Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 103

Chapter 1033,657 wordsPublic domain

Portata che fu a Cosroe la nuova della lega seguita fra Eraclio ed i Turchi, pien di timore e d'affanno spedì tosto lettera a Sarbaro suo generale, con ordine di lasciar Calcedone, e di ricondurre sollecitamente la sua armata in Persia, per opporla ad Eraclio. Cadde questa lettera fortunatamente in mano dell'imperadore; e perchè a lui premeva di non aver contrasto dall'armi di Sarbaro, finse un'altra lettera di Cosroe, e la sigillò col sigillo regale, in cui l'avvisava, che entrato l'imperador de' Romani coi Turchi nella Persia, era stato sconfitto dall'armi sue; e però che attendesse alla conquista di Calcedone, nè rimovesse dalle greche contrade. Nasce qui un scabrosissimo nodo di storia, perchè Teofane, dopo aver narrata la lega suddetta col re dei Turchi, salta a dire che costoro, venendo il verno, se ne tornarono alle lor case, prima che terminasse l'anno in cui Eraclio fece varie imprese contra de' Persiani; e qui imbroglia forte il racconto, dicendo in un luogo succeduti quei fatti _IX octobris die Indictione XV_; il che vorrebbe dire nell'autunno dell'anno presente 626; e in un altro _mensis decembris die XII, qui sabbati dies fuit_: il che appartiene al fine dell'anno susseguente 627. E certo hanno avuta ragion di dire i padri Petavio e Pagi, che mancano nel testo di Teofane le memorie d'un anno della guerra di Persia. Il Pagi ha diffusamente trattato questo punto. Egli crede succeduto l'abboccamento di Eraclio col Turco nell'anno seguente; io nel presente, credendo che qua si possa riferire ciò che scrive Giorgio Elmacino[3198] antichissimo scrittore della Storia saracenica. Racconta egli all'anno quarto dell'egira, cioè all'anno di Cristo 625, avere il re Cosroe, sdegnato contra di Siariare, cioè contra Sarbaro ossia Sarbaraza, suo generale, dato ordine a Marzubano di ucciderlo. Questo _Marzubano_ verisimilmente è lo stesso che _Marzabane_, mentovato negli atti di sant'Anastasio, martirizzato circa questi tempi dai Persiani. Capitata la lettera in mano dell'imperadore Eraclio, questi ne fece avvertito Sarbaro il quale chiaritosi del fatto, passò ai servigi dell'imperadore con assaissimi altri uffiziali. Secondo Teofane, questo fatto di Sarbaro succedette più tardi, cioè l'anno 628 con circostanze diverse, siccome vedremo. Seguita poi a dire Elmacino, avere Eraclio scritto _ad Chacanum regem Hararorum_ (si dee scrivere _Hazarorum_, cioè de' Turchi chiamati _Cazari_, o _Gazari_) per ottener da lui quarantamila cavalli, con promettergli in ricompensa del servigio una sua figliuola per moglie, nel che va d'accordo con Teofane. Andato dipoi Eraclio nella Soria, cominciò a prendere molte città a lui già tolte dai Persiani, e a mettervi de' suoi governatori. Era sparsa la maggior parte delle truppe di Cosroe per la Soria e Mesopotamia; Eraclio a poco a poco le mise a fil di spada, o le ebbe prigioniere. Diede poi Cosroe il comando dell'armata sua a Marzubano, ed intanto Eraclio si trovava occupato in sottomettere l'Armenia, la Soria e l'Egitto (cosa nondimeno poco credibile, perchè tante forze non aveva Eraclio) con disfar tutti i reggimenti persiani, che s'incontravano in quelle parti. Aggiugne dipoi Eraclio che avea nella sua armata _trecentomila cavalli_, e circa altri _quarantamila_ cavalli gazari, cioè turchi. In vece di _trecentomila_, senza timor di fallare si dee scrivere _trentamila_. Ora si può credere che quanto vien qui narrato da Elmacino appartenga al presente anno quinto della guerra di Persia, e a parte del seguente, tanto più perchè Niceforo[3199] attesta che Eraclio col rinforzo avuto dai Turchi entrò nella Persia, e smantellò molte città e i templi del Fuoco, dovunque si trovavano. Sembra anche probabile che egli svernasse nel paese nemico.

NOTE:

[3194] Niceph., in Breviar.

[3195] Chronic. Alexandr.

[3196] Theoph., in Chronogr.

[3197] Niceph., in Brev. Hist.

[3198] Elmacinus, Hist. Sarac. lib. 1, pag. 13.

[3199] Niceph., in Breviar.

Anno di CRISTO DCXXVII. Indizione XV.

ONORIO I papa 3. ERACLIO imperadore 18. ARIOALDO re 3.

L'anno XVI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Morì in quest'anno nel mese di marzo _Attala_ abate di Bobbio, ed ebbe per successore nel governo di quel monistero _Bertolfo_ abate, di cui abbiam la vita scritta da Giona monaco contemporaneo[3200]. Cominciò subito il vescovo di Tortona ad inquietare il nuovo abate con pretendere che il monistero di Bobbio fosse soggetto alla di lui autorità e giurisdizione. S'ingegnò ancora di avere per favorevoli alla sua pretensione i vescovi confinanti, e di guadagnare il re de' Longobardi. _Regnava in quel tempo_ (dice Giona) _Ariovaldo longobardo_, il quale, siccome egli stesso aggiugne più sotto, _fu re de' Longobardi dopo la morte di Adoloaldo_, ed era _genero del re Agilolfo_, perchè marito di Gundeberga, e _cognato d'esso re Adaloaldo_; parole, che qualora fosse certo che in questo anno succedesse la controversia suddetta, farebbono conoscere già morto il re Adaloaldo, e non già tuttavia vivente, come vedemmo preteso dal Pagi. Altra risposta non diede il re Arioaldo al vescovo di Tortona, se non che toccava ai giudici ecclesiastici il decidere se i monisteri lontani dalle città avessero da essere sottoposti al dominio de' vescovi. Segretamente avvertito di questi movimenti l'abate Bertolfo, inviò i suoi messi al re per iscoprire che intenzione egli avesse. Rispose saviamente il re Arioaldo, che non apparteneva a lui il giudicare nelle controversie de' sacerdoti, ma sì bene ai sacri giudici e concilii; e ch'egli non favorirà più l'una che l'altra parte. Così un re longobardo e di setta ariana. Il cardinal Baronio non potè di meno di non esaltare in lui questa lodevol moderazione. Chiesero pertanto i monaci licenza di poter ricorrere alla sede apostolica, e fu loro accordata dal re. A questo fine si portò a Roma Bertolfo, conducendo seco lo stesso Giona scrittore di questo avvenimento. _Onorio_ papa, uomo dotato di una rara dolcezza ed umiltà, accolse benignamente Bertolfo, e gli concedette un privilegio di esenzione da qualsivoglia vescovo. Leggesi presso l'Ughelli[3201] questo privilegio, ma senza saper io dire se sia o non sia documento sicuro, perchè esso è indrizzato _fratri Bertulfo abbati_: il che non conviene al rituale di un papa, che dovea dire _filio_, e non già _fratri_. Per altro le note cronologiche, se fossero più esatte, militerebbono forte in favor d'esso, perchè vi si legge: _Datum III id. jan. imper. dominis piissimis Augg. Eraclio anno VIII_ (dee essere _XVIII_) _post consulatum ejus anno XVIII_ (dovrebbe essere _XVI_) _atque Eraclio Constantino novo ipsius filio anno XVI, Indictione prima._ L'anno di Eraclio Costantino dovrebbe essere il XV, purchè in vece di _jan._ non fosse scritto _jun._

Parte delle imprese di Eraclio imperadore, che di sopra abbiam rapportato dalla Storia saracenica di Elmacino, pare che appartenga all'anno presente. Seguita dipoi a scrivere il medesimo storico[3202] che l'armata di Eraclio Augusto arrivò nella provincia Aderdigiana, ed ebbe ordine di fermarsi quivi, finchè lo imperadore vi arrivasse anch'egli. E che dopo aver soggiogata l'Armenia, esso Augusto si trasferì a Ninive, e s'accampò alla porta maggiore. Venne dipoi Zurabare general di Cosroe con una potente armata, e seguì fra esso e l'esercito cristiano un'ostinata battaglia, in cui furono sconfitti i Persiani colla morte di più di _cinquecentomila_ d'essi. L'Erpenio, che tradusse dall'arabico la storia di Elmacino, si può credere che prendesse un granchio, scambiando ancor qui i numeri, certo essendo che in vece di _cinquecentomila_ si ha qui da scrivere un altro numero, e verisimilmente _cinquantamila_ morti, numero anche esso, come ognun vede, assai, e forse troppo grande. Ma tempo è di ripigliar qui il racconto di Teofane[3203] che si è rimesso sul buon cammino. Ci fa egli dunque sapere che Eraclio Augusto improvvisamente nel settembre si spinse addosso alla Persia, e mise in grande agitazion d'animo _Cosroe_. Quand'eccoti che i Turchi ausiliarii, veggendo vicino il verno nè volendo guerreggiar in quel tempo disgustati ancora per le continue scorrerie de' Persiani, cominciarono a sfumare, e tutti in fine si ridussero al loro paese. Or vatti a fidare di gente barbara. Eraclio allora rivolto ai suoi, disse; _Osservate che non abbiam se non Dio, e quella che soprannaturalmente il concepì, che sieno in nostro aiuto, acciocchè più visibilmente apparisca che solo da Dio han da venire le nostre vittorie._ Quindi per far vedere che non era figliuolo della paura, comandò che l'esercito marciasse, e più che mai continuò ad internarsi nella Persia. Aveva Cosroe fatto il maggiore suo forzo per mettere insieme un'armata poderosissima, di cui diede il comando a _Razate_, bravo generale e sperimentato negli affari della guerra. Costui cominciò a seguitare alla coda l'esercito cristiano, il quale finalmente arrivò alla città di Ninive presso il fiume Tigri, come notò di sopra anche Elmacino. Quivi dunque sul principio di dicembre furono a fronte le due armate nemiche, e nel dì 12 d'esso mese vennero ad una generale battaglia. Niceforo[3204] è quel che racconta che Razate general de' Persiani, dappoichè ebbe messo in ordinanza tutte le sue schiere, si fece innanzi solo, e sfidò l'imperadore a duello. Veggendo Eraclio che niuno de' suoi si moveva, andò egli ad affrontarlo, e il rovesciò morto a terra. Fredegario[3205] aggiugne che il combattimento era concertato fra _Eraclio_ e _Cosroe_, ma che Cosroe proditoriamente mandò in sua vece il più bravo dei suoi, che restò poi estinto sul campo. Tempi di guerra tempi di bugie. Teofane racconta più acconciamente il fatto con dire che Eraclio postosi alla testa de' suoi s'incontrò nel generale persiano, cioè in Razate, e l'atterrò. Nè sussiste che Teofane dica dipoi che _Razate scampò dal pericolo della battaglia_, come s'ha nella versione latina nel primo tomo della Bizantina. Teofane ciò dice del _popolo di Razate_, e non già di Razate medesimo. Si fece dunque la strepitosa giornata campale, che durò dall'aurora sino all'ora undecima. La peggio toccò ai Persiani, che non furono già sbaragliati, ma bensì astretti a ritirarsi, con lasciare ventotto bandiere in mano de' Cristiani. La cavalleria persiana si fermò un pezzo della notte vicino al campo della battaglia, ma temendo un nuovo assalto, prima di giorno diede indietro, e fatto bagaglio, paurosamente andò a salvarsi nella montagna. Allora i Cristiani spogliarono i morti, e fecero buon bottino. Impadronissi dipoi l'imperadore Eraclio di Ninive, e spedito innanzi un distaccamento perchè prendesse i ponti del fiume Zaba, o Saba, volonteroso più che mai di andare a dirittura a trovar Cosroe nel cuor de' suoi stati, per astrignerlo a richiamar Sarbaro dall'assedio di Calcedone, che tuttavia durava, fece marciare l'esercito a quella volta. Nel dì 23 di dicembre passò quel fiume, e diede riposo nel luogo di Gesdem, dov'era un palazzo dei re di Persia. Quivi celebrò la festa del santo Natale, dopo di che continuò la marcia; trovò e distrusse altri palazzi dei re persiani, ne' quali trovò serragli di struzzoli ingrassati, capre selvatiche, e cignali in gran quantità, che furono compartiti per l'armata. Ma questo fu un nulla rispetto alla sterminata copia di pecore, di porci e buoi, che trovarono in quella contrada, coi quali il cristiano esercito terminò con gran festa ed allegria quest'anno sesto della guerra di Persia.

NOTE:

[3200] Jonas in Vita S. Bertulfi apud Mabill. in Saecul. Bened.

[3201] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Episc. Bob.

[3202] Elmacin., lib. 1. pag. 14.

[3203] Theoph., in Chronogr. Cedren. in Annal.

[3204] Nicephor., in Breviar.

[3205] Fredegarius, in Chron., cap. 64.

Anno di CRISTO DCXXVIII. Indizione I.

ONORIO I papa 4. ERACLIO imperadore 19. ARIOALDO re 4.

L'anno XVII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Si aprì l'anno presente felicissimo e glorioso per la Cristianità, perchè l'ultimo della guerra coi Persiani. Teofane[3206] minutamente racconta i progressi dell'armata di _Eraclio_ Augusto, che proseguendo il cammino, arrivò al palazzo di Bebdarch, e lo distrusse col suo tempio. _Cosroe_, che non era molto lungi nel palazzo regale di Dastagerd, frettolosamente se ne fuggì alla città di Ctesifonte, dove per ventiquattro anni mai non era comparso per una predizione a lui fatta, che in quella città egli dovea perire. Giunto il felice esercito cristiano ai palazzi di Dastagerd, quivi trovò trecento bandiere prese ai Cristiani dall'armata persiana, allorchè tutto andava a seconda dei loro desiderii. Inoltre vi trovò un'immensa copia di aromati, di sete, di tappeti ricamati, di argenti, di vesti, siccome ancora di cignali, pavoni e fagiani, e un serraglio ancora di leoni e di tigri d'inusitata grandezza. Erano le fabbriche di que' palazzi di mirabile struttura e vaghezza; ma Eraclio dopo aver ivi, nel giorno santo dell'Epifania, rinfrescato l'esercito, in vendetta di tanti danni inferiti da' Persiani alle città dell'impero tutto fece smantellare e dare alle fiamme. Intanto Cosroe scappò a Seleucia, e in essa città ripose il suo tesoro. E perciocchè gli fu fatto credere che Sarbaro, ossia Sarbaraza suo generale, se l'intendesse coi Greci, nè perciò volesse prendere l'assediata città di Calcedone, e che anzi sparlasse del medesimo re suo padrone, scrisse una lettera a Cardarega, collega del medesimo generale, ordinandogli di ammazzarlo, e levato poi l'assedio, di venire in soccorso della Persia afflitta. Per buona ventura restò preso nella Galazia il portator della lettera, e menato a Costantinopoli davanti ad _Eraclio Costantino_ Augusto, figliuolo dell'imperadore. Scoperto questo affare, il giovane Augusto fece a sè chiamare Sarbaro, nè più vi volle perch'egli si pacificasse coi Cristiani. E fatta poi una nuova lettera, a cui fu destramente applicato il sigillo regale, e in cui veniva ordinato da Cosroe la morte di quattrocento dei più cospicui uffiziali di quell'armata persiana, Sarbaro nel consiglio de' suoi la lesse a Cardarega, chiedendogli se gli bastava l'animo di ubbidire al re. Allora tutti que' satrapi s'alzarono caricando di villanie Cosroe; e dopo averlo proclamato decaduto dal trono, fecero pace col giovane imperadore, e se ne andarono alle lor case pieni di veleno contra di Cosroe. Questo è il fatto raccontato di sopra all'anno 626 da Elmacino.

In questo mentre l'imperadore Eraclio spedì una lettera ad esso Cosroe, invitandolo a far pace. Il superbo tiranno non ne volle far altro: cosa che gli tirò addosso l'odio de' suoi. Contuttociò il re barbaro attese a metter insieme un esercito, con dar l'armi anche ai più vili mozzi di stalla, comandando che si portassero al fiume Arba, e ne levassero i ponti. Eraclio giunto a quel fiume, nè trovando maniera di passarlo, andò per tutto il mese di febbraio scorrendo per le città e provincie persiane di qua da esso fiume. Nel mese di marzo arrivò alla città di Barsa, e diede quivi riposo all'armata per sette giorni. Colà furono a trovarlo alcuni mandati da _Siroe_ figliuolo primogenito di Cosroe, per fargli sapere che avendo voluto suo padre infermo dichiarar re, successore ed erede suo _Merdasamo_ fratello minore d'esso Siroe, egli era risoluto di voler sostenere coll'armi la sua ragione, ed opporsi al padre, e che già aveva dalla sua il generale dell'esercito paterno per nome _Gundabusa_, e due figliuoli di Sarbaro, ossia Sarbaraza. L'imperadore rispedì i messi a Siroe, consigliando che aprisse tutte le prigioni, e desse l'armi a tutti i Cristiani in esse detenuti. Elmacino[3207] pretende che Siroe fosse dianzi prigione anch'egli, e che rimesso in libertà dai satrapi, impugnasse l'armi contro del padre. Ora Cosroe, intesi i moti di Siroe, prese la fuga, ma colto per istrada e cinto di catene, fu imprigionato nel luogo stesso, dove teneva il suo tesoro; tesoro ragunato colla rovina di tanti suoi sudditi, e poi di tante provincie cristiane. Siroe sugli occhi suoi fece svenare Merdasamo destinato erede del regno, e tutti gli altri figliuoli di esso re Cosroe, a riserva di un suo nipote appellato _Jasdegirde_, che fu re della Persia da lì a pochi anni. Finalmente Siroe liberò la terra anche dal peso dello stesso re esecrando, che tanti mali avea cagionati in sua vita, e spezialmente fu detestabile per l'ingratitudine sua verso gl'imperadori cristiani coll'aiuto de' quali nell'anno 591 era salito sul trono di Persia. Seppe dipoi Eraclio con suo gran dispiacere da Siroe, che degli ambasciatori mandati a Cosroe, uno d'essi, cioè _Leonzio_, era mancato di morte naturale, e gli altri due erano stati uccisi dal barbaro re, allorchè Eraclio entrò nella Persia. Leggesi distesamente[3208] nella Cronica Alessandrina la lettera scritta dallo stesso Eraclio imperadore a Costantinopoli, contenente la relazione della morte di Cosroe, l'esaltazione al trono di Siroe, e la spedizione degli ambasciatori ad Eraclio per far la pace, la quale gli fu accordata, con patto che restituisse tutto quanto suo padre avea tolto all'imperio romano. E questo glorioso fine ebbe la guerra persiana con lode immortale di Eraclio imperadore, che racquistò poi, siccome diremo, la Croce santa, e somministrò a Francesco Bracciolini un nobile argomento per tessere il suo poema italiano della _Croce racquistata_. Finì in quest'anno di vivere _Clotario II_, già divenuto signore di tutta la monarchia francese, e gli succedette _Dagoberto_ suo figliuolo, già dichiarato re dell'Austrasia, il quale durò fatica ad assegnare un boccone del regno a _Cariberto_ suo fratello, e tornò anche a ricuperarlo da lì a tre anni per la morte del medesimo suo fratello.

NOTE:

[3206] Theoph., in Chronogr.

[3207] Elmac., Hist. Saracen., lib. 1, pag. 14.

[3208] Chron. Alex.

Anno di CRISTO DCXXIX. Indizione II.

ONORIO I papa 5. ERACLIO imperadore 20. ARIOALDO re 5.

L'anno XVIII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Gran confusione si trova nella storia greca di questi tempi, discordando non poco fra loro Teofane e Niceforo. Esporrò ciò che a me par più verisimile. Spese Eraclio Augusto il resto dell'anno precedente, e parte ancora del presente in dar sesto alle provincie d'Oriente, in ricuperar l'Egitto, la Palestina ed altri paesi già occupati dai Persiani, e in procurar che le guarnigioni nemiche fossero condotte con tutta quiete e sicurezza al loro paese: al che deputò _Teodoro_ suo fratello. Una delle maggiori sue premure quella fu di riaver dalle mani de' Persiani la vera Croce del Signore. Questa la riportò egli seco a Costantinopoli, dove in quest'anno egli fece la sua solenne entrata, essendogli uscito incontro fuori della città il patriarca, il clero, e quasi tutto il popolo, con incredibil festa ed acclamazioni, portando rami d'ulivo e fiaccole accese, e la maggior parte lasciando cader lagrime di allegrezza in veder ritornare sano e salvo il loro principe con tanta gloria e sì gran bene fatto al romano imperio. Ma neppur lo stesso imperadore potè frenar le lagrime al vedere tanto affetto del suo popolo, e apparirgli _Eraclio Costantino_ Augusto che se gl'inginocchiò davanti, e s'abbracciarono amendue piangendo. Fra gl'inni, i canti e i viva entrò il felicissimo imperadore nella città, in un carro condotto da quattro elefanti. Si fecero dipoi varie solennità e spettacoli d'allegrezza; di molto danaro ancora fu sparso al popolo; ed Eraclio ne fece pagare una buona somma alle chiese, dalle quali avea preso i sacri vasi, per valersene ne' bisogni della guerra. Secondochè si ha da Fredegario[3209], _Dagoberto_ re dei Franchi mandò i suoi ambasciatori ad Eraclio, per congratularsi delle riportate vittorie, e confermar la pace con lui. Non è ben chiaro se in quest'anno esso imperadore riportasse a Gerusalemme la vera Croce ricuperata dalle mani dei Persiani. Teofane[3210] racconta questo fatto all'anno seguente, e così Cedreno[3211]. All'incontro Niceforo[3212] scrive ch'egli andò prima a Gerusalemme, ed ivi fece vedere quel sacro legno, e poi lo portò seco a Costantinopoli, dove nella cattedrale fu esposto, e ciò avvenne sotto l'_Indizione II_, corrente per tutto l'agosto di quest'anno. Ma Zonara[3213] vuole che Eraclio nel precedente anno se ne tornasse a Costantinopoli, e non già nel presente: tanto van d'accordo fra loro i greci autori. Comunque sia, sappiam di certo che l'Augusto Eraclio andò a Gerusalemme, seco portando il venerato legno della santa Croce, e in quella sacra basilica lo ripose, ma senza che gli storici suddetti parlino di certo miracolo che si dice succeduto in quell'occasione. Comunemente si crede che quindi prendesse origine la festa dell'esaltazion della Croce. Ma, siccome avvertì il cardinal Baronio[3214], essa è molto più antica. Sia a me permesso di riferir qui un fatto spettante ad _Arioaldo_ re dei Longobardi, di cui Fredegario[3215] fa menzione, dopo aver narrata l'assunzione al trono di questo re all'anno 625, il che non può sussistere secondo i nostri conti, con restare perciò libero a noi di raccontar questo fatto per conto del tempo ad arbitrio nostro. _Gundeberga_ sua moglie, figliuola, come dicemmo, del re Agilolfo e di Teodelinda, ci vien descritta da esso storico per donna di bellissimo aspetto, di somma benignità verso tutti, ornata sopra tutto di pietà, perchè cristiana; il che, a mio credere, vuol dire buona cattolica, a differenza del suo consorte ariano. Le sue limosine ai poveri erano frequenti e grandi, la sua bontà risplendeva in tutte le sue operazioni: motivi tutti che le guadagnarono l'universale amore de' popoli. Trovavasi allora nella corte del re longobardo un certo _Adalolfo_, confidente di esso re. Costui faceva delle visite anche alla regina; e un dì trovandosi alla di lei udienza, scappò detto alla medesima, che egli era uomo di bella statura. Allora lo insolente cortigiano, presa la parola, soggiunse, che dacchè ella s'era degnata di lodare la di lui statura, si degnasse ancora di farlo partecipe del suo letto. Allora Gundeberga, accesasi di rossore sgridò la di lui temerità, e gli sputò sul volto. Andatosene Adalolfo, e pensando all'errore commesso, e che ci andava la vita, se il re veniva a saperlo, per prevenir questo colpo, corse tosto al re Arioaldo, e lo pregò di volerlo ascoltare in disparte, perchè aveva cosa importante da confidargli. Ritiratisi, Adalolfo gli disse, che la regina Gundeberga per tre giorni avea parlato con _Tasone_ duca, e trattato di avvelenar esso re, per poscia sposare esso Tasone e dargli la corona. Prestò fede Arioaldo a questa calunnia, e mandò prigione la regina nel castello di _Lomello_, onde prese il nome la _Lomellina_, territorio fertilissimo, posto fra il Po e il Tesino. Quel _Tasone_ duca vien di sopra appellato dallo stesso Fredegario _duca della Toscana_, con aggiungere che egli per la sua superbia avea già cominciato a ribellarsi contra del re, e verisimilmente non aveva egli approvato che Arioaldo avesse tolto il regno al re Adaloaldo. Ma noi sappiamo da Paolo Diacono, la cui autorità in ciò merita più fede, che _Tasone_ fu _duca del Friuli_, e figliuolo di _Gisolfo_ duca di quella contrada, avendo nondimeno esso Paolo riconosciuto anche egli la ribellion dello stesso Tasone contro del re Arioaldo. Ciò che avvenisse della regina Gundeberga, lo diremo più abbasso.

NOTE:

[3209] Fredegar., in Chronic., cap. 65.

[3210] Theoph., in Chronogr.

[3211] Cedren., in Annal.

[3212] Niceph., in Brev.

[3213] Zonar., in Annal.

[3214] Baron., in Not. ad Martyrol.

[3215] Fredeg., in Chron., cap. 51.

Anno di CRISTO DCXXX. Indizione III.

ONORIO I papa 6. ERACLIO imperadore 21. ARIOALDO re 6.

L'anno XIX dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.