Annali d'Italia, vol. 1 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

scene di quella testa sventata. La natura, in mettere lui al mondo,

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intese di fare un uomo di vilissima condizione, un sonator di cetra, un vetturino, un beccaio, un gladiatore, un buffone. La fortuna deluse le intenzioni della natura, con portare costui al trono imperiale; ma sul trono ancora si vide poi prevalere l'inclinazion naturale[392]. Invanito egli delle tante adulatorie acclamazioni che venivano fatte in Roma alla soavità della sua voce, alla sua maestria nel suono e bravura nel maneggiar i cavalli stando in carretta: s'invogliò di riscuotere un egual plauso dalle città della Grecia, le quali portavano anche allora il vanto di fare i più magnifici e rinomati giuochi della terra. Perciò si mosse da Roma a quella volta con un esercito di gente, armata non già di lance e scudi, ma di cetre, di maschere e di abiti da commedia e tragedia. Con questa corte degna di un tal imperadore, comparve egli in quelle parti, astenendosi nondimeno dal visitare Atene e Sparta per alcuni suoi particolari riguardi. Fece nell'altre città in mezzo ai pubblici teatri, anfiteatri e circhi, da commediante, da sonatore, da musico, da guidator di carrette abbigliato, ora da servo, ora da donna, ed anche da donna partoriente, da Ercole, da Edipo e da altri simili personaggi. Le corone destinate per chi vinceva ne' suddetti giuochi, tutte senza fallo toccavano a lui. Dicono che ne riportasse più di mille ottocento. Sì gli erano care, che arrivando ambasciatori delle città, per offerirgli i premii delle sue vittorie, questi erano i primi alla sua udienza, questi tenuti alla sua stessa tavola. Pregato da essi talvolta di cantar e sonare dopo il desinare, o dopo la cena, senza lasciarsi molto importunare, dava di mano alla chitarra, e gli esaudiva. Si mostrava ognuno incantato dalla sua divina voce: egli era il dio della musica, egli un nuovo Apollo; laonde ebbe a dire, non esservi nazione, che meglio della greca sapesse ascoltando giudicar del merito delle persone, e di aver trovato essi soli degni di sè e de' suoi studi. Le viltà, le oscenità commesse da Nerone in tal occasione furono infinite; immensi i regali e le spese. Ma nello stesso tempo, per supplire ai bisogni della borsa, impoverì i popoli della Grecia, saccheggiò quei lor templi, a' quali non per anche avea steso le griffe; confiscò i beni di assaissime persone, condannate a diritto e a rovescio. Mandò anche a Roma e per l'Italia Elio, liberto di Claudio, con podestà senza limite, per confiscare, esiliare ed uccidere fino i senatori; e costui il seppe servire di tutto punto, facendo da imperadore, senza essersi potuto conchiudere, chi fosse peggiore, o egli o Nerone stesso.

Volle questo forsennato imperadore, che i giuochi olimpici d'Elide, benchè si dovessero far prima, si differissero sino al suo arrivo in Grecia, per poterne riportare il premio. Colla sua carretta anch'egli entrò nel circo, ma cadutone ebbe ad accopparsi, e più giorni per tal disgrazia stette in letto. Con tutto ciò il premio a lui fu assegnato. Passava male per chi a lui non volea cedere[393]. Nei giuochi istmici un tragico, miglior musico che politico, perchè non ebbe l'avvertenza di desistere dal canto, per lasciar comparire quel di Nerone, che dovea certamente essere più mirabile del suo, fu strangolato sul teatro in faccia di tutta la Grecia. Vennegli poi in pensiero di far un'opera stabile per cui s'immortalasse il suo nome: e fu quella di tagliare lo stretto di Corinto, per unire i due mari Ionio ed Egeo[394]: disegno concepito anche da Giulio Cesare e da molti altri; ma per le molte difficoltà non mai eseguito. Nulla parea difficile alla gran testa di Nerone. Fu egli nel destinato giorno il primo a rompere la terra con un piccone d'oro, e a portar la terra in una cesta, per animare gli altri all'impresa: il che fatto, si ritirò a Corinto, tenendosi per più glorioso di Ercole a cagione di così gran prodezza. Furono a quel lavoro impiegati i soldati, i condannati e gran copia d'altra gente: e Vespasiano[395] gl'inviò apposta seimila Giudei fatti prigioni. Non più di cinque miglia di terra è lo stretto di Corinto; eppure con tante mani in due mesi e mezzo di lavoro non si arrivò a cavar neppure un miglio di quel tratto. Non si andò poi più innanzi, perchè affari premurosi richiamarono Nerone a Roma. Elio liberto, mandato da lui con plenipotenza di far del male in Italia, l'andava con frequenti lettere spronando a ritornarsene, inculcando la necessità della sua presenza in queste parti. Ma Nerone, perduto in un paese dove giorno non passava che non mietesse nuove palme, non trovava la via di lasciar quel cielo sì caro: quand'ecco giugnere in persona Elio stesso, venuto per le poste, che gli mise in corpo un fastidioso sciroppo, avvertendolo che si tramava in Roma una formidabil congiura contro di lui. Allora sì, che s'imbarcò, dopo essersi quasi un anno intero fermato in Grecia, alla quale accordò il governarsi coi propri magistrati, e l'esenzione da tutte le imposte; e venne alla volta d'Italia. Sorpreso fu per viaggio da una tempesta, per cui perdè i suoi tesori, laonde speranza insorse fra molti, che anch'egli in quel furore del mare avesse a perire. Sano e salvo egli compiè la navigazione, ma non già chi avea mostrata speranza o desiderio di vederlo annegato, perchè ne pagò la pena col suo sangue. Come trionfante entrò in Roma sullo stesso cocchio trionfale d'Augusto, su cui veniva anche Diodoro citarista suo favorito, corteggiato dai soldati, cavalieri e senatori. Era addobbata ed illuminata tutta la città, incessanti le acclamazioni dettate dall'adulazione: «Viva Nerone Ercole, Nerone Apollo, Nerone, vincitor di tutti i giuochi. Beato chi può ascoltar la tua voce!» A questo segno era ridotta la maestà del popolo romano. Mentre succedeano queste vergognose commedie in Grecia e in Italia, avea dato principio _Flavio Vespasiano_[396] alla guerra contro i sollevati Giudei. Già il vedemmo inviato colà per generale da Nerone. La prima sua impresa fu l'assedio di Jotapat, luogo fortissimo per la sua situazione. Vi spese intorno quarantasette giorni, e costò la vita di molti de' suoi; ma de' Giudei vi perirono circa quarantamila persone, e fra gli altri vi restò prigione lo stesso _Giuseppe_, storico insigne della nazion giudaica, il quale comandava a quelle milizie. Perchè predisse a Vespasiano l'imperio, fu ben trattato. Di molte altre città e luoghi della Galilea s'impadronì Vespasiano, e _Tito_ suo figliuolo riportò qualche vittoria in vari combattimenti, con istrage di gran quantità di Giudei.

NOTE:

[392] Dio, lib. 63. Sueton., in Nerone, cap. 22

[393] Lucian., in Nerone.

[394] Dio, lib. 63. Suetonius, in Nerone, c. 19.

[395] Joseph., de Bello Judaico, lib. 3

[396] Joseph., de Bello Judaico, lib. 3

Anno di CRISTO LXVIII. Indizione XI.

CLEMENTE papa 2. NERONE CLAUDIO imper. 15. SERVIO SULPICIO GALBA imper. 1.

_Consoli_

CAIO SILIO ITALICO e MARCO GALERIO TRACALO.

Il console _Silio Italico_ quel medesimo è che fu poeta, e lasciò dopo di sè un poema pervenuto sino ai dì nostri. S'era egli meritata la grazia di Nerone, e nello stesso tempo l'odio pubblico, col brutto mestiere d'accusare e far condannare varie persone. Consisteva la riputazion di _Tracalo_ nell'essere uomo di singolar eloquenza, trattando le cause giudiciali. Non durò il loro consolato più del mese d'aprile, a cagion delle rivoluzioni insorte, che liberarono finalmente l'imperio romano da un imperador buffone, mostro insieme di crudeltà[397]. Ne' primi mesi dell'anno presente _Caio Giulio Vindice_, vicepretore e governator della Gallia Celtica, il primo fu ad alzar bandiera contro di Nerone, col muovere a ribellione que' popoli: al che non trovò difficoltà, sentendosi essi troppo aggravati dalle estorsioni e tirannie del furioso imperadore, vivamente ancora ricordate loro da Vindice in questa occasione. Non teneva egli al suo comando legione alcuna, ma avea ben molto coraggio, e in breve tempo mise in armi circa centomila persone di que' paesi. Con tutto ciò le mire sue non erano già rivolte a farsi imperadore; anzi egli scrisse tosto a _Servio Sulpicio Galba_, governatore della Spagna Taraconense[398], e personaggio di gran credito per la sua saviezza, giustizia e valore, esortandolo ad accettar l'imperio, con promettergli anche la sua ubbidienza. Perciò circa il principio di aprile, Galba, raunata una legione ch'egli avea in quella provincia, con alquante squadre di cavalleria, ed esposte la crudeltà e pazzie di Nerone, si vide proclamato imperadore da ognuno. Egli nondimeno prese il titolo solamente di legato o sia di luogotenente della repubblica. Dopo di che si diede a far leva di gente, e a formare una specie di senato. Parve un felice augurio e preludio, l'essere arrivata in quel punto a Tortosa in Catalogna una nave d'Alessandria carica di armi, senzachè persona vivente vi fosse sopra. In questi tempi soggiornava l'impazzito Nerone tutto dedito ai suoi vergognosi divertimenti in Napoli quando nel giorno anniversario, in cui avea uccisa la madre, cioè nel di 21 di marzo, gli arrivarono le nuove della ribellion della Gallia e dell'attentato di Vindice. Parve che non se ne mettesse gran pensiero e piuttosto ne mostrasse allegria, sulla speranza che il gastigo di quelle ricche provincie gli frutterebbe degl'immensi tesori. Seguitò dunque i suoi spassi, e per otto giorni non mandò nè lettere nè ordini, quasichè volesse coprir col silenzio l'affare. Ma sopraggiunta copia degli editti pubblicati da Vindice nella Gallia, pieni d'ingiurie contra di lui, allora si risentì. Quel che più gli trafisse il cuore, fu il vedere, che Vindice invece di Nerone il nominava col suo primo cognome _Enobarbo_,[399] e diede poi nelle smanie perchè il chiamava _cattivo sonator di cetra. Ne conoscete voi un migliore di me?_ gridò allora rivolto ai suoi, i quali si può ben credere che giurarono di no. Venendo poi un dopo l'altro nuovi corrieri, con più funesti avvisi, tutto sbigottito corse a Roma, consolato nondimeno per avere osservato nel viaggio, scolpito in marmo un soldato gallico trascinato pe' capelli, da un romano: dal che prese buon augurio. Non raunò in Roma nè il senato nè il popolo; solamente chiamò una consulta de' principali al suo palagio, e spese poi il resto della giornata intorno a certi strumenti musicali che sonavano a forza d'acqua. Fu posta taglia sulla testa di Vindice, ed inviati ordini, perchè le legioni dell'Illirico ed altre soldatesche marciassero contra di lui.

Ma sopraggiunto l'avviso che anche Galba s'era sollevato in Ispagna[400]; oh allora sì che gli cadde il cuore per terra. Dopo lo sbalordimento tornato in sè, si stracciò la veste, e dandosi dei pugni in testa, gridò che era spedito, parendogli troppo inaudita e strana cosa di perdere, ancorchè fosse vivo, l'imperio. E pure da lì a non molto, perchè vennero nuove migliori tornò alle sue ragazzerie, lautamente cenando, cantando poscia versi contra de' capi della ribellione, e accompagnandoli ancora con gesti da commediante. Andava intanto crescendo il partito de' sollevati nelle Gallie, e tutti con buon occhio ed animo miravano _Galba_. Fra gli altri che aderirono al suo partito, uno de' primi fu _Marco Salvio Ottone_, governatore della Lusitania, il quale gli mandò tutto il suo vasellamento d'oro e d'argento, acciocchè ne facesse moneta, ed alcuni uffiziali ancora più pratici de' Gallici per servire ad un imperadore. Ma nelle Gallie si turbarono di poi non poco gli affari. _Lucio_ (chiamato _Publio_ da altri) _Virginio_ o sia _Verginio Rufo_, governatore dell'alta Germania, che comandava il miglior nerbo dell'armi romane, o da sè stesso determinò, oppure ebbe ordine di marciar contra di Vindice. In favor di Nerone stette salda quella parte della Gallia che s'accosta al Reno, e sopra tutto Treveri, Langres, e in fin Lione si dichiarò contra di Vindice. Pare eziandio, che l'armata della Bassa Germania, cioè della Fiandra ed Olanda, si unisse con Virginio Rufo, il quale marciò all'assedio di Besanzone. Corse colà anche Vindice con tutte le forze per difendere quella città, e seguì un segreto abboccamento fra questi due generali, anzi parve nel separarsi che fossero d'accordo verisimilmente contra di Nerone. Ma accostatesi le soldatesche di Vindice per entrar nella città (il che si suppone concertato con Virginio) le legioni romane, non informate di quel concerto, senza che lor fosse ordinato, si scagliarono addosso alle milizie galliche: e non trovandole preparate per la battaglia e mal ordinate, ne fecero un macello. Vuol Plutarco[401] che contro il voler de' generali quelle due armate venissero alle mani. Vi perirono da ventimila Gallici; e tutto il resto andò disperso, con tal affanno di Vindice, che da sè stesso si diede poco appresso la morte. Se di questa non voluta vittoria avesse voluto prevalersi Virginio Rufo, per farsi e mantenersi imperadore, poca fatica avrebbe durato: cotanto era egli amato ed ubbidito da tutta la sua possente armata. Gliene fecero anche più istanze allora e dipoi i suoi soldati; ma egli da vero cittadin romano, e con impareggiabil grandezza d'animo, ricusò sempre, dicendo anche dopo la morte di Nerone, che quel solo dovea essere imperadore che venisse eletto dal senato e popolo romano. Per questo magnanimo rifiuto si rendè poi glorioso Virginio, e tenuto fu in somma riputazione presso tutti i susseguenti Augusti[402], e carico d'onori menò sua vita in pace sino all'anno ottantatrè di sua età, in cui regnando Nerva, finì i suoi giorni. In non piccola costernazione si trovò Galba, allorchè intese la disfatta di Vindice, e per vedersi anche male ubbidito dai suoi, spedì a Virginio Rufo, per pregarlo di volere operar seco di concerto affinchè si ricuperasse dai Romani la libertà e l'imperio. Qual risposta ricevesse, non si sa. Solamente è noto[403] che Galba perduto il coraggio si ritirò con gli amici a Clunia, città della Spagna, meditando già di levarsi di vita se vedea punto peggiorare gli affari.

Era intanto stranamente inviperito Nerone per questi disgustosi movimenti. Nella sua barbara mente altro non passava che pensieri d'inumanità indicibile. Quanti di nazione gallica che si trovavano o per suoi affari o relegati in Roma, tutti li voleva far tagliare a pezzi: permettere il saccheggio delle Gallie agli eserciti; levar dal mondo l'intero senato col veleno; attaccar il fuoco a Roma, e nello stesso tempo aprire i serragli delle fiere, acciocchè al popolo non restasse luogo da difendersi. Nulla poi fece per le difficoltà che s'incontravano. Quindi pensò che s'egli andasse in persona contro i ribelli, vittoria si otterrebbe. Figuravasi egli, che al solo presentarsi piangendo alla vista loro, tutti ritornerebbero alla sua divozione. Credendo inoltre, che a vincere la Gallia fosse necessario il grado di console, per attestato di Svetonio, deposti i consoli ordinari circa le calende di maggio, prese egli solo il consolato per la quinta volta. Trovasi nondimeno in Roma un frammento d'iscrizione, da me dato alla luce[404], in cui si legge NERONE V. ET TRACHA...... parendo per conseguenza, che _Tracalo_ non dimettesse allora il consolato. Ridicolo fu il preparamento suo per questa grande spedizione. La principal sua attenzione andò a far caricare in carrette scelte tutti gli strumenti musicali e gli abiti da scena con armi e vesti da Amazzoni per le sue concubine. E certo, s'egli cantava una delle sue canzonette a que' rivoltati, potevano eglino non darsi per vinti? Ma occorreva danaro, e assaissimo, a questa impresa. Pose una gravosissima colta al popolo romano, facendola rigorosamente riscuotere. Servì ciò ad aumentar l'odio di ognuno contro di lui, e ad affrettar la sua rovina, tanto più che in Roma era carestia, e quando si credette che un vascello d'Alessandria portasse grani, si trovò che conduceva solamente polve per servigio de' lottatori. Cominciarono allora a fioccar le ingiurie e le pasquinate, e tutto era disposto alla sedizione. Per buona fortuna avvenne[405], che anche _Ninfidio Sabino_, eletto in luogo di _Fenio Rufo_, prefetto del pretorio, uomo di bassa sfera, ma fiero, mosso a compassione di tante calamità di Roma, tenne mano a liberarla dal furioso tiranno. Anche l'altro prefetto, o sia capitan delle guardie, _Tigellino_ che tanto di male avea fatto negli anni precedenti, giunse ora a tradire l'esoso padrone. Essendo stato avvertito Nerone del mal animo del popolo, e giuntogli nel medesimo tempo avviso, mentre desinava, che Virginio Rufo col suo esercito si era dichiarato contra di lui, stracciò le lettere, rovesciò la tavola, fracassò due bicchieri di mirabil intaglio, e preparato il veleno si ritirò negli orti serviliani, meditando o di fuggirsene fra i Parti o di andar supplichevole a trovar Galba, o di presentarsi al senato e al popolo per domandar perdono. Di questa occasione profittò Ninfidio[406] per far credere ai pretoriani, che Nerone era fuggito, e per far acclamare _Galba_ imperadore, promettendo loro a nome di esso Galba un esorbitante donativo. Verso la mezza notte svegliandosi Nerone, si trovò abbandonato dalle guardie, e con pochi andò girando pel palazzo, senzachè alcuno gli volesse aprire, e senza impetrar dai suoi, che alcuno gli facesse il servigio di ucciderlo. Si esibì Faonte suo liberto di ricoverarlo ed appiattarlo in un suo palazzo di villa, quattro miglia lungi da Roma; ed in fatti colà con grave disagio per luoghi spinosi arrivato si nascose. Fatto giorno, vennero nuove a Faonte che il senato romano avea proclamato imperadore _Galba_, e dichiarato _Nerone_ nemico pubblico, e fulminate contra di lui le pene consuete. Dimandò Nerone, che pene fossero queste? Gli fu risposto di essere trascinato nudo per le strade, fatto morire a colpi di battiture, precipitato dal Campidoglio, e con un uncino gittato nel Tevere. Allora fremendo mise mano a due pugnali che avea seco, ma senza attentarsi di provare se sapeano ben forare. Udito poi, che veniva un centurione con molti cavalli per prenderlo vivo, aiutato da Epafrodito suo liberto, si diede del pugnale nella gola. Arrivò in quel punto il centurione, fingendo di esser venuto per aiutarlo, e corse col mantello da viaggio a turargli la ferita. Allora Nerone, benchè mezzo morto, disse: «Oh adesso sì che è tempo! E questa è la vostra fedeltà[407]?» Così dicendo spirò in età di anni trentuno, o pure trentadue, nel dì 9 di giugno, restando i suoi occhi sì torvi e fieri, che faceano orrore a chiunque il riguardava. Permise poi Icelo, liberto di Galba, poco prima sprigionato, che il di lui corpo si bruciasse. Le ceneri furono seppellite, per quanto s'ha da Svetonio assai onorevolmente nel sepolcro dei Domizii. E tale fu il fine di Nerone, degno appunto della sua vita, la quale è incerto se abbondasse più di follie o di crudeltà. Manifesta cosa è bensì, ch'egli fu considerato qual nemico del genere umano, qual furia, qual compiuto modello de' principi più cattivi, anzi dei tiranni, non essendo mai da chiamare legittimo principe chi per forza era salito sul trono, ed avea carpita col terrore l'approvazione del senato e del popolo romano, accrescendo di poi col crudel suo governo e colle tante sue ingiustizie e rapine la macchia del violento ingresso. E tal possesso prese allora nei popoli la fama di questo infame imperadore, che passò anche ai secoli seguenti con tal concordia, che oggidì ancora il volgo del nome di lui si serve per denotare un uomo crudele e spietato. Nulladimeno fra il minuto popolo, vago solamente di spettacoli, e fra i soldati delle guardie, avvezzi a profittare della disordinata di lui liberalità, molti vi furono che amarono ed onorarono la di lui memoria. Fu anche messa in dubbio la sua morte, e si vide uscir fuori in vari tempi più di un impostore, che finse di essere Nerone vivo, con gran commozione dei popoli, godendone gli uni, e temendone gli altri.

Non si può esprimere l'allegrezza del popolo romano allorchè si vide liberato da quel mostro. V'ha chi crede, che tolto di mezzo Nerone, fossero creati consoli _Marco Plautio Silvano_ e _Marco Salvio Ottone_, il quale fu poi imperadore. Ma di questo consolato d'_Ottone_ vestigio non apparisce presso gli antichi scrittori; e Plutarco[408] osserva, ch'egli venne di Spagna con Galba: dal che si comprende, non aver egli potuto ottenere si fatta dignità in questi tempi. Fuor di dubbio è bensì, che consoli furono _Cajo Bellico Natale_ e _Publio Cornelio Scipione Asiatico._ Ciò consta dalle iscrizioni ch'io ho riferito[409]. In esse _Natale_ si vede nominato _Bellico_, e non _Bellicio_, e gli vien dato anche il cognome di _Tebaniano_. Galba intanto col cuor tremante se ne stava in Ispagna aspettando qual piega prendessero gli affari; quando in sette dì di viaggio arrivò colà Icelo suo liberto, ed entrato al dispetto de' camerieri nella stanza, dov'egli dormiva, gli diede la nuova ch'era morto Nerone, e di essersene egli stesso voluto chiarire colla visita del cadavero, ed avere il senato dichiarato imperadore esso Galba. Racconta Svetonio, ch'egli tutto allegro immediatamente prese il nome di Cesare. Più probabile nondimeno è, che aspettasse a prenderlo due giorni dopo, nel qual tempo arrivò Tito Vinio da Roma, che gli portò il decreto del senato per la sua elezione in imperadore. _Servio_ (appellato scorrettamente da alcuni _Sergio_) _Sulpicio Galba_, che prima avea usato il prenome di _Lucio_, uscito da una delle più antiche famiglie romane, dopo essere stato console nell'anno di Cristo 55, e dopo aver con lode in vari onorevoli governi dato saggio della sua prudenza e del suo valor militare, si trovava allora in età di settantadue anni[410]. Ne sperò buon governo il senato romano, ed ancorchè si venisse a sapere che egli era uom rigoroso ed inclinato alla avarizia, male famigliare di non pochi vecchi; pure il merito di avere in lontananza cooperato ad abbattere l'odiatissimo Nerone, fece che comunemente fosse desiderato il suo arrivo a Roma. Partissi egli di Spagna, e a piccole giornate in lettiga passò nelle Gallie, inquieto tuttavia per non sapere se l'armate dell'alta e della bassa Germania, comandate l'una da _Virginio Rufo_, e l'altra da _Fontejo Capitone;_ fossero per venire alla sua divozione. Soprattutto gli dava dell'apprensione Virginio, siccome quello, a cui vedemmo fatte cotante istanze acciocchè assumesse l'imperio. Ma questi con eroica moderazione indusse l'armata, benchè non senza fatica, a giurar fedeltà a Galba; ed altrettanto anche prima di lui fece Capitone. Poco dipoi grato si mostrò Galba a Virginio, perchè chiamatolo alla corte con belle parole, diede il comandò di quell'esercito ad _Ordeonio Fiacco_, e da lì innanzi trattò assai freddamente esso Virginio, senza fargli del male, ma neppur facendogli del bene.

I due maggiormente favoriti e potenti presso Galba cominciarono ad essere _Tito Vinio_, dianzi da noi mentovato, che ci vien descritto da Plutarco[411] per uomo perduto nelle disonestà, ed interessato al maggior segno, e[412] _Cornelio Lacone_, uomo dappoco, e di parecchi vizii macchiato, che Galba senza dimora dichiarò capitano delle guardie, o sia prefetto del pretorio. Per mano di questi due passavano tutti gli affari. Volle anco _Marco Salvio Ottone_, vicepretore della Lusitania, accompagnar Galba a Roma. Era egli stato de' primi a dichiararsi per lui, nè lasciava indietro ossequio e finezza alcuna per cattivarsi il di lui affetto, e quello ancora di Vinio, avendo conceputa speranza che il vecchio Galba, sprovveduto di figli, adotterebbe lui per figliuolo. E qualora ciò non succedesse, già macchinava di pervenire all'imperio per altre vie. Giunto Galba a Narbona, quivi se gli presentarono i deputati del senato, accolti benignamente da lui, ma senza che egli volesse mobili di Nerone, inviati da Roma, e senza voler mutare i propri, benchè vecchi; il che gli ridondò in molta stima, per darsi egli a conoscere in tal forma signore moderato e lontano dal fasto. Non tardò poi a cangiar di stile per gli cattivi consigli di Vinio. Intanto in Roma si alzò un brutto temporale, che felicemente si sciolse per buona fortuna di Galba. _Ninfidio Sabino_ prefetto del pretorio, che più degli altri avea contribuito alla morte di Nerone, e all'esaltazione di Galba, si credea di dover essere l'arbitro della corte, e far da padrone allo stesso nuovo Augusto che tanto gli dovea. Perciò imperiosamente depose _Tigellino_ suo collega, e sotto nome di Galba si diede a signoreggiare in Roma[413]. Ma dappoichè gli fu riferito che _Cornelio Lacone_ aveva anch'egli conseguita la dignità di prefetto del pretorio, e ch'esso con _Tito Vinio_ comandava le feste, se ne alterò forte, perchè non amava nè voleva compagno nell'uffizio suo. Mutate dunque idee, meditò di farsi egli imperadore. Trasse dalla sua quanti soldati delle guardie potè, ed anche alcuni senatori e qualche dama delle più intriganti; e giacchè non si sapea chi fosse suo padre, sparse voce di esser egli figliuolo di Caio Caligola. Gli rassomigliava anche nella fierezza del volto e nell'infame sua impudicizia. Voleva spedire ambasciatori a Galba, per rappresentargli che s'egli si levasse dal fianco Vinio e Lacone, riuscirebbe più grata la sua venuta a Roma. Poscia, in vece di questo, tentò d'intimidirlo con fargli credere mal contente di lui le armate della Germania, Soria e Giudea. E perciocchè Galba mostrava di non farne caso, determinò Ninfidio di prevenirlo con farsi proclamar imperadore dai pretoriani. E gli veniva fatto, se Antonio Onorato, uno de' principali tribuni di quelle compagnie, non avesse con saggia esortazione tenuta in dovere la maggior parte de' pretoriani. Anzi arrivò ad indurgli a tagliare a pezzi Ninfidio: con che si quietò tutto quel romore.

Informato Galba di quest'affare, ed avuta nota d'alcuni complici di Ninfidio, e specialmente di _Cingonio Varrone_, console disegnato, e di _Mitridate_, quegli probabilmente ch'era stato re del Ponto, mandò l'ordine della lor morte senz'altro processo, e senza accordar loro le difese: dal che gli venne un gran biasimo. Nella stessa forma tolto fu dal mondo _Caio Petronio Turpiliano_, stato già console nell'anno di Cristo 61, non per altro delitto che per essere stato amico ed uffiziale di Nerone. Giunto poi Galba a Ponte Molle colla legione condotta seco dalle Spagne, e con altre milizie, se gli presentarono senz'armi alcune migliaia di persone, che Svetonio[414] dice di remiganti, alzati all'onore della milizia da Nerone: Dione[415] pretende di soldati, che prima erano dall'armata navale passati al grado di pretoriani. Galba avea comandato che tornassero al loro esercizio nella flotta, ed eglino con alte grida faceano istanza di riaver le loro bandiere. Rinforzavano essi le grida, e, secondo Plutarco[416], che li suppone armati, alcuni misero mano alle spade, Galba allora ordinò che la cavalleria di sua scorta facesse man bassa contro di loro. Per quel che narra Svetonio, furono messi in fuga, e poi decimati. Tacito scrive che ne furono uccise alcune migliaia; e Dione giugne a dire che furono settemila: il che par poco credibile. Quel che è certo, per azioni tali entrò Galba in Roma già screditato; ed ancorchè facesse alcuni buoni regolamenti in benefizio del pubblico, e rallegrasse il popolo colla morte di Elio, Policeto, Petino, Patrobio e d'altri, che con calunnie aveano fatto perire molti innocenti: pure tant'altre cose operò, che fecero parlare molto di lui il popolo. Imperciocchè contro la espettazion di ognuno non punì _Tigellino_, ministro primario della crudeltà di esso Nerone, perchè costui seppe guadagnarsi la protezione di Tito Vinio, che tutto potea nel palazzo imperiale. Chiedendogli i pretoriani le immense somme di danaro promesse loro da Ninfidio, con fatica donò pochissimo. E pervenutogli a notizia che se ne lagnavano forte, diede una risposta da saggio Romano, con dire:[417] «Ch'egli era solito ad arrolare per grazia, e non già a comperare i soldati.» Ma se n'ebbe ben presto a pentire. Seguitava[418] in questi tempi la guerra de' Romani sotto il comando di _Vespasiano_ contra de' Giudei. Si andò egli disponendo per far l'assedio di Gerusalemme, con prendere tutte le fortezze all'intorno; e quella città, che nel di fuori provava tutte le fiere pensioni della guerra, maggiormente era afflitta nel di dentro per le funeste e micidiali discordie degli stessi Giudei, che diffusamente si veggono descritte da Giuseppe Ebreo. Ma perciocchè arrivarono le nuove colà della ribellione delle Gallie e della Spagna, che facea temere di una guerra civile, e poi della morte di Nerone, Vespasiano sospese l'assedio suddetto, e spedì Tito suo figliuolo ad assicurar Galba della sua divozione ed ubbidienza; ma da lì a non molto cangiarono faccia gli affari, siccome vedremo andando innanzi.

NOTE:

[397] Dio, lib. 63. Sueton., in Nerone, cap. 40 et seqq.

[398] Sueton., in Galba, cap. 9 et seq.

[399] Philostratus, in Apoll.

[400] Plutarchus, in Galba. Suetonius, in Nerone, cap. 42.

[401] Plutarchus, in Galba.

[402] Plinius Junior, lib. 6, ep. 10. Tacitus, Histor., lib. 2, cap. 49.

[403] Dio, lib. 63. Sueton., in Galba, cap. 11.

[404] Thesaurus Novus Veter. Inscription., pag. 306, num. 2.

[405] Plutarc., in Galba.

[406] Ibid.

[407] Dio, lib. 63. Suet., in Ner., c. 57. Euseb., in Chr. Eutrop. et alii.

[408] Plutar., in Galba.

[409] Thesaur. Novus Inscription., pag. 306, n. 3.

[410] Suet., in Galba, c. 12.

[411] Plutarc., in Galba.

[412] Tacitus, Histor., lib. 1, c. 6.

[413] Plutarc., in Galba.

[414] Suet., in Galba, cap. 12.

[415] Dio, lib. 64.

[416] Plutarc., in Galba.

[417] Sueton., in Galba, cap. 16.

[418] Joseph., de Bello Judaico, lib. 4.

Anno di CRISTO LXIX. Indizione XII.

CLEMENTE papa 3. SERVIO SULPICIO GALBA imper. 2. MARCO SALVIO OTTONE imper. 1. FLAVIO VESPASIANO imper. 1.

_Consoli_

SERVIO SULPICIO GALBA imperad. per la seconda volta, e TITO VINIO RUFFINO.

Perchè _Clodio Macro_ vicepretore dell'Africa si era anch'egli ribellato contra Nerone, e continuava a far delle estorsioni e ruberie, Galba nell'anno precedente ebbe maniera di farlo levar dal mondo[419]. Fu ancora accusato di meditar delle novità nella bassa Germania _Fonteio Capitone_, il qual pure vedemmo che avea riconosciuto Galba per imperadore. Vero o falso che fosse questo suo disegno, anch'egli fu ucciso, senza aspettarne gli ordini da Roma. Al comando di quell'armata[420] inviò Galba, a suggestione di Vinio, _Aulo Vitellio_, uomo pieno di vizii, oppur creduto tale da non far bene nè male, e che, purchè potesse appagar la sua ingordissima gola, pareva incapace d'ogni grande impresa. Fu questa elezione il principio della rovina di Galba. Costui, pieno di debiti per aver troppo scialacquato sotto i precedenti Augusti, arrivò all'armata della Germania inferiore, e niuna viltà o bassezza lasciò indietro per conciliarsi l'amore di quelle milizie, senza gastigar alcuno, con perdonare e far buona ciera a tutti, e donar loro quel poco che potea. Avvenne che le legioni dimoranti nell'alta Germania, già irritate per l'abbassamento di Virginio Rufo, udendo le relazioni, accresciute molto nel viaggio, dell'avarizia e della crudeltà di Galba, cominciarono ad inclinar tutte alla sedizione; nè _Ordeonio Flacco_ lor comandante, uomo vecchio, gottoso e sprezzato dai soldati, avea forza di tenerle in dovere. In fatti, benchè nel primo giorno di gennaio dell'anno presente, secondo il costume, giurassero, ma con istento, fedeltà a Galba, nel dì seguente misero in pezzi le di lui immagini, e giurarono di riconoscere qualunque altro imperadore che fosse eletto dal senato e popolo romano[421]. Tacito scrive che la ribellione ebbe principio nelle stesse calende di gennaio. Volò presto l'avviso di tal novità a Colonia, dove dimorava _Vitellio, _ che ne seppe profittare, con far destramente insinuare ai suoi soldati della bassa Germania di elegger essi piuttosto un imperadore, che di aspettarlo dalle mani altrui. Non vi fu bisogno di molte parole. Nel dì seguente Fabio Valente, venuto colla cavalleria a Colonia, e tratto fuori di casa _Vitellio_, benchè in vesta da camera, l'acclamò imperadore. Poco stettero ad accettarlo per tale le legioni dell'alta Germania. Le città di Colonia, Treveri e Langres, disgustate di Galba, s'affrettarono ad esibir armi, cavalli e denaro a Vitellio. Accettò egli con piacere il cognome di _Germanico:_ per allora non volle quello _d'Augusto_; nè mai usò quello di _Cesare._ Formò poi la sua corte; e gli uffizii, soliti a darsi dall'imperadore ai liberti, furono da lui appoggiati a cavalieri romani. _Valerio Asiatico_ legato della Fiandra, per essersi unito a lui, divenne fra poco suo genero. E _Giunio Bleso_, governatore della Gallia lugdunense, perchè il popolo di Lione era forte in collera contra di Galba, seguitò anch'egli il partito di Vitellio con una legione e colla cavalleria di Torino.

Galba in questo mentre, il meglio che potea, attendeva in Roma al governo[422], ma per la sua vecchiezza sprezzato da molti, avvezzi alle allegrie del giovane Nerone, e da molti odiato per la sua avarizia. Il potere nella sua corte era compartito fra Tito Vinio, che già dicemmo console, e Cornelio Lacone prefetto del pretorio, e per terzo entrò Icelo liberto di Galba, uomo di malvagità patente. Costoro, emuli e discordi fra loro, abusando della debolezza del vecchio Augusto, si studiavano cadauno di far roba, e di portar innanzi chi potesse succedere a Galba. Ma eccoti corriere, che porta la nuova della sollevazion delle legioni dell'alta Germania. Andava già pensando Galba ad adottare in figliuolo e successor nell'imperio qualche persona, in cui si unisse la gratitudine verso del padre, e l'abilità in benefizio del pubblico. Più degli altri vi aspirava, e confidato nell'appoggio di Tito Vinio sperava Marco Salvio Ottone, più volte da me rammentato di sopra come uomo infame per molti suoi vizii, e veterano negl'intrichi della corte. All'udir le novità della Germania, non volle Galba maggiormente differir le sue risoluzioni per procacciarsi in un giovane figliuolo un appoggio alla sua avanzata età e alla mal sicura potenza. Fatto chiamare all'improvviso nel dì 10 di gennaio, _Lucio Pisone Frugi Liciniano_, discendente da Crasso e dal gran Pompeo, giovane di molta riputazione e gravità, in età allora di trentun anni, alla presenza di Vinio, di Lacone, di Mario Celso console disegnato e di _Ducennio Gemino_ prefetto di Roma, dichiarò che il voleva suo figliuolo adottivo e successore. Pisone senza comparir turbato, nè molto allegro, rispettosamente il ringraziò. Andarono poi tutti al quartiere dei pretoriani, e quivi più solennemente fece Galba questa dichiarazione per isperanza di guadagnargli l'affetto di que' soldati. Ma perchè non si parlò punto di regalo, quelle milizie mal avvezze ascoltarono con silenzio ed anche con malinconia quel ragionamento. Per attestato di Tacito, la promessa di un donativo poteva assicurar la corona in capo a Pisone; ma Galba non sapea spendere, e volea vivere all'antica, senza riflettere che erano di troppo mutati i costumi. Anche al senato fu portata questa determinazione ed approvata.

Ottone, che di dì in dì aspettava questa medesima fortuna da Galba, allorchè vide tradite tutte le sue speranze, tentò un colpo da disperato. Coll'aver ottenuto un posto in corte ad un servo di Galba, avea poco dianzi guadagnata una buona somma d'argento. Di questo danaro si servì egli per condurre ad una sua trama due, oppur cinque soldati del pretorio[423], a' quali, con tirar nel suo partito pochi altri, prodigiosamente riuscì di fare una somma rivoluzion di cose. Costoro, perchè furono cassati in questo tempo alcuni uffiziali delle guardie, come parziali dell'estinto Ninfidio, sparsero voci di maggiori mutazioni. Quel poltron di Lacone, tuttochè avvertito di qualche pericolo di sedizione, a nulla provvide. Ora nel dì 15 di gennaio, _Marco Salvio Ottone_, dopo essere stato a corteggiar Galba, si portò alla colonna dorata, dove trovò, secondo il concerto, ventitrè soldati: che così pochi erano i congiurati[424]. L'acclamarono essi imperadore, e messolo in una lettiga, l'introdussero nel quartiere de' pretoriani, senza che a sì picciolo numero di ammutinati alcun si opponesse. A poco a poco altri si unirono ai precedenti, e non finì la faccenda, che tutto quel corpo di milizie, colla giunta ancora dall'altra dell'armata navale, si dichiarò per lui, mercè del buon accoglimento e delle promesse di un gran donativo che Ottone andava di mano in mano facendo a chiunque arrivava. Avvisati di questa novità Galba e Pisone, spedirono tosto per soccorso alla legione condotta dalle Spagne, e ad alcune compagnie di tedeschi. Uscì Galba di palazzo, per una falsa voce che Ottone fosse stato ucciso, sperando che il suo presentarsi ai perfidi pretoriani li farebbe cedere. Ma al comparir essi in armi con Ottone, e al gridare che si facesse largo, il popolo si ritirò, e Galba, in mezzo alla piazza rimasto abbandonato, fu steso con più colpi a terra, ed anche barbaramente messo in brani. Il console _Vinio_ anch'egli restò vittima delle spade. _Pisone_ malamente ferito tanto fu difeso da Sempronio Denso centurione, che potè fuggire e salvarsi nel tempio di Vesta; ma saputosi dov'egli era, due soldati inviati colà anche a lui levarono la vita, e il medesimo fine toccò a _Lacone_ capitan delle guardie. Avvicinandosi poi la sera, entrò Ottone in senato, dove spacciando d'essere stato forzato a prendere l'imperio, ma che volea dipendere dall'arbitrio de' senatori, trovò pronta la volontà e l'adulazione d'ognuno per confermarlo, e per mostrar anche gioia della di lui esaltazione. Gli furono accordati tutti i titoli e gli onori de' precedenti Augusti; e il matto popolo gli diede il cognome di _Nerone_, per cui non cessava in molti l'affetto. Giacchè non vi erano più consoli, fu conferita questa dignità al medesimo _Marco Salvio Ottone imperadore Augusto_ e a _Lucio Salvio Ottone Tiziano_ suo fratello _per la seconda volta._ Nelle calende di marzo succederono ad essi _Lucio Virginio Rufo_ e _Vopisco Pompeo Silvano:_ Cedendo questi nelle calende di maggio, furono sostituiti _Tito Arrio Antonino_ e _Publio Mario Celso per la seconda volta._ Continuarono questi in quel decoroso grado sino alle calende di settembre; ed allora entrarono consoli _Caio Fabio Valente_ ed _Aulo Alieno Cecina_. Ma essendo stato degradato il secondo d'essi nel dì 31 di ottobre, fu creato console _Roseto Regolo_, la cui dignità non oltrepassò quel giorno; perciocchè nelle calende di novembre venne conferito il consolato a _Gneo Cecilio Semplice_ e a _Caio Quinzio Attico._ Tutto ciò si ricava da Tacito[425].

Sul principio si studiò Ottone di procacciarsi l'affetto e la stima del popolo. Luminosa fu un'azione sua. _Mario Celso_ poco fu mentovato, che comandava la compagnia delle milizie dell'Illirico, ed era console disegnato, avea con fedeltà soddisfatto al suo dovere nell'accorrere alla difesa di Galba. Dopo la di lui morte venne per baciar la mano ad Ottone[426]. Gl'iniqui pretoriani alzarono allora le voci, gridando: _Muoia._ Ottone, bramando di salvarlo dalla lor furia, col pretesto di voler prima ricavare da lui varie notizie, il fece caricar di catene, fingendosi pronto a toglierlo di vita. Ma nel dì seguente il liberò, l'abbracciò, e scusò l'oltraggio fattogli solamente per suo bene. Nè solamente il lasciò poi godere del consolato, ma il volle ancora per uno de' suoi generali e dei più intimi amici, con trovarlo non men fedele verso di sè che verso l'infelice Galba. Alle istanze ancora del popolo indusse a darsi la morte _Sofonio Tigellino_, da noi veduto infame ministro delle scelleraggini di Nerone. Inoltre si applicò seriamente al maneggio de' pubblici affari, e restituì a molti i lor beni tolti da Nerone: azioni tutte che gli fecero del credito, non parendo egli più quel pigro e quel perduto nel lusso e ne' piaceri che era stato in addietro. Ma i più non se ne fidavano, conoscendolo abituato nei vizii, e simile nel genio a Nerone, le cui statue, come ancor quelle di Poppea, permise che si rialzassero. Osservavano parimente ch'egli mostrava poco affetto al senato, moltissimo ai soldati: laonde temevano che se fosse cessata la paura dell'emulo Vitellio, si sarebbe provato in lui un novello Nerone. E certo egli era comunemente odiato più di Vitellio, non tanto pel tradimento da lui fatto a Galba, quanto perchè il riputavano persona data alla crudeltà, e capace di nuocere a tutti; laddove Vitellio era in concetto di uomo dato ai piaceri, e però in istato di solamente nuocere a sè stesso: benchè in fine amendue fossero poco amati, anzi odiati dai Romani. Intanto era diviso il romano imperio fra questi due competitori. _Ottone_ si trovava riconosciuto imperadore in Roma e da tutta l'Italia. Cartagine con tutta l'Africa era per lui. _Muciano_, governator della Siria, o sia della Soria, gli fece prestar giuramento dai popoli di quelle contrade[427]. Altrettanto fece _Vespasiano_ nella Palestina. Aveva egli inviato già _Tito_ suo figliuolo, per attestare il suo ossequio a Galba; ma dacchè, arrivato a Corinto, intese la di lui morte, se ne tornò indietro a trovar il padre. Anche le legioni della Dalmazia, Pannonia e Mesia aderirono ad Ottone. Così l'Egitto e le altre città dell'Oriente e della Grecia. Ancorchè Ottone fosse un usurpatore, il nome nondimeno di Roma e del senato romano, che l'avea accettato, bastò perchè tanti altri paesi s'uniformassero al capo dell'imperio.

Ma in mano di _Vitellio_ erano le migliori e più accreditate milizie de' Romani, raccolte dall'alta e bassa Germania, dalla Bretagna e da una parte della Gallia[428]. Ne formò egli due eserciti, l'uno di quarantamila combattenti sotto il comando di _Fabio Valente_, l'altro di trentamila, comandato da _Alieno Cecina_, a' quali si unirono varii rinforzi di Tedeschi. Ardevano tutti costoro di voglia, non ostante il verno, di far dei fatti, per aver occasione di bottinare (fine primario di chi esercita quel mestiere), mentre il grasso e pigro Vitellio attendeva a darsi bel tempo, con far buona tavola, ubbriaco per lo più. Anche vivente Galba si mossero tante forze sotto i due generali per due diverse vie alla volta d'Italia; cioè _Valente_ per le Gallie, e _Cecina_ per l'Elvezia. Vitellio facea conto di seguitarli dipoi. Nel viaggio ebbero nuova della morte di Galba e dell'innalzamento di Ottone. Dovunque passò Valente per la Gallia, il terrore delle sue armi condusse i popoli all'ubbidienza di Vitellio. Sopra tutto con allegria fu ricevuto in Lione. In altri luoghi non mancarono saccheggi ed anche stragi. Non fece di meno Cecina nel passare pel paese degli Svizzeri. All'avviso di queste armate, che si avvicinavano all'Italia, un reggimento di cavalleria, accampato sul Po, che avea servito una volta in Africa sotto Vitellio, l'acclamò imperadore, e cagion fu che Milano, Ivrea, Novara e Vercelli prendessero il suo partito. Perciò si affrettò Cecina verso la metà di marzo per calare in Italia, ancorchè i monti fossero tuttavia carichi di neve, e spedì innanzi un corpo di gente, per sostenere le suddette città. Gran dire, gran costernazione fu in Roma, allorchè si udì la mossa di tante armi, e l'inevitabil guerra civile[429]. Mosse _Ottone_ il senato a scrivere a Vitellio delle lettere amorevoli, per esortarlo a desistere dalla ribellione, offrendogli danaro, comodi e una città. Ne scrisse anch'egli, e dicono[430] che gli esibisse segretamente di prenderlo per collega nell'imperio e per genero. Gli rispose Vitellio in termini amichevoli; tali nondimeno che mostravano di burlarsi di lui. Irritato Ottone gli rispose per le rime, cioè gliene scrisse dell'altre piene di vituperii, e con ridicole sparate, ricordandogli soprattutto l'infame sua vita passata. Non furono meno obbrobriose le risposte di Vitellio. Nè alcun di loro diceva bugia. Amendue ancora inviarono degli assassini, per liberarsi cadauno dall'emulo suo; ma riuscì in fumo il loro disegno. Adunque chiaro si vide, non restar altro che di decidere la contesa coll'armi. Unì _Ottone_ una possente armata anch'egli, composta della maggior parte de' pretoriani e delle legioni venute dalla Dalmazia e Pannonia. E lasciato al governo di Roma _Tiziano_ suo fratello con _Flavio Svetonio_ prefetto d'essa città, e fratello di Vespasiano, dato anche ordine che non fosse fatto torto alcuno alla madre, alla moglie e a' figliuoli di Vitello, nel dì 14 di marzo si licenziò dal senato, e alla testa dell'esercito, non parendo più quell'effeminato uomo di una volta, s'incamminò per venir contro a' nemici. Suoi marescialli erano _Svetonio Paolino, Mario Celso_ ed _Annio Gallo_, uffiziali non meno prudenti che bravi. Mancavano ben questi pregi a' _Licinio Procolo_ prefetto del pretorio, che pur faceva una delle prime figure in quell'armata. _Alieno Cecina_, general di Vitellio, arrivato al Po, passò quel fiume a Piacenza, ed assalì quella città, da cui _Annio Gallo_[431], dopo due dì di valorosa difesa, il fece ritirare a Cremona, malcontento per la perdita di molta gente. Fu in quella occasione bruciato l'anfiteatro de' Piacentini, posto fuori della città, il più capace di gente che fosse allora in Italia. Anche _Marzio Macro_, console disegnato, diede a Cecina un'altra percossa coi gladiatori di Ottone. Eppur egli, ciò non ostante, volle venire ad un terzo cimento: tanta era la voglia in lui di vincere, affinchè l'altro general di Vitellio, cioè _Valente_, non gli rapisse o dimezzasse la gloria. In un luogo detto i Castori, dodici miglia lungi da Cremona, tese un'imboscata a _Svetonio Paolino_ e a _Mario Celso;_ ma questi, avutane notizia, presero così ben le misure, che il misero in rotta, ed avrebbono anche rovinata affatto la di lui gente, se Paolino per troppa cautela non avesse impedito ai suoi l'inseguirli. Per questo fu egli in sospetto di tradimento, ed Ottone chiamò da Roma _Tiziano_ suo fratello, acciocchè comandasse l'armi, sebben con poco frutto, perchè Licinio Procolo, capitan delle guardie, benchè uomo inesperto, la facea da superiore a tutti.

Venne poi Valente da Pavia colla sua armata più numerosa dell'altra ad unirsi con Cecina, e tuttochè questi due generali di Vitellio fossero gelosi l'uno dell'altro, si accordarono nondimeno pel buon regolamento della guerra, e per isbrigarla il più presto possibile. Tenne consiglio dall'altra parte Ottone; e il parere de' suoi più assennati generali, cioè di Svetonio Paolino, Mario Celso ed Annio Gallo, fu di temporeggiare, tanto che venissero alcune legioni che si aspettavano dall'Illirico. Ma prevalse quello di Ottone, Tiziano e Procolo, ai quali parve meglio di venir senza dimora a battaglia, perchè i pretoriani credendosi tanti Marti, si tenevano in pugno la vittoria, e tutti ansavano di ritornarsene tosto alle delizie di Roma[432]. Lo stesso Ottone impaziente per trovarsi in mezzo a tanti pericoli, fra l'incertezza delle cose e il timore di qualche rivolta de' soldati, era nelle spine; però si voleva levar d'affanno con un pronto fatto d'armi. Ma da codardo si ritirò a Brescello, dove il fiume Enza sbocca nel Po, per quivi aspettar l'esito delle cose; risoluzione che accrebbe la sua rovina, perchè seco andarono molti bravi uffiziali e molti soldati, con restare indebolita l'armata sua in mano di generali discordi fra loro, e poco ubbidienti e senza quel coraggio di più che loro avrebbe potuto dar la presenza del principe. Seguì qualche piccolo fatto fra gli staccamenti delle due armate, ma finalmente quella di Ottone, passato il Po, andò a postarsi a qualche miglio lungi da Bedriaco, villa posta fra Verona e Cremona, più vicina nondimeno all'ultimo, verso il fiume Oglio, dove si crede che oggidì sia la terra di Caneto. Molte miglia separavano le due armate; ed ancorchè Svetonio e Mario ripugnassero alla risoluzion conceputa da Procolo di andare nel dì seguente (cioè circa il dì 15 di aprile) ad assalire i nemici, perchè l'arrivar colà stanchi i soldati era un principio d'esser vinti: Procolo persistè nella sua opinione, perchè sollecitato da più lettere di Ottone, che voleva battaglia. Si venne in fatti al combattimento[433], che fu sanguinosissimo, credendosi che fra l'una e l'altra parte restassero sul campo estinte circa quarantamila persone, perchè non si dava quartiere. Ma la vittoria toccò all'armata di Vitellio. I generali di Ottone, chi qua chi là fuggitivi, scamparono colle reliquie della lor gente il meglio che poterono, valendosi del favor della notte[434]. Ma perchè nel dì seguente si aspettavano di nuovo addosso il vittorioso esercito, con pericolo d'essere tutti tagliati a pezzi, gli uffiziali, soldati e lo stesso Tiziano, fratello di Ottone, che si trovarono insieme, s'accordarono di fare una deputazione a Valente e Cecina, per rendersi. Fu accettata l'offerta, ed unitesi le non più nemiche armate, ognun corse ad abbracciare gli amici, a detestare gli odii passati, e condolersi delle morti di tanti. Giurarono i vinti fedeltà a Vitellio, e cessarono tutti i rancori. Portata questa lagrimevol nuova ad Ottone, dimorante in Brescello, non mancarono già i suoi cortigiani di animarlo, con fargli conoscere arrivate già ad Aquileia tre legioni della Mesia, salvate altre buone milizie a lui fedeli, non essere disperato il caso. Ma egli aveva già determinato di finirla, chi credette per orrore di una guerra civile, come attesta Svetonio[435], chi per poca fortezza d'animo, e chi per acquistarsi una gloria vana con una risoluzion generosa. Pertanto attese spiritosamente nel resto del giorno a distribuir danaro a' suoi domestici ed amici, a bruciar le lettere scrittegli da varie persone contra di Vitellio, affinchè non pregiudicassero a chi le avea scritte, e a dar altri ordini per la sicurezza di molti nobili ch'erano alla sua corte[436]. Prese anche nella notte seguente un po' di sonno, ma fu disturbato da un rumor delle guardie, che minacciavano la morte a que' senatori, i quali d'ordine suo erano per ritirarsi, e sopra tutto aveano assediato _Virginio Rufo._ Uscì Ottone di camera, e con buona maniera calmò quel tumulto. Poscia, sul far del giorno svegliato, intrepidamente si diede un pugnale nel petto, e di quella ferita fra poco morì in età di trentasette anni[437]. Al suo cadavero bruciato fu data quella sepoltura che si potè, cioè in terra, colla memoria del solo suo nome senza titolo alcuno. Una massa di monete d'oro, trovate sui primi anni del secolo, in cui scrivo, sul territorio di Brescello, fece credere ad alcuni che fossero ivi seppellite in occasion delle disgrazie di Ottone. Benchè usurpator dell'imperio, e screditato per varie sue ree qualità, cotanto era amato dai soldati, che alcuni d'essi, non meno in Brescello, che in Piacenza e in altri luoghi, pel dolore accompagnarono la di lui morte colla propria, secondo la detestabil usanza e frenesia di quei tempi. Dacchè i soldati, ch'erano in Brescello, non poterono indurre Virginio Rufo ad accettar l'imperio, si diedero ai generali di Vitellio. In un fiero imbroglio si trovò allora la maggior parte del senato che Ottone avea lasciato in Modena, perchè dall'un canto temeva oltraggi dall'armi di Vitellio, e dall'altro i soldati di Ottone tenendoli a vista d'occhio, e riputandoli nemici dell'estinto principe, cercavano pretesti per menar le mani contra di loro. Finalmente ebbero la fortuna di salvarsi a Bologna, dove si mostrarono disposti a riconoscere Vitellio; ma per qualche tempo se ne guardarono a cagion di una falsa voce portata da Ceno, liberto già di Nerone, che i vincitori erano poi stati vinti. Da queste paure non si riebbero se non allorchè arrivarono lettere di Valente che riferirono la vera positura degli affari. In Roma, subito che s'intese quanto era succeduto di Ottone, _Flavio Sabino_, fratello di Vespasiano, fece prestar giuramento dal senato e dai soldati che ivi restavano, a Vitellio, e il senato gli accordò tutti gli onori consueti.

Intanto _Vitellio_, dopo aver lasciato ad _Ordeonio Fiacco_ un corpo di milizie per la guardia del Reno germanico, col resto delle genti che potè raccorre, si mise in viaggio verso l'Italia. Per istrada intese la vittoria de' suoi e la morte di Ottone, e che _Cluvio Rufo_, governator della Spagna, avea ricuperate le due Mauritanie. Arrivato a Lione, quivi trovò non meno i vincitori che i vinti generali. Perdonò a _Tiziano_ fratello di Ottone, perchè il conosceva per uomo dappoco. Conservò il consolato a _Mario Celso. Svetonio_ e _Procolo_ si acquistarono la di lui grazia con una viltà, asserendo di aver fatta consigliatamente perdere la vittoria ad Ottone nella battaglia di Bedriaco. Mandò Vitellio a Roma un editto, per cui proibiva ai cavalieri il combattere da gladiatori fra loro e contro le fiere negli anfiteatri. Un altro ancora, che tutti gli strologhi e indovini prima delle calende di ottobre fossero fuori d'Italia. Si vide attaccato nella stessa notte un cartello, in cui essi strologhi comandavano a lui di uscire del mondo prima del suddetto medesimo giorno. Se ne alterò talmente Vitellio, che qualunque d'essi che gli capitasse alle mani, senza processo il condannava alla morte. Grande odiosità si tirò egli addosso coll'aver inviato ordine che si levasse la vita a _Gneo Cornelio Dolabella_ uno de' più illustri Romani, odiato da lui per particolari riguardi, che, relegato ad Aquino, era dopo la morte di Ottone ritornato a Roma. L'ordine fu barbaramente eseguito. Intanto a poco a poco tutte le provincie si andarono sottomettendo a lui; ma l'Italia era afflitta per le tante soldatesche del medesimo Vitellio e dell'altre che furono di Ottone. Senza disciplina saccheggiavano, uccidevano, e sotto l'ombra loro anche molti altri faceano ruberie e vendette. Entrato che fu Vitellio in Italia, trovò modo di dividere le milizie (e specialmente i pretoriani) che avevano servito ad Ottone, perchè le conobbe malcontente ed inquiete, e a poco a poco le andò cassando, con dar loro delle ricompense. Venne a Cremona, e volle coi suoi occhi vedere il campo dove s'era data (già scorreano quaranta giorni) la battaglia; ed avvegnachè fossero tuttavia insepolte quelle migliaia di cadaveri, e menasse un insopportabil fetore, non lasciò ordine che si seppellissero; anzi disse che _l'odore di un nemico morto sapea di buono._ Menava seco circa sessantamila combattenti, senza i famigli ed altre persone destinate al bagaglio, ch'erano più del doppio. Dovunque passava questa gran ciurma, lasciava lagrimevoli segni della sua rapacità e barbarie. Verso la metà di luglio arrivò a Roma, e, se non era distornato da' suoi amici, volea farvi l'entrata in abito da guerra, come in una città conquistata. L'accompagnavano mandre di eunuchi e commedianti, secondo la usanza del suo maestro Nerone, e questi ebbero poi parte agli affari. Trovata _Sestilia_ sua madre nel Campidoglio, le diede il cognome di _Augusta_; ma ella non se ne allegrò punto, anzi si vergognava di avere un sì indegno imperadore per figlio. Morì ella dipoi in quest'anno, non si sa se per iniquità del figliuolo, o per veleno da lei preso, prevedendo i mali che doveano avvenire. Fece dipoi Vitellio una nuova leva di coorti pretoriane sino a sedici, tutte di mille uomini per cadauna, e gente scelta. Due furono i prefetti del pretorio, cioè _Publio Sabino_ e _Giulio Prisco. Valente_ e _Cecina_ potevano tutto in corte, ma sempre fra loro discordi. Diedesi poi questo ghiottone Augusto, com'era il suo stile, a fare del suo ventre un dio, ma con eccessi maggiori, a misura della dignità e del comodo accresciuto. Il suo mestiere cotidiano era mangiare e bere e vomitare per far luogo ad altri cibi e bevande. Consumava in ciò tesori; e molti si spiantarono per fargli de' conviti. Non istimava nè lodava questo mostro se non le azioni di Nerone, e le imitava bene spesso, inclinando anche alla crudeltà, di cui rapporta Svetonio[438] varii esempli; e se fosse sopravvissuto molto, forse sarebbe riuscito anche in ciò non inferiore a lui. La maniera di guadagnarlo soleva essere l'adulazione; ma siccome egli era timido e sospettoso, poco ci voleva a disgustarlo.

E fin qui abbiam veduto le due tragedie di _Galba_ e di _Ottone._ Ora è tempo di passare alla terza. Di niuno più temeva Vitellio che di _Flavio Vespasiano_, generale dell'armi romane nella Giudea, dove si continuava la guerra con apparenza ch'egli fosse per assediar Gerusalemme. Allorchè gli venne la nuova che esso Vespasiano e _Licinio Muciano_, governator della Soria, il riconoscevano per imperadore, ne fece gran festa. Ed, in vero, sulle prime niuno mai s'avvisò che Vespasiano potesse arrivar all'imperio, nè egli vi aspirava, perchè bassamente nato a Rieti e mancante di danaro. Si raccontavano ancora molte viltà di lui nella vita privata; e Tacito[439] ci assicura ch'egli si era tirato addosso l'odio e il dispregio de' popoli; ma i fatti mostrarono poi tutto il contrario. Comunque sia, Dio l'aveva destinato a liberar Roma dai mostri, e a punire l'orgoglio de' Giudei implacabili persecutori del nato Cristianesimo. Era egli per altro dotato di molte lodevoli qualità, perchè senza fasto, temperante nel vitto, amorevole verso tutti, e massimamente verso i soldati, che l'amavano non poco, ancorchè li tenesse in disciplina; vigilante e prudente, buono soldato e migliore capitano. Sopra tutto veniva considerato come amator della giustizia; la sua età era allora d'anni sessanta. Si può giustamente credere che dopo la morte di Galba i più saggi de' Romani, al vedere che i due usurpatori Ottone e Vitellio, senza sapersi chi fosse il peggiore di loro, disputavano dell'imperio, rivolgessero i lor occhi e desiderii a Vespasiano, e segretamente ancora l'esortassero al trono. _Flavio Sabino_ di lui fratello gran figura faceva anch'egli, coll'essere prefetto di Roma, e le sue belle doti maggiormente accreditavano quelle del fratello. O questo fosse, o pure che gli uffiziali e soldati di Vespasiano mirando quel che aveano fatto gli altri in Ispagna, Roma e Germania, non volessero essere da meno: certo è che si cominciò da essi a proporre di far imperadore Vespasiano. Quegli che diede l'ultima spinta all'irrisoluzione di esso Vespasiano, personaggio guardingo e non temerario, fu il suddetto _Licinio Muciano_ governator della Soria, il quale dopo la morte di Ottone gli rappresentò, che non era sicura nè la comune lor dignità, nè la vita sotto quell'infame imperador di Vitellio. Si lasciò vincere in fine Vespasiano, ed essendo entrato nella medesima lega anche _Tiberio Alessandro_ governator dell'Egitto, fu egli il primo a proclamarlo in Alessandria imperadore nel dì primo di luglio[440]; e lo stesso fece nel terzo giorno di esso mese anche la armata della Giudea, a cui Vespasiano promise un donativo, simile a quel di Claudio e di Nerone. La Soria, e tutte le altre provincie e i re sudditi di Roma in Oriente, e la Grecia alzarono anche esse le bandiere del novello Augusto. Furono scritte lettere a tutte le provincie dell'Occidente, per esortar ciascuno ad abbandonar Vitellio, usurpatore indegno del trono imperiale[441]. Si fece intendere ai pretoriani cassati da Vitellio, che questo era il tempo di farlo pentire; e veramente costoro arrolatisi in favor di Vespasiano, fecero di poi delle meraviglie contra di Vitellio.

Essendo così ben disposte le cose, e procacciate quelle somme di denaro che si poterono raccogliere per muovere le soldatesche, e in un gran consiglio tenuto in Berito, fu conchiuso che _Muciano_ marcerebbe con un competente esercito in Italia; _Tito_, figliuolo di Vespasiano, già dichiarato _Cesare_, continuerebbe lentamente la guerra contro ai Giudei: e _Vespasiano_ passerebbe nella doviziosa provincia dell'Egitto, per raunar danaro, ed affamare o provveder di grani Roma, secondochè portasse il bisogno. _Muciano_, uomo ambizioso, e che mirava a divenire in certa maniera compagno di Vespasiano nel principato, accettò volentieri quella incumbenza. Per timore delle tempeste non si arrischiò al mare; ma imprese il viaggio per terra, con disegno di passare lo stretto verso Bisanzio; al qual fine ordinò che quivi fossero pronti i vascelli del mar Nero. Non era molto copiosa e possente l'armata di Muciano, ma a guisa de' fiumi regali andò crescendo per via: tanta era la riputazion di Vespasiano, e l'abbominazion di Vitellio. Nella Mesia le tre legioni che stavano ivi a' quartieri, si dichiararono per Vespasiano; e l'esempio d'esse seco trasse due altre della Pannonia, e poi le milizie della Dalmazia, senza neppur aspettare l'arrivo di Muciano. _Antonio Primo_ da Tolosa, soprannominato _Becco di Gallo_, forse dal suo naso (dal che impariamo l'antichità della parola _Becco_), uomo arditissimo[442], sedizioso ed egualmente pronto alle lodevoli che alle malvage imprese, quegli fu che colla sua vivace eloquenza commosse popoli e soldati contra di Vitellio, nè aspettò gli ordini di Vespasiano o di Muciano, per farsi generale di quelle legioni. Che più? Chiamati in soccorso i re degli Svevi ed altri Barbari, e trovato che quelle milizie nulla più sospiravano che di entrare in Italia, per arricchirsi nello spoglio di queste belle provincie, di sua testa con poche truppe innanzi agli altri calò in Italia, e fu con festa ricevuto in Aquileia, Padova, Vicenza, Este, ed altri luoghi di quelle parti. Mise in rotta un corpo di cavalleria, ch'era postata al Foro da Alieno, dove oggidì è Ferrara. Rinforzato poi dalle due legioni della Pannonia (soleva essere ogni legione composta di seimila soldati), s'impadronì di Verona, e quivi si fortificò. Colà ancora giunse _Marco Aponio Saturnino_ con una delle legioni della Mesia, e concorse ad arrolarsi sotto di Primo gran copia dei pretoriani licenziati da Vitellio. Ancorchè fosse sì grande il suscitato incendio, non s'era per anche mosso l'impoltronito Vitellio. Svegliossi egli allora solamente, che intese penetrato il fuoco fino in Italia. Perchè _Valente_ non era ben rimesso da una sofferta malattia, diede il comando delle sue armi ad _Alieno Cecina_, con ordine di marciare speditamente contra di _Antonio Primo._ Venne Cecina con otto legioni almeno, cioè con tali forze che avrebbe potuto opprimerlo. Mandò parte delle milizie a Cremona, e col più della gente armata si portò ad Ostiglia sul Po. Macchinando poi altre cose, perdè apposta il tempo in iscrivere lettere di rimproveri e minacce ai soldati di Primo, ed intanto lasciò che arrivassero a Verona le due altre legioni della Mesia. Finalmente, dappoichè intese che _Luciano Basso_, governatore della flotta di Ravenna, con cui teneva intelligenza, verso il di 20 d'ottobre s'era rivoltato in favor di Vespasiano: allora, come se fosse disperato il caso per Vitellio, si diede ad esortare i soldati ad abbracciare il partito di Vespasiano, e molti ne indusse a prestar giuramento a lui, e a rompere le immagini di Vitellio. Ma gli altri, che non poteano sofferir tanta perfidia, e quegli stessi che poc'anzi aveano giurato[443], presi dalla vergogna e pentiti, si scagliarono contra di lui, senza alcun rispetto al carattere di console, incatenato l'inviarono a Cremona, e cominciarono a caricar anch'essi il bagaglio, per passare colà.

Ad _Antonio Primo_, ch'era in Verona, fu portata dalle spie l'informazione di quanto era accaduto ad Ostiglia, e subito fu in armi, per impedir l'unione di quell'esercito con quel di Cremona. Inoltratosi sino a Bedriaco, luogo fatale per le battaglie, e circa nove miglia lungi da quel sito, s'incontrò colle soldatesche di Vitellio, che uscite di Cremona venivano per unirsi con quelle d'Ostiglia. Ciò fu circa il dì 26 di ottobre. Dopo sanguinoso conflitto le mise in rotta, obbligando chi scampò dalle sue spade a rifugiarsi in Cremona. Ad alte voci allora dimandarono i vittoriosi soldati di andar dirittamente a Cremona, per isperanza d'entrarvi e per avidità di saccheggiarla. Nè gli avrebbe potuto ritenere Primo, se non fosse giunto l'avviso che s'appressava l'altra armata partita da Ostiglia, e in ordinanza di battaglia. Era già sopraggiunta la notte, e pure i due eserciti vennero alle mani con ardore, con fierezza inaudita, combattendo, per quanto comportavano le tenebre, senza distinguere talvolta chi fosse amico o nemico. Levatasi poi la luna, cominciò Primo a provarne del vantaggio, perchè essa dava nel volto ai nemici. Durò il combattimento tutto il resto della notte, e fatto poi giorno, avendo la terza legione, già venuta di Soria, secondo l'uso di que' paesi, salutato il sole con alti ed allegri _Viva_, questo rumore fece credere a que' di Vitellio che l'esercito di Muciano fosse arrivato, e diede loro tal terrore, che riuscì poi facile a Primo lo sconfiggerli ed obbligarli alla fuga. Giuseppe[444], narrando che dei soldati di Vitellio in queste azioni perirono trentamila e dugento persone, quattromila e cinquecento di quei di Vespasiano, verisimilmente, secondo l'uso delle battaglie, ingrandì di troppo il racconto, nè noi siam tenuti a prestargli fede. Bensì possiam credere a Dione allorchè dice, che oscurandosi talvolta la luna per qualche nuvola, cessava il combattimento; e che i soldati emuli vicini parlavano l'uno all'altro, chi con villanie, chi con parole amichevoli, e con detestar le guerre civili, e con invitar l'avversario a seguitar Vitellio o pur Vespasiano. Ma non c'è già ragion di credere che l'uno porgesse all'altro da mangiare e da bere, finchè non si provi che i soldati di allora erano sì bravi od industriosi da portar seco anche nel furor delle zuffe le loro bisacce al collo, coll'occorrente cibo e bevanda. Tanto poi Dione quanto Tacito ci assicurano che incomodando forte una grossa petriera, con lanciar sassi, l'esercito di Vespasiano, due coraggiosi soldati, dato di piglio a due scudi degli avversarii, si finsero Vitelliani; ed arrivati alla macchina ne tagliarono le funi, con render essa inutile, ma con restar anch'essi tagliati a pezzi senza che rimanesse memoria alcuna del lor nome. Dopo lo spoglio del campo, _a Cremona, a Cremona_, gridarono i vincitori soldati. Bisognò andarvi. Si credevano di saltarvi dentro, ma trovarono un impensato ostacolo, cioè un alto e mirabil trinceramento, fatto fuor della città nella precedente guerra di Ottone, alla cui difesa era accorsa quasi tutta la milizia esistente in Cremona. Fecero delle maraviglie i soldati di Vespasiano per superar quel sito: tanta era la lor gola di arrivar al sacco di quella ricca città, che Antonio Primo avea loro benignamente accordato: il che fatto, assalirono la città. Con tutto che questa fosse cinta di forti mura e torri e piena di popolo, invilirono sì fattamente i soldati vitelliani, che non tardarono a trattare di rendersi. Scatenarono per questo _Alieno Cecina_, acciocchè s'interponesse nel perdono, ed esposero bandiera bianca. Uscì Cecina vestito da console co' suoi littori, cioè colle sue guardie, e passò al campo dei vincitori, ma accolto da tutti con ischerni e rimproveri, perchè la perfidia suol essere pagata coll'odio d'ognuno. D'uopo fu che _Antonio Primo_ il facesse scortare, tanto che fosse in luogo sicuro, da potersi portare a trovar Vespasiano.; Fu perdonato ai soldati di Vitellio, ma non già all'infelicissima città allora celebre per bellissime fabbriche, per gran popolo, per molte ricchezze[445]. Quarantamila soldati, e un numero maggior di famigli e bagaglioni, come cani v'entrarono. Stragi e stupri senza numero; non si perdonò neppure ai templi: tutto andò a sacco; e in fine si attaccò il fuoco alle case. Gli stessi soldati di Vitellio, che prima difendeano quella città, gareggiarono in tanta barbarie con gli altri; anzi fecero di peggio, perchè più pratici de' luoghi. Che vi perissero cinquantamila di quegli innocenti e miseri cittadini, lo scrive Dione. A me par troppo. Gli abitanti rimasti in vita furono tenuti per ischiavi, e poi riscattati. Per cura di Vespasiano venne poi riedificata e popolata di nuovo quella città.

Vitellio intanto se ne stava in Roma agitato, e con isfoggiata tavola, niuna apprensione mostrando di tanti romori. Ma quando cominciarono sul fine di ottobre ad arrivare l'un dietro l'altro i funesti avvisi di quanto era succeduto, allora gli corse il freddo per l'ossa. E poscia udendo che Antonio Primo s'era messo in cammino per venire a Roma, buffava, non sapea più dove si fosse, ora pensando a far ogni sforzo per resistere, ora a dimettere l'imperio, ed a ritirarsi a vita privata, ora facendo il bravo con la spada al fianco, ed ora il coniglio, con far ridere il senato, e con trovare ormai poca ubbidienza ne' pretoriani. Tuttavia spedì _Giulio Prisco_ ed _Alfeno Varo_ con quattordici coorti pretoriane, e tutti i reggimenti, di cavalleria, a prendere i passi dell'Apennino[446], e vi aggiunse la legione dell'armata navale: esercito sufficiente a sostener con vigore la guerra, se avesse avuto capitani migliori. Si postò a Bevagna quest'armata, e colà ancora si portò poi lo stesso Vitellio, benchè solennissimo poltrone, per le istanze dei soldati. Attediossi ben presto di quel soggiorno, e venutagli poi nuova che _Claudio Faentino_ e _Claudio Apollinare_ aveano indotta alla ribellione l'armata navale del Miseno, e le città circonvicine, se ne tornò a Roma, ed inviò _Lucio Vitellio_ suo fratello ad occupar Terracina per opporsi da quella banda ai ribelli. Ma _Antonio Primo_ colle milizie fedeli a Vespasiano, alle quali egli permetteva il far quante insolenze ed iniquità volevano nel viaggio, passò l'Apennino. Pervenuto che fu a Narni, se gli arrenderono la legione e le coorti inviate contra di lui da Vitellio. E pur Vitellio in sì duro frangente seguitava a starsene con tal torpedine in Roma, che la gente sapea bensì esser egli il principe, ma parea di non saperlo egli stesso. Ogni dì nuove, l'una più dell'altra cattive. A _Fabio Valente_ suo generale, ch'era stato preso nell'andar nelle Gallie, e rimandato ad Urbino, tagliata fu la testa, per far conoscere ai Vitelliani falsa una voce, ch'egli avesse messa in armi la Germania e Gallia contra di Vespasiano. Vero all'incontro era che anche le Spagne, le Gallie e la Bretagna riconobbero Vespasiano per imperadore. Poc'altro che Roma ormai non restava a Vitellio; e però _Flavio Sabino_, fratello di Vespasiano, che fin qui era stato prefetto della città, con fedeltà e buona intelligenza di Vitellio, desiderando di salvar Roma da più gravi disordini, avea proposto dei temperamenti a Vitellio stesso, per salvargli la vita. Altrettanto aveano fatto con lettere _Muciano_ e _Primo_; e già s'era in concerto che Vitellio, deponendo l'impero, ne riceverebbe in contraccambio un milione di sesterzii e terre nella Campania. In fatti egli nel dì 18 di dicembre, uscito di palazzo in abito nero co' suoi domestici, e col figliuolo tuttavia fanciullo, piangendo dichiarò al popolo che per bene dello Stato egli deponeva il comando; ma nel voler consegnare la spada al console _Cecilio Semplice_, nè questi nè gli altri la vollero accettare. A tale spettacolo commosso il popolo protestò di non volerlo sofferire; ma scioccamente, perchè tutto si rivolse poscia in danno della città e rovina maggior di Vitellio. Trovavasi in questo mentre un'assemblea de' primi senatori, cavalieri ed uffiziali militari presso _Flavio Sabino_,[447] trattando del buono stato di Roma, colla persuasione che veramente fosse seguita, o che seguirebbe la rinunzia di Vitellio. Alla nuova dell'abortito trattato, fu creduto bene che _Sabino_ andasse al palazzo per esortare o forzar Vitellio a cedere. Andò egli accompagnato da una buona truppa di soldati; ma per via essendosi incontrato colla guardia de' Tedeschi, si venne ad un picciolo combattimento. Salvossi Sabino nella rocca del Campidoglio con alcuni senatori e cavalieri, e co' due suoi figliuoli _Sabino_ e _Clemente_, e con _Domiziano_ figlio minore di Vespasiano. Quivi assediato fece una meschina difesa; v'entrarono i Germani, ed appiccato il fuoco al Campidoglio (non si sa da chi), si vide ridotto in cenere quell'insigne luogo, con perir tante belle memorie che ivi erano: accidente sommamente compianto dal popolo romano. Fuggirono di là _Domiziano_, i figli di _Sabino;_ non già l'infelice _Sabino_, che, preso dai Germani insieme con _Quinzio Attico_ console, fu condotto carico di catene davanti a Vitellio. Si salvò _Attico;_ ma _Sabino_, uomo di gran credito e di raro merito, e fratello maggiore di _Vespasiano_, sotto le furiose spade di que' soldati perdè la vita: del che più che d'altro s'afflisse dipoi _Vespasiano_, ma non già _Muciano_ che il riguardava come ostacolo all'ascendente della sua fortuna.

Antonio _Primo_, informato di queste lagrimevoli scene, mosse allora il suo campo alla volta di Roma, dove si trovò all'incontro la milizia di Vitellio, e lo stesso popolo in armi. Giacchè egli e _Petilio Cereale_ non vollero dar orecchio alle proposizioni di qualche accordo, varii combattimenti seguirono, favorevoli ora all'una ed ora all'altra parte; ma finalmente rimasero superiori quei di Vespasiano. Furono presi varii luoghi di Roma, e il quartiere de' pretoriani, commessi molti saccheggi colle consuete appendici, e strage di tanta gente, che Giuseppe[448] e Dione la fanno ascendere a cinquantamila persone[449]. Veggendosi allora a mal partito Vitellio, dal palazzo fuggì nell'Aventino, con pensiero di andarsene nel dì seguente a trovar _Lucio_ suo fratello a Terracina. Ma sul falso avviso che non erano disperate le cose, tornò al palazzo, e trovato poi che ognun se n'era fuggito, preso un vile abito, con una cintura piena d'oro, andò a nascondersi nella cameretta del portinaio, oppur nella stalla de' cani, da più di uno de' quali fu anche morsicato. A nulla gli servì questo nascondiglio. Scoperto da un tribuno, per nome _Giulio Placido _, ne fu estratto, e con una corda al collo, colle mani legate al di dietro, fu menato per le strade, dileggiato, e con picciole punture trafitto in varie forme dai soldati, ed ingiuriato dal popolo, senzachè alcuno compassion ne mostrasse; anzi correndo ognuno a rovesciar le sue statue sotto gli occhi di lui. Credette di fargli servigio un soldato tedesco, per levarlo da tanti obbrobrii, e gli lasciò sulla testa un buon colpo: il che fatto, si ammazzò da sè stesso, ovvero, come si ha da Tacito, fu ucciso dagli altri. Terminò la sua vita _Vitellio_, coll'essere gittato giù per le scale gemonie; il cadavero suo fu coll'uncino strascinato al Tevere, e la sua testa portata per tutta la città. Era in età di cinquantasette anni; e questo frutto riportò egli dalla sconsigliata sua ambizione, alzato da chi nol conosceva a sì sublime grado, ed abborrito da chi sapea di sua vita, riguardandolo per troppo indegno dell'imperio, e certamente incapace di sostenerlo con tanto perversi costumi e sì grande poltroneria. Restò bensì libera Roma dall'usurpatore Vitellio, ma non già dalle atroci pensioni della guerra civile. Per lungo tempo durarono i saccheggi e gli omicidii. Maltrattato era chiunque fu amico di Vitellio, e sotto questo pretesto si estendeva ad altri la feroce avidità dei vittoriosi e licenziosi soldati: in una parola, tutto era lutto, confusione e lamenti in Roma ed altrove. Ancorchè _Domiziano_, figlio di Vespasiano, fosse ornato immediatamente col nome di _Cesare_, pure niun rimedio apportava, intento solo a sfogar le passioni proprie della scapestrata gioventù. _Lucio Vitellio_, fratello dell'estinto Augusto, venne ad arrendersi colle sue soldatesche, sperando pure miglior trattamento; ma restò anch'egli barbaramente ucciso. Fece lo stesso fine _Germanico_, piccolo figliuolo del medesimo imperadore. Subito che si potè raunare il senato, furono decretati a _Flavio Vespasiano_ tutti gli onori soliti a godersi dagl'imperadori romani. E bisogno ben grande v'era di un sì fatto imperadore, sì per rimettere in calma la sconcertata Roma ed Italia, come ancora per dar sesto alla Germania e Gallia dove _Claudio Civile_ avea mosso dei gravi torbidi che accenneremo fra poco. Guerra eziandio era nella Giudea, guerra nella Mesia e nel Ponto. Sovrastavano perciò danni e pericoli non pochi alla romana repubblica, se non arrivava a reggerla un Augusto, che per senno e per valore gareggiasse coi migliori.

NOTE:

[419] Tacitus, Historiar., lib. 1, cap. 7. Dio, lib. 64.

[420] Sueton., in Vitellio, cap. 7.

[421] Plutarc., in Galba. Tacit., Historiar., lib. 1, cap. 55.

[422] Tacit., Historiar., lib. 1, cap. 13.

[423] Sveton., in Othone, cap. 5.

[424] Tacitus, Historiar., lib. 1, c. 27. Plutarchus, in Galba.

[425] Tacitus, lib. 1, cap. 77.

[426] Plutarc., in Othone.

[427] Tacitus, Hist., lib. 1, cap. 1.

[428] Idem, ibid., cap. 61 et seq.

[429] Plutarchus, in Othone.

[430] Suetonius, in Othone, cap. 8. Dio, lib. 64. Tacitus, Histor., lib. 1, cap. 74.

[431] Tacitus, Histor., lib. 2, cap. 21.

[432] Plutarc., in Othone.

[433] Dio, lib. 64.

[434] Plutarc., in Othone.

[435] Sueton., in Othone, cap. 10.

[436] Tacitus, Histor., lib. 2, c. 48.

[437] Plutarcus, in Othone.

[438] Sueton., in Vitellio, cap. 24. Dio, lib. 64

[439] Tacitus, Histor., lib. 2, c. 97. Suetonius, in Vespasiano, c. 4.

[440] Joseph., de Bello Judaic., lib. 4.

[441] Tacitus, Historiar., lib. 2, cap. 82.

[442] Sueton., in Vitellio, cap. 18.

[443] Dio, lib. 65. Tacitus, Histor., lib. 3, cap. 13.

[444] Joseph., de Bello Judaico, lib. 5, cap. 13.

[445] Tacitus, Historiar., lib. 3, c. 33. Dio, lib. 65.

[446] Tacitus, Historiar., lib. 3, cap. 55.

[447] Dio, lib. 65. Tacitus, Histor., lib. 3, cap. 69.

[448] Joseph., de Bel. Jud., lib. 4, cap. 42. Dio, lib. 65.

[449] Sueton., in Vitellio, cap. 16.

Anno di CRISTO LXX. Indizione XIII.

CLEMENTE papa 4. VESPASIANO imperadore 2.

_Consoli_

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO imperad. per la seconda volta, e TITO FLAVIO CESARE suo figliuolo.

Ancorchè fossero lontani da Roma _Vespasiano_ Augusto e _Tito_ suo figlio, dichiarato anch'esso _Cesare_ dal senato, pure, per onorare i principii di questo nuovo imperadore, furono amendue promossi al consolato, in cui procederono per tutto giugno. In essa dignità ebbero per successori nelle calende di luglio _Marco Licinio Muciano_ e _Publio Valerio Asiatico:_ e poscia a questi nelle calende di novembre succederono _Lucio Annio Basso_ e _Caio Cecina Peto._ Dacchè[450] nell'anno precedente giunse a Roma _Muciano_, prese egli il governo, facendo quel che gli parea sotto nome di Vespasiano. V'interveniva anche _Domiziano Cesare_, figliolo dell'imperadore, per dar colore agli affari; ma quantunque egli prendesse molte risoluzioni per le istigazioni degli amici, pure l'autorità era principalmente presso Muciano, uomo di smoderata ambizione, che s'andava vantando d'aver donato l'imperio a Vespasiano, e di essere come fratello di lui, e facendo perciò alto e basso, come s'egli stesso fosse l'imperadore. Certo la sua prima cura fu quella di metter fine all'insolenza dei soldati, e di ridurre la quiete primiera nella città. Ma un'altra maggiormente n'ebbe per adunar danaro il più che si potea, per rinforzare il pubblico fallito erario, dicendo sempre _che la pecunia era il nerbo del Principato_; nè rincresceva di tirar sopra di sè l'odiosità delle esazioni, e di risparmiarla a Vespasiano, perchè ne profittava non poco anch'egli per sè stesso. Recavano a lui gelosia _Antonio Primo_, divenuto in gran credito, per aver egli abbassato Vitellio; ed _Arrio Varo_, perchè alzato alla potente carica di prefetto del pretorio. Quanto a _Primo_, il caricò di lodi nel senato, gli mostrò gran confidenza, gli fece sperare il governo della Spagna Taraconense, promosse agli onori varii di lui amici; ma nello stesso tempo mandò lungi da Roma le legioni che aveano dell'amore per lui, e fece restar lui in secco. Andò Primo a trovar Vespasiano, che il ricevè con molte carezze; ma Muciano, con rappresentarlo uomo pericoloso a ragion della sua arditezza, e con rilevar gli abbominevoli disordini da lui permessi in Cremona, Roma ed altrove, per guadagnarsi l'affetto de' soldati, gli tagliò in fine le gambe[451]. Per conto di _Varo_, gli tolse la prefettura del pretorio, dandogli quella dell'annona, e sostituì nella prima carica _Clemente Aretino_, parente di Vespasiano.

Allorchè si compiè la tragedia di Vitellio, si trovava _Vespasiano_ in Egitto, _Tito_ suo figliuolo nella Giudea. Non sì tosto ebbe Vespasiano avviso di quanto era avvenuto, che spedì da Alessandria a Roma una copiosa flotta di navi cariche di grano, perchè le soprastava una terribil carestia, e l'Egitto da gran tempo era il granaio de' Romani, affinchè quel gran popolo abbondasse di vettovaglia. Se vogliam credere a Filostrato[452], Vespasiano fece di gran bene all'Egitto, con dare un saggio regolamento a quel paese, esausto in addietro per le soverchie imposte, Dione[453] all'incontro attesta che gli Alessandrini, i quali si aspettavano delle notabili ricompense, per essere stati i primi ad acclamarlo imperadore, si trovarono delusi, perchè egli volle da loro buone somme di danaro, esigendo gli aggravii vecchi non pagati, senza esentarne nè meno i poveri, ed imponendone di nuovi. Questo era il solo difetto o vizio (se pure, come diremo, tal nome gli competeva) che s'avesse Vespasiano. Perciò il popolo di Alessandria, popolo per altro avvezzo a dir quasi sempre male de' suoi padroni, se ne vendicò con delle satire, e con caricarlo d'ingiurie e di nomi molto oltraggiosi. Perciò vi mancò poco che Vespasiano, quantunque principe savio ed amorevole, non li gastigasse a dovere; e l'avrebbe fatto, se Tito suo figliuolo non si fosse interposto, per ottener loro la grazia, con rappresentare al padre, «che i saggi principi fanno quel che debbono, o credono ben fatto, e poi lasciano dire.» Nella state venne Vespasiano Augusto alla volta di Roma. Arrivato a Brindisi, vi trovò Muciano, ch'era ito ad incontrarlo colla primaria nobiltà di Roma. Trovò a Benevento il figliuolo _Domiziano_, che già aveva cominciato a dar pruove del perverso suo naturale, con varie azioni ridicole, o con prepotenze. Perchè egli nella lontananza del padre si era arrogata più autorità che non conveniva, e trascorreva anche in ogni sorta di vizii: Vespasiano in collera parea disposto a de' gravi risentimenti contra di questo scapestrato figliuolo[454]. Il buon Tito suo fratello fu quegli che perorò per lui, e disarmò l'ira del padre. Non lasciò per questo Vespasiano di mortificar la superbia di esso Domiziano. Accolse poi gli altri tutti con gravità condita di cordiale amorevolezza, trattando non da imperadore, ma come persona privata con cadauno. Aveva egli molto prima inviato ordine a Roma, che si rifabbricasse il bruciato Campidoglio, dando tal incombenza a _Lucio Vestino_, cavaliere di molto credito. Nel dì 21 di giugno s'era dato principio a sì importante lavoro con tutto il superstizioso rituale e le cerimonie di Roma pagana, con essersi gittate ne' fondamenti assai monete nuove e non usate, perchè così aveano decretato gli aruspici. Giunto da lì a non molto Vespasiano a Roma, per meglio autenticar la sua premura per quella fabbrica, e per alzar quivi un sontuoso tempio[455], fu dei primi a portar sulle sue spalle alquanti di que' rottami; e volle che gli altri nobili facessero altrettanto, affinchè dal suo e loro esempio si animasse maggiormente il popolo all'impresa. E perciocchè nell'incendio d'esso Campidoglio erano perite circa tremila tavole di rame, o sia di bronzo, cioè le più preziose antichità di Roma, perchè in simili tavole erano intagliate le leggi, i decreti, le leghe, le paci e gli altri atti più insigni del senato e del popolo romano fin dalla fondazione di Roma, comandò che se ne ricercassero diligentemente quelle copie che si potessero ritrovare, e di nuovo s'incidessero in altre tavole. Parimente ordinò Vespasiano che fosse restituita la buona fama a tutti i condannati al tempo di Nerone[456], e sotto i tre susseguenti Augusti, e la libertà a tutti gli esiliati che si trovassero vivi; e che si cassassero tutte le accuse de' tempi addietro. Cacciò eziandio di Roma tutti gli strologhi, gente perniciosa alle repubbliche, quantunque egli non disprezzasse quest'arte vana, e tenesse in sua corte uno di tali pescatori dell'avvenire, stimandolo il più perito degli altri. E si sa ch'egli, a requisizione di un certo Barbillo strologo, concedette al popol di Efeso di poter fare il combattimento appellato sacro: grazia da lui non accordata ad altre città.

Due guerre di somma importanza ebbero in questi tempi i Romani, l'una in Giudea, l'altra nella Gallia e Germania. Diffusamente è narrata la prima da Giuseppe Ebreo; l'una e l'altra da Cornelio Tacito. Io me ne sbrigherò in poche parole. Famosissima è la guerra. Avea quel popolo, ingrato e cieco, ricompensato il Messia, cioè il divino Salvator nostro, di tanti suoi benefizii, con dargli una morte ignominiosa; avea perseguitata a tutto potere fin qui la nata santissima religione di Cristo. Venne il tempo, in cui la giustizia di Dio volle lasciar piombare sopra quella sconoscente nazione il gastigo, già a lei predetto dallo stesso Signor nostro[457]. S'erano ribellati i Giudei all'imperio romano, e per una vittoria da loro riportata contro _Cestio_, parea che si ridessero delle forze romane[458]. Vespasiano, irritato forte contra di loro, spedì _Tito_ suo figliuolo nella primavera dell'anno presente per domarli. Gerusalemme era in quei tempi una delle più belle; forti e ricche città dell'universo, perchè i Giudei, sparsi in gran copia per l'Asia e per l'Europa, faceano gara di divozione per mandar colà doni al tempio e limosine di danari. Per dar anche a conoscere Iddio più visibilmente che dalla sua mano veniva il gastigo, Tito andò ad assediarla in tempo che un'infinità di Giudei era, secondo il costume, concorsa colà per celebrarvi la Pasqua: nel qual tempo appunto aveano crocifisso l'umanato figliuol di Dio. Che sterminato numero di essi per giusto giudizio di Dio si trovasse ristretto in quella città, come in prigione, si può raccogliere dal medesimo loro storico Giuseppe, il quale asserisce che, durante quell'assedio, vi perì un milione e centomila Giudei, per fame e per la peste. Sanguinosi combattimenti seguirono; ostinato quel popolo mai non volle ascoltar proposizioni di pace e di arrendersi. Avvegnachè riuscisse al copiosissimo esercito romano di superar le due prime cinte di muro di quella città, la terza nondimeno, più forte dell'altre, fu sì bravamente difesa dagli assediati, che Tito perdè la speranza di espugnar la città colla forza, e si rivolse al partito di vincerla con la fame. Un prodigioso muro con fosse e bastioni di circonvallazione fatto intorno a Gerusalemme tolse ad ognuno la via a fuggirsene. Però una orribil fame, e la peste sua compagna, entrate in Gerusalemme, vi faceano un orrido macello di quegli abitanti; i quali anche discordi fra loro e sediziosi, piuttosto amavano di vedere e sofferire ogni più orribile scempio, che di suggettarsi di nuovo al popolo romano. Non si può leggere senza orrore la descrizione che fa Giuseppe di quella deplorabil miseria, a cui difficilmente si troverà una simile nelle storie. Immense furono le ruberie e le crudeltà di quei che più poteano in quella città; le centinaia di migliaia di cadaveri accrescevano il fetore e le miserie di coloro che restavano in vita; faceano i falsi profeti e i tiranni interni più male al popolo che gli stessi Romani. Ma nel dì 22 di luglio il tempio di Gerusalemme, fu preso, e con tutta la cura di Tito Cesare, perchè si conservasse quell'insigne e ricchissimo edificio, Dio permise che gli stessi Giudei vi attaccassero il fuoco, e si riducesse in un monte di sassi e di cenere. S'impadronì poi Tito della città alta e bassa nel mese di settembre colla strage e schiavitù di quanti si ritrovarono