Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 106
[3250] Theoph., in Chronogr.
[3251] Elmacinus, Histor. Saracen., lib. 1, pag. 29.
[3252] Niceph., in Chron., ep. 18.
Anno di CRISTO DCXL. Indizione XIII.
SEVERINO papa 1. GIOVANNI IV papa 1. ERACLIO imperadore 31. ROTARI re 5.
L'anno XXIX dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.
Finalmente in quest'anni fu consacrato papa nel dì 28 di maggio _Severino_ di nazione romano. Ci è motivo di dubitare che il clero di Roma, stanco di tanto aspettare l'assenso dell'imperadore, passasse all'ordinazione del medesimo. Tuttavia dicendo Anastasio[3253] che l'esarco di Ravenna _Isacco_ si fermò in Roma fin dopo la consecrazione di questo pontefice, non si dee facilmente immaginare che al dispetto di lui e dell'imperadore seguisse l'ordinazione suddetta. Quello che è certo, papa Severino non volle punto accettar l'ectesi, ossia la sposizion della fede, pubblicata da _Sergio_ patriarca di Costantinopoli. Anzi si hanno prove ch'egli la detestò e condannò con pieni voti del clero romano in un concilio. Ma il buon pontefice _Severino_ non campò che due mesi e quattro giorni, e lasciò di vivere nel dì primo d'agosto: papa di gran pietà, di egual zelo, e commendato da tutti per le sue molte limosine. Dopo quasi cinque mesi di sede vacante, in luogo di lui fu consecrato e posto nella cattedra di san Pietro _Giovanni_ quarto, di nazione dalmatino. Terminò ancora in quest'anno il corso di sua vita san _Bertolfo_ abate di Bobbio, la cui vita, scritta da Giona monaco contemporaneo, si legge nel tomo secondo de' Secoli benedettini del padre Mabillone. Ebbe per successore _Bobuleno_ abate, borgognone di nazione. Allora cento quaranta monaci vivevano in quel monistero. Sotto quest'anno riferisce Teofane[3254] la presa della Persia fatta dai Saraceni, dopo varie sconfitte date a que' popoli. Il padre Pagi[3255] pretende che ciò succedesse nell'anno 637; ma Elmacino[3256] anche egli parla di queste conquiste all'anno 21 dell'egira, cioè all'anno nostro 641. Impadroniti di quel regno gli Arabi, v'introdussero il maomettismo, che v'è sempre regnato da lì innanzi, e regna tuttavia, ma con sentimenti diversi dal maomettismo dei Turchi, i quali perciò riguardano i Persiani come eretici. Deesi nondimeno avvertire che sì presto non venne tutta la Persia in potere de' Saraceni, perchè il re _Jasdedirge_, ossia _Ormisda_, tenne per alcuni anni ancora una parte di quel regno, e mancò di vita solamente nell'anno 651. E in questi tempi ancora _Omaro_ califa d'essi Saraceni fece descrivere tutto il suo dominio, e tante provincie sì rapidamente da lui conquistate. Volle non solamente la lista dei paesi e delle persone, ma il registro ancora di tutte le bestie e di tutti gli alberi sottoposti alla sua signoria.
NOTE:
[3253] Anast. Bibliothec., in Severino.
[3254] Theoph., in Chronogr.
[3255] Pagius, Crit. Baron.
[3256] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, cap. 3, pag. 25.
Anno di CRISTO DCXLI. Indizione XIV.
GIOVANNI IV papa 2. ERACLIO Costantino imp. 1. ERACLEONA imperadore 1. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 1. ROTARI re 6.
Diede fine quest'anno alla carriera dei suoi giorni l'imperadore _Eraclio_. Teofane e Cedreno scrivono nel mese di marzo; e il Pagi pretende ciò succeduto nel dì undecimo di febbraio. Gli affanni ch'egli patì nel veder tante provincie rapite al romano imperio dall'innondazione de' Saraceni, servirono non poco a sconcertargli la sanità. Sopraggiunse poi l'idropisia che il portò all'altra vita. Nell'ultimo suo testamento dichiarò egualmente suoi successori nell'imperio _Eraclio_, appellato _nuovo Costantino_, a lui nato da _Eudocia_ Augusta, moglie prima; ed _Eracleona_, chiamato _Eraclio_ da altri, a lui partorito da _Martina_ Augusta, moglie in seconde nozze, con ordine ad amendue di onorare essa Martina qual madre ed imperatrice. Appena seppe _Giovanni_ papa l'assunzione al trono di questi due Augusti[3257], che scrisse ad Eraclio Costantino una lunga lettera, in cui gli fece conoscere i cattolici sentimenti di papa _Onorio_, e riprovò la sposizione della fede pubblicata dal patriarca _Sergio_, con pregarlo di voler adoperare la sua autorità per abolirla. Era Eraclio Costantino, per attestato di Zonara[3258], attaccato alla dottrina della chiesa cattolica, e fu perciò creduto che _Pirro_ patriarca di Costantinopoli, gran difensore degli errori e del monotelismo di Sergio suo antecessore, cospirasse coll'imperadrice Martina alla morte di questo principe. Infatti neppur quattro mesi sopravvisse _Eraclio Costantino_ a suo padre. Teofane[3259] scrive che fu levato di vita nel mese di maggio, o di giugno, per veleno, comunemente creduto a lui dato da essa matrigna, la qual volea solo sul trono Eracleona suo figlio, e dal patriarca Pirro, che mirava con occhio bieco un imperadore contrario ai suoi sentimenti. Ma questo assassinio non tardò Iddio a punirlo[3260]. Sollevossi contro di Eracleona Valentino, una delle guardie di Filagrio già conte delle cose private; e messo insieme un esercito, cominciò a bloccare Costantinopoli, con esigere che _Eraclio_, figliuolo del defunto Eraclio Costantino, fosse dichiarato imperadore. Il popolo di Costantinopoli per liberarsi da quella vessazione si mosse con tumulto e grida, ed obbligò Eracleona a crear Augusto il suddetto Eraclio, figliuolo di suo fratello. Pirro patriarca il coronò, ed egli prese il nome di _Costantino_, che _Costante_ vien chiamato da Teofane e da altri, e per tale il chiamerò anch'io in avvenire. Ma qui non terminò la faccenda. Quetossi il rumore per qualche tempo, ed in fine gli umori che erano in moto di nuovo si esaltarono. Per attestato di Teofane, irritato il senato e popolo contro di Eracleona e di Martina, probabilmente per la morte data ad Eraclio Costantino, li deposero. Ad Eracleona tagliato fu il naso, la lingua a Martina, ed amendue furono cacciati in esilio: con che venne a restar solo sul trono il giovane _Costante_. Pirro patriarca, nel mese d'ottobre, anch'egli spaventato dalla sollevazion di popolo, deposte le sacre vesti, e rinunziata la sua dignità, se ne fuggì; e perciò fu eletto in suo luogo _Paolo_ patriarca di Costantinopoli. Abbiamo da Eutichio[3261] che Costante imperadore rispose alla lettera già scritta da _Giovanni papa_ ad Eraclio Costantino suo padre, ed in essa gli fa sapere di aver fatta bruciare la sposizion della fede di Sergio. Ma a questo buon principio non corrispose il proseguimento della vita di questo imperadore; e noi lo troveremo nemico aperto della santa dottrina della Chiesa romana.
A questi medesimi tempi stimo io probabile che appartenga la guerra mossa in Italia dal _re Rotari_ al romano imperio; perchè niun tempo più acconcio di questo ci si presenta per immaginare ch'egli desse di piglio all'armi. Lo stato miserabile degli affari dell'imperio in Oriente, le rivoluzioni poco fa accennate di Costantinopoli, e il discredito, in cui probabilmente si trovava _Isacco_ esarco di Ravenna dopo le iniquità commesse in Roma, paiono motivi che l'inducessero nell'anno presente a rompere la pace coi Greci. Dissi la pace, e volli dir la tregua, che Rotari verisimilmente non si sentì voglia di confermare più oltre; oppure egli non era sì delicato come i suoi predecessori. Ora abbiamo da Fredegario[3262] che correva già il quinto anno, dacchè la regina _Gundeberga_ stava rinchiusa in una camera del regal palazzo di Pavia, quando capitò colà un ambasciatore di _Clodoveo II_ re de' Franchi, succeduto a _Dagoberto_ re suo padre nella Neustria e nella Borgogna. Il suo nome era _Aubedo_. Avendo egli intesa la disgrazia della regina, da cui in occasione d'altre ambascerie era stato benignamente accolto, da sè si mosse a rappresentare al re Rotari, che quella principessa era parente dei re franchi, e che farebbe cosa grata a quel re rimettendola in libertà e nel suo grado d'onore; e tanto più convenir questo al decoro di esso re Rotari, perchè dalle mani di lei egli avea ricevuto il regno. Ottimo effetto produsse questa rappresentanza. Gundeberga ricuperò la sua libertà, fu rimessa sul trono, e le furono restituite le ville e rendite che dianzi ella godeva. E buon per Aubedo, che ne fu largamente rimunerato dalla regina. All'anno 632 abbiam veduto un somigliante avvenimento di questa regina: laonde si potrebbe quasi dubitare di qualche abbaglio in Fredegario. Fino a questi tempi le città del lido ligustico erano state costanti nella fedeltà al romano imperio, nè i re longobardi aveano loro data molestia, in vigor della tregua che lungo tempo era durata fra essi e gl'imperadori. O per i motivi addotti, o per altri, che la storia ha taciuto, in quest'anno credo io, che Rotari dasse di piglio all'armi. Fredegario, dopo aver narrata l'ambasceria suddetta, seguita a far questo racconto. Nè dia fastidio ch'egli tratti di ciò all'anno 630, perchè quello storico negli avvenimenti stranieri non osserva la cronologia, e talvolta in un fiato mette insieme i fatti accaduti sotto anni diversi. Osservasi che all'anno precedente 629 egli narra la morte dell'imperadore Eraclio; eppure questi finì di vivere nell'anno presente 641. Racconta nel suddetto anno 630 l'ambasciata mandata a Pavia dal re _Clodoveo II_, il quale pure succedette a _Dagoberto_ suo padre nell'anno 658. Dice dunque Fredegario che il re _Rotari_ (da lui appellato _Crotario_) portatosi coll'esercito nel litorale ligustico, prese le città di _Genova_, d'_Albenga_, di _Varicotti_ (oggidì _Varigotti_ presso la città di Noli, la quale verisimilmente sorse dalle rovine di quella città), di _Savona_, di _Oderzo_ e di Luni. Ma lo storico fa quivi un brutto salto, mischiando _Opitergio_, ossia _Oderzo_ (città una volta, ed ora terra del Friuli) coi luoghi del litorale ligustico. Di esso si parlerà fra poco. Aggiunge ch'egli saccheggiò, devastò e smantellò le suddette città, conducendo prigionieri quegli abitanti: segno che doveva essere ben forte in collera contro d'essi. Di tali conquiste fatte da Rotari si trova menzione anche presso Paolo Diacono, raccontando egli che questo re prese tutte le città de' Romani, che sono da Luni, città della Toscana, sino ai confini del regno della Francia. E qui merita d'esser osservato che, dacchè vennero in Italia i Longobardi, l'arcivescovo di Milano si ritirò a _Genova_, e quivi seguitarono a stare fino a questo tempo anche gli altri suoi successori, trovandosi negli antichi cataloghi dei medesimi arcivescovi, pubblicati dai padri Mabillone e Papebrochio, e da me ancora[3263], che _Lorenzo II_, _Costanzo_, _Deusdedit_ ed _Austerio_, arcivescovi di Milano, ebbero la sepoltura in Genova. Dal che si può argomentar la moderazione dei re longobardi, che padroni della nobilissima città di _Milano_, si contentavano che quegli arcivescovi avessero la lor permanenza in _Genova_ città nemica, perchè ubbidiente all'imperadore. Ma dacchè Genova venne alle mani del re Rotari, non veggiamo i susseguenti arcivescovi seppelliti se non nelle chiese di Milano.
Seguita a dire Paolo Diacono, che Rotari dipoi s'impadronì a forza d'armi di _Oderzo_, città posta fra Cividal del Friuli e Trivigi, che fin allora in quelle parti s'era mantenuta esente dall'unghie de' Longobardi. Abbiamo da Andrea Dandolo[3264] che in questa occasione _Magno_ vescovo di Oderzo, uomo santo, col suo popolo si ritirò in una delle isole della Venezia, e quivi fondò una città che dal nome dell'imperadore _Eraclio_ appellò _Eraclea_, e quivi coll'autorità di papa _Severino_ e del patriarca gradense _Primigenio_ fissò la sua sedia. Se il Dandolo, che scrisse circa l'anno 1330 la sua Cronica, fosse autore più antico, si potrebbe dedurre da questo racconto che la presa di Oderzo fosse seguita prima di quest'anno. Ma in fatti tanto lontani dai suoi tempi non è molto sicura l'asserzione di questo scrittore. E tanto più che vedremo dopo alcuni anni la distruzione di Oderzo, per cui veramente il popolo di quella città fu costretto a sloggiare. Però tengo io per fabbricata prima di questo la città eracleense. Che poi la traslazion di quella sedia fosse fatta coll'approvazione di papa _Severino_, se l'immaginò il Dandolo, perchè a' tempi di lui la credette succeduta, e stimò ancora che questo papa campasse due anni, quattro mesi e otto giorni: il che s'è veduto che non sussiste. Aggiunge esso Dandolo che anche _Paolo_, vescovo di Altino, in questi tempi passò col suo popolo e colle reliquie in Torcello e nelle isole adiacenti, dove anch'egli pose la sua residenza, e che gli succedette _Maurizio_, il quale, col consenso del patriarca gradense e del popolo, ottenne un privilegio dal suddetto papa Severino. Ma finchè non si producano documenti che comprovino tante azioni fatte da questo papa nel pontificato di due soli mesi, sarà a noi lecito di sospendere qui la credenza non già del fatto, ma del tempo di questo fatto. S'egli è poi vero ciò che Paolo Diacono racconta di _Arichi_, ossia di _Arigiso_ duca di Benevento, cioè ch'egli, dopo cinquant'anni di governo, lasciò di vivere, bisogna ben dire che morisse vecchio[3265]. Restò suo successore e duca _Ajone_ suo figliuolo, ma di testa poco atta a regger popoli. Perciocchè avendolo Arigiso suo padre molto dianzi inviato a Pavia, per inchinare il re _Rotari_, egli nel viaggio volle visitar l'esarco, e vedere le grandezze di Ravenna. Ora comunemente fu creduto che i Greci in tale occasione gli dessero una bevanda, per cui talora andava fuori di sè, e da lì innanzi non fu mai sano di mente. Arigiso prima di morire raccomandò al popolo _Radoaldo_ e _Grimoaldo_ figliuoli di _Gisolfo_ già duca del Friuli, rifuggiti presso di lui, con aggiugnere ch'erano anche più idonei al governo che non era suo figliuolo: segno che l'elezion di quei duchi dipendeva dal popolo, e la confermazione apparteneva al re de' Longobardi.
NOTE:
[3257] Anastas. Bibliothec., in Collectaneis.
[3258] Zonar., in Annal.
[3259] Theoph., in Chronogr.
[3260] Niceph., in Chron., pag. 19.
[3261] Eutych., in Annalib.
[3262] Fredegar., in Chronic., cap. 71.
[3263] Rer. Italic. Scriptor., part. 2, tom. 1, pag. 228.
[3264] Andreas Dandolus, in Chronicon., tom. 12, Rer. Ital.
[3265] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 45.
Anno di CRISTO DCXLII. Indizione XV.
TEODORO papa 1. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 2. ROTARI re 7.
Dovrei qui io notare il consolato di _Costantino_, ossia _Costante_ Augusto, preso nell'anno presente, e proseguire distinguendo i susseguenti col _post consulatum_. Ma perchè si scorge oramai di niuna conseguenza un tal rito, me ne dispenserò in avvenire. Essendo rotta la tregua fra i Romani e Longobardi, siccome abbiamo detto, e continuando il re Rotari le sue conquiste, _Isacco_ esarco di Ravenna, unì quante soldatesche potè per assalire il dominio de' Longobardi, e farli desistere da ulteriori progressi. Venne dunque a dirittura alla volta di Modena, ch'era allora frontiera del paese longobardo, verso le città dell'esarcato di Ravenna. Ma trovò l'armata del re Rotari, che s'era postata al fiume _Scultenna_, appellato oggidì da noi _Panaro_, ma che ritiene nella montagna l'antico suo nome. Si venne dunque ad una giornata campale, in cui, per attestato di Paolo Diacono[3266], ebbero la peggio i Romani. Ottomila di essi rimasero estinti sul campo; agli altri le gambe salvarono la vita. Di ciò che succedesse dopo questa vittoria, a noi non resta memoria alcuna. Cessò di vivere nel presente anno _Giovanni IV_ papa, degno di gran lode per la sua singolar carità, la quale penetrò fino in Istria e Dalmazia. Avevano gli Schiavoni Gentili fatto di varie scorrerie in quelle provincie cristiane, e menata via gran quantità di schiavi. Stese il piissimo pontefice le mani della misericordia a quella povera gente, e mandata colà per mezzo di _Martino_ abate una buona somma di denaro, si studiò di riscattarne quanti mai ne potè. Questo Martino abate viene chiamato _santissimo e fedelissimo_ da Anastasio bibliotecario, senza che noi sappiamo di qual monistero egli avesse il governo. Ma la storia d'Italia in questi tempi è troppo mancante, ommettendo essa i grandi, non che i minuti avvenimenti d'allora. Succedette nella cattedra di san Pietro _Teodoro_ di nazione greco, nel dì 24 di novembre, secondo i conti del Pagi. E fino al presente anno condusse _Fredegario_ la storia sua dei Franchi. Abbiamo poi da Paolo Diacono[3267] che _Aione_ duca di Benevento governò solamente _un anno e cinque mesi_, assistito da _Radoaldo_ e _Grimoaldo_, dei quali abbiam parlato di sopra. Accadde che gli Sclavi, o Schiavoni, i quali è da credere che avessero presa se non tutta la Dalmazia, almeno parte d'essa, vennero con una gran parte di navi per bottinare vicino alla città di Siponto. Essendosi accampati in quelle parti, ed avendo fatte delle fosse, coperte intorno ai loro alloggiamenti, il duca Aione andato contra d'essi per isloggiarli, cadde col cavallo in una di quelle fosse, ed accorrendo gli Schiavoni, fu con alquanti dei suoi quivi miseramente ammazzato. _Radoaldo_, che non era ito col duca, avuto avviso della di lui sventura, accorse tosto colà, e parlando agli Schiavoni come un d'essi nella lor lingua, gli addormentò, con fare loro credere che non v'era più pericolo. Dopo di che con tutti i suoi si scagliò loro addosso, ne fece una gran strage, e forzò quei che vi restarono alla fuga. Venne appresso il medesimo _Radoaldo_ figliuolo di Gisolfo già duca del Friuli, proclamato _duca di Benevento_.
NOTE:
[3266] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 47.
[3267] Idem, ibid., cap. 46.
Anno di CRISTO DCXLIII. Indizione I.
TEODORO papa 2. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 3. ROTARI re 8.
Fino a questi tempi il regno de' Longobardi s'era governato con leggi non iscritte, il che vuol dire piuttosto con usi e consuetudini che non leggi. Ora il re _Rotari_[3268], principe non men bellicoso che amante della giustizia, veggendo le oppressioni che i più forti faceano ai deboli, prese la risoluzione di ridurre in un corpo le leggi longobardiche col consiglio e consenso dei grandi del regno, de' giudici e dell'esercito, levando le cose superflue, e mandando le malfatte, e supplendo a quel che mancava. Diede il nome di _Editto_ a questo corpo di leggi, e d'esso codice si servì poi da lì innanzi la nazion longobarda. Riesce probabile che a questa lodevol impresa egli fosse mosso anche dall'esempio fresco di Dagoberto, che avea compilato le leggi de' Franchi, degli Alamanni e della Baviera. L'anno in cui fu pubblicato questo editto, si trova espresso in vari testi, e specialmente in quello della Biblioteca ambrosiana, pubblicato dal dottor Bianchi[3269], e nel Codice della Biblioteca estense, di cui mi son servito io per l'edizion d'esse leggi[3270], colle seguenti note cronologiche: _Anno Deo propitiante regni mei octavo, aetatisque trigesimo octavo, Indictione secunda, et post adventum in provinciam Italiae Longobardorum anno septuagesimo sexto, Ticini in palatio._ Nel fine di esse leggi viene ordinato che per le cause già terminate non si ammetta revisione: _Quae autem non sunt finitae ad praesentem vigesimam secundam diem mensis hujus novembris indictione secunda inchoatae, per hoc nostrum edictum finiantur._ Manifesta cosa è che l'_Indizione seconda_ cominciò nel settembre dell'anno presente. Similmente computati _settantasei anni_ dall'ingresso dei Longobardi in Italia, succeduto nell'anno 568, si giugne al presente anno 643. Per conseguente, in quest'anno il re Rotari pubblicò le leggi longobardiche, e in questo ancora correva l'_anno ottavo_ del suo regno: da che si scorge essere stato con tutta ragione fissato il principio del suo regno nell'anno 636. Io so che il padre Pagi[3271] pretende che Rotari fosse creato re nell'anno 630, perchè s'era messo in testa che Sigeberto istorico fosse fin più di Paolo Diacono informato degli affari de' Longobardi. Ma le note cronologiche suddette abbattono affatto questa pretensione; e se il Pagi vuol a suo talento correggerle e mutarle per sostenere l'opinion di Sigeberto, autore, il quale, oltre all'essere vivuto circa l'anno 1100, cioè tanto lungi da questi tempi, non ebbe altro scrittore delle cose longobardiche da seguitare, fuorchè lo stesso Paolo Diacono: sanno gli eruditi che dai documenti contemporanei si han da emendare gli storici posteriori, e non già fare al rovescio. E tanto meno possiam qui seguitar Sigeberto, perchè egli mette nell'anno 630 l'assunzione al trono di _Rotari_, con dire ch'egli succedette al re _Adaloaldo_: errore massiccio, essendo evidente che fra Adaloaldo e Rotari regnò il re _Arioaldo_. Vien riferita a questo anno dal suddetto Pagi una bolla di papa Teodoro in favore di _Bobuleno_ abbate di Bobbio, pubblicata dall'Ughelli[3272] o dal Margarino[3273]. Le note cronologiche son queste: _Data IV nonas maji, imperii domini piissimi Augusti Constantini anno secundo, consulatus primo, Indictione I; anno Domini DCXLIII._ L'Ughelli tralasciò l'anno dell'Incarnazione, perchè ben sapeva che non era per anche in uso nella Chiesa romana l'era nostra volgare; e veramente, tolto questo, le note suddette han tutta l'aria di una veneranda antichità. Ma è da vedere se il papa potesse chiamar _figlio nostro_ il re Rotari, che, siccome ariano, non era figliuolo della Chiesa cattolica. E se abbia dell'affettazion il dirsi in essa Bolla, che nel monistero di Bobbio si contavano _cento cinquanta monaci_. Oltre di che, in una storia citata dall'Ughelli son detti _cento quaranta_. Ma certo non può sussistere quel concedersi dal sommo pontefice Teodoro, _ut liceat abbati ejusdem venerabilis loci mitra et aliis pontificalibus uti_. Passarono dei secoli dipoi prima che fosse accordata dalla santa Sede la _mitra_ con gli altri ornamenti pontificali agli abbati. Merita ancora riflessione il concedersi quivi, che l'abbate d'esso monistero _infra sacra mysteria constitutus, signacula sanctae Crucis valeat praemuniri_. Il Margarino legge: _Infra sacra ministeria_, ec, _populum valeat praemunire._ Se s'intende della benedizione che davano i vescovi, non era per anche esteso agli abbati un sì fatto privilegio. Tralascio altre parole, che tutte unite mi fan dubitare della legittimità di quella bolla; e probabilmente ne dubitò anche il padre Mabillone, non avendo io trovato che ne faccia menzione negli Annali benedettini, ancorchè risponda all'Ughelli, al quale parve strano il dirsi quivi dal papa, che i monaci di Bobbio erano _sub regula sanctae memoriae Benedicti, reverendissimi Columbani_.
NOTE:
[3268] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 4.
[3269] Blancus, in Not. ad Paul. Diacon., lib. 1, cap. 14.
[3270] Rerum. Italicar. Scriptor., part. 2, tom. 1.
[3271] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 638, n. 7.
[3272] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in episc. Bob.
[3273] Margarin., Bullar. Casinens., tom. 1, constitut. 3.
Anno di CRISTO DCXLIV. Indizione II.
TEODORO papa 3. COSTANTINO detto COSTANTE, imperadore 4. ROTARI re 9.