storia civile per i tempi presenti, ed è anche imbrogliata la storia della Chiesa per quel che concerne la cronologia.
NOTE:
[629] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.
[630] Ammian., lib. 29, cap. 6.
[631] Themistius, Orat. XI.
[632] Socrates, lib. 4, cap. 17. Theophan., Chronogr.
Anno di CRISTO CCCLXXIII. Indizione I.
DAMASO papa 8. VALENTINIANO e VALENTE imperadori 10. GRAZIANO imperadore 7.
_Consoli_
FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la quarta volta e FLAVIO VALENTE AUGUSTO per la quarta.
Non _Claudio_, come scrisse il Panvinio, ma _Caio Ceionio Rufio Volusiano_, come risulta dalle leggi del Codice Teodosiano[633], sostenne in quest'anno la prefettura di Roma. L'aveva egli goduta anche nell'anno 364. Presero nell'anno presente la trabea consolare i due Augusti, perchè si celebravano i decennali del loro imperio. Abbiamo da Simmaco[634] che, in occasione di tal festa, il senato romano fece un considerabil regalo di danaro non solamente a Valentiniano, ma anche a Valente, tuttochè questi non comandasse a Roma. Parimente ci resta un panegirico di Temistio sofista[635] in lode di esso Valente, recitato, secondo tutte le apparenze, non già in Costantinopoli, ma bensì in Antiochia, dove per questi tempi fece esso Augusto lunga dimora. Per testimonianza delle leggi spettanti all'anno presente, Valentiniano si truova in Treveri nel mese di aprile, e nel seguente giugno in Milano, dove si scorge ch'egli fece dimora almen sino al novembre, senza apparire alcuna delle azioni sue. A lui nondimeno non mancarono le applicazioni, perchè forse nel precedente anno s'era formata in Africa la sollevazion di Fermo, e questa gli dava non poco da pensare. Era costui[636] figliuolo di Nabal, polente principe fra i Mori, ed avea molti fratelli. Perchè uno di essi appellato Zamma si era molto introdotto nella confidenza di _Romano_ conte, governatore di quelle provincie, Fermo segretamente il fece ammazzare. Caricato per questo da Romano di varie accuse alla corte di Valentiniano, e vedendo egli in pessimo stato e pericolo i proprii affari, prese il partito della disperazione, con ribellarsi, e sollevar varie nazioni di que' Mori, gente già disgustata per la strabocchevol avarizia degli uffiziali romani[637]. Preso il titolo di re e il diadema, aspra guerra fece nella Mauritania e in altre provincie ai Romani, con impadronirsi di varie città, e rallegrare i seguaci suoi col sacco di quelle contrade. Questo incendio obbligò Valentiniano Augusto a spedire in Africa un buon corpo di milizie, alle quali diede per generale _Teodosio_ conte, il più valoroso e prudente uffiziale di guerra ch'egli avesse in questi tempi. L'arrivo e la riputazione di Teodosio, sostenuta dalle forze seco menate, bastò per consigliar Fermo ad implorar il perdono, ma non osò già di comparir davanti al generale cesareo, se non dappoichè questi ebbe ripigliate varie città, e date due rotte alle genti di lui. Allora, dicendo daddovero, spedì alcuni vescovi a trattar di sommessione e grazia, e con esso loro, acciocchè restassero per ostaggi, varii parenti suoi. Fu egli dipoi ammesso da Teodosio all'udienza, ottenne il perdono e la libertà, e restituì i prigioni. Continuò poscia Teodosio il suo viaggio contra dei ribelli, e s'impadronì della ricca città di Cesarea, creduta da molti l'Algeri moderno; ma non tardò ad accorgersi dalla mala fede di Fermo, perchè lo spergiuro tornò all'armi, e diede più che mai da fare ai Romani. Seguirono perciò varii e dubbiosi combattimenti, ma per lo più favorevoli a Teodosio, il quale continuò la guerra nell'anno seguente, e forse anche nell'altro appresso; finchè, vedendosi ormai Fermo in rischio di cader vivo nelle mani di Teodosio, da sè stesso, con lo strangolarsi, si liberò dai soprastanti pericoli, e colla sua morte tornò la tranquillità in quelle provincie. Ammiano diffusamente descrive tal guerra e i fatti del suddetto generale Teodosio.
In questi tempi (se pur è possibile il registrare agli anni precisi gli avvenimenti d'allora) Valente Augusto, come poco fa accennai, dimorava in Soria, e specialmente nella capital d'essa, cioè in Antiochia. Seppe egli[638] che _Sapore_ re di Persia finalmente era in moto con possente armata per passare nella Mesopotamia romana, e però contra di lui spedì _Marciano_ conte e _Vadomario_ già re di una parte dell'Alemagna, con ordine nondimeno di stare all'erta, e di non cominciar essi le ostilità, se non forzati, affinchè non a sè, ma ai Persiani si attribuisse la rottura della pace. Appena conobbe il barbaro re tali essere le forze romane, che giuoco troppo pericoloso era il venire ad una battaglia campale, si contentò di consumar la campagna con varie scaramuccie solamente, ora vantaggiose ed ora infelici, tanto che, giunto l'autunno, e conchiusa una tregua, amendue le armate si ritirarono ai quartieri del verno. Scrive Ammiano che Sapore se ne tornò a Ctesifonte, e Valente imperadore ad Antiochia, dove poi succedette la scena di Teodoro, di cui parleremo all'anno seguente. Ma non lascio io di dubitare, se al presente appartenga il detto di sopra, perciocchè abbiamo due leggi del medesimo Valente[639], date nel dicembre di quest'anno in Costantinopoli, che non si accordano col racconto di Ammiano, il qual pure, siccome storico contemporaneo, non dovrebbe in tal circostanza fallare. Secondo i conti del padre Pagi[640], terminò la sua gloriosa vita in quest'anno santo _Atanasio_ arcivescovo d'Alessandria, uno de' più insigni scrittori e campioni della fede cattolica, per cui sofferì tante traversie, chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue virtù e fatiche. A quest'anno ancora verisimilmente appartiene un'irruzione fatta dai Goti della Tracia, di cui s'ha un barlume presso Ammiano[641], e ne parla ancora Teodoreto[642]. Valente, che si trovava impegnato con tutte le sue armi contra dei Persiani, inviò lettere all'Augusto Valentiniano, pregandolo di volerlo soccorrere con un corpo delle sue soldatesche dalla parte dell'Illirico. Se dice il vero Teofane[643], la risposta di Valentiniano fu di non potere in coscienza aiutare un fratello che faceva nello stesso tempo guerra a Dio, cioè che perseguitava i cattolici, esaltando continuamente la fazion degli ariani. Ma non è molto sicura in questi tempi la cronologia di Teofane, e forse Valentiniano non si diede mai a conoscere si zelante della vera religione.
NOTE:
[633] Gothofr., Prosop. Cod. Theodos.
[634] Symmachus, lib. 10, cap. 26.
[635] Themistius, Orat. XI.
[636] Ammian., lib. 29, cap. 5.
[637] Aurelius Victor, in Epitome. Augustinus, contr. Parmen., lib. 1, cap. 10.
[638] Ammian., lib. 29, cap. 1.
[639] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.
[640] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 373.
[641] Ammianus, lib. 30, c. 2.
[642] Theodoretus, lib. 4, cap. 31 et seq.
[643] Theophan., in Chronogr.
Anno di CRISTO CCLXXIV. Indiz. II.
DAMASO papa 9. VALENTINIANO e VALENTE imperadori 11. GRAZIANO imperadore 8.
_Consoli_
FLAVIO GRAZIANO AUGUSTO per la terza volta ed EQUIZIO.
Il Relando[644], appoggiato ad una delle inscrizioni del Gudio, chiama il secondo console _Caio Equizio Valente_. Già s'è detto che non si può far sicuro fondamento sulle memorie antiche del Gudio; e dacchè osserviamo che l'ordinario stile in nominar i consoli era quello di notar l'ultimo lor cognome o soprannome; qualora tali fossero stati i nomi di questo console, pare che non _Equizio_, ma _Valente_ dovesse comparir la di lui appellazione ne' Fasti. Fu in questo anno prefetto di Roma _Euprassio_, e dopo lui _Claudio_. Una legge del Codice Teodosiano[645], data nel dì 5 di febbraio dell'anno presente, ci fa veder tuttavia Valentiniano Augusto in Milano, dove si dovette fermare nel verno. Se ne ritornò dipoi, venuta la primavera, nelle Gallie; s'incontrano alcune sue leggi date in Treveri ne' mesi di maggio e giugno. Dopo aver lungamente descritto Ammiano[646] le rigorose, anzi crudeli giustizie fatte in Roma da _Massimino_ vicario di Roma, tali certo che screditano il regno di Valentiniano Augusto, egli parla di altre fatte da _Simplicio_, succeduto a lui nel vicariato di quella gran città, e non men di lui sanguinario. Nobili non pochi dell'uno e dell'altro sesso, o furono tormentati o esiliati o privati di vita. Se tutti con ragione, se ne può dubitare. A me non piace di rattristar qui i lettori con sì funesti ritratti; ma non vo' già tacere che questi, per così dire, illustri carnefici di Valentiniano, cioè _Massimino Simplicio_ e _Doriferiano_ dopo la morte di esso Augusto pagarono anch'essi il fio della lor crudeltà. Volle in quest'anno esso imperadore tentar di nuovo la fortuna delle sue armi contra degli Alamanni, e, passato il Reno coll'armata, lasciò che le soldatesche sue si facessero onore col saccheggiare un buon tratto del paese nemico. Poi si diede a fabbricare una fortezza in vicinanza di quella che oggidì chiamiamo Basilea. Quivi stando, ricevette da _Probo_, prefetto del pretorio dell'Illirico, l'avviso che i Quadi, fatta una fiera scorreria in quelle parti, davano anche da temere di peggio, ogni qualvolta non fosse spedito a lui opportunamente soccorso di gente. Il motivo, per cui que' popoli uscirono ai danni delle terre romane, fu il seguente. Già dicemmo le premure di Valentiniano, acciocchè a tutte le frontiere verso i Barbari si fabbricassero delle fortezze[647]. _Equizio_ console di quest'anno e generale delle milizie nell'Illirico, secondo l'uso dei più potenti, ne piantò una di là dal Danubio nel paese de' Quadi. Ne fece doglianza quel popolo, e si fermò il lavoro. N'ebbe avviso _Marcellino_, già divenuto prefetto del pretorio delle Gallie, uomo sempre portato all'alterigia e alla crudeltà, ed ottenne da Valentiniano che si spedisse colà Marcelliano suo figliuolo, con ordine e facoltà di compiere quel forte. Questo Marcelliano è chiamato Celestio da Zosimo[648], forse perchè portò anche questo nome. Venuto dunque costui, ripigliò arditamente quella fabbrica, senza far caso alcuno delle pretensioni e querele dei Quadi. Per questo il re loro _Gabinio_ si portò in persona a trovar Marcelliano, e modestamente il pregò di desistere dal lavoro, con rappresentargli le sue ragioni. Lo accolse Marcelliano con civiltà, si mostrò inclinato ad esaudirlo, il tenne anche seco a tavola; ma dopo il convito, mentre egli voleva tornarsene a casa, il fece assassinare, e torgli la vita: tradimento infame e troppo indegno del nome romano, le cui conseguenze funeste tardarono poco a vedersi.