Angiola Maria: Storia domestica

Part 8

Chapter 83,912 wordsPublic domain

E Caterina fu presta ad acconsentire alla graziosa premura che le due damigelle le avevano fatta. Era un grand'onore per lei vedere la sua figliuola cercata da due signorine così leggiadre e buone, e il suo amor proprio non n'era poco lusingato; perchè pensava che in ogni maniera non poteva esser che una fortuna quella conoscenza.

Ben presto le tre giovinette divennero amiche, come se già da un anno si fossero conosciute. E quasi ogni giorno, Elisa e Vittorina venivano a cercar di Maria, e con essa dividevano l'allegrezza di tutte l'ore. Bene spesso le avresti vedute seder in crocchio sul terrazzo della villa, intese allo studio de' loro disegni e lavori, al canto di care e semplici melodie, o abbandonate a fanciulleschi e sinceri colloqui. E talvolta anche il vecchio lord, che oramai era convalescente, sedendosi nel suo seggiolone in un angolo del terrazzo, contemplava in atto di segreta gioia quelle tre testoline giovani e aeree, che si chinavano e si levavano con un tripudio irrequieto, con un sorriso più eloquente d'ogni parola; e l'ampio foglio del _Times_, ch'egli si teneva spiegato sotto gli occhi, cadeva allora dimenticato su le sue ginocchia; e nel suo cuore l'arida politica cedeva il posto alla dolcezza d'un senso affatto novo.

Più sovente le fanciulle andavano a diporto per i paesi della riva, o facevano una corsa su la montagna, e Arnoldo veniva con esse in compagnia. Era un alternar di risa schiette e d'allegri modi, un dolce motteggiare, un mescersi di voci argute e soavi, una corrispondenza di gioia e d'affetto.

Alcuna volta invece, al levar della luna, essendo il tempo chiarissimo, e l'aria consolata dalla freschezza della sera, le tre fanciulle discendevano di nascosto nel giardino della villa, e sen venivano all'ombra per la riva bruna del lago. Poi calate chetamente nella loro fida barchetta, davano a gran lena ne' remi, e pigliavano il largo. La luna si rifletteva bellissima nel lago, come in uno specchio; ma, a ora a ora, l'acqua commossa da uno spirar di vento leggero pareva tutta risplendente di tremole scagliette d'argento. Quel fianco delle montagne, su cui spargevasi il pieno chiarore della luna, pareva circonfuso dalla vaporosa luce d'un incantesimo, e ne spiccavano i seni e i dossi, i paesetti e le case; l'opposto fianco invece si perdeva in un'ombra uguale e fitta, che nulla interrompeva, tranne il luccicare di qualche picciol lume, qua e là, dal balcone d'una villa, o dalla porta d'un casolare. E la barca delle giovinette fuggiva rapida su l'onde, come se avesse l'ale, e portasse le fate abitatrici di quella poetica contrada.

Poi, quando tornavano alla riva, vedevasi quella barchetta fermarsi al piede dell'alto terrazzo; e l'aria taciturna risonava dell'armonia d'una prediletta canzone.

UN CHIAROR DI LUNA.

INSIEME

Sei cheta, o notte, ma non sei mesta, Quando riluce sereno il ciel! L'ora beata d'amore è questa, Questa è del canto l'ora fedel! Andiam compagne! La notte è bella; Stacchiam dal lido la navicella.

Aura di sera — spira leggiera; Geme alla sponda — l'onda che muor. La luna è chiara, splendon le stelle; Le tre sorelle — cantan d'amor! La luna è chiara, Cantan d'amor!

VITTORINA

Io sono lieta, non ho pensieri; Tutto è sorriso d'amor per me! L'oggi è fuggito, fuggito è l'ieri; Oltre il domani speme non v'è. Ma quando l'alma brilla contenta, Oh! perchè l'ora non va più lenta?

Odi una stanca — voce che manca? Di veglia è grido, che dà il pastor. Ve' il lume errante d'una facella, La barca è quella — del pescator; Canta, o sorella, Canta d'amor!

ELISA

Lieta è dell'ore l'aerea danza, La vita a un roseo vespro è simíl; E il dïadema della speranza È della sera l'astro gentil, La cui tranquilla luce amorosa Sulla mia fronte lieve riposa.

Per l'aure lente — l'arpa gemente Diffonde un suono che cerca il cor! Vedi alla bruna sua finestrella La damigella — china sui fior! Canta, o sorella, Canta d'amor!

Fra l'una e l'altra canzone era una pausa; e le ultime voci s'andavan perdendo a poco a poco nell'aria silenziosa della notte, sì che quasi non poteva dirsi se il canto fosse venuto dalla terra, o dal cielo. E pareva che ciascuna delle due sorelle volesse all'accento confidare il segreto del proprio pensiero. Quando poi toccava a Maria a cantare, essa che non aveva avuto altro maestro che il cuore, e che solo col fino senso dell'orecchio misurava l'armonia, sapeva esprimere tutta la soavità, tutta la malinconia dell'anima sua nelle fresche e semplici note della sua voce.

MARIA

Nel ciel romito ho un astro anch'io, Che nessun vide, nessuno amò! Pudico raggio, deh splendi al mio Povero core che ti trovò!... Io t'amo, o stella, che sempre vegli, Ed amo l'onda dove ti spegli.

De' giorni il fiore — s'inchina e muore, Breve è l'affanno, sacro il dolor: Dal basso esilio, l'alma più bella Alla sua stella — ritorna ancor. Canta, o sorella, Canta d'amor!

INSIEME

O cielo amico, ciel di zaffiro, Ah ne risplendi sempre così! Senza una nube, senza un sospiro Di nostra vita trapassi il dì; Nè rio pensiero mai turbi il core, Che solo cerca silenzio e amore!

Aura di sera — spira leggiera, Geme alla sponda — l'onda che muor. La luna è chiara, splendon le stelle: Le tre sorelle — cantan d'amor. La luna è chiara, Cantan d'amor!

Il più sovente, venuta la sera, le due damigelle accompagnavano Maria alla casa di sua madre; e là s'intrattenevano alquanto a frascheggiare con la vecchia Marta, e a raccontare la lieta giornata alla buona mamma Caterina, come già la chiamavano. E la buona mamma Caterina quasi ne piangeva di consolazione.

In questa dolce e sollazzevole amicizia corsero così due mesi, i due mesi dell'estate: e su quella felicissima riva, dove gli ardori del sirio e del sollione sono temperati dalla freschezza dell'acque, e dal respiro quotidiano de' venti della pianura e dell'alpe, e ristorati dall'ombra delle montagne e dal silenzio perenne della natura, le tre fanciulle gustavano una contentezza così serena, che non avrebbero cercato di più. Quando la gioia è vera il cuore crede ch'essa durerà sempre!

Anche Arnoldo non era mai stato lieto come allora, e quasi gli pareva un sogno la sua felicità. In quel tempo d'una confidente esistenza, in que' giorni fuggevoli e uguali, egli lasciava che l'anima sua errasse in balìa di facili illusioni; i suoi pensieri non eran più quelli d'una volta; egli trovava in essi una quiete insolita; e diceva che una stella nova e più pura era comparsa nel suo cielo. Arnoldo amava la povera Maria, e l'amava sinceramente. Eppure spesso, quand'era solo e domandava a sè stesso, se Maria, nella sua innocenza, avesse potuto indovinar quel segreto ch'egli aveva sì caro; un sospetto sorgeva a turbarlo con voce importuna, dipingendogli alla mente quell'angiolo come una povera creatura, ch'egli voleva far sua vittima per abbandonarla poi nella sciagura. Allora l'amor suo gli pareva una menzogna, le sue parole uno scherno crudele, ogni suo sguardo furtivo un'infame seduzione. Ma quand'essa era là, in mezzo alle sue sorelle, folleggiante e graziosa come Vittorina, tenera e meditabonda come Elisa; quando, con quella pura sua voce, gli cercava l'anima dolcemente, o la rapiva con la magia d'una sua canzone montanina, allora le fosche fantasie acchetavansi; egli credeva all'amore, credeva al suo cuore e a Dio.

E la fanciulla? — Povera innocente! tu ancora non sai che sia l'amore d'un uomo! Nessuno ha gettato mai sopra di te un solo di quegli sguardi che consumano come fiamma, e lasciano un solco nel cuore; nessuno t'ha detto una parola, per rivelarti che l'abbandono del cuore e del pensiero ci può costar tante lagrime e tanto sacrifizio. Tu non ami che tua madre, il fratel tuo, Dio, il cielo, il tuo villaggio e i tuoi fiori!... Oh guardati, e ti salva dall'amore, finchè hai tempo ancora! L'anima tua è tuttavia pura e soave; essa trema, come una rosa tocca dal primo vento. Perchè abbandonasti il cantuccio della stanza di tua madre, e la tua piccola finestra incoronata di fiori? Aimè! gli occhi di chi non conosce l'amarezza del pianto che si versa quando l'innocenza è morta, guardano al futuro attraverso il prisma ingannevole del presente; e il cuore, se non è ferito, non crede al dolore! — Povera Maria! oh come tu benediresti a quella voce che ti dicesse: Tu se' troppo ingenua, tu se' troppo sicura di te stessa!

XI.

SULLA BASS'ORA.

La Malizia, questa losca sorella della Bugia, questa fata capricciosa e segreta, la quale, sebben zoppichi su le sue grucce ineguali, pur tanto cammina che bene spesso vince della mano la Verità; la Malizia, ospite vecchia del nostro mondo, è stata sempre, per quanto si faccia o si dica, la regina delle cose, e ha codice, ragione e diritto; perchè forse la provvidenza le permise d'attecchire, crescere e moltiplicarsi, come la gramigna nel campo, di spiegarsi e regnare, come le nubi nel cielo. La Malizia passeggia sotto le vôlte dipinte delle case de' grandi, vestita d'un giubba trapunta di frastagli d'oro o d'uno splendido saio, siede alle mense e ne' circoli del bel mondo, coperta le spalle di màrtora o d'ermellino, di sete indiane, di veli aerei; trotta per le vie sotto l'abito modesto del cittadino; studia, medita, scribacchia anch'essa, come il più grave filosofo; ha il suo scanno nel cantuccio del focolare del borghigiano, e la rozza panca di legno sotto la tettoia del contadino; s'adagia a sua posta nel caffè, nella bottega, nel palchetto del teatro; sbircia, sogghigna, ciancia, gracchia, trincia a destra, a sinistra; e a sentirla, gli è sempre per amor del bene, o per onor del vero. — Nessuno dunque maraviglierà, cred'io, ch'ella avesse culto e alunni anche su quella beata riva del lago, tra le poche case del nostro paesetto.

Su la bass'ora d'un bel dì, il signor curato passeggiava nella piccola spianata che si stendeva dinanzi la sua casa, in compagnia di quel signor Gaspero, il vecchio signorotto, del quale abbiam già fatta la conoscenza; e discorrevano fra loro a tutto bell'agio. Benchè costoro, come vedemmo, non fossero i migliori amici del mondo, e l'uno non andasse molto a sangue all'altro, pure lo star insieme e la necessità di tenersi in credito, facevano che si cercassero come due vecchi colleghi, o piuttosto come due gelose potestà rivali. E poi, don Gioachino non era uomo da legarsela al dito per qualche motto lanciato alla sua pretensione politica o letteraria, chè anzi piccavasi di non se ne far gran caso, come se si fosse trattato d'un complimento.

— Ehi! signor Gaspero, diceva il curato, se foste venuto mezz'ora fa, v'avrei fatto sedere alla mia tavola tale e qual era; ne vengo or ora. Eh! un desinarino da povero curato, ma da galantuomo; poco ma buono! è il mio assioma.... ah! ah!

— Oh lo so per esperienza! si mangia bene da voi....

— Non fo per dire, ma la mia Sabina sa il fatto suo: da un par d'anni poi ne son contentone. Quest'oggi, vedete, m'ha regalato un bel pezzo di stufato fumante, con certe cipollette in sugo, che parevan perle; e poi una fricasséa di polli, che valeva un Perù!...

— Corbezzoli! la è una dottorona la vostra serva; scommetto ch'ella sa a menadito tutto il _Cuoco Piemontese_, e che la vi corregge anche i testi latini delle vostre prediche.

— Ah! ah! sempre di buon umore il nostro signor Gaspero!

— Che volete, curato? Se non si cerca di passare, il meno mal che si possa, questi quattr'anni di vita che ci avanzano....

— Buon per voi, che sul vostro non tempesta mai!... Ma per me, v'assicuro ch'io conto delle giornate brusche, e che qualche volta mi tocca di roder catene.

— Canzonate, o dite da vero? Chi fa mai più beata vita della vostra?

— Voi volete parlare, ma non le pigliate su voi quelle che mi toccano, proprio a me, che doverle inghiottire, la è dura! Ma, ma!... è meglio non pensarci, chè basterebbe a farmi far cattiva digestione.

— Ma via! che avete? dite su: non son forse vostro amico, io?

— Sì! voi siete un galantuomo, ma a questo mondo c'è dei birbanti. Io che non ho mai avuti impicci, sentite mo che cosa mi capita! — La settimana passata, fo una giterella a Como, per non so che miei interessi.... certo poco danaro, che ho messo da parte in tant'anni, e che ho voluto portare io stesso, in confidenza, ad un legale di là, un po' mio parente, perchè me ne cavi una cinquantina di lire d'interesse... Mo, vedete! Eran sei anni che non mettevo il piede in quella maladetta città; e sta, che quell'unica volta che ci casco, trovo un avviso che mi chiama, là.... da... (E qui gli bisbigliò a mezza voce un bel nome tondo.) Mi capite? Così è... proprio da lui! Bisognò dunque trottar subito... là dov'ero aspettato. Non vi dico nulla!.... Cose grosse, cose di fuoco; mi voglion mettere in compromesso, mi vogliono giuocare sicuro, io che non ho mai fatto nè detto male a nessuno...

— Ma che diamine mai?...

— Lo sapete voi? lo so anch'io. Fu un serio e lungo interrogatorio di lui, di lui stesso... capite? — E vi dico la verità, che la flemma delle sue domande mi faceva sudare, nello stesso tempo che la serietà delle sue occhiate mi metteva i brividi. E tutto, indovinate mo?... per amor di quel sapientaccio presontuoso di don Carlo.

— Oh!...

— Che so io de' garbugli che può avere colui?... E bene, sul conto suo, mi domandò più di cento cose; e ch'io sapevo, e che dovevo sapere... che quel prete era nativo di qui; ch'io conoscevo quali corrispondenze avesse, perchè quest'estate passasse qui tre mesi, e che ci doveva essere la sua buona ragione; che discorsi, che vita facesse, e che so io... Vi dico che avevo tanto di testa! Cercava ben io di rimbeccar quelle antifone alla meglio, ma era peggio! Io aveva bel dire, la responsabilità è sempre del povero paroco... E poi, sentite questa! — Non è la prima volta, conchius'egli infine nel congedarmi, che voi date serii motivi di censura!... sue precise parole. Figuratevi che condizione fosse la mia, a questi schietti complimenti!

— Ma non siete arrivato a capire?...

— Poco o niente. Furono avvertimenti sordi, misteriosi, consigli dati a mezz'aria, lasciati indovinare; ma, se non fallo, qui ci cova sotto qualche cosa di...

— Di che?

— Eh signor Gaspero! penso ch'io sono una bestia a ciarlar tanto di queste materie così gravi: lasciamo andare, lasciamo andare....

— Ehi, m'offendete! dite su! Credete ch'io sia un bamboccio o un birbone? Parlate!

— Ma! ma! ma!... voi non sapete che brutto rischio si corre....

— Ditelo, che lo saprò.

— In somma, in somma! volete propio saperlo?... Io credo che ci sia in aria qualcosa di torbido, di marcio, cioè di... rrrr... E nell'orecchio dello strabiliato compagno finì una terribile parola.

— Bah!...

E qui tacquero tutt'e due, e si guardarono in faccia un pezzo l'un l'altro, senza batter palpebra. Poi il signor curato, levando lentamente una mano, e mettendo l' indice a traverso le labbra, diede all'amico un'occhiata di gran significazione, come per dirgli: Silenzio, per amor del cielo!

E l'altro, facendosi piccino e stringendosi nelle spalle, rispose con la stessa smorfia.

In quel mezzo, altri capitavano su la spianata, e camminando sbadatamente andavan di lungo pe' fatti loro; se non che, due d'essi, veduti ch'ebbero don Gioachino e il signor Gaspero, attraversarono la strada, e vennero difilati alla volta loro. Erano il dottore e il deputato politico del paese. I quattro fecero tra loro le solite scambievoli cortesie, con una sberrettata che rese l'uno all'altro in aristocratica solennità, a grand'edificazione de' villani che di là passavano. La conversazione interrotta si rannodò; e fu lo stesso curato che per il primo pigliò la parola, sollecito di mutar l'argomento, e pauroso non fosse mai per iscappare al signor Gaspero qualche allusione alla confidenza fattagli.

— Dunque, che c'è di nuovo, signor Mauro? disse, voltandosi al deputato politico.

— Eh! che vuol mai ch'io sappia, io! rispose quegli. Lei, don Gioachino, lei che sa di politica, che vive di giornali, me le racconterà le notizie.

— Oh sant'iddio! L'ho detto tante volte, caro mio signor Mauro, ch'io non m'impaccio di faccende mondane! Io vivo in questa tana, come un tasso di montagna... Io non c'entro, io non c'entro, lo dico e lo protesto! io dormo all'ombra del mio campanile, e di queste cose che bruciano, me ne lavo le mani.

Questa protesta, che non sarebbe certo uscita di bocca al curato in altro tempo, gli fu allora suggerita dalla fresca tema di vedersi a qualche brutto giuoco, per la maledetta smania che aveva di pesare su la sua bilancia i destini d'Europa. Il buon uomo s'era ingannato: nessuno badava, più che agli abitatori della luna, alla congrega dottrinaria dello speziale; ma allora la paura era entrata in corpo al povero don Gioachino, e per lui era lo stesso che se l'avessero tenuto per un Robespierre in saio nero.

— Dunque, mutiam discorso, seguitò, perchè vedete bene!... Già, non è bisogno dirne di più;..

Gli astanti capirono, o credettero di capire, quella reticenza. E il signor Gaspero, che aveva la chiave del mistero, — Or via, disse, volete che ce n'andiamo in compagnia giù fino alla riva? Non può star molto, che passi il Vapore...

— Andiamo! risposero.

— E anche lei, signor curato, soggiunse il deputato politico; via! venga, non si faccia pregare.

Cammin facendo cianciarono, al solito, di cose inutili. Ma poco stante, il dottore, additando una barchetta che prendeva il largo: — Guardate! disse, non è quella laggiù la barchetta delle nostre damine inglesi, qui della villa?

— Ah si! è proprio quella! già si sa, il dottore ha buoni occhi, e conosce le belle fanciulle un miglio lontano.

— Via, signor Gaspero! So ben che lei scherza: non me n'intendo io.

— Eh voi siete un giovinotto, signor Paolino, un dottore di primo pelo! Caspita, che su' trent'anni, come voi adesso, ne feci anch'io delle belle, e qui e via di qui; ma era il secolo passato, amico, quel tempo di cui adesso si ride.. povera gente!

— Buon pro le facciano, padron mio, ma le ripeto, lei s'inganna a partito!

— Andate là, volpone dottorato, che avete buon gusto. Già lo sappiamo anche noi; è quella dagli occhi cilestri, dall'aria sentimentale! ah! ah!... diceva il deputato.

— Anche voi volete spassarvi alle mie spalle, signor Mauro?

— Via, confessate, signor Paolino, non è così? non è quella del bigliettino color di rosa, quella del luigi doppio? L'avete pur raccontata voi la storiella.

— Oh andate al malanno, ch'io vi mando! rispose piccato il dottore.

— Ehi! la vi pizzica? ripetè l'altro, dunque è segno ch'è vero!

— Ah! ah! quest'è bella, è nuova di conio. Il dottore muore dietro all'Inglesina! oh me la godo proprio... E il signor Gaspero, con quella sua ciera piacente, rideva, rideva di gusto.

— Ma via, finitela! lasciatelo stare quel povero figliuolo, se non volete che gli salti la mosca, continuando così come fate a dargli la soia, soggiunse il curato.

— Se voglion pigliarsi il bel tempo, lasciateli dire. Magàri la fosse così!

Intanto eran giunti alla strada che fiancheggia la riva. La barchetta, ch'era stata la cagione innocente di quel cicaleccio, passava rapida, alla distanza d'un trar di pietra; ond'è ch'essi videro le due giovinette e Maria, che guardavano verso di loro, ridendo e motteggiando con una sì schietta allegria, ch'era un'invidia. Arnoldo remava, e Vittorina, seduta su la poppa, governava il timone, a ogni momento volgendone l'ala a suo capriccio, sicchè il battello vogava in isbieco, come per obliqua via, lasciandosi dietro su l'onda un lungo solco schiumoso e serpeggiante.

— E quella martorella, scappò fuori a dire il curato, levando con la punta dirizzata verso la barca la sua lunga canna dal pome d'osso bianco; la tosa d'Andrea, ch'è divenuta damigella delle due _milordine_, eh! che ve ne pare?

— Quella giovine sa il suo conto! disse il dottore.

— Oh sì, da vero, il curato ripigliò; ma questa sua confidenza io non l'approvo, son cose fuori di posto: una ragazza, una contadina, un'ignorantella, vedetela là, che vuol fare la burbanzosa, la superbetta, mettere il gonnellino di moda, capricci! e far pensare intanto, e far dire... No, non va bene! causa quella testa matta di suo fratello prete, che anch'esso ha la sua vena di dolce! vuol comparir filosofo, politico, romantico... Oh la vedrà bella anch'esso, la vedrà bella!...

— Ma, lei non è il curato? dimandò il signor Mauro; non tocca a lei a dare una buona rammanzina alla ragazza, un'altra a sua madre, e ricondurre all'ovile la pecorella smarrita, come lor signori dicono in pulpito tante volte?

— Ehi son parole: ci vuol altri che me! È l'ingordigia, la sete di far quattrini. La vecchia tale e quale la conoscete, fa la bigotta, ma le premono i comodi e la cucina; e poi, vuol mettere da parte, per que' pochi dì che le restano a campare... e la figlia è la sua insegna!

— Oibò! oibò! che dite mai, curato? l'interruppe il signor Gaspero, queste son cose...

— Cose da non credere, ma che son vere! Pensate forse ch'io sia qui, come si suol dire, il bastone della scopa? So, vedo e conosco!

— Ma non basta, bisogna...

— Bisogna che questi villani non sieno teste di scoglio, come sono. Ma che ci posso far io? e' la sarebbe come se volessi asciugar il lago col mio cappello. Non hanno badato mai alle parole del loro paroco! il qual paroco non ha più di due polmoni, che, una volta asciutti, non possono riempirsi di fiato, come una tinozza di vino!

— Ah! ah! ma che v'importa a voi, che la giovine, la quale è poi savia e buona, vada con quei signori?

— A me, come me, certo che no! ma se, per causa sua, avessi de' pasticci? Io ci vedo da lontano... Quel vecchio milord, che sarà luterano, puritano, manicheo, o qualche cosa di simile, fa una strana vita, la vita del mistero... Il suo signor figlio poi...

— Dite un po': è forse quello che aveva fatta tant'amicizia col vicecurato?

— Giusto! E colui, poteva far di peggio? Pensate! un prete, che deve sempre guardar bene a tutto quel che fa e che dice, un prete, com'è lui, viaggiar su per i monti, andar giù per il lago, in compagnia d'un forestiero libertino, d'un... dio sa che cosa? Già, è sempre stato un bel capo colui!... E mi ci voglion tirar dentro per i capegli, me? Oh se la sbagliano! Io me ne lavo le mani, non ne voglio saper nulla, faccian loro! Son pazzo a pensarci su... Non è egli vero, che non tocca a me?

— Del prete, rispondeva sempre il signor Gaspero, del prete io non parlo! Siete l'autorità ecclesiastica del paese, la prima! Ma della giovine, chi vi può dir nulla? Eh via! chiudete un occhio, e lasciate che l'acqua vada in giù; perchè alla fine, non è essa padrona del suo? E potendo far la sua fortuna, la sarebbe una baggea a star lì, sempre appiccicata alla sottana di sua madre!

— Bravo il nostro signor Gasperino! dicevagli il deputato, nel dargli d'una palma su la spalla: già l'ho sempre sentito far l'avvocato delle belle donne! Ora poi, che si tratta della graziosa figliuola d'Andrea... ch'è veramente un bel fiore di primavera, un fiore che, scommetto, vorrebbe trapiantar volentieri nel suo giardino!

— Ehi, Mauro, che spropositi mi dite? cosa volete ch'io faccia, co' miei sessantacinque anni, col mio peso e con la mia mezza parrucca?... Ho altre fantasie; sono stato giovine anch'io, e al mio tempo, non fo per dire, era un giovinotto un po' più vivo di quelli del dì d'oggi... non so se mi capite! Ho avuti i miei grilli, e me la sono spassata alla buon'ora! E ho fatto anch'io, come si dice, le mie campagne, sono stato attore anch'io, ma adesso mi conviene accontentarmi della parte di spettatore; e ridere, quando c'è da ridere, della commedia che il mondo mi fa d'intorno.