Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 11

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Le applicazioni maggiori dell'Augusto Giuliano erano state fin qui intorno i preparamenti della guerra ch'egli meditava di fare a Sapore re di Persia, per vendicare, diceva egli, i tanti oltraggi e danni recati all'imperio romano da' Persiani sotto Costanzo, ma più per avidità di gloria, figurandosi non da meno d'altri Augusti predecessori che aveano portate l'armi e il terrore nel cuor della Persia. Ed ancorchè Sapore, sentendo il turbine minaccioso, dimandasse con sua lettera di potergli spedire degli ambasciatori per trattar di pace, con offerir anche delle condizioni vantaggiose[424], Giuliano stracciò la lettera, nè volle ascoltarlo. Socrate[425] pretende che gli ambasciatori vennero, ma non riportarono altra risposta, se non che verrebbe l'imperatore a trattare in persona con quel re senza bisogno d'ambasciatori. Ammassato dunque un fioritissimo e potente esercito, senza voler aiuto da molte nazioni orientali che s'erano esibite ausiliarie, a riserva d'un corpo di Goti, mosse Giuliano da Antiochia nel dì 5 di marzo[426]. Ai nobili antiocheni che lo accompagnarono un pezzo, e gli augurarono un buon viaggio, e un felice e trionfal ritorno, con pregarlo di venir più placato e clemente verso di loro, aspramente rispose che nol vedrebbono più, perchè volea passare il verno in Tarso della Cilicia. Ve lo passò, ma diversamente da quello ch'egli credeva. Il viaggio del guerriero Augusto e della sua armata, e il passaggio dell'Eufrate, si trovano descritti dal medesimo Giuliano[427], da Ammiano[428] e da Zosimo[429]. Giunto ch'egli fu a Carres, lasciò uno staccamento di circa venti mila persone sotto il comando di _Procopio_ e del _conte Sebastiano_, acciocchè custodissero le frontiere della Mesopotamia, con iscrivere nel medesimo tempo ad _Arsace_ re dell'Armenia in termini ingiuriosi, perchè era cristiano, e comandandogli boriosamente di venire ad unire le sue forze colle sue. Non mancò Sozomeno[430] di rilevar la vanità di Giuliano in quella lettera, e il di lui veleno contro di Costanzo Augusto: lettera che, perduta in addietro, ho io poi data alla luce[431]. Intanto una flotta di settecento barche e di quattrocento altre da carico scendeva per l'Eufrate, e venne ad unirsi all'armata di terra. Ammiano ne fa molto maggiore il numero. Prese allora Giuliano il cammino a seconda di quel fiume, e dopo aver passato il fiume Abora, e fatto rompere il ponte, affinchè i soldati conoscessero che conveniva menar le mani, e non fuggire, gl'incoraggì poi col donare a cadaun soldato centotrenta nummi d'argento[432]. I suoi principali comandanti dell'armata erano _Nevitta, Arinteo, Ormisda_ fratello bandito del re Sapore, _Dagalaifo, Vittore_ e _Secondino_. Ascendeva questo corpo d'armata a sessantacinque mila persone, gente scelta, e con esso entrò Giuliano nel paese persiano dalla parte dell'Assiria, come dice Ammiano; e trovato quel territorio fertile e ricco, lasciò metterlo tutto a sacco; e ciò senza consigliarsi colla prudenza, perchè si privò de' foraggi e viveri che gli avrebbono potuto servir nel ritorno. Ammiano[433], che si trovava in quella spedizione, oltre a Libanio[434] e Zosimo[435], descrive minutamente il continuato viaggio di Giuliano, a cui niuno si trovava che facesse resistenza. Prese alcune castella, e specialmente la città di Bersabora, una delle maggiori di quelle contrade, e poscia a forza d'armi Maozamalca, altra gran città. Non era egli lungi da Ctesifonte, capitale allora della Persia, quando arditamente fece passare il fiume Tigri all'armata sua in faccia ai nemici che ne difendevano la ripa opposta, e andarono ben presto in rotta. Vero è avere Socrate[436] scritto che Giuliano imprese l'assedio di Ctesifonte, dove era chiuso lo stesso re Sapore; ma dagli autori contemporanei, cioè da Ammiano, Libanio e s. Gregorio Nazianzeno, altro non sappiamo se non ch'egli fece dar il guasto ai contorni d'essa città, e che Sapore si trovava lungi di là, intento a metter insieme una poderosa armata per resistere ai Romani. Non lasciò egli di spedir altri deputati a Giuliano per dimandar pace; e questi s'indirizzarono ad Ormisda, fratello d'esso re, il quale militava in favor di Giuliano. Ne parlò Ormisda; ma Giuliano, senza volerne intender parola, gli ordinò di licenziar tosto que' messi, e di coprire il motivo della lor venuta per timore che le lusinghe della pace non ismorzassero l'ardor delle truppe. Giacchè riconobbe pericoloso l'assediar Ctesifonte, non che difficile l'impadronirsene, determinò Giuliano di tornarsene addietro alla lunga del Tigri[437]. Ma lasciatosi sovvertire da un furbo disertore persiano, al dispetto de' consigli d'Ormisda si allontanò da quel fiume, e prese a passare per mezzo al paese insperanzito ancora di trovar Sapore e di dargli battaglia. Fece prendere ai soldati dei viveri per venti giorni, ed affinchè la flotta, da cui ritirò le milizie, non cadesse in man dei nemici, a riserva di alquante barche, tutta la bruciò. Dio, che voleva alfin liberare la terra da questo nemico del nome cristiano, e che tanto confidava ne' falsi dii, permise ch'egli si accecasse in questa forma, appigliandosi ad una risoluzion tale, che da Ammiano e de altri altamente vien condannata.

Si mise in marcia l'armata romana, ma piena di mormorazioni, nel dì 16 di giugno: ed ecco comparir Sapore con quante forze potè, non per decidere la sorte con una giornata campale, ma solamente per infestare e pizzicar da ogni lato i Romani, sperando specialmente di affamarli, perchè preventivamente avea desolato il paese per dove aveano da passare[438]. Così appunto avvenne. D'uopo fu lo star quasi sempre in armi; frequenti furono le scaramuccie; mancarono in fine i viveri, e foraggio non si trovava: però i lamenti e la costernazione si diffusero per tutto l'esercito. Venne il dì 20 di giugno, in cui più arditi che mai giunsero in grosso numero e in varii corpi i Persiani ad assalire i Romani che erano in marcia, molestandoli qua e là, e massimamente alla coda. Giuliano, all'intendere il gran rumore e la strage che faceva de' suoi il nimico, senza far caso del trovarsi allora senza usbergo, anzi affatto disarmato, dato di piglio ad uno scudo, volò ad incoraggire i suoi. Ma mentre egli dà la caccia ai nemici[439], un'asta lanciata da un cavaliere gli volò addosso, e trapassategli le coste, penetrò sino alle viscere. Caduto da cavallo, fu immediatamente portato sopra uno scudo in luogo sicuro; si mise mano ai medicamenti; tale nondimeno era la ferita, che nella notte seguente si trovò disperata la sua salute. Dimandò egli che luogo era quello. Gli fu risposto _Frigia_. Allora Giuliano si tenne spedito, perchè dicono essergli stato gran tempo innanzi predetto che morrebbe nella Frigia. Di simili predizioni altri esempli ci somministra la storia, con apparenza che sieno state inventate dopo il fatto dai gentili, per accreditar le pazze loro superstizioni. In somma Giuliano in quella stessa notte terminò i suoi giorni in età di circa trentadue anni. Tale è il racconto che fa della morte di Giuliano lo storico Ammiano, il quale si trovava in quella stessa armata, ed aggiugne essersi nel conflitto d'esso giorno fatto gran macello dei Persiani, finchè la notte diede fine alla pugna, e che restarono sul campo morti cinquanta dei loro satrapi. Io non la finirei sì presto, se volessi qui riferir la varietà dei racconti che abbiamo intorno alle circostanze della morte di questo apostata imperadore. Scrive Teodoreto[440] ch'egli, preso colla mano del suo sangue, lo gittò in aria dicendo: _L'hai vinta, Galileo._ Così soleva egli chiamare il Signor nostro Gesù Cristo. Altrettanto abbiamo da Sozomeno[441]. Secondo Filostorgio[442], egli bestemmiò il sole, suo gran dio, e tutti gli altri dii, trattandoli da traditori. Quanto al cavaliere che colla lancia (altri[443] dicono con un dardo, ed altri colla spada) diede il colpo mortale a Giuliano, mai non si potè sapere chi fosse. Libanio sofista pagano[444], spacciato adorator di questa apostata, il solo è che ne fa autore un cristiano, giacchè egli dice aver prima d'allora i cristiani tramate altre insidie contro la vita di lui; e che il re persiano, per quante diligenze facesse, e per quante ricompense promettesse, non potè trovare alcun de' suoi che si vantasse d'aver fatto quel colpo. Ma il medesimo Libanio altrove[445] tien un altro parere, attribuendo ciò ad un Aquemenide, cioè ad un Persiano. Eutropio[446], che si trovò anche egli in quella spedizione, Rufo Festo[447] ed Aurelio Vittore[448] scrivono che la ferita venne dalla mano d'un cavalier nemico, che gli gittò l'asta in fuggire, com'era l'uso de' Persiani. Ammiano e Zosimo, se un cristiano fosse stato l'uccisore, siccome pagani, verisimilmente non l'avrebbono taciuto. Il primo d'essi solamente scrive essere corsa voce, che un Romano l'avesse mortalmente ferito. Qualunque nondimeno fosse un tal cavaliere, certo egli fu esecutore e ministro della volontà e giustizia di Dio, nel cui tribunale era acceso il processo della nera apostasia di Giuliano, e peroravano le lagrime e preghiere de' santi contra di questo persecutore del popolo e della religion de' cristiani. Però essi cristiani attribuirono alla onnipossente mano di Dio la di lui caduta[449], e il rappresentarono dipoi come trafitto con una lancia da san Mercurio martire. Fu portato il corpo dell'estinto Giuliano a Tarso di Cilicia[450], dove accompagnato da commedianti e buffoni (che tale era l'uso dei gentili) ebbe un'assai vile sepoltura, e per accidente fu posto vicino a quello di Massimino II Augusto, cioè di un altro fiero nemico della religion cristiana. Non si potrebbe abbastanza dire con che gioia dai popoli cristiani, con che dolore dai pagani fosse intesa la morte di questo empio imperadore. Libanio[451] confessa che fu vicino a darsi la morte a questo avviso; ma volle sopravvivere, per poterne far l'orazione funebre, ed in fatti la compose dipoi con impiegar la sua adulatoria eloquenza a dare risalto alle apparenti di lui virtù, e a caricarlo di lodi eccessive. Ma nè pur fra i cristiani mancò chi con migliore pennello lasciò dipinti i vizii e le iniquità di Giuliano; e questi fu san Gregorio Nazianzeno[452], il quale con soda facondia compose due celebri orazioni contra di lui, e ci lasciò un ritratto più somigliante al vero di quel che fecero i gentili.

Questo avvenimento poi, quanto men pensato, tanto più dovette recar di confusione non solo al medesimo Giuliano ferito, ma ancora al paganesimo tutto. Sforzaronsi ben Ammiano[453] e Libanio[454] per far credere che gli aruspici indovini e maghi, de' quali cotanto abbondava, e sì forte si fidava il superstizioso Augusto, osservarono più presagii della di lui vicina morte; ma il fatto grida in contrario. Certo è che Giuliano, badando a quegl'impostori, si prometteva gloriose vittorie, ed aveva già spedito Memorio presidente della Cilicia, perchè gli preparasse buon quartiere in Tarso, dov'egli pensava di svernare. Si sa inoltre che egli avea minacciato un fiero scempio ai cristiani, tornato che fosse glorioso per la sognata vittoria de' Persiani. Fuor di dubbio è ancora che Giuliano[455] prima di uscire in campagna, e per tutto il viaggio, fece innumerabili sagrifizii, tanto per aver favorevoli gli insensati suoi dii, quanto per cercar nelle viscere delle vittime la cognizion dell'avvenire. Lo stesso Ammiano[456] confessa ch'egli alle volte in un sol sacrifizio faceva scannar centinaia di buoi, ed innumerabili greggi d'altre bestie, e bianchi uccelli, cercati per mare e per terra, di modo che quasi non passava giorno, in cui colle carni di tanti animali uccisi non solamente s'ingrassassero i falsi suoi sacerdoti, ma ne sguazzassero ancora tutti i suoi soldati: spesa indicibile, condannata fin da quel medesimo storico gentile. Così nel celebre tempio di Carres dedicato alla Luna, per quanto narra Teodoreto[457], chiusosi Giuliano un giorno durante la suddetta spedizione, non si seppe cosa ivi facesse, se non che uscito, mise le guardie a quel luogo, con ordine di non lasciarvi entrar persona sino al suo ritorno. Venuta poi la nuova di sua morte, fu aperto il tempio, e vi si trovò una donna impiccata col ventre aperto, per qualche incantesimo fatto da Giuliano, o pure per cercar nelle di lei viscere quel che gli dovea succedere nella guerra co' Persiani. Che impostore solenne dovette mai essere il primo che fece credere, e trovò poi tanti che stoltamente credettero potersi nelle viscere degli animali scoprir l'avvenire de' fatti degli uomini e degli accidenti della vita! Che han che fare i fegati e polmoni delle bestie, sagrificate a caso, colle azioni umane, onde si potesse leggere quivi, come in un libro, le cifre di quel che dovea accadere? L'evento poi fece pur conoscere quante fossero in ciò le illusioni di Giuliano, quanto vana la di lui fidanza ne' suoi idoli. Allorchè egli si credea vicino al colmo della gloria, e nel tempo stesso, come osservò il Nazianzeno[458], che tutto il paganesimo immolava vittime per lui: eccolo steso a terra dalla destra di Dio, e andare in un fascio le sue glorie, e seco tutte le speranze de' gentili, i quali già si figuravano di dover calpestare la Croce, e rendere idolatra di nuovo il romano imperio. Perchè erano bene incamminate le lettere in questi tempi, si possono rammentare sotto il breve regno di Giuliano varii scrittori che registrarono le azioni di lui, come _Ammiano Marcellino, Eunapio, Temistio_ e _Libanio_, celebri sofisti pagani. Abbiamo ancora alcuni libri del medesimo _Giuliano_ pieni di satire e di buffonerie. Non resta più quello ch'egli scrisse contro la religione cristiana, ma bensì ne abbiamo la confutazione fatta da san Cirillo vescovo d'Alessandria. Altri sofisti e filosofi fiorirono allora, de' quali si son perdute le opere, e fu in credito ancora _Oribasio_ medico, di cui si son conservati varii libri. Ma se i gentili coltivavano allora le lettere, non men di loro vi si applicarono i cristiani, fra' quali specialmente gran nome e venerazione venne ai santi _Basilio, Gregorio Nisseno, Gregorio Nazianzeno, Cesario, Ilario_ e ad altri, dei quali parla la storia ecclesiastica e letteraria.

Trovavasi l'armata romana per l'imprudente condotta di Giuliano in grandissime angustie, perchè in un paese incognito e difficile; priva di vettovaglie, e senza sapere onde condurne; sminuita di molto per li patimenti e per le battaglie; attorniata tuttavia e continuamente infestata dall'armi persiane. A questi malanni si aggiunse l'inaspettata morte dell'imperadore: il perchè tutto era confusione ed affanno. Sì fiera contingenza obbligò gli uffiziali di esso esercito a provvedersi di un capo senza perdere tempo; e perciò nel dì seguente, giorno 27 di giugno, concordemente elessero imperador _Gioviano_[459], ch'era allora capitan della guardia appellata de' domestici, personaggio di gran riputazione nella corte, e per la sua dolcezza, onoratezza e prudenza amato e stimato da ognuno[460]. Era stato suo padre _Varroniano_ conte, nativo di Singidono città della Mesia, che aveva esercitata la stessa carica nella guardia de' domestici, e poi s'era ritirato per godere il resto dei suoi giorni in riposo[461]. Anche il credito del padre contribuì non poco alla esaltazione del figliuolo. Secondo i conti di Eutropio, nacque Gioviano circa l'anno 331, e nelle medaglie[462] il troviamo chiamato _Flavio Claudio Gioviano_. Ci vorrebbe far credere Ammiano[463] che quasi accidentale fosse la di lui elezione, e molti se ne mostrassero malcontenti; e vorrà dire i pagani. Sparla ancora dei di lui costumi. Altrettanto fa Eunapio[464]. Erano amendue gentili. Ma Zosimo[465], che pur era anch'egli pagano, e Teodoreto[466] lo attestano eletto di comune consentimento; e ciò vien confermato da Eutropio che si trovò in quell'armata. Cristiano di professione era Gioviano; e ricavasi da Socrate[467], che avendo l'apostata Giuliano intimato agli uffiziali di rinunziare alla religion cristiana, o pur ai lor impegni, Gioviano allora tribuno scelse l'ultimo partito. Ma perchè egli era uomo sperimentato nella milizia, gli conservò il suo posto. E di questo suo attaccamento una pruova gloriosa diede egli appena creato imperadore[468]. Imperocchè, senza temere la possanza de' generali e il capriccio dei soldati, protestò d'essere cristiano, e di non poter comandare ad un'armata, che avendo appresa da Giuliano l'empietà, ed essendo abbandonata da Dio, altro non dovea aspettarsi che l'ultimo eccidio. Al che risposero ad alta voce i soldati, con dichiararsi cristiani, perchè parte tali erano, e gli altri elessero di farsi. Quello che dipoi succedesse per conto della guerra co' Persiani, benchè spettante al presente anno, pure chieggo licenza di riferirlo al seguente.

NOTE:

[407] Pagius, Crit. Baron. ad annum 362, n. 32.

[408] Ammian., lib. 26, cap. 3.

[409] Gregor. Nazianz., Orat. IV. Chrysostom., in Gent. Sozomenus, lib. 6 Hist., cap. 2.

[410] Liban., Orat. XII.

[411] Ammian., lib. 22, cap. 13.

[412] Julian., in Misopog. Libanius, Orat. XII.

[413] Ammianus, lib. 22, cap. 14.

[414] Liban., in Vita sua.

[415] Zosimus, lib. 3, cap. 11.

[416] Julian., in Misopog.

[417] Socrates, lib. 3 Hist., cap. 17. Sozomenus, lib. 4 Hist., cap. 19.

[418] Gregorius Nazianz., Orat. IV.

[419] Ammianus, lib. 22, cap. 14.

[420] Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 15. Gregorius Nazianz., Orat. IV. Socrates, l. 3 Hist., c. 20.

[421] Ambros., Epistol. ad Theod.

[422] Chrysostomus, in Judaeos.

[423] Ammianus, lib. 23, cap. 1.

[424] Liban., Orat. X.

[425] Socrat., lib. 3, cap. 19.

[426] Ammianus, lib. 23, cap. 2.

[427] Julian., Epist. XXVII.

[428] Ammianus, lib. 23, cap. 2.

[429] Zosimus, lib. 3, cap. 12.

[430] Sozom., lib. 6 Histor., cap. 1.

[431] Anecdota Graeca.

[432] Zosim., lib. 3. cap. 13.

[433] Ammianus, lib. 24, cap. 1.

[434] Liban., Orat. XII.

[435] Zosim., lib. 3, cap. 17.

[436] Socrat., lib. 3, cap. 21.

[437] Joan. Malala, Chron. Rufus Fest., in Brev.

[438] Ammianus, lib. 25, cap. 1 et seq. Rufus Festus, in Brev. Aurelius Victor, in Epitome.

[439] Ammianus, lib. 25, cap. 3.

[440] Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 20.

[441] Sozomenus, Histor., lib. 4, cap. 2.

[442] Philostorg., lib. 6, cap. 15.

[443] Zonaras, in Annalib. Chronicon Alexandrin.

[444] Liban., Orat. XII.

[445] Idem, Orat. XI.

[446] Eutrop., in Breviar.

[447] Rufus Festus, in Breviar.

[448] Aurelius Victor, in Epitome.

[449] Joannes Malala, in Chron. Alexand.

[450] Gregor. Nazianzen., Orat. IV.

[451] Liban., in Vita sua. Idem, Orat. XI et XII.

[452] Gregor. Nazianz., Orat. IV.

[453] Ammian., lib. 23, cap. 2.

[454] Liban., de Templ.

[455] Ammian., lib. 22, cap. 12.

[456] Idem, ibid.

[457] Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 21.

[458] Gregor. Nazianz., Orat. IV.

[459] Eutropius, in Breviar. Hieronymus, in Chronic.

[460] Aurelius Victor, in Epitome. Ammianus, lib. 25, cap. 7.

[461] Themist., Orat. V.

[462] Du-Cange, Hist. Byz. Mediobarbus, Numism. Imper.

[463] Ammian., lib. 25, cap. 7.

[464] Eunap., Vit. Sophist.

[465] Zosimus, lib. 3 Hist., cap. 30.

[466] Theod., lib. 4 Hist., cap. 1.

[467] Socrates, lib. 3 Hist., cap. 22.

[468] Rufin., Hist., lib. 3. Socrates. Sozomen. Theodoret.

Anno di CRISTO CCCLXIV. Indizione VII.

LIBERIO papa 13. VALENTINIANO e VALENTE imperadori 1.

_Consoli_

FLAVIO CLAUDIO GIOVIANO AUGUSTO e FLAVIO VARRONIANO nobilissimo fanciullo.

Ebbe Gioviano Augusto per moglie _Caritone_, figliuola di Lucilliano generale rinomato in questi tempi, che gli partorì una figlia ed un figliuolo, nomato _Varroniano_, in età allora, per quanto si può raccogliere da Ammiano[469], di circa un anno. Conferì Gioviano a questo suo rampollo il titolo di _nobilissimo fanciullo_, e il volle console seco per l'anno presente; ma perchè coi vagiti e colla ripugnanza mostrò di non voler essere condotto nella sedia curale, i superstiziosi pagani presero ciò per un presagio di disgrazie. Tornando ora alle avventure dell'anno precedente, da che Gioviano fu proclamato Augusto, cominciò a pensare ai mezzi di salvare l'armata dall'evidente rischio di perire affatto o per le armi de' Persiani, o per la mancanza de' viveri[470]. Intanto un alfiere romano, tra cui e Gioviano erano passati dei disgusti, desertò, e portò al re Sapore la nuova della morte di Giuliano; che essendo eletto in luogo di lui un imperadore dappoco, era venuto il tempo di subissare i Romani. Animato da tali avvisi il Persiano, per tre giorni con tutte le sue forze inseguì la marcia del nemico esercito, non senza strage di molti Romani, ma sempre con perdita maggiore dal canto suo. Arrivò nel primo dì di luglio l'afflitta armata romana alla città di Dura, non lungi dal Tigri, e si stentò forte a tener in dovere le ammutinate milizie, che faceano istanza di passar tosto quel rapido fiume, benchè senza ponte, e prive affatto di barche, perchè la fame li pungeva, e toccava ai poveri cavalli uccisi di servir loro di pane. In questo miserabile stato, e in pericolo di restar tutti preda dei nemici, come si può conghietturare, mosso Iddio in riguardo del piissimo imperadore a pietà[471], fece che il re persiano spontaneamente inviò persone a Gioviano Augusto per trattar di pace[472]. A tale spedizione si credè spinto Sapore dalla notizia d'essere stati in ogni scaramuccia e fatto d'armi perditori i suoi soldati, dal timore di peggio, e dal desiderio di liberare il suo paese da un sì poderoso nemico. Riconobbe lo stesso Ammiano, benchè nemico di Gioviano, per un favor particolare di Dio, una tale spedizione e dimanda, quando le apparenze tutte erano che Sapore potea finir la guerra colla total rovina dell'esercito romano. Trattossi dunque di pace nello spazio di quattro giorni; e perchè i Romani si trovavano in troppo svantaggio, e si udiva che _Procopio_, parente del defunto Giuliano, macchinava ribellione, fu astretto l'Augusto Gioviano a comperar dai nemici una pace vergognosa bensì per l'imperio romano, ma necessaria[473]. Gli convenne dunque restituire a' Persiani cinque provincie picciole con alcune castella che essi aveano già ceduto ai Romani sotto Diocleziano, ed inoltre abbandonar loro le città di Nisibi e di Singara, con ritirarne prima gli abitanti. Zosimo[474] aggiugne che anche buona parte dell'Armenia passò allora in poter de' Persiani, ma ciò accadde in altro tempo. Non lasciarono gli scrittori pagani, cioè Ammiano, Eutropio e Zosimo, di processar Gioviano imperadore, quasichè con questo trattato di pace egli facesse perdere il credito al romano imperio, il cui chimerico dio Termine si gloriavano una volta i Romani che non rinculcava giammai. E pure abbiamo veduto che Adriano, Aureliano e Diocleziano abbandonarono ai Barbari varie provincie che già erano dell'imperio. Oltre di che, non si doveva a Gioviano attribuir questo infelice successo, ma bensì alla imprudenza e temerità di Giuliano, per aver fatta bruciar la flotta necessaria, e poscia impegnata l'armata romana così innanzi nel paese nemico, fatto altresì devastare da lui, senza aver punto di comunicazione col proprio, e senza prendere buone misure per l'importante sussistenza e provvisione de' viveri. In tali strettezze il consiglio si prende non dall'amore della gloria, nè dalla propria volontà, ma bensì dalla necessità e dall'arbitrio di chi gode il vantaggio. Che se da Eutropio[475] è biasimato Gioviano, perchè dopo essere giunto in salvo non ruppe il trattato: di questa infame politica non si servono i principi veramente cristiani che rispettano Dio più della propria utilità, nè adoperano mai il giuramento per ingannare altrui, sapendo quando Iddio, chiamato in testimonio de' patti, abborrisca e gastighi gli spergiuri.