Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 107

Chapter 1073,416 wordsPublic domain

Riferì Ermanno Contratto, e poscia il cardinal Baronio, all'anno precedente la ribellion di _Maurizio_ Cartulario e la morte d'_Isacco_ esarco. Ma perciocchè non ben si sa l'anno preciso di tali avvenimenti, non altro scrivendo Anastasio bibliotecario[3274], se non che accadde quel fatto ai tempi di papa _Teodoro_, chieggo io licenza di poterne far qui menzione. Quel medesimo _Maurizio_, di cui, siccome vedemmo nell'anno 639, si servì _Isacco_ esarco di Ravenna per isvaligiare il tesoro della basilica lateranense, circa questi tempi ebbe il suo gastigo da Dio anche nel mondo di qua. Cominciò costui a cozzare coll'esarco medesimo; e sparsa voce in Roma che Isacco macchinava di farsi imperadore, raunò quanti soldati si trovavano in essa Roma e nelle castella dipendenti da Roma, ed anche i giudici e grandi romani, i quali tutti con giuramento si obbligarono di non prestar più ubbidienza al medesimo esarco. Portata ad Isacco questa notizia, non fu lento ad inviar _Dono_ general d'armi con quante truppe egli potè verso Roma: segno che doveva allora essere qualche tregua fra i Romani e Longobardi. Giunto colà Dono, tal fu la paura, che tutti magistrati e soldati romani abbandonarono Maurizio, e tennero dalla parte di Dono. Fuggito Maurizio in santa Maria del Presepio (oggidì santa Maria Maggiore), fu di là levato per forza, e ben incatenato, e con un collare di ferro al collo, insieme con gli altri che aveano tenuta mano a questa sollevazione, fu inviato verso Ravenna. Ma non si tosto arrivò a _Ficocle_ (oggidì _Cervia_ città), che d'ordine dell'esarco gli fu staccata la testa dal busto, e questa poi esposta sopra un palo nel circo di Ravenna. Gli altri condotti con esso furono posti in prigione e ben serrati ne' ceppi. Ma mentre Isacco pensava a gastigare anche questi colla scure, venne a trovar lui la morte, per presentarlo al tribunale di Dio: colpo felice per quei ch'erano carcerati, perchè tutti ebbero maniera d'uscire e di tornarsene alle loro case. Leggesi presso il Rossi[3275] nella storia di Ravenna l'epitaffio greco posto da _Susanna_ sua moglie a questo esarco, con varie lodi del suo valore, mostrato non meno in Oriente che in Occidente, e massimamente in aver mantenuta salva Roma. Manco male che non vi si parla della sua pietà, di cui certo diede bene a conoscere d'essere privo, allorchè stese l'empie mani a rubare i tesori del tempio lateranense. Anastasio aggiunge che egli ebbe per successore nella dignità esarcale _Teodoro_ patrizio eunuco, chiamato per soprannome _Calliopa_. Fu d'avviso il cardinal Baronio che Anastasio in ciò s'ingannasse, constando dagli Atti di _san Martino_ papa, che quando _Pirro_, già patriarca di Costantinopoli, convinto da _san Massimo_ abbate, venne, siccome diremo, a Roma (il che si crede succeduto dopo il mese di luglio dell'anno seguente 645), _Platone_ patrizio era esarco dell'Italia. Ma il padre Pagi pretende che _Teodoro Calliopa_ veramente succedesse ad _Isacco_ in quel ministero, e che essendo durato poco tempo nell'uffizio, desse poi luogo al suddetto _Platone_ esarco. Quanto a me, trovo qui del buio. Nell'epitaffio d'Isacco si legge ch'egli governò _ter sex annis_ lo Occidente. S'egli succedette nell'anno 619 ad _Eleuterio_ esarco, numerando da quell'anno _diciotto anni_, molto prima d'ora egli dovrebbe essere mancato di vita. Se poi si fu nel precedente o nel presente anno, dovrebbe fra Eleuterio e lui esserci stato un altro esarco. Ed è ben certo che seguì la disputa di _san Massimo_ con _Pirro_ nell'anno susseguente; ma non mi par già certo che nell'anno medesimo venisse Pirro a Roma.

NOTE:

[3274] Anastas. Bibliothec., in Teodoro.

[3275] Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.

Anno di CRISTO DCXLV. Indizione III.

TEODORO papa 4. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 5. ROTARI re 10.

Intanto gli errori de' monoteliti turbavano a dismisura la Chiesa di Dio, _Paolo_, succeduto a _Pirro_ nella cattedra di Costantinopoli, era uno de' più gagliardi campioni di questa eresia, benchè il volpone con delle belle lettere a papa _Teodoro_ andasse alquanto coprendo il suo cuor guasto. Il peggio era, che lo imperador _Costante_, o vogliam dirlo _Costantino_, s'era imbevuto di quella falsa opinione, e proteggeva a spada tratta chi combatteva per essa. La Sede apostolica, all'incontro, costantemente tenea per la vera dottrina, e con essa lei si univano i vescovi dell'Africa, di Cipri e dell'Occidente tutto. Avvenne in questi tempi che _Pirro_, dopo aver deposto il pastorale di Costantinopoli, ritiratosi in Africa, quivi ebbe una disputa celebre con _san Massimo_ abbate, gran difensore delle due volontà in Cristo, alla presenza di molti vescovi africani e di _Gregorio_ prefetto del pretorio dell'Africa, nel _mese di luglio, correndo la terza indizione_. Tante ragioni addusse il dotto e santo abbate, che Pirro si diede per vinto. La disputa suddetta si legge stampata negli Annali ecclesiastici del Baronio e nelle raccolte dai concilii. Si sa dipoi dagli Atti di _san Martino_ papa e dalla storia Miscella[3276], che Pirro, consigliato dai vescovi dell'Africa, sen venne a Roma, e presentò a papa Teodoro la profession della sua fede, dove condannava chiunque ammetteva una sola volontà nel Signor nostro Gesù Cristo. Le accoglienze a lui benignamente fatte dal papa furono molte, e suntuoso il trattamento; non credo già certa la sua venuta nell'anno presente a Roma. Teofane[3277] mette circa questi tempi la morte di _Omaro_ califfo, ossia principe de' Saraceni, gran conquistatore della Persia, dell'Egitto, della Palestina, della Soria e di altri paesi. Un disertore persiano quegli fu che, appostatolo quando facea orazione, gli ficcò uno stocco nel ventre. Ebbe per successore _Ulmano_, chiamato da altri _Osmano_. Elmacino il fa morto prima. Godeva in questo mentre l'Italia una mirabil quiete, stante la pace o tregua stabilita fra i Romani e Longobardi. Il credito del re _Rotari_ teneva in dovere gli Unni Avari e gli Schiavoni. Dalla parte poi dei re franchi non v'era da temere, perchè regnavano allora _Clodoveo II_ e _Sigeberto II_, principi per l'animo e per l'età spossati, sotto de' quali cominciò a declinare la regale autorità, e a crescere quelle de' maggiordomi, anzi a crescere tanto, che giunse in fine a detronizzare il medesimo re. Circa questi tempi, per attestata del suddetto Elmacino[3278], _Muavia_ saraceno, governatore della Siria, continuava in quelle parti la guerra contro al romano impero, e prese molte città, delle quali non si sa il nome.

NOTE:

[3276] Miscell., lib. 18, pag. 132, tom. 1 Rer. Ital.

[3277] Theoph., in Chronogr.

[3278] Elmacin., Hist. Saracen., lib. 1, cap. 4.

Anno di CRISTO DCXLVI. Indizione IV.

TEODORO papa 5. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 6. ROTARI re 11.

In quest'anno, siccome s'ha dalla Storia ecclesiastica, furono tenuti varii concilii in Africa da quei vescovi, in proposito dell'eresia de' monoteliti, detestata in quelle parti al maggior segno. Scrissero all'imperadore e a _Paolo_ patriarca di Costantinopoli, con pregarli di reprimere i seminatori di quella abominevol dottrina, non sapendo, o mostrando di non sapere, che da esso Augusto e da quel patriarca veniva il principal fomento della medesima eresia. Leggonsi ancora le loro lettere a papa _Teodoro_. Ma in questi tempi l'Africa stessa cominciò ad essere lacerata da interni mali. Ribellossi contra dell'imperador Costante _Gregorio prefetto del pretorio_ in quelle provincie[3279], senza che se ne sappia il perchè, ed ebbe dalla sua quei popoli. Pensavano i vescovi di spedire all'imperadore un'ambasceria per li correnti affari della Chiesa; ma non si attentarono ad eseguire il disegno, dacchè venne loro notizia di essere caduti in sospetto di tener mano anch'essi alla ribellione suddetta. Avendo poi scritto papa Teodoro delle lettere assai forti a Paolo patriarca di Costantinopoli, affine d'intendere chiaramente i di lui sentimenti intorno alle controversie presenti che turbavano la Chiesa, costui finalmente si cavò la maschera, ed apertamente gli fece sapere ch'egli non riconosceva se non una volontà in Cristo: dopo di che il papa cominciò a pensare a procedere contro di lui per iscomunicarlo.

NOTE:

[3279] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCXLVII. Indizione V.

TEODORO papa 6. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 7. ROTARI re 12.

Nuove piaghe in quest'anno si aggiunsero alla cristianità, perciocchè i Saraceni, padroni dell'Egitto, intesa la ribellione e division commossa nell'Africa da _Gregorio_ prefetto del pretorio, seppero ben profittare di un siffatto disordine. Abbiamo da Teofane ch'essi con una poderosa armata ostilmente entrarono nell'Africa sotto il comando di _Abdala_ generale d'_Osmano_. Non mancò già di farsi loro incontro con quante forze potè il suddetto Gregorio, ma in una battaglia sconfitto con gran perdita di gente, fu obbligato alla fuga. Elmacino aggiugne ch'egli vi lasciò la vita, e gli dà il titolo di re, non disconvenevole, dacchè egli s'era sottratto all'ubbidienza del sovrano Augusto. Secondo quello storico, sembra che gli Arabi d'allora s'impadronissero almeno di una parte dell'Africa. Ma per quanto, andando innanzi vedremo, Cartagine, capitale dell'Africa colle provincie occidentali restò in potere degli Augusti. Le sole provincie orientali dovettero allora soccombere al giogo, o almeno obbligarsi a pagar dei tributi. Dopo cinque anni di governo venne in quest'anno a morte _Radoaldo_ duca di Benevento, a cui, per elezione del popolo longobardo fu sostituito _Grimoaldo_ suo fratello, e figliuolo anch'esso di _Gisolfo_ già duca del Friuli. Era Grimoaldo uomo di gran senno e bellicoso. Vedremo a suo tempo, come egli si servì di queste sue qualità per accrescere la sua fortuna.

Anno di CRISTO DCXLVIII. Indizione VI.

TEODORO papa 7. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 8. ROTARI re 13.

Probabilmente a quest'anno si dee riferire l'ordine che il cardinal Baronio immagina dato dall'imperadore ad _Olimpio_ esarco d'Italia, di tener gli occhi addosso a _Pirro_ già patriarca di Costantinopoli, e di guadagnarlo in favore del monotelismo, per cui l'infelice principe s'era troppo impegnato, sedotto da _Paolo_, che teneva allora la cattedra d'essa città di Costantinopoli. In esecuzione di questi ordini, l'esarco con buone parole trasse da Roma a Ravenna esso Pirro, e lo indusse a ritrattar l'abiura, da lui fatta davanti al sommo pontefice, degli errori de' monoteliti. Ma _Platone_, e non _Olimpio_, era tuttavia esarco, ed egli fu che accolse Pirro in Ravenna. S'egli poi avesse que' pretesi ordini in favore del monotelismo, si può dubitarne per quel che diremo all'anno seguente. Appena si ebbe a Roma l'iniquità di Pirro, forse per qualche dichiarazione da lui insolentemente pubblicata, che _Teodoro_ papa raunò un concilio, in cui, per attestato di Teofane[3280], d'Anastasio bibliotecario[3281] e di altri, egli fu solennemente deposto e condannato, e con un rito non più udito, per cui si svegliò un sacro orrore in tutto quel venerando consesso. Cioè portatosi il pontefice al sepolcro di san Pietro apostolo nel Vaticano, e fattosi dare il sacrosanto calice consecrato, stillò nel calamaio alcune gocce del sangue del Signore, e con quell'inchiostro sottoscrisse di propria mano la deposizione e condanna di Pirro, traditor della fede. Trovasi questo rito (suggetto per altro a molte riflessioni) praticato dipoi dal concilio ottavo universale di Costantinopoli, allorchè fu condannato Fozio intruso in quel patriarcato. Sappiamo parimente da Anastasio e dagli atti del concilio lateranense, che papa Teodoro, veggendo pertinace ne' suoi errori _Paolo_ patriarca di Costantinopoli, proferì anche contro di lui la scomunica; ma non sappiamo ch'egli condannasse ancora il _Tipo di Costante Augusto_, siccome accuratamente dimostra il Pagi. Ora intorno a questo tipo è da dire, consistere esso in un editto pubblicato verso il fine di quest'anno da esso imperadore[3282], in cui, sotto pretesto di quietar le turbolenze insorte nella Chiesa di Dio per cagione della controversia intorno alle due volontà di Cristo Signor nostro, comandò che a niuno da lì innanzi fosse lecito il disputar di questo argomento, nè sostenere una o due volontà ed operazioni, sotto pena ai vescovi, chierici, monaci e laici di perdere le lor dignità, se non ubbidivano. Parve a tutta prima ad alcuni plausibile questo ripiego, ma non così parve alla santa Sede romana ed a chiunque nudriva un vero zelo per l'indennità della vera dottrina della Chiesa. Ciò che ne avvenne si accennerà fra poco. Intanto poco ci volle a conoscere che l'imperadore, ad istigazione di Paolo patriarca di Costantinopoli, si lasciò condurre alla pubblicazione di questo editto: e però contra di esso Paolo andò dipoi, siccome abbiam detto, a scaricarsi il giusto sdegno della Sede apostolica e de' vescovi cattolici. Ma mentre l'imperadore impiegava così il suo tempo e i suoi pensieri intorno alle liti ecclesiastiche con offesa di Dio e pregiudizio della fede ortodossa, seguitavano a perdersi le provincie cristiane del romano imperio. Scrive Teofane[3283], e seco va d'accordo Elmacino[3284], che in quest'anno _Muavia_ generale di _Osmano_ principe de' Saraceni, con una flotta di mille e settecento legni, tra piccoli e grandi, fece una discesa nell'isola di Cipri, occupò la città di Costanza, sottomise tutta l'isola, e la devastò. Udito poi che _Cacorizo_, cameriere e capitano dell'imperadore, veniva con una potente armata di Greci, condusse la sua flotta verso Arado, isola della Soria, e si pose all'assedio di quella terra, adoperando tutte le macchine da guerra per espugnarla. S'avvisò di mandare un vescovo, appellato _Romarico_, per esortarli alla resa con patti assai vantaggiosi, altrimenti a far loro di grandi minacce. Entrò quel vescovo nella terra; ma que' cittadini nol lasciarono più uscir fuori. Arrivato poi che fu il verno, Muavia si ritirò, e se ne andò colla sua gente a Damasco. Scrive Elmacino che Muavia per due anni tirò tributo dall'isola di Cipri; segno probabilmente ch'essa non restò poi in potere de' Saraceni. Seguita a dire il medesimo storico che Osmano inviò _Abdala_ suo generale nella Corasana, dove si impadronirono i Saraceni di varie città, come _Naisaburo_, _Arata_, _Tusa_, _Abrima_, ed altre, con arrivar fino a bere acqua del fiume Balca. Questo fiume mette nell'Eufrate, e pare che qui si parli di qualche provincia della Mesopotamia, non per anche presa almen tutta in addietro dai Saraceni.

NOTE:

[3280] Theoph., in Chronogr.

[3281] Anastas., in Theodor.

[3282] Acta Concilii Lateranens. sub S. Martino.

[3283] Theoph., in Chronogr.

[3284] Elmac., lib. 1, cap. 4.

Anno di CRISTO DCXLIX. Indizione VII.

MARTINO papa 1. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 9. ROTARI re 14.

Fu quest'anno l'ultimo della vita di papa _Teodoro_, il quale, dopo aver sostenuta con tutto vigore e decoro la dottrina della Chiesa, passò a ricevere il premio delle sue fatiche nel dì 13 di maggio. Cadde la elezione del successore in _Martino_ da Todi, che si crede consacrato nel giorno quinto di luglio. Dalla lettera XV d'esso papa abbastanza si conosce che il clero romano non volle aspettar lo assenso dell'imperadore per consacrarlo, e però col tempo pretesero i Greci ch'egli _irregulariter et sine lege episcopatum subripuisset_, e gli fecero la fiera persecuzione che a suo tempo vedremo. Questo pontefice, uno de' più riguardevoli e vigorosi che s'abbia mai avuto la sedia di san Pietro, ancorchè sapesse la pena intimata da _Costante_ Augusto nel suo Tipo, pure nulla intimidito, anzi maggiormente acceso di zelo, intimò tosto un concilio di vescovi d'Italia, al quale fu dato principio nel dì 5 di ottobre dell'anno presente, nella sagrestia della basilica lateranense[3285]. V'intervennero cento e cinque vescovi dell'Italia, Sicilia e Sardegna. Al non vedere fra essi l'arcivescovo di Milano e niuno de' suoi suffraganei immaginò il cardinal Baronio che il re _Rotari_ ariano impedisse loro l'intervenirvi. Risponde il Pagi, che essendo morto tre anni prima Rotari, questi non potè vietar loro l'andarvi; e che la cagione è tuttavia occulta dell'esser eglino mancati a quel concilio. Ma Rotari era molto ben vivo in questi tempi. Veggendosi poi tanti altri vescovi de' ducati di Benevento, Spoleti e Toscana, sudditi de' Longobardi, che assisterono liberamente a quel concilio, parrebbe piuttosto da dire che per qualche altra cagione non fossero venuti que' vescovi, e non per divieto del re Rotari. _Mauro_ arcivescovo di Ravenna, perchè era impedito, vi mandò, oltre ai suoi deputati, anche i vescovi suoi suffraganei con una bella lettera, portante la condanna de' monoteliti. Il che è ben da notare, perchè vedremo questo medesimo arcivescovo dopo alcun tempo ribello alla santa sede, e si perchè non si sa intendere, come venga supposto che l'esarco di Ravenna patrocinasse il monotelismo, e poi permettesse che quell'arcivescovo co' prelati della sua dipendenza concorresse a condannarlo. V'intervenne anche _Massimo_ patriarca aquileiense, cioè il gradense, ma non già l'aquileiense, ossia foro-iuliense, perchè era risorto lo scisma per la lite dei tre capitoli. Ora nel suddetto celebre concilio lateranense fu a pieni voti condannato l'errore de' monoteliti, l'_Ectesi_ dell'imperadore Eraclio e il _Tipo_ dell'imperadore Costante (chiamato ivi _Costantino_), e proferita scomunica contro a chi non iscomunicava e rigettava _Ciro alessandrino_, _Sergio_, _Pirro e Paolo costantinopolitani_. Fu in questi tempi inviato esarco nuovo in Italia, cioè _Olimpio_, cameriere dell'imperadore, attestandolo chiaramente Anastasio bibliotecario[3286]. Gli fu data commissione da esso Costante Augusto a tenore de' consigli di _Paolo_ patriarca, di portar seco il Tipo già pubblicato, per farlo approvare e sottoscrivere dai vescovi d'Italia e dagli altri Italiani sudditi suoi. Che se gli riusciva di persuadere all'esercito imperiale di Italia di accettare esso Tipo, allora, secondo il consiglio a lui dato da _Platone glorioso patrizio_ (che cessò di essere esarco), mettesse le mani addosso a _Martino_ (cioè al papa), che era stato apocrisario della sede apostolica in Costantinopoli. Se poi si trovavano opposizioni all'accettazione del Tipo, creduto ortodosso dall'imperadore, allora Olimpio dissimulasse, finchè potesse avere un sufficiente esercito di Romani e Ravennati da poter eseguire colla forza ciò che non si poteva ottener colle buone e colle minacce. Venne dunque l'esarco Olimpio a Roma, e trovò appunto che si celebrava da papa Martino il concilio lateranense; e studiossi ben egli di dare esecuzion a quanto gli avea comandato l'imperadore, con tentar anche uno scisma ma non mancò vigore nei ministri di Dio e nel loro capo, nè unione del popolo fedele romano col pontefice, di maniera che, per quante arti e maneggi costui usasse, non solamente niuno sottoscrisse l'imperial Tipo, ma continuò l'anatema proferito contra di esso dal papa e dai padri. In quest'anno poi abbiam da Teofane[3287] che _Muavia_, generale de' Saraceni, tornò colle sue masnade all'isola di Arado contigua alla Soria, e costrinse gli abitanti di quella città, dopo un fiero assedio, a rendersi, salve le persone. Rovesciò a terra quel Barbaro la città, devastò tutta l'isola, con ridurla disabitata: nel quale stato era tuttavia ai tempi di Teofane, che fiorì nell'anno 790.

NOTE:

[3285] Labbe, Concilior. tom. 4.

[3286] Anast. Bibliothec., in S. Martino.

[3287] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCL. Indizione VIII.

MARTINO papa 2. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 10. ROTARI re 15.

Giacchè non si sa l'anno preciso di un fatto di _Grimoaldo_ duca di Benevento, sarà lecito a me il riferirlo sotto il presente. Vennero (dice Paolo Diacono) i Greci per ispogliare de' suoi tesori la basilica di san Michele, posta nel monte Gargano nella Puglia, ed oggidì nella Capitanata[3288]. Era quel paese dipendenza del ducato di Benevento: però il duca Grimoaldo, al primo avviso del loro tentativo, salì a cavallo, e con quanti armati potè in fretta raccogliere, fu loro addosso, di maniera che invece di portar via il tesoro lasciarono essi quivi le loro vite. Mi maraviglio io di Camillo Pellegrino[3289] che metta qui in dubbio l'autorità di Paolo Diacono, per la troppa buona opinione ch'egli aveva de' Greci, credendoli incapaci di questo attentato, siccome cattolici, e stimando che piuttosto i Longobardi ariani, i quali saccheggiarono tempo fa il monistero casinense, avranno dato il sacco al tempio di san Michele nel monte Gargano. Ma non dovea ignorar questo valentuomo di che tempra fossero allora i Greci. Se poco fa abbiam veduto che spogliarono il gran tesoro della patriarcale lateranense in Roma stessa, loro sottoposta; se vedremo che enormi iniquità commisero fra poco contro dello stesso romano pontefice, capo visibile della Chiesa di Dio; e finalmente se intenderemo gli orridi saccheggi fatti dal medesimo Costante imperatore in Italia e Sicilia ai suoi popoli e alle chiese del suo dominio, potremo poi credere incapaci i Greci di svaligiare una basilica del paese nemico? Che se i Longobardi nei primi anni dopo la lor venuta in Italia, cioè prima di umanizzarsi e incivilirsi nel dolce clima d'Italia, arrivati a monte Casino, desertarono quel sacro luogo, vanamente si può inferire che da lì a moltissimi anni seguitassero ad operar del medesimo tenore. Benchè alcuni di quei re e moltissimi di quella nazione tuttavia professassero lo arianismo, pure anch'essi veneravano i santi e rispettavano i luoghi sacri non meno suoi che de' cattolici, posti sotto il loro dominio. Anzi si dee notare che essi ebbero una special divozione all'arcangelo san Michele, e al pari de' re franchi il presero per protettor della loro nazione. Però nelle monete dei re longobardi e dei duchi di Benevento nell'uno de' lati si vede l'immagine di esso arcangelo, al quale eziandio la pietà dei re longobardi (e non già Costantino il grande, come buonamente si figurano alcuni storici pavesi) eresse in Pavia la magnifica basilica, appellata oggidì di san Michele maggiore. Sotto a quest'anno, oppure nel seguente, Teofane[3290] racconta che i saraceni entrarono nella provincia d'Isauria, fecero quivi un grande macello di cristiani, e cinquemila ne condussero schiavi.

NOTE:

[3288] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 4, cap. 47.

[3289] Peregrinus, de Finib. Ducat. Benevent.

[3290] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCLI. Indizione IX.

MARTINO papa 3. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 11. ROTARI re 16.