Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 104

Chapter 1043,319 wordsPublic domain

Nacque nell'anno presente[3216] nel dì 7 di novembre un figliuolo ad _Eraclio Costantino_. Augusto, e per conseguente un nipote d'_Eraclio_ il grande imperadore, e gli fu posto il nome di _Eraclio_, ma dopo la morte del padre egli assunse quello di _Costante_, o, come altri vogliono, di Costantino, sebbene par più probabile che nel battesimo fosse nominato _Eraclio Costante_. Allo stesso Eraclio imperadore, mentre era in Oriente, _Martina_ Augusta partorì un figliuolo che fu appellato _David_, e giunse ad avere il titolo di Cesare, ma ebbe corta vita. Parimente a _Dagoberto_[3217] re de' Franchi nacque fuor di matrimonio da una giovine chiamata Ragnetruda un figliuolo che ebbe nome _Sigeberto_, o _Sigoberto_, che poi fu re. In questi tempi i re franchi non distinguevano i figliuoli bastardi dai legittimi, e nel medesimo tempo teneano più d'una moglie e molte concubine. Fredegario lo attesta dello stesso re Dagoberto, e ve ne ha degli altri esempli. Però quei re non aveano per anche dismessi tutti i riti e disordini della gentilità; e in paragon loro si può dire che fossero meglio costumati i re longobardi, benchè non tutti cattolici. Sotto quest'anno mise Andrea Dandolo[3218], e dopo lui il cardinal Baronio[3219], l'assunzione di _Primigenio_ patriarca gradense. Per maneggio dei Longobardi era stato eletto patriarca di Grado (tuttochè quell'isola fosse suggetta all'imperadore) _Fortunato_, il quale, non meno del patriarca di Aquileia, rispettava il concilio quinto generale. Scoperto che fu il suo cuore scismatico, il clero di Grado e i vescovi dell'Istria, fedeli ed uniti colla Chiesa romana, si sollevarono contro di costui, di maniera che non veggendosi egli sicuro, e temendo che l'esarco di Ravenna non mandasse un dì a farlo prigione, dopo avere svaligiata quella chiesa di tutti i suoi vasi ed arredi più preziosi, e fatto lo stesso a varie chiese parrocchiali e spedali dell'Istria, se ne scappò con tutto quel tesoro a Gormona, castello del Friuli sotto il dominio de' Longobardi. Portatone l'avviso a papa _Onorio_, immediatamente elesse vescovo di Grado _Primigenio_ suddiacono e regionario della santa Chiesa romana, e lo spedì colà ornato del pallio archiepiscopale, e con una lettera che è interamente riferita dal Dandolo e dal cardinal Baronio. Ma nell'edizione da me[3220] fatta del Dandolo, quella lettera, secondo il testo della Biblioteca ambrosiana, è data _XII kalendas martias, Heraclii anno XVIII_. E però se questa data si ha da attendere, l'elezione di Primigenio dee appartenere all'anno 628, in cui appunto la referì il Sigonio[3221], e dopo il padre de Rudeis[3222]. In essa lettera parla della _Cristianissima repubblica_. Immaginò il cardinal Baronio che volesse dir della _veneta_. Chiaro è che tal nome significava allora il romano imperio, ed io altrove l'ho dimostrato. Soggiunse poscia il Dandolo, che Primigenio si studiò, per quanto potè, di muovere il re de' Longobardi a far restituire alla sua chiesa il tesoro involato, ma tutto indarno, probabilmente perchè passava poca intelligenza fra il re Arioaldo e _Tasone_ duca del Friuli, ne' cui stati si era rifugiato lo scismatico ladrone. Però il patriarca Primigenio spedì un suo apocrisario ad _Eraclio_ Augusto, con rappresentargli il rubamento fatto alla sua chiesa, e che i Longobardi aveano sottratto e cercato di sottrarre dalla sua ubbidienza i vescovi suffraganei. Allora il piissimo imperadore, non potendo far altro, gli mandò tanto oro ed argento, che valeva assai più di quel ch'era stato tolto alla di lui chiesa. In questi tempi il patriarca di Grado era anche vescovo delle isole circonvicine, coll'union delle quali a poco a poco si componeva e si andava aumentando la nobilissima città di Venezia. Al suddetto Primigenio vien attribuita dal Dandolo la traslazione dei corpi de' santi Ermagora e Fortunato dai confini d'Aquileia all'isola di Grado.

NOTE:

[3216] Theoph., in Chronogr.

[3217] Fredegar., in Chron., cap. 59.

[3218] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[3219] Baron., Annal. Eccl.

[3220] Antiq. Ital., Dissert. XVIII.

[3221] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.

[3222] De Rudeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 34.

Anno di CRISTO DCXXXI. Indizione IV.

ONORIO I papa 7. ERACLIO imperadore 22. ARIOALDO re 7.

L'anno XX dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

In quest'anno, per quanto si può ricavar da Niceforo[3223], Eraclio imperadore dichiarò Cesare _Eraclio_, nato da Martina Augusta ed appellato da altri _Eracleona_, il quale poscia col tempo divenne imperadore e regnò. Ma intanto si andava, non dirò fabbricando, ma bensì accrescendo una nuova e già fabbricata tentazione alla Chiesa di Dio in Oriente, stante l'eresia dei monoteliti, che mettevano in Cristo Signor nostro una sola volontà, e mentre professavano colle parole di condannar gli errori di Nestorio e d'Eutichete, coi fatti erano dietro a canonizzar l'eresia dell'ultimo, oppure i sentimenti riprovati di Apollinare. Gli autori e le balie della falsa opinione dei monoteliti furono _Sergio_ patriarca di Costantinopoli e _Ciro_ vescovo di Faside, il quale ultimo nel precedente anno passò ad essere patriarca di Alessandria, e cominciò nell'anno presente a disseminar la sua falsa dottrina. Credesi che Sergio costantinopolitano, interrogato sopra questa materia da esso Ciro nell'anno 626, rispondesse conformemente alla sentenza di Ciro. E veramente era assai dilicata la materia, perchè sapendosi che la volontà di Cristo in quanto uomo era sì unita e subordinata alla volontà di lui in quanto era Dio, che non vi poteva essere vera discordia fra esse: perciò sembrava che potesse dirsi una sola volontà in Cristo Dio ed uomo. Ma la verità è, che siccome in Gesù Cristo sono due nature diverse, ipostaticamente, insieme unite e non confuse, così in lui conviene ammettere due volontà diverse, corrispondenti alle due nature; volontà benchè libere, non però mai discordi fra loro. Il peggio fu che lo stesso imperadore _Eraclio_ non solo disavvedutamente abbracciò anche egli l'errore de' monoteliti, ma cominciò a fomentarlo: il che denigrò poi la sua fama, e diede occasione ai posteri di fargli un processo. Che disordini partorisse col tempo sì fatta controversia, l'andrò accennando più abbasso. Se vogliam credere a Costantino Porfirogenneta[3224], citato dal padre Pagi, circa questi tempi i _Croati_, dianzi gentili, si convertirono alla santa religione di Cristo. Questo popolo trasse l'origine sua dalla Polonia e dalla Lituania. Ed allorchè regnava l'imperadore Eraclio, al quale ebbero ricorso, fu loro assegnato quel paese che oggidì si chiama Croazia, poco lontano dai confini della Italia. Aggiugne che a forza di armi ne scacciarono gli Abari, cioè gli Avari, Unni di nazione, e poscia essendo lor principe _Porga_, ricorsero a Roma, che mandò loro un arcivescovo, preti e diaconi, che battezzarono quel popolo e l'istruirono secondo i riti della Chiesa romana, con farli giurare di non invadere le terre altrui, ma solamente di difender le proprie occorrendo. Nella sostanza di questo racconto noi possiam credere a Costantino Porfirogenneta, che scrivea circa l'anno 950; ma si può dubitar forte del tempo, in cui succedette la conversione di questi Barbari alla fede di Cristo. Non parla il suddetto scrittore degli Sclavi o Schiavoni; e se per avventura sotto nome d'Abari, o Avari, volle disegnarli, s'inganna; perchè gli Schiavoni e gli Avari furono diverse nazioni. Ed in questi tempi par quasi certo che essi Schiavoni dominassero tuttavia nella Carintia, nella quale anche oggidì è in uso la loro lingua matrice usata del pari nella Russia e Polonia, da dove discesero gli Sclavi venuti nell'Illirico, e della stessa nazione che gli Sclavi abitanti verso il Baltico. Perciò Giovanni Lucido[3225], che esaminò questa materia, è di parere anch'egli che i _Croati_, i quali io non avrei difficoltà a crederli una tribù di Sclavi, molto più tardi ricevessero il battesimo, e ciò avvenisse ai tempi di Eraclio juniore imperadore.

NOTE:

[3223] Niceph., in Chron.

[3224] Constantinus Porphyrogenneta, de admin. Imper., cap. 31.

[3225] Lucidus, de Regno Dalmat., lib. 1, cap. 11.

Anno di CRISTO DCXXXII. Indizione V.

ONORIO I papa 8. ERACLIO imperadore 23. ARIOALDO re 8.

L'anno XXI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Sul supposto che nell'anno 629 possa essere accaduta la disgrazia di _Gundeberga_ regina, di cui parlammo, s'ha nel presente da mettere la di lei liberazione. Correva già il terzo anno ch'essa stava rinchiusa in una torre della terra di Lomello, quando, per attestato di Fredegario[3226], furono spediti degli ambasciatori da _Clotario II_ re de' Franchi al re dei Longobardi Arioaldo, per chiedergli conto del mal trattamento fatto ad essa regina sua moglie, parente dei re franchi, perchè figliuola di _Teodelinda_, la quale ebbe per padre _Garibaldo I_ duca di Baviera, e per madre _Gualdrada_ vedova di _Teodebaldo_ re dei Franchi. Quando veramente sussista che questi ambasciatori venissero mandati dal re Clotario, converrà mettere nell'anno 625 la prigionia di Gundeberga, cioè appena dappoichè Arioaldo fu divenuto re; perciocchè Clotario mancò di vita nell'anno 628, e Fredegario scrive che per cagione d'essi ambasciadori Gundeberga, _dopo tre anni d'esilio_, fu rimessa in libertà e sul trono. Ma probabilmente gli ambasciatori suddetti furono spediti dal re _Dagoberto_ successor di Clotario, non essendo sì esatto Fredegario nelle circostanze dei fatti e dei tempi, che si sia obbligato a seguitarlo dappertutto a occhi chiusi. Ad ognuno è qui lecito il sentir come a lui piace. Comunque però sia del tempo, ci vien dicendo Fredegario, che udito il motivo di quella prigionia, uno degli ambasciatori per nome _Ansoaldo_, ossia Ansaldo, propose il giudizio di Dio, per indagare la innocenza, o la reità di Gundeberga. Cioè propose un duello fra _Adalolfo_ accusatore e un campione della reina. In que' tempi di ignoranza erano pur troppo in uso non solamente i duelli, ma anche le pruove dell'acqua fredda o calda, e della croce, o de' vomeri infocati, ed altre simili (riprovate dalla Chiesa), con persuasione che Dio protettore dell'innocenza dichiarerebbe se le imputazioni fossero vere o false, senza por mente che questo era un tentar Dio, e un volere ch'egli, secondo il capriccio degli uomini, e quando loro piacesse, facesse de' miracoli. Fu accettata la proposizione dal re _Arioaldo_. Si venne al combattimento fra il calunniatore Adalolfo e il campione di Gundeberga chiamato per sopprannome Pittone. Il primo restò morto sul campo, e l'altro vincitore; perlochè fu giudicata innocente la regina, e restituita nell'onore e grado primiero. Veggasi all'anno 641 un altro simile racconto di questa medesima regina, con restarmi qualche sospetto che Fredegario possa aver narrato lo stesso avvenimento in due luoghi, benchè con circostanze diverse. Secondo la Cronica Saracenica di Elmacino[3227], il falso profeta _Moammed_, da noi appellato _Maometto_, nel giorno 17 di giugno di quest'anno, dopo avere infettata de' suoi errori l'Arabia tutta, finì di vivere, ed ebbe per successore e principe degli Arabi _Abubacar_. Importa assaissimo anche alla storia d'Italia il conoscere i fatti di quell'empia setta e nazione, perchè staremo poco ad intendere come questa si dilatasse con immensa rovina dell'imperio romano, e con incredibil danno della religion cristiana, e come essa stendesse le sue conquiste col tempo fino in Italia.

NOTE:

[3226] Fredegar., in Chronic., cap. 51.

[3227] Elmacinus, Histor. Saracen., lib. 1, pag. 9.

Anno di CRISTO DCXXXIII. Indizione VI.

ONORIO I papa 9. ERACLIO imperadore 24. ARIOALDO re 9.

L'anno XXII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Fino a questi tempi la nazione degli _Arabi_, che _Saraceni_ ancora si nominavano, e per tali verranno anche da me nominati da qui innanzi, non avea recato grande incomodo all'imperio romano, perchè contenta de' suoi paesi non pensava ad ingoiare l'altrui. Nell'anno 613 avea fatto delle scorrerie nella Soria cristiana, ma non fu movimento di conseguenza. Da lì innanzi ancora troviamo che Eraclio si servì di alcune bande di Saraceni nella guerra contra de' Persiani. Ma cominciarono costoro a mutar massime, dappoichè Maometto non solamente di divisi che erano, gli unì insieme mercè della professione della medesima credenza e setta; ma eziandio lasciò loro per eredità un obbligo, o consiglio di dilatare, il più che poteano, la lor santissima religione, cioè la sua pestilente e ridicola dottrina. Ora avvenne, secondochè s'ha da Teofane[3228], che mentre uno degli uffiziali dell'imperadore era dietro a dar le paghe alle milizie greche, apparvero anche i Saraceni che erano al servigio del medesimo Augusto, e fecero istanza per ottener anch'essi le loro. L'uffiziale in collera alzò la voce, dicendo: _Non c'è tanto da poter soddisfare ai soldati: e ce ne sarà poi da darne anche a questi cani_? Non l'avesse mai detto. Costoro arrabbiati se n'andarono, e sollevarono tutta la lor nazione contra dell'imperadore Eraclio. Niceforo[3229] all'incontro scrive, aver esso Augusto dato ordine che non si pagassero più le trenta libbre d'oro, solite a sborsarsi ogni anno ai Saraceni, per cagione della crudeltà da loro usata contra uno dei ministri imperiali; e che di qui ebbe origine la terribil nimicizia di quella nazione contra del romano imperio. Però nel presente anno essi cominciarono le ostilità contro i sudditi dell'imperadore. Prese maggior fuoco in quest'anno l'eresia dei monoteliti per un conciliabolo tenuto in Alessandria da quel patriarca _Ciro_, il quale passava di buona intelligenza con _Sergio_ patriarca di Costantinopoli intorno a questa disputa. Il solo _Sofronio_ monaco quegli fu che si oppose alle pretensioni erronee di Ciro, ed essendo tornato a Gerusalemme, succedette in quella cattedra a _Modesto_ patriarca, e tenne dipoi, cioè nell'anno seguente, un concilio, in cui condannò chi negava in Cristo due volontà.

NOTE:

[3228] Theoph., in Chronogr.

[3229] Niceph., in Chron.

Anno di CRISTO DCXXXIV. Indizione VII.

ONORIO I papa 10. ERACLIO imperatore 25. ARIOALDO re 10.

L'anno XXIII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Venne in quest'anno a morte _Abubacare_ califa, ossia principe de' Saraceni. Costui aveva fatta la guerra[3230] contro l'imperadore Eraclio nella Palestina, ed occupato nel presente anno tutto il paese di Gaza verso il monte Sina. Perchè contra di que' masnadieri uscì in campagna con poca gente _Sergio_ governatore di Cesarea di Palestina, egli restò con tutti i suoi tagliato a pezzi. Però i Saraceni presero anche la città di Bostra, messa da alcuni nella Soria, e da altri nella Palestina, e poscia conquistarono altre città, dalle quali condussero via un gran bottino ed assaissimi prigioni. Viene attribuito a questo Abubacare l'aver messo insieme il libro dell'Alcorano, che dianzi era disperso a pezzi e bocconi. Ebbe costui per successore _Omaro_, terzo de' califi, il quale non tardò a far guerra anche a' Persiani, profittando delle lor divisioni. L'imperadore _Eraclio_ trovandosi in questo mentre nella città di Edessa, spedì _Teodoro_ suo fratello con un'armata contra de' Saraceni; ma avendo questi attaccata battaglia, fu da loro sconfitto, e tornossene col capo basso ad Edessa. Eraclio inviò un altro corpo di gente sotto il comando di _Baane_ e di _Teodoro_ sacellario. Riuscì loro di dare una rotta ai Saraceni verso la città di Emesa, e di seguitarli fino a quella di Damasco. Tuttavia l'imperadore, conoscendo la forza dei nemici e il pericolo in cui si trovava Gerusalemme, asportò di colà il legno della Croce santa, e condottolo a Costantinopoli, quivi lo ripose nella metropolitana. Bollendo più che mai la nuova eresia de' monoteliti, in quest'anno _Sergio_, patriarca di Costantinopoli, fautore della medesima, ne scrisse a papa _Onorio_ per sapere il suo sentimento. Il papa propose dei ripieghi con due lettere rapportate dal cardinal Baronio[3231]. E perciocchè udì che _Ciro_ patriarca alessandrino seguitava a predicare una sola volontà in Cristo, mandò lettere anche a lui, imponendogli silenzio. Col tempo andò sì innanzi il calore di questa controversia, che a cagione delle suddette lettere fu mossa guerra anche alla memoria di papa Onorio, moltissimi anni dopo la sua morte, quasichè egli, se non aveva abbracciati gli errori de' monoteliti, gli avesse almeno colla sua connivenza fomentati. Ma i cardinali Baronio e Bellarmino, il De-Marca, Natale Alessandro, il padre Pagi ed altri valentuomini hanno così ben difesa l'innocenza e retta credenza di questo papa, che è superfluo il più disputarne. _Sofronio_ patriarca di Gerusalemme fu in questi tempi il più prode campione della Chiesa, e fece costare con assaissimi passi de' santi padri che conveniva ammettere in Cristo due volontà e due operazioni, corrispondenti alle due nature divina ed umana.

NOTE:

[3230] Theoph., in Chronogr.

[3231] Baron., Annal. Eccl.

Anno di CRISTO DCXXXV. Indizione VIII.

ONORIO I papa 11. ERACLIO imperadore 26. ARIOALDO re 11.

L'anno XXIV dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Fredegario all'anno 630 racconta[3232] due fatti, che, secondo la Cronologia longobardica, debbono essere succeduti più tardi; perciocchè li mette nell'anno penultimo od ultimo della vita del re _Arioaldo_; e questi, per le ragioni che addurremo in parlando del re _Rotari_ suo successore, si dee credere vivuto fino all'anno seguente 636. Confinavano gli Sclavi, da noi chiamati Schiavoni, colle provincie della Germania sottoposte a _Dagoberto_ re de' Franchi. Si sa che arrivava il loro dominio fino ai confini della Baviera dipendente da esso re. Forse ancora possedevano il Tirolo e il paese oggidì di Saltzburg; anzi pare che si accostassero all'Alemagna, oggidì la Svevia. Fu da una tribù di questi Sclavi per soprannome chiamati Vinidi, o Guinidi, uccisa una quantità di mercatanti sudditi del re Dagoberto, e spogliata dei loro averi. Per mezzo di _Sicario_ suo ambasciatore Dagoberto ne fece domandar l'emenda a _Samone_, che già dicemmo divenuto re degli Sclavi. Ma non avea Samone tal possesso sopra de' suoi sudditi, tuttavia pagani, da potergli astringere a restituire il maltolto; e però, con buone parole, pregò l'ambasciatore di fare in maniera che il re Dagoberto non rompesse per questo accidente l'amicizia con gli Schiavoni. _Che amicizia?_ rispose allora Sicario. _I Cristiani servi di Dio non è possibile che abbiano amicizia con dei cani._ Allora Samone assai informato della vita poco cristiana del re Dagoberto e de' suoi sudditi, replicò: _Se voi siete servi di Dio, ancor noi siam cani di Dio; e però commettendo voi tante azioni contra di Dio, abbiamo licenza da lui di morsicarvi._ Portate queste parole al re Dagoberto, dichiarò la guerra agli Sclavi. Crodoberto duca degli Alamanni gli assalì dal suo canto; altrettanto fecero i Longobardi dalla parte della Carniola e Carintia, e riuscì ad entrambi gli eserciti di dare una rotta agli Sclavi, e di condur via una gran copia di prigioni. Ma nel progresso della guerra toccò la peggio all'armata del re Dagoberto, nè altro di più dice Fredegario che succedesse dalla parte dei Longobardi. Probabilmente allora avvenne ciò che abbiamo da Paolo Diacono[3233]. Narra egli che _Tasone_ e _Caccone_, fratelli e duchi amendue del Friuli (di Tasone io lo credo ben certo, ma con dubbio se tale ancor fosse Caccone) fecero guerra agli Schiavoni, e s'impadronirono della città di Cilley, che fu una volta colonia de' Romani, ed oggidì è parte del ducato della Stiria, con arrivar sino ad un luogo appellato Medaria, di cui forse non resta più il nome. Perciò, secondo l'attestato dello storico suddetto, gli Schiavoni di quella contrada cominciarono a pagare, e pagarono dipoi tributo ai duchi del Friuli fino ai tempi del duca _Ratchis_. Nel medesimo anno pretende il medesimo Fredegario[3234] che accadesse la morte di _Tasone_ duca, narrata parimente da Paolo Diacono con qualche diversità di circostanze. Dacchè _Arioaldo_, siccome già avvertimmo, salì sul trono dei Longobardi, egli ebbe per contradditore il suddetto duca del Friuli Tasone. Riesce a me verisimile che Arioaldo non ricorresse all'armi per mettere in dovere Tasone, che gli fu sempre disubbidiente e ribello, perchè questi dovea star bene in grazia dei re franchi e forse in lega con loro; nè tornava il conto ad Arioaldo di maggiormente stuzzicare il vespaio. Ma volendo egli pure liberarsi da questo interno nemico, ricorse ad una furberia. Pagavano in que' tempi, per attestato d'esso Fredegario, gli esarchi di Ravenna trecento libbre d'oro annualmente al re dei Longobardi, per avere la pace da lui. Ora il re Arioaldo segretamente s'intese con _Isacco_ allora esarco, promettendogli, se gli veniva fatto di levare dal mondo Tasone duca, di rilasciare in avvenire cento libbre di oro, cioè la terza parte del regalo annuo che si faceva alla sua camera. Non cadde in terra la proposizione. Cominciò l'astuto esarco a cercar le vie di compiere questo brutto contratto, e fece segretamente proporre a Tasone, non già _duca della Toscana_, come lo stesso Fredegario scrisse, ma bensì del Friuli, come ce ne assicura Paolo Diacono, di unir le sue armi con lui contra del re Arioaldo, e l'invitò a Ravenna. Tasone, che non si sarebbe mai avvisato della rete a lui tesa, venne, accompagnato da alcune squadre d'armati, a Ravenna. L'esarco mandò ad incontrarlo con gran festa, ma il pregò di fare restar fuori della città le sue genti, non attentandosi d'introdurle per timor dell'imperadore. Entrò dunque nella città Tasone con poco seguito, ed appena entrato, miseramente venne tagliato a pezzi co' suoi dai Greci.