Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 100

Chapter 1003,443 wordsPublic domain

Seguitò a godersi la pace in Italia mercè della tregua che ogni anno si andava confermando tra i Greci e Longobardi. Fredegario[3140] ci ha conservata una notizia: cioè che i Greci, ossia l'esarco di Ravenna, pagavano ogni anno ai Longobardi _un tributo di tre centinaja d'oro_. Vuol dire, a mio credere, che per aver la pace da essi doveano ogni anno pagar loro trecento libbre d'oro, le quali si accostavano a quattordicimila e quattrocento doble. In quest'anno a dì 22 di gennaio, per attestato della Cronica Alessandrina[3141] e di Teofane[3142], _Eraclio_ Augusto dichiarò imperadore e fece coronare _Flavio Eraclio Costantino_ suo figliuolo, nato nell'anno precedente, con plauso universale del senato e popolo. Succedette intanto un'altra gran peripezia ne' regni dei Franchi. Pareva ormai giunto all'auge della felicità _Teoderico_ re della Borgogna per l'accrescimento di tanti stati; l'avola sua, cioè la regina _Brunechilde_, mirava con trionfo annichilato l'odiato nipote _Teodeberto_, ed esaltato l'altro amato nipote Teoderico, sul cui animo ella aveva un forte ascendente e si arrogava un'esorbitante autorità. Ma altri erano i giudizii di Dio, il quale lascia talvolta innalzare al sommo i peccatori, e nel più bello della lor prosperità gli abissa. Così avvenne a questi due principi, rei nel tribunale di Dio, e in faccia ancora del mondo, di enormi misfatti. S'era messo in pensiero il suddetto re Teoderico d'ingoiare nella stessa maniera _Clotario II_ re della Neustria, suo stretto parente; e già mossosi con una formidabile armata, era alla vigilia di divenir padrone anche del resto di quegli stati, perchè Clotario non avea forze da resistergli: quando colto da una dissenteria, come vuol Fredegario[3143], oppure da altro malore, come vuol Giona nella vita di san Colombano[3144], diede fine alla sua vita e ai suoi eccessi in età di ventisei anni. Le conseguenze di questo inaspettato colpo disciolsero l'armata di lui; Clotario si avanzò colla sua; e gli passò così ben la faccenda, che senza spargere sangue s'impadronì di tutta l'Austrasia e della Borgogna; ebbe in mano tre de' figliuoli di Teoderico, e due d'essi fece morire. La regina _Brunechilde_ in sì brutto frangente anche essa tradita, cadde in potere del re Clotario, il quale la rimproverò d'aver data la morte a dieci tra nipoti e principi della casa reale. Fu essa per tre giorni straziata con varii tormenti, poi sopra un cammello esposta ai dileggi di tutto lo esercito; e finalmente per le chiome, per un piede e una mano venne legata alla coda di un ferocissimo cavallo, il quale correndo la mise in brani: esempio terribile dell'iniquità ben pagata anche nel mondo presente. In tal maniera andò ad unirsi nel solo _Clotario II_ tutta la monarchia franzese divisa negli anni addietro in tre parti. Quetati sì strepitosi rumuri, il medesimo re, siccome quegli che professava una singolar venerazione a _san Colombano_, e specialmente dopo essersi adempiuto quanto gli aveva predetto questo servo del Signore, spedì in Italia _Eustasio_ abbate di Luxevils colla commissione di farlo tornare in Francia. Ma il santo abbate se ne scusò, nè volle rimuoversi da Bobbio. Probabilmente appartiene a quest'anno una lettera da lui scritta a _Bonifazio IV_ papa, e pubblicata da Patricio flamingo, e poi inserita nella Biblioteca de' Padri. Durava tuttavia in Milano, nella Venezia e in altri luoghi lo scisma fra i Cattolici, accettando i più d'essi il concilio quinto generale, ed altri rigettandolo. E perciocchè premeva forte allo stesso re _Agilolfo_ che si togliesse questa discordia, per ordine suo san Colombano colla suddetta lettera fece ricorso al papa. In essa fra le altre cose ei dice: _A rege cogor, ut singillatim suggeram tuis piis auribus sui negotium doloris. Dolor namque suus est schisma populi pro regina, pro filio, forte et pro se ipso fertur enim dixisse: si certum sciret, ei ipse crederet._ Da queste parole han voluto inferire alcuni, che il re Agilolfo fosse tuttavia o pagano o ariano: ma insussistente è l'illazione. Aveva egli già abbracciato il Cattolicismo; ma era tuttavia fluttuante intorno al credere conforme alla dottrina cattolica il concilio quinto generale. Poichè per conto della regina Teodelinda, sappiam di certo per lettere di san Gregorio papa, ch'essa non sapeva indursi ad abbracciar quel concilio; ed avrebbe potuto insinuar queste massime al figlio _Adoloaldo_. Però non son da tirare le parole del re Agilolfo alle discordie troppo essenziali che vertevano tra i Cattolici e gli ariani, ma sì bene alla discordia nata fra i Cattolici per cagione del quinto concilio, di cui parla la lettera di san Colombano, e nata per ignoranza di chi non intendeva, o per arroganza di chi non voleva intendere la retta intenzione e dottrina d'esso concilio quinto. Anzi di qui si può chiaramente ricavare, che il re Agilolfo era entrato nella Chiesa cattolica, e faceva conoscere il suo zelo per l'unità e quiete della medesima: pensiero che non si sarebbe mai preso, se pagano o ariano ei fosse allora stato.

NOTE:

[3140] Idem, ibid., cap. 69.

[3141] Chronic. Alexandr.

[3142] Theoph. in Chronogr.

[3143] Fredeg., in Chron., cap. 39.

[3144] Jonas, in Vit. S. Columbani, lib. 2.

Anno di CRISTO DCXIV. Indizione II.

BONIFAZIO IV papa 7 ERACLIO imperadore 5. AGILOLFO re 24.

L'anno III dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Funestissimo riuscì quest'anno alla repubblica cristiana, perciocchè, per attestato di Teofane[3145] e dalla Cronica Alessandrina[3146], i Persiani non trovando argine alcuno alla lor potenza, dopo aver sottomesso Damasco e molt'altre città dell'Oriente, entrati nella Palestina, presero in pochi giorni la santa città di Gerusalemme. Non lasciarono indietro i furibondi Barbari crudeltà veruna in tal congiuntura. Uccisero migliaia di cherici monaci, sacre vergini ed altre persone; diedero alle fiamme il sepolcro del Signore ed infinite case; smantellarono tutti i più nobili templi d'essa città, ed esportarono il vero legno della santa Croce, con tutti gl'innumerabili sacri vasi di quelle chiese. _Zaccheria_ patriarca di quella città con altre migliaja di quel popolo fu condotto schiavo in Persia. Questa disgrazia trasse le lagrime dagli occhi di tutti i buoni Cristiani. Quei che poterono scampare da sì furiosa tempesta, si ricoverarono ad Alessandria di Egitto, dove trovarono il padre de' poveri, cioè il celebre _s. Giovanni_ limosiniere, patriarca di quella città, che tutti raccolse e sostentò come suoi figliuoli[3147]. Nè contento di ciò il mirabil servo del Signore, inviò persona con oro, viveri e vesti in aiuto dei rimasti prigionieri, e per riscattare chiunque si potesse. Mandò ancora due vescovi con assai danaro incontro a quei che venivano liberati dalla schiavitù. _Antioco_ monaco della Palestina, che fiorì in tempi sì calamitosi, e di cui abbiamo cento trenta omilie, deplorò con varie lamentazioni in più d'un luogo questa lagrimevol tragedia del Cristianesimo. Sappiam inoltre da Teofane e da Cedreno[3148] che concorse anche l'odio de' giudei ad accrescerla, con aver costoro comperati quanti cristiani schiavi poterono, i quali barbaramente poi furono da essi levati di vita. Correa voce che ne avessero uccisi circa novantamila. Per questa calamità non lasciò _Eraclio_ imperadore[3149] di passare alle seconde nozze, con prendere per moglie _Martina_, figliuola di Maria sua sorella e di Martino; il che cagionò scandalo nel popolo, trattandosi di una sì stretta parentela; e _Sergio_ patriarca detestò come incestuoso un sì fatto matrimonio. Ma Eraclio non se ne prese pensiero. Si stenterà anche a credere quell'avversione di Sergio, perchè abbiamo da Teofane che il medesimo patriarca coronò _Martina_, allorchè Eraclio la dichiarò Augusta.

NOTE:

[3145] Theoph., in Chronogr.

[3146] Chron. Alex.

[3147] Leontius, in Vit. S. Joann. Elemosynarii.

[3148] Cedren. in Annal.

[3149] Niceph. Constantinopolit., in Chr., pag. 10.

Anno di CRISTO DCXV. Indizione III.

DEUSDEDIT papa 1. ERACLIO imperadore 6. ADALOALDO re 1.

L'anno IV dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Ci vien dicendo Paolo Diacono[3150] che _Agilolfo_ re de' Longobardi _regnò venticinque anni_. Quindi fra gli eruditi s'è disputato s'egli mancasse di vita nell'anno presente 615, siccome han creduto il Sigonio, il Sassi nelle Annotazioni al Sigonio medesimo, e il padre Bacchini nelle sue Dissertazioni ad Agnello scrittore delle Vite dei vescovi ravennati, oppure se all'anno susseguente 616, come sono stati d'avviso il p. Pagi e il Bianchi nelle Annotazioni a Paolo Diacono. Non serve a decidere la quistione un diploma del re Adaloaldo, dato nell'anno 621 in favore del monistero di Bobbio, e prodotto dall'Ughelli[3151], perchè esso si adatta all'una e all'altra opinione, e può anche dubitarsi se sia documento sicuro, perchè il Margarino dopo l'Ughelli l'ha rapportato[3152] colle note cronologiche diverse. Sigeberto[3153], che mette nell'anno 617 la morte di Agilolfo, e Fredegario[3154], che tuttavia il fa vivente in quell'anno, non son da ascoltare. Che Fredegario nelle cose longobardiche non sia autor ben informato, e Sigeberto non sia buon condottiero nella cronologia di questi tempi, si può provare con troppi esempli. Io mi fo lecito di riferire all'anno presente la morte di questo principe, perchè prendendo il principio del suo regno dal principio di maggio dell'anno 591, egli in quest'anno entrò nel medesimo maggio nell'anno vigesimoquinto del suo regno; nè vi ha necessità che egli regnasse venticinque anni compiuti, perchè gli scrittori antichi con un sol numero abbracciano spesso anche gli anni incompleti. E tanto più poi sarebbe da anteporre questa opinione ad ogni altra, se Paolo Diacono avesse cominciato, come è più che probabile, a contar gli anni del regno di Agilolfo dal novembre dell'anno 590, scrivendo egli: _Suscepit Agilulfus inchoante jam mense novembris regiam dignitatem_. In questo supposto avrebbe esso re compiuto l'anno ventesimo quinto del regno sul principio di novembre di questo anno 615. Comunque sia, cessò di vivere _Agilolfo_ re de' Longobardi, principe di gran valore e di molta prudenza, che antepose l'amor della pace a quel della guerra, e glorioso specialmente per essere stato il primo dei re Longobardi ad abbracciare la religion cattolica: il che servì non poco a trarre dagli errori dell'arianismo tutta la nazion longobarda. Prima nondimeno d'abbandonar questo principe, convien riferire ciò che di lui scrisse Fredegario sotto l'anno XXXIV del regno di Clotario II re dei Franchi[3155]. Vuol egli che i Longobardi nel tempo dei _duchi_ eleggessero di pagare ogni anno dodicimila soldi d'oro ai re della Francia, per avere la lor protezione, e che il re _Autari_ continuasse questo pagamento, ed altrettanto facesse _il di lui figliuolo Agone_, cioè il re _Agilolfo_, il quale nondimeno si sa non essere stato figliuolo d'_Autari_. Aggiugne che nell'anno suddetto XXXIV di Clotario, corrispondente all'anno 617, furono spediti ad esso re Clotario dal re Agone tre nobili ambasciatori di nazion longobarda: cioè _Agilolfo_, _Pompeo_ e _Gautone_, per abolir quest'annuo sia tributo o regalo. Guadagnarono essi il favore di _Varnacario_, _Gundelando_ e _Cuco_, ministri primarii del re Clotario, con un segreto sbruffo di mille soldi d'oro per cadauno. Esibirono poi al re Clotario per una volta sola trentaseimila soldi d'oro; ed avendo quei consiglieri lodato il partito, fu cassata la capitolazione precedente, nè altro in avvenire si pagò dai Longobardi. In tal congiuntura fu stipulato un trattato di pace ed amicizia perpetua tra i Franchi e i Longobardi. Il fatto è credibile, ma per conto del tempo concorrono le circostanze a farci credere che la spedizione di questi ambasciatori seguisse nell'anno 613, o al più nel 614, coll'occasione che il re Agilolfo volle congratularsi col re Clotario per i prosperosi successi che aveano unita in lui solo l'ampia monarchia dei re franchi. Il padre Daniello[3156] ha acconciata questa cronologia di Fredegario con dire che gli ambasciatori suddetti furono spediti, non già dal re _Agilolfo_, ma bensì dal re _Adaloaldo_. Ma Fredegario scrive _ab Agone rege_, ed è certo che _Agone_ fu lo stesso che _Agilolfo_. Ora al re Agilolfo succedette nel regno de' Longobardi _Adaloaldo_ suo figliuolo, nato nell'anno 602, e già proclamato re nell'anno 604, tuttavia nondimeno in età incapace a governar popoli, e però bisognoso della tutela della regina Teodelinda sua madre. Venne a morte in questo anno nel dì 7 di maggio s. _Bonifazio IV_ papa. Molti mesi stette vacante la cattedra di s. Pietro, ed infine fu creato romano pontefice _Deusdedit_ cioè _Diodato_, di nazione romano. Vuole il p. Pagi che ciò seguisse nel dì 19 di ottobre; ma Anastasio bibliotecario notò la di lui consecrazione al dì 13 di novembre. Di grandi tremuoti ancora si fecero sentire in Italia, a quali tenne dietro il fetente morbo della lebbra. Non so io dire se questo malore fosse dianzi incognito, oppur solamente raro in Italia. Ben so che il medesimo ne' secoli susseguenti si truova costante e vigoroso per tutta l'Italia, e si dilatò anche ne' regni circonvicini, di maniera che poche città italiane vi furono col tempo che non avessero o molti, o pochi infetti di questo male sì sporco ed attaccaticcio, con essersi in assaissimi luoghi per cagion d'esso fondati spedali dei lebbrosi, a' quali fu dato poi il nome di lazzaretti da Lazzaro mentovato nel Vangelo. Fra gli altri motivi che noi abbiamo di ringraziar la divina clemenza per più benefizii compartiti a questi ultimi secoli che ai precedenti, c'è ancora quello di vederci liberi da questo brutto spettacolo, troppo rari oramai essendo i lebbrosi che dalla romana carità sono oggidì accolti, curati e guariti. Passò ancora in quest'anno alla patria de' beati nel monistero di Bobbio _s. Colombano_ abate[3157], chiarissimo per la sua santa vita e per tanti miracoli che di lui si raccontano. A lui succedette nel governo di quel monistero _Attala_ borgognone, che era stato abate del monistero di Luxevils in Borgogna, personaggio anch'esso di rare virtù, e degno discepolo di sì eccellente maestro.

NOTE:

[3150] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 43.

[3151] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.

[3152] Margarin., Bullar. Casinens. tom. 2.

[3153] Sigebertus, in Chron.

[3154] Fredegarius, in Chron.

[3155] Fredegar., in Chron. cap. 44 et 45.

[3156] Daniel, Histoire de France, tom. 1.

[3157] Jonas, in Vita S. Columbani.

Anno di CRISTO DCXVI. Indizione IV.

DEUSDEDIT papa 2. ERACLIO imperadore 7. ADALOALDO re 2.

L'anno V dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

L'Italia in questi tempi godeva una invidiabile pace, perchè _Teodelinda_ non amava disturbi e imbrogli di guerra nella minorità del figliuolo; e molto più tornava il conto all'esarco _Giovanni_ Lemigio di non far novità in tempi che l'impero in Oriente si trovava tutto sossopra per la guerra dei Persiani, e spogliato in maniera, che in tanti bisogni credette _Eraclio_ Augusto di potersi valere dei sacri vasi delle chiese per pagare i Barbari circonvicini, e impedire che non concorressero anch'eglino alla total rovina dell'imperio suo. Ma in Ravenna nell'anno precedente era succeduta, o succedette in questo, una funesta rivoluzione, accennata con due parole da Anastasio bibliotecario[3158]: cioè irritati i cittadini di Ravenna o dalla superbia e dai mali trattamenti dell'esarco suddetto, oppure dagli esorbitanti aggravii loro imposti, si sollevarono contra di lui, e l'uccisero con tutti i giudici che avea condotti seco. Andata questa nuova a Costantinopoli, Eraclio non tardò a spedire in Italia _Eleuterio_ patrizio ed esarco, il quale, giunto a Ravenna, formò de' rigorosi processi contra gli uccisori del suo antecessore, e diede un grande esercizio alle scuri. Meglio in somma stavano gl'Italiani sotto i Longobardi che sotto i Greci. Intanto in Oriente seguitavano ad andare alla peggio gli affari dell'imperio romano. I Persiani, secondochè abbiam da Teofane[3159] e da Cedreno[3160], entrarono nell'Egitto, presero la città d'Alessandria, e s'impadronirono di tutte quelle contrade e della Libia, sino ai confini degli Etiopi. Ma non pare che tenessero salde sì vaste conquiste, soggiugnendo quello storico, che, fatta una gran moltitudine di schiavi e un incredibil bottino, se ne tornarono al loro paese. In sì terribil congiuntura il santo patriarca di Alessandria, _Giovanni_ il limosiniero, se ne fuggì nell'isola di Cipri, dove santamente morì, con lasciare dopo di sè una memoria immortale dell'incomparabil sua carità. Ci resta la sua vita scritta da _Leonzio_ vescovo di Lemissa. Ma qui non terminarono le tempeste dell'Oriente. O nell'anno precedente, o in questo, un altro esercito di Persiani, condotto da Saito generale, arrivò fin sotto la città di Calcedone, cioè a dire in faccia a Costantinopoli, e quivi si accampò. Se si vuole prestar fede a Teofane, egli obbligò alla resa quella città. Comunque passasse questo fatto, racconta Niceforo patriarca costantinopolitano nel suo compendio istorico[3161], che Caito avendo invitato l'imperadore Eraclio ad un abboccamento, questi non ebbe difficoltà di passare lo Stretto e di parlar con lui. Il general persiano con somma venerazione lo accolse, e il consigliò di mandar seco ambasciatori al re _Cosroe_, per trattar della pace. All'udir queste parole parve ad Eraclio che s'aprisse il cielo in suo furore; e in fatti spedì al re di Persia _Olimpio_ prefetto del pretorio, _Leonzio_ prefetto di Costantinopoli, due de' primi ufficiali della sua corte, ed _Anastasio_ prete. L'autore della Cronica Alessandrina[3162] rapporta anche l'orazione recitata da questi ambasciatori a Cosroe. Ma così bell'apparato andò poi a finire in una lagrimevole scena. Disapprovò il barbaro re la condotta del suo generale Saito, che in vece dell'imperadore Eraclio gli avesse menato davanti i di lui legati; e però, fattagli cavar la pelle, e formarne un otre, crudelmente il fece morire. Poscia cacciati in prigione gli ambasciatori cesarei, in varie forme li maltrattò, e dopo averli tenuti lungamente in quelle miserie, finalmente levò loro la vita. Può essere che l'assedio di Calcedone e l'ambasceria al re Cosroe sieno da riferire, secondo il padre Pagi, all'anno precedente; ma potrebbe anche appartenere al presente una parte di questa tragedia. Crede il buon Ughelli[3163] nell'Italia sacra, dove parla de' vescovi di Benevento, che appartenga all'anno 613 (vuol dire all'anno presente 616) un diploma d'Arichi ossia Arigiso I duca di Benevento, dato _anno XXIV gloriosissimi ducatus sui, mense martio, Indictione quarta_. Qual diploma non è di Arigiso I, ma sì bene di Arigiso II duca di Benevento, e fu dato nel marzo dell'anno 781.

NOTE:

[3158] Anast. Bibliothec., in Vit. Deusdedit.

[3159] Theoph., in Chronogr.

[3160] Cedren. in Annal.

[3161] Nicephorus Costantinopolitanus, in Chron.

[3162] Chron. Alex.

[3163] Ughellius Italia Sacr. T. 8.

Anno di CRISTO DCXVII. Indizione V.

DEUSDEDIT papa 3. ERACLIO imperadore 8. ADALOALDO re 3.

L'anno VI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Abbiamo da Teofane[3164] che _Eraclio Costantino_, figliuolo dell'imperatore Eraclio, alzato anche egli, siccome dicemmo, alla dignità augustale, nel primo dì del gennaio di quest'anno (non volendolo il padre meno di sè), prese il consolato, di cui nondimeno gli scrittori antichi non tennero conto, ed in tal congiuntura dichiarò Cesare _Costantino_ suo fratello minore, nato da _Martina_ Augusta. Ma i malanni andavano ogni dì più crescendo in Oriente. Al terribile sconvolgimento della guerra si aggiunse in Costantinopoli e nelle altre città una fiera carestia, perchè dall'Egitto saccheggiato dai Persiani non venivano più grani. Crebbe poi al sommo la miseria, perchè la peste entrò nel popolo di quella gran città, e faceva un orrido scempio delle lor vite. Però atterrito e come disperato l'imperatore _Eraclio_, presa la risoluzione di ritirarsi in Africa, avea già mandata innanzi una nave carica di preziosi mobili e di una gran copia d'oro, d'argento e di gemme, che, a cagione d'una fiera tempesta sopraggiunta, andò per la maggior parte a male. Penetratosi poi il disegno di Eraclio, i cittadini si maneggiarono forte per impedirlo, e finalmente il patriarca _Sergio_ avendo invitato l'imperadore alla chiesa, tanto perorò a nome del popolo, che l'obbligò a promettere con giuramento di non partirsi da quella real città. Ubbidì egli, benchè mal volentieri, ma non cessava di sospirare e gemere per tante miserie. Questo infelice stato dello imperio in Oriente influì qualche movimento torbido in Italia. Erasi prima di ora un certo _Giovanni Consino_ ribellato all'imperadore, e fattosi padrone di Napoli, città fedele all'imperio. Comunemente si crede ch'egli fosse governatore o duca d'essa città, e che veggendo traballare l'imperio in Oriente, ed assai manifesto che l'imperatore non poteva accudire all'Italia, di governatore si fece sovrano, ossia tiranno. Ma ho io gran sospetto che costui fosse piuttosto uno de' magnati di que' paesi, il quale colla forza, o in altra guisa, si usurpasse la signoria di quella nobil città. Egli è chiamato _Compsinus_, cioè da _Compsa_, oggidì _Conza_ nel regno di Napoli. Non par credibile che i Greci dessero allora il governo di una città sì riguardevole ad Italiani di quelle contrade. Ora _Eleuterio_ esarco, dappoichè ebbe rassettato, col rigore nondimeno, gli affari di Ravenna, se n'andò, per attestato di Anastasio bibliotecario[3165], a Roma, dove fu cortesemente accolto dall'ottimo papa _Deusdedit_. Di là passò alla volta di Napoli, e colle forze che menò seco, oppure che adunò in quelle parti, combattè con Giovanni Consino, ed entrato in Napoli, gli levò la vita. Se ne tornò egli dipoi a Ravenna, dove diede un regalo ai soldati: e ne seguì poi pace in tutta l'Italia. Qui il lettor potrà riflettere se i Longobardi, che pur erano chiamati nefandi dai loro nemici, fossero sì cattiva gente, quando apparisce che si guardarono di prevalersi della grave decadenza in cui si trovava allora l'impero romano; nè vollero punto mischiarsi nella sollevazion de' Ravennati, nè sostenere la ribellione di Giovanni Consino, tuttochè con facilità l'avessero potuto fare, e con loro gran vantaggio.

NOTE:

[3164] Theoph. in Chronogr.

[3165] Anastas. Bibliothec., in Vita Deusdedit.

Anno di CRISTO DCXVIII. Indizione VI.

DEUSDEDIT papa 4. ERACLIO imperadore 9. ADALOALDO re 4.

L'anno VII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.