Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 14
E qui convien riferire una strana e biasimevol azione di Valentiniano, imbrogliata nondimeno dal disparere degli storici, tanto in riguardo al tempo che alle circostanze. Certa cosa è che, vivente ancora la medesima _Severa_ madre di Graziano, riconosciuta da ognuno per sua legittima moglie, fu sposata da lui _Giustina_, la qual poi divenne madre di Valentiniano II imperadore. Essendo azion tale contraria alle leggi degli stessi gentili, non che della cristiana religione, diedesi luogo alle dicerie delle persone; e Socrate[564], fra gli altri, una ce ne fa sapere che sembra ben mischiata con delle favole. Padre di Giustina era stato un Giusto, governatore del Piceno, il quale, per aver divulgato un suo ridicolo sogno in cui gli pareva d'aver partorita una porpora imperiale, fu fatto morire dal sempre sospettoso Costanzo Augusto. Sua figlia Giustina cresciuta in età ebbe la fortuna di entrar in corte di Severa Augusta moglie di Valentiniano, ed arrivò a tal confidenza con lei, che seco si lavava al bagno. Severa, in osservar la rara beltà di questa fanciulla, se ne innamorò sempre più; ma sconsigliatamente avendone lodata la bellezza al marito, cagion fu che egli s'invogliasse di sposarla. A questo fine pubblicò una legge, che fosse lecito il poter aver due mogli nello stesso tempo, e poi la sposò; avendo poco prima creato Augusto il figlio di Severa Graziano, e per conseguente in quest'anno. Ma giusta ragion ci è da credere, come ha insegnato il celebre vescovo di Meaux[565], favoloso un tal racconto, che fu poi preso per cosa vera da Giordano[566], Paolo Diacono[567] e Malala[568]. Se Valentiniano avesse fatta una legge sì contraria all'uso dei gentili, e molto più de' cristiani, Ammiano e Zosimo non avrebbon lasciata nella penna cotal novità per iscreditarla. E Zosimo[569] chiaramente scrive essere stata _Giustina_ dianzi moglie di Magnenzio tiranno, e però non quale essa ci vien dipinta da Socrate. Pertanto è piuttosto da credere che Valentiniano, o per qualche fallo di _Severa_, o pure per suggestion della propria passione, ripudiasse Severa, e sposasse dipoi Giustina: il che non era vietato dalle leggi del paganesimo, benchè contrarie a quelle del Vangelo. Di questo abbiamo un barlume nella Cronica Alessandrina[570] e in quella di Malala[571], dove scrivono che per l'ingiusta compra di un podere fatta da _Marina_ o _Mariana_ _Augusta_ (così chiamano quegli autori _Severa_), Valentiniano la bandì, e che poi Graziano suo figliuolo, dopo la morte del padre, la richiamò dall'esilio. A quest'anno ancora appartengono alcuni fatti d'esso Valentiniano, per relazion di Ammiano[572]. Cioè, che egli s'era ben fatto forza ne' primi anni del suo governo per reprimere il suo natural aspro e fiero, ma che in questo cominciò a lasciargli la briglia, con far morire in Milano a fuoco lento Diocle conte e Diodoro altro uffiziale con tre sergenti, e, per quanto sembra indebitamente, perchè i Milanesi li riguardarono da lì innanzi come martiri, e chiamavano il luogo della lor sepoltura _agl'Innocenti_. D'altre sue azioni crudeli fa menzione il suddetto Ammiano. Abbiamo parimente da lui che Magonza, un dì che i cristiani facevano festa, fu all'improvviso occupata e saccheggiata da _Randone_, uno de' principi alamanni. All'incontro, i Romani fecero assassinar _Viticabo_ re di quella nazione, figlio del fu re Vadomiro, per mano di un di lui familiare. Scrive inoltre quello storico che i Pitti e gli Scotti, entrati nella Bretagna romana, vi aveano commesso dei gravi disordini, e minacciavano di peggio. Fu spedito colà _Teodosio conte_, padre di _Teodosio_ che fu imperadore, il quale con tal prudenza e valore si condusse in essa guerra, che non solamente ripulsò i Barbari, ma loro eziandio tolse una provincia, che restò da lì innanzi aggiunta alle terre dell'imperio romano. Succedette nella stessa Bretagna una ribellione di certo _Valentiniano_ o pure _Valentino_, che cercò di farsi imperadore[573]. Fu preso dal conte Teodosio, e pagò la pena dovuta al suo misfatto. Dalla parte ancora de' Franchi e Sassoni fu fatta una irruzione nel paese romano della Gallia. Pare che lo stesso Teodosio quegli fosse che per mare e per terra gli sbaragliò.
Veniamo ora a Valente Augusto. Pareva che dopo la caduta del tiranno Procopio avesse in Oriente da rifiorir la pace; ma non tardarono ad imbrogliarsi gli affari coi Goti, abitanti allora di là del Danubio, verso dove quel gran fiume sbocca nel mar Nero[574]. Aveano essi Goti inviato un soccorso di tre mila combattenti al suddetto Procopio, e costoro, udendolo ucciso, se ne tornavano addietro verso il loro paese, ma lentamente, perdendosi in dare il sacco a quel dei Romani. Avendo Valente inviato con diligenza un buon numero di milizie contro di coloro, gli riuscì di coglierli, e di obbligarli quasi tutti a deporre l'armi e a rendersi prigionieri. Li fece poi egli distribuire per varie terre lungo il Danubio, ma senza obbligarli alla carcere. Era in que' tempi _Atanarico_ il più possente tra i principi goti, quegli stesso che avea provveduto di quella gente Procopio, ancorchè durasse la pace fra il romano imperio e i Goti: uomo certamente di gran coraggio, e di non minor senno ed eloquenza[575], il quale fra i suoi non usava il titolo di re, ma bensì quello di giudice. Udita ch'egli ebbe la prigionia de' suddetti suoi soldati, mandò a Valente per riaverli, allegando per iscusa d'avergli inviati ad un imperador de' Romani, e facendo veder le lettere di Procopio. All'incontro Valente spedì _Vittore_ general della cavalleria ad esso Atanarico a dolersi dell'assistenza da lui data ad un ribello d'esso imperio. Le scuse da lui addotte non furono accettate, e però Valente determinò di fargli guerra, consigliato anche a ciò da Valentiniano Augusto, per quanto pretende Ammiano. La riputazione in cui erano allora i Goti, perchè usati a vincere i vicini, e a non mostrar paura, siccome gente fiera; e l'esser eglino collegati con altre nazioni barbare della Sarmazia e Tartaria, faceva apprendere per pericoloso l'impegno di tal guerra non solamente ai privati, ma anche allo stesso Valente. Il perchè, non avendo egli fin qui preso il sacro battesimo[576], volle in tal congiuntura premunirsi con esso, e si fece battezzare; ma, per disavventura sua e della Chiesa cattolica, da _Eudossio_ vescovo di Costantinopoli, capo degli ariani, il quale si fece prima promettere ch'egli costantemente terrebbe l'empia dottrina della sua setta. Così fu. Da lì innanzi Valente, gran protettore dell'arianismo, persecutore del cattolicismo più che prima si mostrò. Dopo il ritorno di Vittore inviato ai Goti s'intese che Atanarico facea de' gagliardi preparamenti da guerra; ma Valente non perdè tempo ad uscire in campagna, e da Marcianopoli, capitale della Mesia inferiore, nella primavera si portò al Danubio[577], e, gittato quivi un ponte, passò coll'armata addosso al paese nemico. Senza trovare per tutta la state resistenza alcuna, essendo fuggiti quegli abitanti alle loro aspre montagne, altro non fece l'esercito cesareo che dare il guasto al paese, e prendere chi non fu presto a fuggire. Venuto poi l'autunno, se ne tornò indietro l'esercito a prendere i quartieri d'inverno; e che Valente lo passasse nella suddetta città di Marcianopoli, si raccoglie da alcune leggi del Codice Teodosiano[578]. Fa Ammiano[579] anche menzione di varie scorrerie fatte circa questi tempi dagl'Isauri nella Panfilia e Cilicia. Loro si volle opporre _Musonio_ vicario dell'Asia, ma con tutti i suoi tagliato fu a pezzi. Miglior sorte ebbero i paesani ed altre milizie romane, alle quali venne fatto di costrignere quei masnadieri a chieder pace: dopo di che per alcuni anni cessarono i lor ladronecci. Mancò in quest'anno di vita santo _Ilario_, celebre scrittore della Chiesa di Dio, e vescovo di Poitiers.
NOTE:
[557] Liban., in Vita sua.
[558] Theodor., Vit. Patr.
[559] Ammianus, lib. 27, cap. 6.
[560] Zosimus, lib. 4, cap. 12.
[561] Idacius, in Fastis. Hieronymus, in Chron. Socrates, lib. 4, cap. 11.
[562] Idacius, in Fastis. Chronicon Alexand.
[563] Aurelius Victor, in Epitome.
[564] Socrat., lib. 4, cap. 31.
[565] Bossuet, Des Variations.
[566] Jordan., de Regn. Success.
[567] Paulus Diaconus, in Contin. Eutr.
[568] Joannes Malala, in Chron.
[569] Zosimus, lib. 4, cap. 43.
[570] Chronicon Alexandr.
[571] Joannes Malala, in Chron.
[572] Ammian., lib. 27, cap. 7.
[573] Zosimus, lib. 4, cap. 12.
[574] Ammian., lib. 27, cap. 5. Zosimus, lib. 4, cap 10.
[575] Themist., Orat. X. Eunap., de Legat.
[576] Theodoret., lib. 4, cap. 12.
[577] Ammianus, lib. 27, cap. 5. Themistius, Orat. X.
[578] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[579] Ammianus, lib. 27, cap. 9.
Anno di CRISTO CCCLXVIII. Indizione XI.
DAMASO papa 3. VALENTINIANO e VALENTE imperadori 5. GRAZIANO imperadore 2.
_Consoli_
FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la seconda volta e FLAVIO VALENTE AUGUSTO per la seconda.
_Vettio Agorio Pretestato_, per quanto apparisce da una legge del Codice Teodosiano[580], esercitava tuttavia nel gennaio del presente anno la prefettura di Roma. A lui succedette in quella dignità, come costa da altre leggi, _Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio_. Era questi della famiglia Anicia, la più potente, la più nobile che si avesse allora la città di Roma, divisa in più rami, ed esaltata da tutti gli antichi scrittori, ma maggiormente gloriosa per aver essa dato il primo senatore alla religion cristiana, quando tanti altri conservarono anche dipoi il paganesimo. Intorno alla nobiltà e a tanti personaggi illustri di questa casa, si può vedere il Reinesio[581], e spezialmente il Tillemont[582], che diffusamente ne tratta all'anno presente, in parlando di esso Olibrio e di _Sesto Petronio Probo_, a cui fu appoggiata la prefettura del pretorio in questi medesimi tempi. Scrive questo Ammiano[583], essere stato _Probo_ conosciuto per tutto l'imperio romano a cagion della sua chiara nobiltà, possanza e ricchezze, perchè egli possedea delle gran tenute di beni per tutte le provincie romane. Leggonsi moltissime leggi pubblicate da Valentiniano Augusto nel presente anno, e rapportate nel Codice Teodosiano[584]. Con una di esse egli restituì ai cherici cattolici della provincia proconsolare dell'Africa i privilegii loro già tolti dallo apostata Giuliano. Con un'altra egli ordinò che in cadauno de' quattordici rioni di Roma si mantenesse un medico per servigio de' poveri. Riformò ancora varii abusi degli avvocati nelle cause civili, comandando loro di non ingiuriare alcuno, di non tirare in lungo le liti, e di non far patti per la ricompensa delle lor fatiche. Pel tempo del verno era soggiornato Valentiniano in Treveri, facendo intanto le disposizioni opportune per continuar la guerra contra degli Alamanni. Alla stagione solita d'uscirne in campagna, avendo chiamato all'armata _Sebastiano_ conte[585], insieme col figliuolo _Graziano_ e coi generali _Giovino_ e _Severo_, passò egli il Reno senza opposizione di alcuno; e spedì poi varii distaccamenti delle sue truppe a dare il guasto ai seminati e alle case de' nemici. Per quanto s'inoltrassero i Romani, resistenza non si trovò, fuorchè ad un luogo appellato Solicinio, creduto da alcuni nel ducato ora di Wirtemberg. S'era ritirato un grosso corpo di Alamanni sopra una montagna, e si sudò non poco a sloggiarli di là colla morte di molti degli aggressori. Pare che in fine quei popoli chiedessero ed impetrassero pace dall'imperadore. Il che fatto, se ne tornò egli a Treveri, come trionfante, non per aver vinti gli Alamanni, ma per aver desolate le lor campagne, ricavandosi da Ausonio[586] che in tal congiuntura Valentiniano celebrò de' giuochi trionfali, e diede de' solazzi al popolo.
Poche faccende ebbe in quest'anno Valente Augusto, tuttochè fosse viva la guerra di lui coi Goti. Le leggi del Codice Teodosiano cel fanno vedere in Marcianopoli; nè Ammiano accenna di lui impresa alcuna militare che si creda appartenere a quest'anno. Perchè il Danubio fu oltre misura grosso, non si potè passare. Temistio sofista[587], cioè oratore, nella suddetta città recitò un panegirico, tuttavia esistente, in lode di lui. Giacchè quivi si legge che un principe orientale avendo abbandonato gli Stati del padre, Stati di molta ampiezza, era venuto a servire sotto Valente: giustamente si conghiettura che Temistio disegnasse con tali parole il figliuolo di _Arsace_ re dell'Armenia, appellato _Para_, il quale in fatti dopo le disavventure di suo padre ricorse alla protezion di Valente. Parla appunto Ammiano[588] circa questi tempi degli affari dell'Armenia. Pretendeva Sapore re di Persia che, in vigore del trattato di pace conchiuso con Gioviano Augusto, non potessero i Romani, in caso di guerra, prestar aiuto all'Armenia. Però da lì innanzi, parte colla forza e parte colle insidie, si studiò d'impadronirsi di quel regno, con ricorrere in fine al tradimento. Invitato ad un convito Arsace re d'essa Armenia, fece prenderlo, cavargli gli occhi, e il privò in fine di vita. Ciò fatto, non gli fu difficile di rendersi padrone d'essa Armenia, con darne il governo a Cilace ed Artabano, due nazionali di quel paese. Erasi ritirata la regina _Olimpiade_ con _Para_ suo figliuolo in una fortezza chiamata Artagerasta, dove fu assediata dai due governatori del regno, co' quali passando d'intelligenza, un dì ebbe maniera di far tagliare a pezzi i Persiani ch'erano in quel presidio. Posto Para in libertà, ricorse allora al patrocinio di Valente Augusto, e per qualche tempo si fermò in Neocesarea del Ponto, finchè assistito, per ordine segreto d'esso Valente, da _Terenzio_ conte, ebbe la fortuna (probabilmente nell'anno seguente) di rientrar nell'Armenia, e di possederla, ma senza titolo di re, perchè Valente non volle conferirglielo, per non dar occasione a Sapore di pretendere rotto il suddetto trattato di pace. In tale stato era intorno a questi tempi l'Armenia. La città di Nicea, per attestato di Girolamo[589], restò in quest'anno totalmente atterrata da un orrendo tremuoto.
NOTE:
[580] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[581] Reines., Inscription. Antiq.
[582] Tillemont, Mémoires des Emper.
[583] Ammian., lib. 27, cap. 11.
[584] Gothofr., Chronol. Cod. Theod.
[585] Ammian., lib. 27, cap. 10.
[586] Auson., in Mos.
[587] Themist., Orat. VIII.
[588] Ammian., lib. 27, cap. 12.
[589] Hieronymus, in Chronico.
Anno di CRISTO CCCLXIX. Indizione XII.
DAMASO papa 4. VALENTINIANO e VALENTE imperadori 6. GRAZIANO imperadore 3.
_Consoli_
FLAVIO VALENTINIANO, nobilissimo fanciullo, e VITTORE.
Resta ora deciso fra gli eruditi che questo _Valentiniano_ console non fu già il figliuolo di Valentiniano Augusto, e molto meno _Giulio Felice Valentiniano_, come pensò il Panvinio[590], ma bensì il figliuolo di Valente Augusto, soprannominato _Galata_, di età di tre anni, perchè a lui nato, come vedemmo, nell'anno 366. Per opinione d'alcuni, il secondo console _Vittore_ lo stesso fu che _Sesto Aurelio Vittore_, di cui abbiamo una storia romana; ma avendo osservato il Gotofredo[591] e il padre Pagi[592] che questo console Vittore fu cristiano, ciò ricavandosi dalle lettere de' santi Basilio e Gregorio Nazianzeno, e da Teodoreto, cotal qualità non conviene allo storico che si scuopre gentile. Continuò _Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio_ nella prefettura di Roma. Valentiniano Augusto nell'anno presente, come costa da varie sue leggi, si trovava in Treveri, Brisacco, ed altri luoghi verso il Reno[593]. Le sue maggiori applicazioni consisterono in far fabbricare per tutto il lungo d'esso fiume, cominciando dalle Rezie sino all'Oceano, torri, castella e fortezze in gran copia, in siti proprii, affinchè servissero di freno alle nazioni barbare, le quali troppo spesso e troppo volentieri venivano a far delle scorrerie e a bottinare nel paese romano. Ma perchè volle azzardarsi ad alzare di là dal Reno una di queste fortezze nel monte Piri, gli Alamanni pretendendo ciò contrario ai patti della pace, giacchè non trovavano giustizia, nè volevano desistere da questa fabbrica i Romani, tutti un dì li misero a fil di spada, e non ne scappò alcuno, fuorchè _Siagrio_, segretario dell'imperadore, che ne portò la dolorosa nuova alla corte, e n'ebbe in ricompensa la perdita dell'uffizio. Ma questi col tempo risalì in posto, ed arrivò ad essere console, siccome vedremo. Furono in questi tempi le Gallie afflitte da gran copia d'assassini da strada, che non perdonavano alla vita delle persone; e fra gli altri fu colto da loro ed ucciso _Costanziano_, soprintendente alla scuderia imperiale, e fratello di Giustina Augusta moglie di Valentiniano[594]. Abbiamo poi sotto il presente anno una lugubre descrizione delle giustizie, anzi delle crudeltà fatte in Roma da _Massimino_ prefetto dell'annona, con permissione dell'Augusto Valentiniano, principe pur troppo privo di clemenza ed inclinato al rigore. Be parlano ancora Suida[595], Zonara[596] e la Cronica Alessandrina[597]. Si fecero dunque in Roma de' fieri processi contra di molti nobili dell'uno e dell'altro sesso, per veri o per pretesi delitti di veleni, di adulterii e di mala amministrazione, e simili, con essere stati tormentati in tal congiuntura e condannati a morte varii di que' nobili, e forse giustamente i più, ma certo con troppo rigorosa giustizia. Pare che queste terribili inquisizioni continuassero molto tempo dipoi, e che non sia scorretto il testo di san Girolamo[598], il quale ne parla all'anno 371, perchè anche Ammiano, in favellarne, rammenta _Ampelio_ prefetto di Roma, il qual veramente in esso anno esercitò quella carica.
In poche parole racconta Ammiano[599] le imprese di Valente, con dire ch'egli verso la state, passato il Danubio, fece guerra ai Grutingi e Gotunni, nazione bellicosa fra i Goti. Osò ben Atanarico, il più potente de' principi di quella nazione, di far fronte ai progressi dell'armi romane; ma allorchè si venne ad un combattimento, toccò a lui di voltare le spalle: il perchè non indugiò a spedir deputati per pregar Valente di dargli la pace. _Vittore_ ed _Arinteo_, generali, l'uno della cavalleria e l'altro della fanteria, spediti a trattarne, non poterono mai indurre Atanarico a passare di qua dal Danubio, allegando egli un giuramento fatto di non toccar mai il terreno de' Romani. Perciò in mezzo a quel fiume, dove egli venne in nave, fu d'uopo che anche Valente in un'altra si conducesse per istabilire i patti della concordia[600]. Dopo di che Valente si restituì a Costantinopoli. Temistio[601] parla di questo abboccamento vantaggiosamente per la parte dell'imperadore, come dovea fare un panegirista. Verisimilmente questa pace quella fu che diede motivo ad esso Augusto di restituire al popolo di Costantinopoli un combattimento, o sia giuoco pubblico, che già era stato abolito[602]. E se fosse vero ch'egli rendesse ai pagani la libertà dei sagrifizii, come lasciò scritto Cedreno[603], avrebbe egli mal riconosciuta l'assistenza prestatagli da Dio fin quella guerra. Certamente anche Teofane[604] racconta ch'egli concedette licenza ai gentili di fare i loro sagrifizii e le feste lor proprie; e quell'_agon_ restituito, ed accennato da san Girolamo ed Idacio, forse è un indicio di questo.
NOTE:
[590] Panvin., in Fast.
[591] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.
[592] Pagius, Crit. Baron.
[593] Ammian., lib. 28, c. 2.
[594] Ammian., lib. 28, c. 1.
[595] Suidas.
[596] Zonar., in Annal.
[597] Chronicon Alexandrin.
[598] Hieron., in Chron.
[599] Ammian., lib. 27, cap. 5.
[600] Zosim., lib. 4, c. 11.
[601] Themistius, Orat. X.
[602] Idacius, in Chronico.
[603] Cedren., Histor.
[604] Theophan., Chronogr.
Anno di CRISTO CCCLXX. Indizione XIII.
DAMASO papa 5. VALENTINIANO e VALENTE imperadori 7. GRAZIANO imperadore 4.
_Consoli_
FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la terza volta, e FLAVIO VALENTE AUGUSTO per la terza.
Per qualche mese ancora dell'anno presente _Olibrio_ sostenne la carica di prefetto di Roma, come s'ha dalle leggi del Codice Teodosiano[605]. Una d'esse ci rappresenta _Principio_ in quella stessa dignità nel dì 29 d'aprile. Se ne può dubitare, dacchè Ammiano[606], dopo d'aver parlato dei buoni e cattivi costumi d'Olibrio, immediatamente viene a quelli di _Ampelio_, come successore di lui in quella carica. Chi poi amasse di mirare un ritratto della nobiltà e plebe romana di questi tempi, non ha che da leggere quanto il suddetto Ammiano (con penna più d'un poco satirica) lasciò scritto, dopo aver favellato dei due sopra nominati prefetti. Il lusso, l'ignoranza, il fasto, l'effemminatezza, il dilettarsi di buffoni e adulatori, il darsi al giuoco e ad altri non pochi vizii, si veggono ivi descritti. Così la dappocaggine ed oziosità della plebe, l'essere spasimati dietro agli spettacoli, ed altri loro ridicoli difetti truovansi dipinti in quello storico, senza ch'io mi creda in obbligo di rapportar qua tutto il suo pungente racconto. Abbiamo molte leggi di Valentiniano Augusto[607] date nell'anno presente quasi tutte in Treveri. Con esse spezialmente egli diede buon sesto agli studii delle lettere di Roma, prescrivendo buoni regolamenti per gli scolari che da varie parti concorrevano a quelle scuole, e non men per li medici che per gli avvocati. Famosa è poi una costituzione sua[608] indirizzata a papa Damaso, in cui proibisce ai cherici e monaci l'introdursi nelle case delle vedove e pupille, e il poter ricevere da esse o per donazione, o per testamento, o per legato, o fideicommesso, stabili o altri beni sotto pretesto di religione, cassando con ciò ogni contraria disposizione. Non si vietava già con questa legge il donare alle chiese; ma non so come si fece poi essa valere per escludere generalmente tutte le persone ecclesiastiche dalle donazioni pie, in maniera che poi fu d'uopo che Marziano Augusto nel secolo susseguente abolisse questo divieto, e lasciasse in libertà la pietà de' fedeli per poter donare ai luoghi sacri. Il cardinal Baronio[609] fu di parere che lo stesso Damaso papa fosse quegli che procurasse questa legge per reprimere l'avarizia degli ecclesiastici romani, giunta oramai all'eccesso: cotanto andavano essi a caccia della roba altrui sotto titolo di divozione e in profitto proprio. Di questo abuso in più d'un luogo fa menzione san Girolamo[610], dolendosi non già della legge, ma bensì che il clero se la fosse meritata, con fare mercatanzia della religione. E il santo arcivescovo Ambrosio[611] nè pur egli si lamenta di tal divieto, perchè è più da desiderare che la Chiesa abbondi di virtù che di roba. Solamente a lui pareva strano l'essere permesso il donare ai ministri de' templi de' gentili quel che si voleva, e vietato poi il fare lo stesso per quei della Chiesa.