Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 110
A quest'anno riferisce Teofane il principio dello scisma spettante alla superstizione maomettana, di cui abbiam parlato di sopra. Egli scrive che saltò fuori l'eresia degli Arabi, chiamata dei Carurgiti. Che _Muavia_ si oppose e domò chiunque la professava, con aver maltrattato quei che abitavano nella Persia, e al contrario colmati d'onori e beneficii quei che abitavano nella Soria, come attaccati alla sua setta, cioè a quella di _Omaro_, contraria a quella d'_Alì_. Consistevano le dissensioni di costoro nelle diversità delle interpretazioni date all'Alcorano. Se crediamo agli scrittori ferraresi, circa questi tempi fu creato il primo vescovo di Ferrara _Martino_, da papa _Vitaliano_, essendo stata trasportata colà la sedia episcopale, che in addietro era nella terra di _Vicohabentia_, ossia _Vicovenza_. Il Sigonio[3327] accenna e l'Ughelli[3328] rapporta la bolla dell'istituzione d'esso vescovato, data da esso papa, coll'approvazione dell'imperador _Costantino_, da cui si raccoglie che già _Ferrara_ portava il nome di città, e il suo territorio vien detto _ducato di Ferrara_. Leggonsi parimente ivi i privilegii conceduti non meno dal papa che dallo stesso imperadore sì alla Chiesa che al popolo di Ferrara. Ma non potè astenersi lo stesso Ughelli dal mettere in dubbio la legittimità di quel documento, privo delle sue note cronologiche; e doveva egli piuttosto dire esser quello una delle più ridicolose imposture de' secoli barbari, a dimostrare le di cui falsità sarebbe malamente impiegato il tempo e la parola. Per altro non è improbabile che in questi tempi _Ferrara_ cominciasse a formare i primi lineamenti del suo corpo, perchè a poco a poco si andavano seccando e ristringendo le sterminate paludi che occupavano tutto quel che ora è territorio di Ferrara, cagionate dal Po e da altri fiumi allora sregolati e senz'argini. Ma, siccome vedremo verso il fine di questo secolo, in ragionando dell'esarcato di Ravenna, neppur allora Ferrara doveva fare figura alcuna. E nel concilio romano dell'anno 679 forse intervenne il vescovo di _Vicovenza_, ma non già di Ferrara. Correndo l'_anno nono_ del regno di _Ariberto_ re de' Longobardi, bavarese di nazione, venne la morte a levargli lo scettro di mano. Fu posto il suo cadavere nella chiesa di san Salvatore, da lui fabbricata fuori della porta occidentale di Pavia, siccome apparirà dall'iscrizione che porterò più abbasso[3329]. Lasciò dopo di sè due giovani figliuoli, _Bertarido_ ossia _Pertarito_, e _Godeberto_ ossia _Gundeberto_, che volle egualmente eredi e successori nel regno, con averlo diviso in due parti e assegnata a ciascuno la sua. Fece Godeberto la sua residenza in _Pavia_, Bertarido in _Milano_. Nè s'avvide il buon re ch'egli lasciava ai figliuoli un gran seminario di liti e d'odii. A Bertarido primogenito dovette dispiacere di mirar uguagliato a sè il fratello minore, nè mancavano persone maligne che accendevano il fuoco. Controversie ancora dovettero insorgere per i confini. Però la pazza discordia entrò tosto a sconvolgere gli animi dei due re fratelli, con istudiarsi cadaun d'essi d'occupare la parte dell'altro. Dove andasse a terminar questa funesta divisione, lo vedremo nell'anno venturo. Secondo i conti del Sigonio, sino a quest'anno condusse i giorni di sua vita _Grasolfo_ duca del Friuli. Onde egli abbia presi i fondamenti di tal cronologia, nol so dire, perchè presso gli antichi non ne veggo vestigio. A me inoltre par difficile ch'esso Grasolfo, quando fosse vero che egli succedesse nell'anno 611, come pare che accenni Paolo Diacono, in quel ducato, prolungasse il suo vivere sino al presente anno 661. E tanto meno sarebbe ciò da credere, se questo _Grasolfo_ fosse stato quel medesimo, di cui parlò _Romano_ esarco in una lettera dai noi citata di sopra all'anno 590 come parve che stimasse il padre de Rubeis[3330]: al che io non so acconsentire, perchè in esso anno 590, quel Grasolfo avea già un figliuolo appellato _Gisolfo_, e questi era duca del Friuli. Quel che è certo, siccome abbiamo da Paolo, il duca _Grasolfo_ ebbe per successore in quel ducato _Agone_, e verisimilmente molti anni prima del presente.
NOTE:
[3327] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.
[3328] Ughell. Ital. Sacr. tom. 2, in Episcop. Ferrar.
[3329] Paulus Diacon., lib. 4, cap. 53.
[3330] De Rubeis Monument. Eccl. Aquilejens. c. 34.
Anno di CRISTO DCLXII. Indizione V.
VITALIANO papa 6. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 22. GRIMOALDO re 1.
Era malcontento l'imperadore _Costante_ del suo soggiorno in Costantinopoli, dove conosceva d'essere incorso per le indegne sue azioni nell'odio di tutti. Forse anche egli temeva che non fosse sicura la sua vita in quella dominante. Perciò prese la determinazione di ritirarsi altrove. Abbiamo da Teofane[3331] ch'egli in questo medesimo anno uscì di quella città, seco portando il meglio de' suoi arredi; e voce correva che egli venisse in Italia per passare il resto de' suoi giorni in Roma. Dacchè se ne fu partito, mandò gente a prender la moglie e i suoi tre figliuoli _Costantino_, _Eraclio_ e _Tiberio_, con pensiero di condurli seco. Ma il senato di Costantinopoli e il popolo vi si oppose. Loro non dispiaceva già la lontananza d'un imperadore, in cui tanto possesso aveano preso i vizii, ma non potea già lor piacere il veder affatto priva di corte la regale loro città, con pericolo che in altro lontano paese si venisse a stabilir per sempre la residenza degli Augusti. Però non permisero che que' principi tenessero dietro al padre. In quest'anno fu chiamato da Dio a miglior vita il santo abate _Massimo_, di cui più volte s'è parlato di sopra, glorioso difensore della Chiesa cattolica non men colla voce che con gli scritti, e conseguì il titolo di martire per la fiera persecuzione a lui fatta dall'imperador Costante, per cui ordine dianzi gli era stata tagliata la lingua. Andarono poi tanto innanzi i dissapori e le nimicizie svegliate fra i due re novelli _Bertarido_ e _Godeberto_, che si venne alle armi, ansanti amendue di detronizzare l'un l'altro. Può essere che _Godeberto_ si sentisse men forte e in necessità di soccorso, ed in fatti sel procurò. Chiamato a sè _Garibaldo_ duca di Torino, lo spedì a _Grimoaldo_ duca di Benevento, principe di gran valore, per pregarlo di venire in aiuto suo contra del fratello Bertarido, con promettergli in moglie una sua sorella. Andò Garibaldo, ma l'infedeltà e l'ambizione si accordarono insieme per produrre un effetto tutto opposto all'espettazione di Godeberto: cioè l'iniquo ambasciatore in vece di eseguir fedelmente la commissione del suo signore, persuase a Grimoaldo di farsi egli re, giacchè il regno pativa ed era per patir troppo sotto due re giovanetti, inesperti e sì accaniti l'un contra dell'altro: laddove egli maturo di età e di senno, e principe bellicoso, era atto a ben governarlo e rimetterlo in buon sistema. Piacque il canto di questa sirena all'ambizioso Grimoaldo, e senza perdere tempo, lasciando _Romoaldo_ suo figliuolo al governo di quel ducato, e messa insieme una forte armata, s'incamminò alla volta di Pavia. _Grimoaldo_ è spropositatamente chiamato da Sigeberto[3332], storico tanto apprezzato dal Pagi, _dux Taurinacium_. La sua venuta a Pavia è da lui e dal Sigonio[3333] riferita all'anno 661; il che non può stare, discordando ciò dalle note cronologiche delle leggi d'esso Grimoaldo, delle quali parleremo all'anno 668. Crede esso Pagi che la mossa del medesimo Grimoaldo succedesse nell'anno precedente 660. Forse è più probabile nel presente, quando sussista la morte di _Ariberto_ nell'anno precedente, e che dopo la di lui morte passasse _un anno e tre mesi_[3334] prima che Grimoaldo usurpasse il trono de' Longobardi.
Ora Grimoaldo mandò innanzi _Trasimondo_ conte di Capua, dandogli ordine espresso di procurargli, in passando per le città del ducato di Spoleti e della Toscana, quanti amici e partigiani egli poteva, per effettuare il conceputo disegno. Non mancò di farlo Trasimondo, e messo anch'egli insieme un buon corpo di gente, tutto disposto a' suoi voleri, si presentò con questo rinforzo a Grimoaldo, allorchè dalla Toscana calò nella Via Emilia, probabilmente verso Modena o Reggio. Inoltratasi quest'armata a Piacenza, allora Grimoaldo mandò innanzi il traditor Garibaldo, per avvisare il re Godeberto, che a momenti anch'egli arriverebbe in Pavia per aiutarlo. Fu consigliato il re di dar alloggio nel suo proprio palazzo al ben venuto duca di Benevento; poscia prima che si abboccassero insieme, l'infedel Garibaldo susurrò nell'orecchio al re dei sospetti contra di Grimoaldo, e poi gli disse che non era se non bene ch'egli sotto panni portasse l'armatura per tutti i bisogni che potessero occorrere. Altrettanto fece con Grimoaldo, facendogli credere che il re voleva ammazzarlo: cosa nondimeno difficile a credere, perchè Grimoaldo già aveva ordita la trama, nè v'era bisogno di fingere questi sospetti per conto suo. Il fatto sta, che abboccatisi i due principi, Grimoaldo in abbracciare il re, sentendo ch'egli portava l'armatura indosso, e prevalendosi di questo pretesto, sguainò la spada e l'uccise. Dopo di che occupò la sua reggia. Restò dello svenato re Godeberto un figliuolo per nome _Ragimberto_, o _Ragumberto_, fanciullo di poca età, che i servidori fedeli a suo padre misero in salvo, e segretamente allevarono. Grimoaldo non ne fece caso dipoi, nè il perseguitò a cagione della sua tenera età. _Bertarido_ re di Milano all'avviso di quanto era accaduto al fratello, preso da giusta paura, oppure da viltà d'animo, con tanta fretta si diede alla fuga, che lasciò indietro la regina _Rodelinda_ sua consorte, e un picciolo figliuolo per nome _Cuniberto_, che caddero nelle mani di Grimoaldo, e furono mandati in esilio a Benevento. Dappoichè Grimoaldo fu divenuto padron di Milano, non ebbe difficoltà a farsi proclamare re de' Longobardi nella dieta di Pavia; e per maggiormente assodarsi nel regno, volle anche aver per moglie la sorella dell'ucciso Godeberto, a lui promessa ne' patti sì infedelmente da lui eseguiti. Quindi rimandò al suo paese le milizie beneventane, colla forza delle quali avea conseguito il regno, nè verso d'esse fu scarso di regali. Parte nondimeno seco ne ritenne per sua guardia e sicurezza, e a questi donò una gran copia di poderi per loro ricompensa. Intanto il fuggito re _Bertarido_ si ricoverò presso Cacano re degli Avari, ossia degli Unni, signore della Pannonia.
NOTE:
[3331] Theoph., in Chronogr.
[3332] Sigebertus, in Chron.
[3333] Sigon., de Regno Italiae.
[3334] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.
FINE DEL SECONDO VOLUME.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (indirizzato/indrizzato, incoraggiato/incoraggito e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.