Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 108

Chapter 1083,304 wordsPublic domain

Non si sa in qual anno accadessero le mutazioni di governo dei ducati del Friuli e di Spoleti. Solamente abbiamo da Paolo Diacono, che regnando _Costante_ imperadore, da lui appellato _Costantino_, nipote di Eraclio Augusto, venne a morte _Grasolfo_ duca del Friuli, zio paterno di Grimoaldo duca di Benevento, e che in quel ducato succedette _Agone_. Similmente terminò i suoi giorni _Teodelapio_ duca di Spoleti, e fu conferito quel ducato ad _Attone_. Questo nome di _Attone_ è il medesimo che _Azzo_, o _Azzone_, celebratissimo negli antichissimi antenati della serenissima casa d'Este. Bernardino de' Conti di Campello[3291] nelle sue storie di Spoleti crede che ad _Ariolfo_ duca di quella provincia succedesse Teodelapio I, circa l'anno 653. Poscia circa l'anno 655 fosse creato duca di Spoleti _Grimoaldo_, e che circa l'anno 659 _Teodelapio II_ cominciasse a reggere quel ducato. Ma ci vuole altro che Volfango Lazio, autore del secolo decimosesto, per provare che sieno stati al mondo, e duchi di Spoleti quel _Grimoaldo_ e quel _Teodelapio_ secondo. Paolo Diacono, che ne sapea ben più del Lazio, altro _Teodelapio_ non conobbe, se non il succeduto ad Ariolfo, nè ebbe contezza alcuna di quel _Grimoaldo_. E va d'accordo con Paolo Diacono l'antico Catalogo, da me[3292] pubblicato avanti alla Cronica del monistero farfense. Però quando non compariscono documenti migliori, si hanno da levare i suddetti due personaggi dal ruolo dei duchi di Spoleti. Lo stesso è da dire di Camillo Lilii[3293], che nelle storie di Camerino ci fa veder _Zotone_ duca di Spoleti e di Camerino succeduto a Teodelapio. _Attone_, e non Zotone, fu il nome del successore di Teodelapio. È ignoto per altro il tempo, in cui sì il suddetto _Agone_ diede principio al suo governo del Friuli, che _Attone_ al suo di Spoleti. Ma giacchè nol seppe Paolo Diacono, neppur si può esigere che io lo sappia. Riuscì in quest'anno ai Saraceni di occupare interamente il regno della Persia, perchè il re _Jasdegirde_, appellato _Ormisda_, ultimo dei re persiani, che s'era finora preservato nelle provincie settentrionali di quel regno dalla loro inondazione, terminò la carriera dei suoi giorni: il che diede campo ai Monsulmani saraceni d'ingoiare il resto. Racconta Paolo Diacono[3294] che ne' tempi di Costante, detto Costantino, imperadore, _Cesara_ regina de' Persiani in abito privato fuggì a Costantinopoli e si fece battezzare. Che il re suo marito ne mandò in traccia, e che fu scoperta in Costantinopoli da' suoi ambasciatori; ma ch'ella non volle tornare in Persia, se il re suo consorte non abbracciava la fede di Cristo. Venne il re a Costantinopoli con sessantamila de' suoi, e tutti presero il battesimo, avendo l'imperadore tenuto esso re al sacro fonte: dopo di che carichi di regali se ne tornarono al loro paese. Le circostanze di un tal fatto hanno tutta la cera di una favola popolare, bevuta da Paolo Diacono; e tanto più che di una sì riguardevole avventura non parlano gli autori greci; e Fredegario[3295] la rapporta bensì anche egli, ma la mette nell'anno 588, e ai tempi di Maurizio imperadore. Perciò il cardinal Baronio, il Pagi ed altri la hanno tenuta per una fola: per tale la tengo anch'io. Tuttavia, se mai briciolo di verità si potesse qui immaginare, a questi tempi non disdirebbe la conversione del re e della regina de' Persiani alla religione di Cristo, perchè essi allora si trovavano in una somma depressione, e potrebbe essere che si unissero per via di stretti nodi coll'imperador Costante, contro dei comuni lor nemici, voglio dire de' Saraceni usurpatori di tante provincie sì de' Cristiani che dei Persiani. Par difficile che di peso fosse inventata questa favola, e scritta da autori antichi senza qualche principio di verità.

NOTE:

[3291] Campell., Istor. Spolet., lib. 12.

[3292] Rerum Italic. Scriptor., part. 2, tom. 2.

[3293] Lilii, Stor. di Camerino, lib. 4.

[3294] Paulus Diaconus, lib. 4.

[3295] Fredegar., in Chronic., cap. 9.

Anno di CRISTO DCLII. Indizione X.

MARTINO papa 4. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 12. RODOALDO re 1.

Sigeberto istorico[3296] rapporta all'anno 646 la morte di _Rotari_ re dei Longobardi. Ermanno Contratto[3297] la riferisce all'anno 647. Ma se è vero, come Paolo Diacono racconta, ch'egli regnò _anni sedici e mesi quattro_, e se nell'anno 643, per quanto s'è veduto, correva l'_anno ottavo_ del suo regno, viene a cader la sua morte nell'anno presente. Tuttochè ariano, fu seppellito il suo cadavere presso la basilica di san Giovanni Batista in Monza. Ma dopo molto tempo aperto da uno scellerato il suo avello, fu spogliato di tutti i suoi ornamenti. A costui apparve san Giovanni sgridandolo per questo misfatto, perchè sebbene Rotari non tenea la vera fede, pure era raccomandato a lui, e in pena gl'intimò che non sarebbe mai più entrato nella sua basilica. E così avvenne. Quando tentava d'entrarvi quasi che uno gli mettesse la spada alla gola gli bisognava retrocedere. Paolo Diacono è quegli che racconta il fatto e giura d'averlo inteso da chi lo aveva veduto. Noi siam dispensati dal crederlo; e pare anche strano che san Giovanni Batista, beato in cielo, si prendesse tal cura del sepolcro di un principe eretico, condannato da Dio alle pene infernali. Intanto Rotari ebbe per successore nel regno _Rodoaldo_ suo figliuolo, delle cui azioni nulla è a noi pervenuto, perchè poco o nulla ne seppe anche Paolo Diacono[3298]. Scrisse egli bensì, che Rodoaldo prese per moglie _Gundeberga_ figliuola del re Agilolfo e della regina Teodelinda. Poscia aggiunge che Gundeberga, ad imitazione di sua madre, fondatrice della basilica di san Giovanni Batista in Monza, fondò anch'ella in Pavia una basilica in onore del medesimo precursore, e mirabilmente l'arricchì di ornamenti d'oro e d'argento, e di preziosi arredi, con essere poi stata seppellita ivi al tempo della sua morte. Finalmente scrive che questa regina venne accusata di adulterio al re suo consorte. In difesa della di lei castità uno de' di lei servi per nome Carello fece istanza al re, ed ottenne di poter fare duello coll'accusatore, il quale restò ucciso nel campo in faccia di tutto il popolo. Questo servì, secondo la sciocca opinione di quei tempi, a dichiarar innocente la regina, a cui perciò fu restituito il grado ed onore primiero. Ma bisogna qui che il buon Paolo Diacono si contenti di dire ch'egli si è ingannato all'ingrosso. Siccome prima d'ora fu diligentemente osservato dal cardinale Baronio[3299], e poscia dal Pagi[3300], non può sussistere che _Gundeberga_ figliuola del re Agilolfo fosse presa per moglie dal re _Rodoaldo_, perchè, siccome s'è veduto di sopra coll'autorità di Fredegario scrittore più antico (ed anche contemporaneo di essa _Gundeberga_, se vogliam credere ai letterati francesi), questa principessa fu maritata in prime nozze con _Arioaldo_ duca di Torino, creato poscia re dei Longobardi nell'anno 625. Passò dipoi, per attestato del medesimo storico, alle seconde nozze col re _Rotari_ nell'anno 646, e, per conseguente, non potè essere moglie di _Rodoaldo_ re, figliuolo di esso Rotari. Certo si può dubitar della età di Fredegario; ma non par già che si possa dubitare della di lui asserzione intorno ai matrimonii di Gundeberga. E per conto dell'accusa contro la di lei onestà, e del duello per cagion d'essa fatto, meglio è attenersi allo storico francese, che lo dice avvenuto a' tempi di _Arioaldo_, e non già per imputazione d'adulterio, ma per altro motivo siccome abbiam detto all'anno 629, 632 e 641.

Circa questi tempi (se pure non fu nell'anno susseguente), per attestato di Teofane[3301], _Pasagnate_ patrizio dell'Armenia si ribellò all'imperadore Costante, e fece lega col figliuolo di _Muavia_ generale dei Saraceni. Corse l'imperadore a Cesarea di Cappadocia, per essere più alla portata di soccorrere quel paese; ma veggendo disperato il caso, se ne tornò assai malcontento a Costantinopoli. Abbiamo ancora da Anastasio bibliotecario[3302] un fatto, taciuto dagli altri storici, ma assai importante per le cose di Italia. Cioè che i Saraceni prima d'ora aveano fatta una irruzione in Sicilia, ed ivi fissato il piede; perlochè fu spedito ordine ad _Olimpio_ esarco d'Italia di passar con una flotta colà per iscacciarne que' ribaldi. Era tornato dianzi questo esarco a Roma con segreta incumbenza di mettere le mani addosso al buon papa _Martino_, e certo non tralasciò arte e diligenza alcuna per eseguire l'empio disegno. Ma conoscendo pericoloso questo attentato, a cagion dell'amore e rispetto professato ad esso vicario di Cristo non men dal popolo che dall'esercito romano, andarono a voto le sue trame, ancorchè lungo tempo si fermasse in Roma. Ricorse in fine al tradimento, e fingendo un divoto desiderio d'essere comunicato per mano del medesimo santo papa, si portò a tal fine alla messa solennemente celebrata da lui in santa Maria Maggiore. Avea commissione una delle guardie dell'esarco, allorchè il pontefice se gli accostava per dargli la sacra particola, di ammazzarlo. Ma Iddio non permise così orrendo eccesso; perciocchè miracolosamente quello sgherro non vide nè quando il pontefice diede la pace, nè quando porse la comunione all'esarco: cosa ch'egli dipoi attestò con giuramento a varie persone. Veggendo adunque Olimpio che la mano di Dio era in favore del santo pontefice, riconobbe il suo fallo, ed accordatosi seco, gli rivelò tutto quanto era stato ordinato a lui dall'imperadore, e da lui tentato fino a quel tempo. S'era con ciò rimessa la pace in Roma quando arrivò ordine a questo esarco di raunar l'esercito e di passare con esso in Sicilia per procurar di sloggiare i perfidi Saraceni. V'andò egli, ma per sua mala ventura vi andò, perchè lo esercito suo restò sconfitto, ed egli appresso per l'affanno e per una malattia sopraggiuntagli pagò l'indispensabil tributo della natura. E qui convien osservare, come si ha dalla relazione[3303] dell'empia persecuzione che vedremo fatta a papa Martino, fra gli altri falsi reati apposti a quel buon pontefice, esservi stato ancor questo, cioè ch'egli avea congiurata con Olimpio la rovina dell'imperadore, e però _Doroteo_ patrizio della Cilicia gridò ch'esso papa Martino _solus subvertit et perdidit universum Occidentem et delevit; et revera unius consilii fuit cum Olympio, et inimicos homicida imperatoris et romanae urbanitatis_. Sicchè la pace fatta fra lui e l'esarco Olimpio, e la rotta dell'esercito imperiale in Sicilia diventarono delitti dell'ottimo papa: che per altro non si sa che alcuno in Italia in questi tempi si sollevasse contro dell'imperadore. Iniqui Greci, non si può qui non esclamare, e di lunga mano più iniqui per quello che racconteremo nell'anno susseguente. Dico così, acciocchè il lettore sempre più venga scorgendo che i Longobardi tanto villaneggiati da alcuni scrittori, erano ben divenuti padroni migliori e re più discreti che i Greci.

NOTE:

[3296] Sigebertus, in Chron.

[3297] Hermannus Contractus. in Chron.

[3298] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 49.

[3299] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 659.

[3300] Pagius, Crit. Baron.

[3301] Theoph., in Chronogr.

[3302] Anastas. Bibliothec., in Vita S. Martini.

[3303] Labbe, Concilior., tom. 6, pag. 68.

Anno di CRISTO DCLIII. Indizione XI.

MARTINO papa 5. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 13. ARIBERTO re 1.

Per le ragioni addotte dal padre Pagi[3304], succedette in quest'anno la lagrimevol scena di san _Martino_ papa, e non già nell'anno 650, come si figurò il porporato annalista. O sul fine dell'anno precedente, o nel principio di questo, fu mandato a Ravenna il nuovo esarco di Italia, _Giovanni Calliopa_. Ch'egli prima avesse esercitata questa carica, si può tuttavia dubitare col suddetto cardinal Baronio, ancorchè Anastasio lo dica. Già covava l'imperador _Costante_ non poco fiele contro del sommo pontefice Martino, perchè senza il suo consentimento era seguita la di lui consecrazione. Crebbe poi a dismisura l'odio, dacchè l'intrepido papa nel concilio lateranense avea proferita solenne sentenza contro il monotelismo, contro il Tipo dello stesso Costante imperadore, e contro i patriarchi di Costantinopoli, protettori di quella eresia. _Paolo_ allora patriarca non lasciava di soffiar nel fuoco. Però venne il novello esarco, conducendo seco l'esercito ravennate, e con ordine risoluto di far prigione il papa. A questo effetto egli giunse a Roma nel dì 15 di giugno dell'anno presente. Ben sapeva il pontefice quel che si macchinava contro la di lui persona, ma egli s'era già disposto a soffrir tutto. Mandò ad incontrarlo alcuni del clero, giacchè non potè egli muoversi, per essere infermo fin dall'ottobre antecedente[3305]. Non trovando l'esarco fra essi il papa, disse loro che voleva ben esser egli ad adorarlo, cioè ad inchinarlo; ma che stanco del viaggio non potea per allora. Fu messo il concerto per la domenica seguente nella basilica costantiniana, ossia lateranense; l'esarco, per sospetto che vi concorresse troppo popolo, si astenne dall'andarvi. Mandò poi a dire nel seguente lunedì al papa, che avendo inteso come egli avea fatta adunanza di armi, di armati e di sassi nel palazzo lateranense, gli facea sapere ciò non essere nè necessario, nè bene. Allora il papa volle che que' medesimi messi andassero a chiarirsene con visitar tutto il palazzo; e nulla infatti vi trovarono. Avea fatto portare esso pontefice il suo letto davanti all'altare della basilica, ed ivi giaceva malato. Poco stette ad arrivar colà l'esarco Calliopa col suo esercito, armato di lance, spade e scudi, con archi tesi, facendo un terribil rumore. Quivi egli sfoderò un ordine dell'imperadore, in cui si facea sapere al clero, che Martino, siccome papa intruso, era deposto, e che però si venisse all'elezione d'un altro. Ciò non succedette per allora, e sperava anche il buon papa che non succederebbe; perchè, dice egli in una lettera a Teodoro, nella lontananza del pontefice tocca all'arcidiacono, all'arciprete e al primicerio di far le veci del papa. Avrebbe voluto il clero opporsi, ma il santo papa, che prima aveva abborrito ogni preparamento di difesa, ed avrebbe voluto morir dieci volte piuttosto che dar occasione ad omicidii, ordinò che niun si movesse. Fu condotto fuor di chiesa, e perchè il clero ben s'avvide che sì empia persecuzione veniva dalle controversie insorte per la fede, gridò alto: _Sia scomunicato chi dirà o crederà che papa Martino abbia mutato, o sia per mutare un sol puntino nella fede, e chi fino alla morte non sarà costante nella fede ortodossa._ Allora l'esarco, ben intendendo che mira avessero queste parole, immantinente rispose, che la stessa fede professata dai Romani la professava anch'egli.

Non ostante la licenza data al pontefice di condur seco chi gli era più a grado (al che molti s'erano esibiti, ed aveano già imbarcati i loro arnesi), egli fu segretamente la notte del dì 19 di luglio menato in barca, senza lasciargli prendere seco se non sei famigli e un bicchiere. S'incamminarono per mare a Miseno, indi in Calabria, dopo aver fatto scala in varie isole per tre mesi, arrivarono finalmente a quella di Nasso nell'Arcipelago, dove si fermarono per molti altri mesi. Una continua dissenteria, una somma debolezza e svogliatezza di stomaco affliggevano il santo pontefice, a cui non fu mai permesso di smontare in terra. La nave gli serviva di prigione. Venivano i sacerdoti ed altri fedeli di quella contrada a visitarlo e consolarlo; gli portavano anche regali di varie sorta; ma le sue guardie sul volto suo rapivano tutto, e strapazzavano quella gente pia, con dire che era nemico dell'imperadore chiunque portava amore a costui. Tale era lo stato dell'innocente e paziente pontefice, che non si può intendere senza fremere contro l'empietà e prepotenza di chi ordinò e di chi eseguì tanta crudeltà e vilipendio di un romano pontefice sì venerato da tutta la Chiesa di Dio. Per quanto s'ha da Paolo Diacono, _Radoaldo_ re de' Longobardi regnò _cinque anni e sette giorni_. Per conseguente, dovrebbe prolungarsi la vita fino all'anno 657. Ma perchè _Ariberto_ suo successore tenne il regno _nove anni_ convien mettere, per le ragioni che diremo, il principio del regno di _Grimoaldo_ all'anno 662, perciò convien dire, o che Paolo, il qual veramente poco o nulla seppe di Radoaldo, sbagliò, oppure che esso Radoaldo regnasse col padre la maggior parte di questo tempo, come sospettò il padre Bacchini[3306]; o, finalmente, che sia guasto il testo di Paolo, e che invece di _quinque regnaverat annis_, s'abbia quivi da leggere _quinque regnaverat mensibus_, come giudiziosamente immaginò il signor Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana. In fatti, nell'antichissima Cronichetta longobardica, da me data alla luce nelle mie Antichità Italiane, si legge: _Rodoald regnavit mensibus VI_. Perciò tengo io per verisimile che nell'anno presente egli terminasse la vita e il corto suo regno. Fu violenta la morte sua, perchè venne ucciso dal marito di una donna, alla quale egli aveva usata violenza. In luogo suo fu sostituito _Ariberto_, figliuolo di _Gundoaldo_ duca, cioè di un fratello della buona regina Teodelinda; con che passò lo scettro de' Longobardi in un personaggio di nazion bavarese; il che è da notare. Era Ariberto buon cattolico, e però, dacchè i Longobardi non ebbero difficoltà ad eleggerlo per loro regnante, par ben credibile che la maggior parte d'essi avesse ormai abbracciata la religione cattolica.

NOTE:

[3304] Pagius, Crit. Baron.

[3305] Martin. PP. epist. 15 Concilior., tom. 6.

[3306] Bacchinius, in Notis ad Agnell., tom. 2 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCLIV. Indizione XII.

MARTINO papa 6. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 14. ARIBERTO re 2.

Dalla relazione[3307], che tuttavia esiste, dei travagli di san _Martino_ papa, noi ricaviamo ch'egli fu condotto dall'isola di Nasso a Costantinopoli, dove giunse nel dì 17 di settembre dell'anno presente. Quivi fu messo in carcere, e vi stette tre mesi, senza poter parlare a chicchessia. Nel dì 19 di dicembre dal sacellario, ossia fiscale, ossia tesoriere di corte, fu posto all'esame, e prodotti gli accusatori suoi. A chi ha la forza e vuol fare una segreta vendetta, non mancano mai pretesti per palliare col manto della giustizia l'iniquo suo talento. Le vere cagioni di sì empia persecuzione contro del santo pontefice, già le abbiam vedute; ma si guardavano bene gli scaltri ministri imperiali di mettere in campo la di lui consecrazione e la condanna del monotelismo. Le calunniose accuse consistevano in dire, ch'egli avesse congiurato con _Olimpio_ esarco contro dell'imperadore, e tenuta corrispondenza coi Saraceni in danno dello stato: il che ci fa conghietturare che a lui imputassero infin la calata di que' Barbari in Sicilia. Ridicole imputazioni. Se il buon papa avesse nudrito di questi disegni, non avea che da intendersi coi Longobardi confinanti nella Toscana, e nei ducati di Benevento e Spoleti. Avrebbono ben essi saputo profittar di sì bella occasione per sostenere il papa e nuocere all'imperadore. Rispose il papa, che se Olimpio avea mancato al suo dovere, non avea certo un romano pontefice forza da resistergli. E perchè egli volle far menzione del Tipo imperiale portato a Roma, _Troilo_ prefetto lo interruppe, dicendo che qui non si trattava di fede, ma di delitti di stato; soggiugnendo: _Noi siam tutti cristiani ed ortodossi, tanto noi, quanto i Romani_. Replicò allora il pontefice: _Piacesse a Dio; ma al tribunale di Dio ve ne dimanderò io conto un giorno_. In quanto ai Saraceni, protestò di non aver mai scritte lettere a que' nemici del cristianesimo, nè lor mandato danaro: solamente avea data qualche limosina ai servi di Dio che venivano da quelle parti, ma non mai ai Saraceni. Gli fu parimente opposto di avere sparlato della beatissima Vergine Maria. Di questo misfatto gli eutichiani monoteliti soleano incolpare i cattolici, quasichè questi fossero nestoriani. Ma il papa pronunziò tosto scomunica contro chi non onorava la santissima Madre di Dio sopra ogni altra creatura, a riserva del suo divino Figliuolo. Poi veggendo che gli empii ministri seguitavano a mettere in campo sì mendicate e slombate accuse, li scongiurò di far presto quel che intendeano di fare, perchè così gli procurerebbono una gran ricompensa in cielo. Levossi il sacellario, e recò all'imperadore l'avviso dell'esame; poscia ritornato, fece portare nel pubblico cortile, dove era gran folla di popolo, il papa in una sedia perchè, a cagione della sua infermità, non potea camminare, e neppur tenersi ritto in piedi. Quivi dalle guardie gli fu levato il pallio archiepiscopale, il mantello con tutti gli altri abiti, in guisa che rimase quasi nudo. Poscia, postogli un collare di ferro al collo il trassero fuori del palazzo, menandolo per mezzo alla città, come condannato alla morte. Egli con volto sereno sofferiva tante ingiurie, e la maggior parte del popolo spettatore piangeva e gemeva a così indegno spettacolo. Fu condotto in prigione, e lasciato senza fuoco, benchè allora si facesse sentire un freddo intollerabile. Le donne nondimeno del guardiano mosse a compassione il posero in letto, e il coprirono bene con panni, acciocchè si riscaldasse; ma egli fino alla sera non potè parlare.