Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 105

Chapter 1053,670 wordsPublic domain

In questa maniera finì Tasone i suoi giorni. Paolo Diacono racconta anche egli questo fatto, con dire che _Gregorio patrizio dei Romani_ (creduto da Adriano Valesio[3235] e dal Fontanini, esarco di Ravenna, quando è certo che in questi tempi _Isacco_ era tuttavia esarco) invitò esso Tasone duca alla città di Opitergio, oggidì Oderzo, con dichiararlo suo figliuolo; onore che, come di sopra abbiam detto, si praticava molto in questi tempi, e di tosargli la barba nella maniera che portavano allora i Romani, affinchè si conoscesse aver egli abbracciato il partito dell'imperadore. Andò alla buona esso Tasone con Caccone suo fratello ad Oderzo; e non sì tosto fu dentro coi suoi, che vide serrar le porte e uscire contra di lui gente armata. Conosciuto l'inganno dai due fratelli e dal loro seguito, si disposero a vendere almen cara la vita; e datosi l'uno all'altro l'ultimo addio, cominciarono disperatamente a combattere, e dopo una grande strage dei Romani, caddero infine anch'essi trafitti da più spade a terra. Questo Gregorio patrizio dovea comandare in quelle parti per l'imperadore, ed eseguì probabilmente ciò che gli fu ordinato dall'esarco Isacco. Seguita poi a dire Paolo Diacono[3236], che nel ducato del Friuli succedette _Grasolfo_ fratello di Gisolfo già duca di quel paese. E che _Radoaldo_ e _Grimoaldo_ non sapendo accomodarsi a stare sotto la potestà del zio paterno, essendo già cresciuti in età, si misero in una barchetta, e con essa per mare giunsero ai lidi del ducato di Benevento, e furono a trovar _Arichi_ o vogliam dire _Arigiso_, duca di quella contrada, che era stato lor aio, e li raccolse come se fossero stati propri figliuoli. In questi tempi sempre più arridendo la fortuna agli Arabi ossia ai Saraceni, con uno smisurato esercito passaron essi alla volta di Damasco[3237]. Fu ad incontrarli l'esercito cesareo composto di quarantamila combattenti, e condotto da _Baane_; ma non potè resistere alla forza di que' Barbari, e quasi tutto restò o trucidato dalle spade nemiche, o affogato nel fiume Jermocta. Dopo di che essi Barbari assediarono e presero la città di Damasco e tutta la provincia della Fenicia, dove si fecero un buon nido. Quindi passarono in Egitto con tutte le lor forze. _Ciro_, patriarca di Alessandria, per ischivar questo pericolo, aveva dianzi accordata un'annual somma di danaro a quella mala gente. Se l'ebbe a male l'imperador _Eraclio_, e mandò in Egitto _Giovanni_ duca di Barcena[3238] con ordine di non pagare un soldo, e gli diede un'armata che fu appresso disfatta dai Barbari vittoriosi. Susseguentemente inviò colà _Mariano_ suo cameriere per comandante dell'armi, e con commissione d'intendersi col patriarca Ciro, per trovare rimedio a sì scabrose contingenze. Ciro, che era ben veduto da _Omaro_ califa, e da tutto l'esercito de' Saraceni, consigliò all'imperadore che si accordasse un tributo annuo a quegl'infedeli, il quale, senza scomodo dell'erario, si ricaverebbe dalle mercatanzie; e che l'imperadore desse per moglie ad esso Omaro una delle sue figliuole, perchè teneva quasi per certo che costui si farebbe cristiano. Non piacque il parere ad Eraclio, e piuttosto volle avventurare un'altra battaglia. Ancor questa terminò colla total disfatta dell'esercito di Mariano. Allora fu scritto a Ciro, che trattasse per far accettare ai Saraceni le condizioni proposte; ma non fu più a tempo. Gli Arabi aveano preso l'Egitto, e sel vollero ritenere; anzi quivi posero la sede principale del loro imperio, con cominciarsi da lì innanzi ad udire i califi e i soldani d'Egitto di razza araba, ossia saracena. Elmacino, siccome vedremo, mette più tardi la total conquista dell'Egitto fatta da essi Saraceni.

NOTE:

[3232] Fredegarius, in Chron., cap. 68.

[3233] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 40.

[3234] Fredegar., cap. 69.

[3235] Hadrianus, Valesius in Not. ad Panegyr. Barengarii.

[3236] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 41.

[3237] Theoph., in Chronogr.

[3238] Niceph., in Brev. Hist., pag. 17.

Anno di CRISTO DCXXXVI. Indizione IX.

ONORIO I papa 12. ERACLIO imperadore 27. ROTARI re 1.

L'anno XXV dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Dopo avere lo storico Fredegario narrata la morte di _Tasone_ duca del Friuli, aggiugne che pervenne poco dopo al fine dei suoi giorni _Arioaldo_ re dei Longobardi. Secondo i di lui conti, la morte di questo re accadde nell'anno 630. Ma ciò non può sussistere, per quanto si è veduto al primo anno del suo regno, e massimamente per quello che si vedrà di _Rotari_ suo successore. Regnò esso Arioaldo, per attestato di Paolo Diacono[3239], _dodici anni_, e però dovrebbe cadere nel presente il fine della sua vita; se non che in un'antichissima cronichetta, da me data alla luce nelle antichità italiche, _dieci_ anni solamente gli son dati di regno. Seguita poi a scrivere Fredegario, che la regina _Gundeberga_, vedova di Arioaldo, avendo in pugno i voti de' Longobardi, disposti a crear re chi da lei fosse eletto, chiamò a sè _Crotario_ duca di Brescia, che _Rotari_ sarà detto da noi, perchè così appellato da Paolo Diacono, e così chiama egli sè stesso nelle leggi longobardiche. Gli propose dunque il suo matrimonio, purchè egli lasciasse la moglie che aveva, attesochè queste nozze porterebbono con seco la corona del regno dei Longobardi. Non ci vollero molte parole ad ottenere il suo consenso. Esigè eziandio la medesima regina, che Rotari in varie chiese si obbligasse con giuramento di non pregiudicare giammai al grado ed onor suo di regina e moglie; e Rotari tutto puntualmente promise. Nè andò molto che Gundeberga fece riconoscere per re da tutti i Longobardi esso Rotari. Ma questo re, secondochè abbiamo dal suddetto Paolo Diacono, era infetto dell'eresia ariana, ed in questi tempi per quasi tutte le città del regno de' Longobardi si trovavano due vescovi, l'uno cattolico, e l'altro ariano per quei Longobardi che tuttavia stavano pertinaci in quella setta. E nominatamente in Pavia a' tempi ancora di Paolo diacono si mostrava la basilica di sant'Eusebio, dove Anastasio vescovo ariano teneva il suo battisterio, e ministrava i sacramenti a quei della sua credenza. Ma in fine questo medesimo vescovo abbracciò il cattolicismo, e solo governò poi santamente la chiesa pavese. Per altro era _Rotari_ principe di gran valore ed amatore della giustizia. Attesta egli nella prefazione alle sue leggi di essere della nobil prosapia di _Arado_, ed accenna varii suoi antenati, perchè una cura particolare teneano i Longobardi di quella che chiamasi nobiltà di sangue. Crebbero in questo anno le calamità del cristianesimo per la prepotenza de' Saraceni, a' quali l'imperadore _Eraclio_ non sapea come resistere; già aveano fissato il dominio nell'Egitto, già erano devenuti padroni di Damasco e di buona parte della Palestina; altro più non vi restava che la santa città di Gerusalemme, la qual fosse d'impedimento alla felice carriera delle loro conquiste. Però in quest'anno con un formidabil esercito passarono ad assediarla. Noi siam tenuti a venerare gli alti decreti di Dio, ancorchè a noi siano occulti i motivi e i fini, per cui l'infinita sua Sapienza ora deprime, ora lascia prosperare i nemici della sua vera e santa religione. Qui il cardinal Baronio si crede d'aver trovata l'origine di tanti guai, cioè perchè Eraclio imperadore, dopo tanti benefizii ricevuti da Dio, per i quali dovea essere più pronto e sollecito a difendere e propagare la pietà cattolica, divenuto in questi tempi ribello della Chiesa cattolica, cominciò a farle guerra e a sostenere gli eretici: con che si tirò addosso lo sdegno di Dio, che suscitò i Barbari Saraceni contra del romano imperio. Ma se quell'insigne porporato avesse preso a scusar questo imperadore, siccome egli gagliardamente fece in favore d'_Onorio_ papa, avrebbe potuto dire che anche Eraclio fu da compatire se aderì al partito dei monoteliti, perchè dalla Chiesa non era per anche dichiarato ereticale quel sentimento. Lo vedeva sostenuto da tre patriarchi dell'Oriente, cioè di Costantinopoli, di Alessandria e di Antiochia. Lo stesso Onorio papa non avea condannata per anche quella falsa dottrina, e comunicava tuttavia con esso imperadore e coi suddetti patriarchi. Però in tali circostanze non par giusto trattarlo da nemico dichiarato della Chiesa cattolica, nè da eretico, siccome certamente tale neppur fu Onorio pontefice, benchè il padre Pagi[3240] ed altri scrittori trovino in lui troppa facilità, e non poca negligenza nell'occasione di tal controversia. In somma, prima che la Chiesa decida intorno a certe scabrose dottrine non prima decise, o almen prima che si sappia che la santa sede romana disapprova tali dottrine, possono intervenir ragioni che scusino da peccato chi ha tenuta opinion contraria. Dopo la cognizione, o decisione suddetta, allora sì che è certo il reato di chi vuole opporsi, benchè sappia di andar contro alla mente de' sommi pontefici e de' concilii, infallibili giudici dei dogmi della Chiesa cattolica.

NOTE:

[3239] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 44.

[3240] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 633.

Anno di CRISTO DCXXXVII. Indizione X.

ONORIO I papa 13. ERACLIO imperadore 28. ROTARI re 2.

L'anno XXVI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

L'assediata città di Gerusalemme in quest'anno cadde in potere de' Saraceni[3241]. Vedesi una bella e patetica omilia di _Sofronio_ santo vescovo di quella città, recitata nel dì di Natale, mentre durava l'assedio, e rapportata dal cardinal Baronio[3242]. _Omaro_ califa e principe di quei Barbari, e discepolo di Maometto, a patti di buona guerra entrò in quella santa città da bravo ipocrita, cioè coperto di cilicio, e mostrando di piangere la distruzione del tempio di Salomone. Non tardò costui a fabbricare una moschea alla superstizione maomettana; ed Elmacino[3243] attesta ch'egli concedette a quel popolo la sicurezza per le loro persone, chiese e beni. L'afflizione che provò in tanta disavventura il suddetto piissimo servo di Dio san Sofronio vescovo, quella fu che il condusse a morte: vescovo di gloriosa memoria, perchè quasi solo sostenne intrepidamente la vera sentenza della Chiesa di Dio nelle dispute d'allora, e lasciò dei discepoli che seguitarono a sostenerla. S'aggiunse a questi malanni, che la cattedra di Gerusalemme col favore de' Saraceni fu occupata da _Sergio_ vescovo di Joppe, uomo di costumi e di dottrina diverso dal suo predecessore. Nè qui finirono le conquiste degli Arabi Saraceni. Per quanto scrive sotto quest'anno il soprammentovato Elmacino, tolsero ai Persiani la città di Medaina, dove trovarono il tesoro del re _Cosroe_, consistente in tre milioni di scudi d'oro, in una gran copia di vasi d'oro e d'argento, di canfora, di tappeti, e vesti d'infinito valore. Doveano ben costoro prendere gusto alla guerra. Diedero poi battaglia ai Persiani presso la città di Gialula, e li disfecero colla fuga del re _Jasdegirge_, chiamato _Ormisda_ da Teofane, ultimo fra i re della Persia. Però Omaro califa, ossia principe d'essi Saraceni, a cagione di così grande estension di dominio, si cominciò a chiamare _Amirol-Muminina_, ossia _Amiral-Mumnin_, che gli storici nostri appellarono col tempo _Miramolino_, e significa _padre de' credenti_. Dappoichè _Rotari_ fu salito sul trono de' Longobardi, per quanto ne scrive Fredegario[3244], si diede a sfogare il suo sdegno contra di que' nobili della sua nazione, i quali o aveano contrastata la di lui elezione, oppure si scoprirono pertinaci in non volerlo riconoscere per re. Molti dunque ne levò dal mondo; e con questo rigore e crudeltà si rendè temuto e rimise in piedi la disciplina militare scaduta, benchè anch'egli inclinasse alla pace. Ma riuscì ben detestabile l'ingratitudine sua verso della regina _Gundeberga_, dalle cui mani avea ricevuta la corona, e a cui si era obbligato col vincolo di tanti giuramenti. La cagione non si sa: ma forse la diversità della religione occasionò questi disturbi. Solamente narra quello storico, che Rotari la fece confinare in una camera del palazzo di Pavia, con averla ridotta in abito privato. Diedesi poi egli a mantener delle concubine; e intanto la buona principessa cattolica mangiava il pane della tribulazione con somma pazienza, benedicendo Iddio, e attendendo continuamente alle orazioni e ai digiuni. Circa questi tempi ancora _Dagoberto_ re de' Franchi deputò uomini dotti, che compilassero e mettessero in buon ordine le leggi dei Franchi, degli _Alamanni_ e de' _Baioarii_, cioè della Baviera, perchè a tutti que' popoli ei comandava. Queste leggi avevano avuto principio da _Teoderico_ figliuolo di _Clodoveo_ il grande, e poscia le migliorarono i re _Childeberto II_ e _Clotario II_; ma in fine la perfezion delle medesime venne da esso re Dagoberto, e noi le abbiamo stampate dal Lindenbrogio e dal Baluzio. È cosa da notare, perchè troveremo a suo tempo l'uso di queste leggi anche in Italia.

NOTE:

[3241] Theoph., in Chronogr.

[3242] Baron., Annal. Eccl.

[3243] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, cap. 3.

[3244] Fredegar., in Chron., cap. 70.

Anno di CRISTO DCXXXVIII. Indizione XI.

ONORIO I papa 14. ERACLIO imperadore 29. ROTARI re 3.

L'anno XXVII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Terminò i suoi giorni in quest'anno il sommo pontefice _Onorio_, e, secondochè s'ha da Anastasio[3245], fu seppellito nel dì 12 di ottobre; pontefice che lasciò in Roma insigni memorie della sua pietà e munificenza per tante chiese fabbricate e ristorate, e per tanti preziosi ornamenti donati a varii sacri templi, ascendenti ad alcune migliaia di libbre d'argento, senza mettere in conto tant'altri d'oro. Anastasio ne ha fatta menzione, ma con aggiugnere che troppo lungo sarebbe il volerli registrar tutti. Pontefice, al cui zelo è dovuta la conversione alla fede di Cristo dei Sassoni occidentali nell'Inghilterra, siccome attesta Beda[3246]. Pontefice infine di dottrina ortodossa, la cui memoria non meritava di essere sì maltrattata dopo la morte a cagione dell'eresia de' monoteliti, dall'approvar la quale egli fu ben lontano, come han dimostrato uomini dottissimi. E qui si vuol rammentare che a questo pontefice è dovuta la gloria di avere estinto per qualche tempo lo scisma della chiesa d'Aquileia, almeno nell'Istria, con avere finalmente que' vescovi accettata la condanna dei tre capitoli e il concilio quinto generale, ed essere tornati all'ubbidienza della sede apostolica. Di ciò non fece menzione l'insigne cardinal Noris nel suo Trattato del concilio suddetto, perchè non si avvisò di cercarne le chiare pruove, rapportate fuor di sito dal cardinal Baronio, cioè nell'Appendice al tomo duodecimo degli Annali ecclesiastici. Ma ciò chiaramente si riceva dall'epitaffio d'esso papa Onorio. Certo è nondimeno che non durò questa unione, perchè al concilio romano dell'anno 679 non intervenne co' suoi suffraganei il vescovo d'Aquileia, ma solamente _Agatone_ vescovo di Grado, che s'intitola _vescovo_ d'Aquileja: il che servì di confusione all'Ughelli nell'Italia sacra. Fu lungo tempo dipoi vacante la santa sede, perchè non tardò già il clero, senato e popolo di Roma a procedere all'elezion del suo successore, che fu _Severino_, ma bensì tardò a venire l'assenso dell'imperadore più di un anno e sette mesi. Proseguiva intanto a dilatarsi in Oriente colla forza dell'armi la falsa legge di Maometto e il dominio de' Saraceni. Teofane[3247] prima d'ora racconta che _Giovanni Carea_, procuratore della provincia osroena di là dall'Eufrate, era stato a trovare _Jasdo_, generale del califa _Omaro_, in _Calcedone_, per trattar seco d'aggiustamento. Il suo testo è qui fallato, e in vece di _Calcedone_ ha da dire _Calcide_, cioè il paese di _Calcide_. Si convenne di pagare agli Arabi centomila nummi ogni anno, e all'incontro gli Arabi non passerebbono di là dall'Eufrate. Fu pagato questo tributo. Se l'ebbe a male _Eraclio_, perchè senza sua saputa ed assenso fosse seguita quella convenzione. Ne portò la pena Giovanni con essere cacciato in esilio. Ma in quest'anno si avanzarono gli avventurosi Saraceni fino alla gran città d'Antiochia, capitale della Soria, e a forza d'armi la presero; con che tutta la provincia della Soria venne in lor potere. Scrive in quest'anno il cardinal Baronio che _santo Ingenuino_, vescovo sabionense, fu mandato in esilio dal re _Rotari_, a Brixen ossia alla città di Bressanone nel Tirolo: il che giudica egli accaduto per cagion della religione sotto questo re ariano. Trasse il porporato annalista una tal notizia dalla chiesa di Bressanone; ma il Pagi ha delle difficoltà a credere il fatto; anzi osserva che nell'uffizio che si recita ad onore di questo santo vescovo nella chiesa suddetta, vien detto ch'egli fu mandato in esilio dal re _Autari_: il che non può sussistere, perchè Ingenuino intervenne dipoi al conciliabolo di Marano, e tenne il partito del patriarca scismatico di Aquileia. Però stima esso Pagi che l'esilio di santo Ingenuino succedesse sotto il re _Arioaldo_. Tutte immaginazioni, al creder mio, fondate sopra tradizioni volgari, e non già sopra storia o documento alcuno autentico. _Sabione_ nel Tirolo, ossia _Savione_ o _Sublavione_ presso gli antichi, non era per la diocesi diverso da _Bressanone_; ed allorchè fu distrutta quella città, i vescovi cominciarono a risiedere nella terra di Bressanone, divenuta poi città dove tuttavia risiedono. Però, che esilio sarebbe mai stato questo? Oltre di che, non abbiam pruova alcuna che il dominio de' Longobardi si estendesse nel Tirolo, anzi ne abbiamo il contrario, cioè non passava oltre ai confini del ducato di Trento. Nè si ha altra memoria che i re longobardi, quand'anche erano ariani, inquietassero i vescovi cattolici, nè il popolo cattolico per cagion della religione. Per conseguente, troppe difficoltà patisce il fatto di santo Ingenuino, onde meglio fia il sospenderne la credenza. Intorno a questo santo vescovo è da vedere il Bollando negli Atti de' santi[3248]. Fu in quest'anno rapito dalla morte _Dagoberto_ re de' Franchi, e la monarchia francese venne di nuovo a dividersi ne' due suoi figliuoli _Sigeberto_ e _Clodoveo II_. Al primo toccò l'Austrasia, al secondo la Neustria colla Borgogna.

NOTE:

[3245] Anastas. Bibliothec., in Vit. Honorii L.

[3246] Beda, Hist. Angl. lib. 3, cap. 7.

[3247] Theoph., in Chronogr.

[3248] Bollandus Act. Sanctor, ad diem V februarii.

Anno di CRISTO DCXXXIX. Indizione XII.

SEDE vacante. ERACLIO imperadore 30. ROTARI re 4.

L'anno XXVIII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Restò vacante in tutto quest'anno la cattedra di san Pietro, non essendo mai venuta dalla corte imperiale la licenza di consacrare l'eletto papa _Severino_. Congettura il cardinale annalista, che procedesse sì gran ritardo dal maneggio di _Eraclio_ Augusto e dall'esarco, perchè volevano prima indurre Severino ad accettare l'ectesi, ossia l'istruzione pubblicata da Sergio patriarca di Costantinopoli intorno alla controversia del monotelismo, al che Severino non volea per conto alcuno acconsentire. In fatti, verso il fine del precedente anno il suddetto _Sergio_ avea esposta al pubblico quell'istruzione, o esposizion di fede, e per darle più credito, s'era servito del nome dell'imperadore Eraclio. Certo è ch'esso Augusto chiaramente dipoi protestò di non aver avuta parte in essa, e ne fece una pubblica dichiarazione. In essa dunque Sergio proibiva il dire una o due operazioni in Cristo, con asserir poi chiaramente una sola volontà nel medesimo Dio-Uomo. Finì poi di vivere _Sergio_ nel gennaio dell'anno presente, ed ebbe per successore _Pirro_, il quale non tardò ad approvare l'ectesi, o, vogliam dire, l'istruzion perniciosa del suo predecessore. Il padre Combefis pretese che da altri motivi derivasse la soverchia dilazione del pontificato di Severino; ma è sostenuta anche dal padre Pagi con buone ragioni. Ora accadde in questo anno una scandalosa prepotenza usata dai ministri imperiali in Italia. Il fatto è raccontato da Anastasio bibliotecario[3249]. Le truppe dell'imperadore in queste parti non erano pagate. Un brutto ripiego a questo bisogno venne in mente ad _Isacco_ patrizio esarco di Ravenna, cioè di pagarle col tesoro della basilica lateranense, dove si trovavano tanti preziosi arredi e vasi sacri d'oro e d'argento, donati a quell'augusta patriarcale da molti pontefici, imperadori e patrizii, come anche dalla gente pia. Se la intese con _Maurizio_ cartulario dell'imperadore in Roma, il quale un dì che la guarnigione di Roma domandava il soldo, disse di non poter darlo; e poi soggiunse che nel tesoro lateranense v'era una prodigiosa quantità di danaro, raunato da papa _Onorio_, che a nulla serviva, e che sarebbe stata ben impiegata in soddisfare alle milizie, dalle quali dipendeva la difesa e sicurezza della città. Anzi fece loro sacrilegamente credere che l'imperadore avea mandate le paghe varie volte, e il buon papa le avea quivi riposte. Di più non ci volle per muover tutti i soldati abitanti in Roma a volersi pagar da sè stessi. Volarono al palazzo lateranense, ma non poterono entrar nel tesoro, perchè la famiglia dell'eletto papa _Severino_ fece fronte. Si fermarono le soldatesche per tre dì nel palazzo, e finalmente Maurizio entrò nel tesoro, e fatto sigillare il vestiario e tutti gli arredi, avvisò poi lo esarco del suo operato. Se n'andò tosto a Roma Isacco, e per non aver chi gli facesse resistenza, sotto varii pretesti mandò i principali del clero in esilio in varie città circonvicine. Di là a qualche dì entrò nel tesoro, e per otto giorni attese a svaligiarlo. Crede il Pagi che lo imperadore Eraclio non fosse prima consapevole di questa sacrilega violenza, nè l'approvasse dipoi, e potrebbe essere. Abbiam nondimeno dal medesimo storico che Isacco l'esarco mandò a Costantinopoli allo stesso Augusto una parte di questa preda. Certo non resta memoria che i re longobardi ne facessero di queste ne' paesi al loro dominio suggetti.

Sotto il presente anno viene scritto da Teofane[3250] che _Jasdo_ generale dei Saraceni, passato coll'esercito di là dall'Eufrate, occupò la città di _Edessa_ e di _Costanza_, e poscia ebbe a forza d'armi la città di _Daras_, dove mise tutto quel popolo cristiano a fil di spada. In tal maniera la provincia osroena, anzi tutta la Mesopotamia, tolta all'imperio romano, venne in potere di quella barbarica nazione. Elmacino[3251] differisce più tardi la conquista di quel paese, e nel presente mette l'ingresso de' Saraceni nell'Egitto, e la pressa di _Misra_, creduta la città di _Menfi_. Aggiugne che intrapresero l'assedio di _Alessandria_, il quale durò quattordici mesi colla perdita di ventitremila Muslemi, cioè Maomettani, ed infine se ne impadronirono nell'anno ventesimo dell'egira, ch'ebbe principio nel dì 16 di luglio dell'anno di Cristo 640. Scrisse allora _Amro_ generale al califa Omaro di aver fatta quell'impresa, con trovare in essa città quattromila bagni, ventimila ortolani che vendevano erbaggi, quattromila Giudei che pagavano tributo, e quattrocento mimi, cioè commedianti. Ma che molto prima accadesse la perdita dell'Egitto, se non è fallato il testo di Niceforo[3252], si può dedurre dal di lui racconto. Narra egli dunque sotto l'_Indizione XII_ corrente in quest'anno fino al settembre, che verso il fine dell'anno precedente _Ciro_ patriarca alessandrino, uno de' maggiori atleti del monotelismo, fu chiamato a Costantinopoli dall'imperadore _Eraclio_, il quale era nelle furie contro di lui, quasi che egli avesse proditoriamente fatto cadere in mano de' Saraceni tutto l'Egitto. Ciro addusse in pubblico concistoro le sue discolpe, e rigettò sopra i ministri imperiali l'origine di quelle disavventure. Ma non lasciò per questo l'imperadore Eraclio di chiamarlo un gentile e un nemico di Dio, che aveva tradito il popolo cristiano, e consigliato di dare una figliuola di esso Augusto ad _Omaro_ principe de' Saraceni. Però minacciatolo di morte, il diede in mano al prefetto della città, acciocchè a forza di tormenti scoprisse la verità del preteso tradimento.

NOTE:

[3249] Anastas., in Vita Severini.