Angiola Maria: Storia domestica

Part 7

Chapter 73,918 wordsPublic domain

Ma quando Arnoldo si rallegrava con sè stesso dell'amico acquistato, una memoria più cara gli si risvegliava nell'anima. Si ricordava di quel giorno in cui aveva ascoltata la predica del vicecurato, là nella chiesa del paese. Pensava a quella bellissima e modesta creatura, che aveva veduto pregare, inginocchiata presso la madre, a quella sembianza malinconica e pur così serena nel dolore, a quel volto candido sotto il nero zendado. Egli aveva accompagnato con la sua la preghiera che allora faceva l'anima sofferente della fanciulla. Poi si ricordava che il dì appresso, quand'egli era ito a visitare il prete nella sua casetta, aveva riveduta la fanciulla, e al rivederla s'era turbato: ella invece non aveva sollevato gli occhi, non s'era quasi accorta di lui; e la piccola scortesia gli era dispiaciuta.

Questa memoria ei la serbava come un segreto; ma non ardiva ancora d'interrogare il proprio cuore, quantunque il dubbio, in cui egli era, gli fosse assai penoso. Ma poi, di volta in volta ch'egli tornava alla casetta del lago, e quando, fatto più dimestico con le due donne, vide la semplice bonarietà della madre dell'amico suo, e scoperse l'anima delicata e sensitiva della sorella di lui, allora provò una gioia tranquilla e solitaria, una consolazione che non aveva gustata da tanto tempo. Respinto dalla sua, parevagli quasi d'aver trovato un'altra famiglia; i suoi pensieri, che prima erano agitati da un gran tumulto di cose, i dubbii cocenti che sempre lo travagliavano, le speranze incerte, le visioni che disturbavano i suoi sonni e la sua solitudine, tutto il cuor suo si faceva sereno, si riposava, appena egli passasse il limitare di quell'umile casa — dove non era nessun rumore, fuorchè il lento batter del fiotto al basso del muricciolo dell'angusto cortile; dove non era nessun'ombra fuorchè quella della verde tettoia formata dalla vecchia vite che saliva bistorta accanto all'uscio della casa.

Al primo avvicinarsi a Maria, egli non poco si maravigliò, chè gli parve di trovare in essa una rara modestia, una riserbatezza semplice insieme e sicura, insomma una soavità di costume che, alla prima, annunziava non solo la bellezza nativa del cuore, ma anche lo studio e la squisitezza de' modi. Il suo portamento era timido, ma aveva non so qual vezzo; il sorriso rado e quieto, il parlare assai modesto, ma vero; e quel che più toccava il cuore, era il suono dolcissimo della sua voce. Ella portava sempre un vestitino schietto, semplicissimo, ch'era povero ma mondo, e fatto dalle stesse sue mani; i suoi bei capegli eran pettinati con gran cura; le sue mani bianche, come quelle d'una damigella. Ben vedevasi ch'ella conosceva d'esser nata in umile stato; ma che pur non aveva dimenticata ancora la gentilezza delle consuetudini d'una volta, la più eletta educazione della sua prima età.

Arnoldo trovava Maria spesso taciturna e pensierosa. Egli non le aveva parlato quasi mai, quantunque la vedesse sovente; perchè ben di rado ella e sua madre discendevano nel salottino a terreno, quando il giovine vi si trovava in compagnia del vicecurato. Quindi Arnoldo ardeva del desiderio di conoscere i pensieri di quell'anima pudica e ritrosa, che pareva chiudere in sè stessa un tesoro di dolcezza e d'amore. E cominciò a pensare che la giovinetta doveva sentir con dolore la povertà della sua condizione, perchè il suo cuore era stato un giorno accarezzato dalle grazie della vita; a pensare ch'ella aveva la virtù d'esser felice ancora nell'oscura sua tranquillità, e che forse sentiva più forti que' nobili affetti di che il fratel suo gli ragionava sempre con tanto ardore. Arnoldo aveva egli potuto legger nel cuore di Maria?... O era il suo un incauto sospetto, un fumo che appannava il limpido specchio di quell'anima pura?...

L'idea che Maria fosse degna di miglior sorte, la fiducia di sollevarla, di darle una vita novella, lo sedusse, lo vinse: il suo pensiero non corse più in là. Egli dunque s'abbandonò a quelle nuove e gentili illusioni. Un amore poetico, misterioso, un amore non rivelato, e tranquillo ancora nella sua purezza, gli suscitò nel cuore sogni tutti novi, che gli promettevan tuttavia qualche cosa di celeste in terra.

Questo amore era il suo più prezioso segreto; uno sguardo, una parola non l'avevano tradito ancora. Dopo molto esitare e molto pentirsi, risolvette di tacersi e aspettare, con la sola speranza, che la simpatia di quell'anima candida nascesse spontanea per lui.... Nel principio dell'amore il giovine, non pensa che al suo cuore sol basterà per poco quella solitaria delizia; ch'egli ben presto cercherà, vorrà corrispondenza d'affetto: egli non pensa che tranquillo può essere il sorriso della virtù, non quello della passione, e che, sparita la prima aurora dell'amore, esso non gli dipingerà più la vita co' suoi bei colori; ma l'abitudine l'avrà circondata della muta sua nebbia! e allora verrà il tempo del disinganno, e fors'anche del rimorso.

E non era la prima volta che Arnoldo amasse. Ma erano stati amori d'ebbrezza e di delirio; amori di un giorno, d'un'ora: visioni fugaci e lusinghiere di donne bianche e rosee, di semidive trasparenti sotto i ben foggiati merletti, fra l'onda delle trine e dei veli, ne' molli velluti, o nelle pelliccie profumate; erano stati capricci di facili seduzioni, usurpate dolcezze, e misteriosi ritrovi; gioie sparse di fiele e sfuggenti più rapide che non fosser venute, lasciandosi dietro un torpore, un tedio, se pur non era affanno e dispetto. Fino allora, dell'amore egli s'era fatto giuoco, come le donne s'eran fatto giuoco di lui: le grandi, le infelici passioni, colle quali si pretende di dare una tempra così romanzesca alla nostra società, egli soleva chiamarle le passioni a buon mercato. Si può perdonargli, perchè quando amò per la prima volta, credeva che l'amore fosse tutt'altra cosa!

Ma ora quel cruccio e quell'amarezza avevano ceduto il luogo ad altri voti, ad altri pensieri. Egli non credeva ancora all'amore, ma pur credeva all'incanto della bellezza; e già si sentiva migliore, da quel punto in cui una povera fanciulla, che nol cercava, che non lo guardava, era divenuta, per dir così, la forma ideale delle sue fantasie. E non sapeva che quel divino soffio che spira la vita alla bellezza, è amore!

Già eran passati alcuni giorni da che Arnoldo era tornato in grazia del padre; e non avendo in quel tempo riveduto l'amico, lasciò la villa e prese il sentiero lungo il lago che conduceva alla casetta. L'acqua era quietissima; la sera bella, ma senza luna; ed egli pensieroso più dell'usato.

Bussò. Chi venne ad aprirgli fu Marta, la vedova d'un pescatore, che Caterina, dopo la morte di suo marito, aveva fatto venire in casa sua per le bisogne domestiche, e per non rimaner tutta sola con la figliuola, quando don Carlo fosse partito.

La Marta, che già conosceva il giovine, — Non c'è nessuno, signore! disse, restando su la porta. Don Carlo è dal signor curato di qui, e Caterina e Maria sono ite in chiesa al rosario; nè son tornate ancora.

— Dunque me n'andrò! disse Arnoldo, col cuor malcontento.

— Ma, se volesse fermarsi, possono tardar poco...

— Oh non importa!... Ma sì, aspetterò, bisogna ch'io parli a don Carlo. — E seguendo la donna, attraversò le due stanze a terreno, e per la scala che riusciva in un canto del salotto, ascese nella camera dell'amico. Marta pose giù sur uno scrittoio il lume, e se n'andò.

Poco stante, egli s'accorse che le due donne eran tornate a casa, intese la voce di Maria che cercava di Marta, quella voce che gli era sì cara. Poi rispondersi, bisbigliare fra loro, e non far zitto... Certo Marta aveva detto alle donne ch'egli era là, ed esse s'eran ritirate nell'ultima cameretta, dall'altra parte della casa.

Intanto Arnoldo aspettava. E lo sguardo suo errava distratto su le carte e su' pochi libri, de' quali era sparso lo scrittoio del prete: un volume delle OPERE DI SANT'AGOSTINO, un TOMMASO DA KEMPIS, un DANTE di vecchia edizione, il BREVIARIO e la BIBBIA; e qua e là, fra que' volumi, vide gettati a caso alcuni fogli e quaderni manoscritti. Ne prese uno, l'aperse e lo guardò. Eran pensieri scritti in uno o in altro giorno, nel tempo della solitudine, in ore di tristezza o di meditazione. Egli lesse in que' fogli amare parole, parole di sconforto e di sdegno, dettate, senza dubbio, da una potente e gelosa cura, e poi temperate da un voto di pace, da un ricordo di pietà o di rassegnazione, da un augurio di virtuosa coscienza.

Una pagina, ch'egli scorse con rapido sguardo, diceva:

A' 30 d'aprile 18..

«Il mio povero padre è morto! — E io non lo vidi nella sua ultima ora, io non ebbi il conforto di bagnar del mio pianto la sua testa moribonda! — Oh che lagrime io avrei sparse, e con che fervide parole pregato!.... Ma no: anche questa misera speranza doveva esser vana. — È un'altra prova che il Signore mi ha mandata!...»

A' 2 di maggio.

«.... Le lagrime di mia madre, il dolore tacito e rassegnato della mia dolce sorella, hanno umiliata l'anima mia. E a me tocca di consolarle, a me di sorridere, col cuore serrato dall'affanno! Datemi forza, o Signore; e benedite, benedite sempre a quelle pietose e cristiane creature!

E più sotto, a caratteri rapidi, intralciati, che mostravan la foga dello scrivere:

«.... Perchè il cielo è così sereno, e la natura così feconda e lieta? — Una storia di secoli di sangue, inutile insegnamento a' miei fratelli — una contrada senza nome e senza avvenire — un'età grave a sè stessa — uomini vili e ciechi, che non sanno se vivano e perchè...! Non è uno scherno della provvidenza?... O forse è la pena d'un eterno peccato, la dimenticanza della prima virtù che Dio ci ha data, la virtù del volere?... No! no! via da me questi mortali e terribili pensieri! — Non ho madre e sorella, a cui preparare una sorte migliore, non ho tanti poveretti a' quali un dovere più sacro della vita e della morte mi lega per sempre?............

Volse la pagina e continuò:

«— Jeri ho incontrato quel giovine straniero. Non so perchè egli brami sì forte di conoscermi e di leggermi in cuore. Pure, l'anima sua mi pare schietta e nobile; vorrei rivederlo, perchè mi sarebbe dolce lo spargere qualche consolazione in un cuor ben fatto, in una vita giovine e capace di bene. — Stasera, quando raccontai a mia madre l'impensato incontro, Maria mi disse d'aver veduto più d'una volta quel solitario giovine, che da qualche tempo dimora in questi contorni; e avend'io soggiunto ch'era un gentiluomo inglese, si maravigliò che cercasse di farsi amico mio. — Buona fanciulla, le dissi, tu non sai di quali oscuri mezzi talvolta si valga il Signore per il nostro bene! Chi sa che quell'anima traviata e deserta non trovi nella calma delle mie parole, e nella povera virtù d'un uomo ignoto, com'io sono, un occulto consiglio, un nuovo conforto a miglior meta, la prima parola forse d'una verità aspettata, e non pur conosciuta!... Allora, io ben m'avvidi, il puro intelletto dell'ingenua fanciulla comprese d'un lampo il mio segreto proposito. Oh la purezza del cuore e del costume sono la più vera luce del pensiero!... —

«— Buona e infelice Maria! Io penso bene spesso a te, e ti compiango, perchè l'anima tua parmi destinata a sofferir molto quaggiù. Il tuo cuore sente troppo, e troppo di buon'ora tu hai gustato i piaceri dell'anima, per viver contenta nella tua meschina sorte.... Ecco a che si riduce la benevolenza del ricco! — Con te, io non ho mai fatto parola di ciò... Ma oggi bastò una lagrima che ti cadde dagli occhi ad agghiacciarmi il cuore. Ella mi parlava del giovine forestiero. Oh! con qual accento, con qual sorriso celeste mi disse: Egli dev'esser buono, e pare infelice! E tu devi consolarlo, o fratello: oh se le tue parole gli toccassero il cuore!... Io non potrei sopportare il pensiero ch'esso abbia ad andar perduto in questo mondo e nell'altro!..........

Arnoldo non lesse più innanzi. Gettò dispettoso il libro, un amaro sogghigno errava su le sue labbra. Egli ristette, lo sguardo fisso, le braccia serrate al petto, con un brivido nel cuore e uno strano tumulto ne' pensieri.

Dopo alcun tempo don Carlo, tornato a casa, salì nella stanza; e, veduto l'amico in atto di sì profonda occupazione, che non s'accorse del venir suo, lentamente gli s'avvicinò.

— Arnoldo, voi m'avete aspettato, non è vero?

— Siete voi? rispose, riscotendosi, il giovine. Sì, venni a cercarvi. Da alcuni giorni io non vi ho veduto; e temevo quasi non foste partito.

— Converrà bene ch'io vi lasci presto; e forse non resterò qui oltre domani...

— Come?

— Gli è già parecchie settimane ch'io son qui. Oramai, le poche brighe che domandavano la mia presenza, sono finite. Jeri mi fu consegnata la tutela di mia sorella, e di quel poco ben di Dio che le tocca, e quest'oggi ho riscossa porzione d'un vecchio credito, che mio padre teneva verso un tale di Lecco. Adesso, mi richiama altrove un dovere assai più sacro.

— V'assicuro che mi sa male che voi partiate. Ma, vel prometto, verrò a trovarvi, e vi scriverò. Il vostro nome non è di quelli che si dimenticano sì presto; e la conoscenza nostra, io spero, non morrà, come tante che profanano la virtù e la fiducia dell'amicizia.

— Dio il voglia! E quanto a me, vi confesso che una certa tristezza m'assale nel lasciar questa mia povera casa, e mia madre, e Maria... Esse qui resteranno, con la compagnia di molti travagli; e io non potrò, solo e lontano di loro...

— Oh non pensate! finchè io starò qui, verrò di frequente a visitare la buona vostra madre; e poi condurrò meco le mie sorelle, e farò conoscer loro Maria. Ed esse s'ameranno certo, perchè anche Elisa e Vittorina sono due amorose fanciulle... Oh voi noi sapete ancora! Ho seguito il vostro consiglio; e furon esse che calmarono lo sdegno di mio padre, che m'han condotto nel suo seno... Da che non ci siam veduti, la pace fu fatta: io domandai perdono a mio padre d'una colpa non mia; ma lo feci di cuore, perchè da tanto tempo non avevo inteso la sua voce!

— È dunque vero? Oh voi siete felice! Il cuor vostro gusterà una di quelle gioie non concesse che alla virtù cristiana d'umiliarsi.

Don Carlo ringraziò l'amico per quella sua cortese promessa; e poi, prima di prender commiato, volle dirla anche a sua madre. Usciti di là e passati per un piccolo corridore, vennero nella stanza dov'erano le donne, le quali non aspettavano quella visita.

Era la cameretta di Maria.

La parete ignuda e bianca; da un lato un letticciuolo, a capo del quale pendeva un quadretto dipinto, l'immagine della Madonna addolorata; e più sotto, una candela benedetta e un crocifisso d'argento. Il letticciuolo coperto d'una coltre di color cilestro; e le lenzuola ripiegate sovr'essa eran sì candide, che non parevano ancor tocche. Da un altro lato, una piccola finestra che guardava nel cortile verso il lago, mezzo nascosta da una tendetta bianca. Qualche seggiole di paglia, un rozzo tavolino, suvvi una piccola spera, e un vecchio armadio in un canto, compivano la suppellettile della cameretta.

Arnoldo sentì una tacita gioia in cuore, quando il suo sguardo s'arrestò su quella scena modesta e casalinga.

I raggi pallidi, che fuggivan di sotto il coperchio della lucerna, mandavano una quieta luce su l'angelica faccia della fanciulla, e su le piccole sue mani intese a lavorar di maglie; i suoi bruni capegli rilucevan lisci e spartiti su la fronte, e le ricadevan dietro le orecchie in folte e facili anella, fino a toccarle il seno, china come ell'era; una veste semplice di percallo cenerino, e un nero fazzoletto appuntato nella cintura aggiungevano una grazia pudica al contorno della sua leggiadra persona. La madre sedeva anch'ella presso la tavola, occupata a rimendar con l'ago alcuni suoi lini; e la vecchia Marta più addietro, presso la parete e sur un trespolo, era attenta all'arcolaio, e dipanava. — Il lume della lucerna, che disegnava con varia movenza d'ombre e di chiarore quel gruppo sì raccolto, dava all'umile scena un incanto di quiete e d'armonia: pareva uno di quei cari quadretti fiamminghi, così semplici, così veri.

— Sapete, madre mia? disse don Carlo entrando; bisogna ch'io parta domani: ho deciso.

— Come? io non ne sapevo nulla: gli è propio vero? domani, doman mattina?... dimandò con turbato accento Maria, e sollevò la faccia. E voleva dir di più, ma s'accorse che con suo fratello anche un altro era là; chinò il capo, e ristette tra pentita e peritosa di quella domanda, che le era uscita del cuore.

— È necessario, rispose il prete; chè io restai qui con voi più ancora che non avrei dovuto.

E Caterina intanto scuoteva la testa, in atto di rassegnazione malcontenta, e mormorava piano: Già son avvezza a mandar giù di più amari bocconi... dunque pazienza!

— Sì! abbiate pazienza anche stavolta, mamma Caterina, la confortava Arnoldo. La speranza del rivedersi è intanto qualche cosa: io poi vi darò spesso notizie del figliuol vostro, perchè gli ho promesso d'andare a visitarlo a ****.

— Lei è propio un buon signore! rispose, facendo le sue grazie, là madre.

— Oh sì! aggiunse Maria con una voce soave, ma così timida e fioca, che Arnoldo l'intese appena.

— Fatevi pur cuore, nè fate star di malanimo anche me. Già bisogna ch'egli sia così! diceva don Carlo.

— Ma crediate, amico, riprese Arnoldo, ch'io m'ero assuefatto così bene a passare i dì con voi, in questa contrada! Errando con voi da qualsiasi banda, ogni paesello, ogni villa aveva la sua storia, ogni montagna, ogni rupe il suo nome; e temo che mi costerà il divezzarmi...

— Lei è un signore, soggiungeva Caterina, e non vorrà pensare a noi...

— Che dite? anzi, se non me lo negate, voglio far conoscere le mie sorelle a voi e a vostra figlia, che siete così amorevoli e buone.

— Oh Signore! noi avremo vergogna, rispose la madre.

— No, non può essere, ve n'assicuro.

— Oh noi desideriamo tanto di conoscerle, soggiunse vivamente e arrossendo alcun poco Maria; noi le ameremo!

Quella sera, l'ultima che don Carlo passava presso de' suoi, chi sa per quanto tempo, egli rimase fino ad ora tarda con le donne, le quali a malincuore pensavano al domani. Anche Arnoldo stette un buon pezzo in quella modesta compagnia, in mezzo a' que' dolci colloqui familiari, in cui si ripetono tante lievi e care cose, e s'avvicendan parole, di consiglio, di ricordo, d'aspettazione. L'animo suo era pieno d'una pura contentezza; e quando, salutato di novo l'amico, tornò per la riva del lago alla villa, egli ripensava alla buona famiglia, e gli pareva che il suo cuore rimanesse là, in quell'angusta cameretta.

X.

LE TRE FANCIULLE.

Al domani, il vicecurato si mise in via per la sua parrocchia. Caterina non potè trattenere alcune lagrime, mentre ch'esso, facendo per montar nel biroccio, le prese una mano, e le disse: — Addio dunque, mamma; state bene, e tenetevi su allegra!

Maria invece non pianse, e se ne stava, indifferente quasi, a guardar il fratello che partiva. Se non che, quand'egli si distaccò da loro, la fanciulla se gli avvicinò, e appoggiate le mani alla spalla di lui, e lasciando cadere su quelle la testa, con voce sommessa gli disse: — Non crediate già, Carlo, che non m'incresca il vedervi andar via; ma, se anche non vi dico niente, pensate che vi tengo sempre nel cuore. E voi? Oh vi ricorderete di me; non è vero? e qualche volta anche mi scriverete, perchè le vostre parole fanno la mia vita... Ah voi, adesso, o Carlo, siete per me padre, fratello e tutto!

Il fratello la guardò con tenerezza, ma non seppe rispondere. Le strinse la mano con amore; e poi montò nel calessino che partì.

Passarono quindici giorni. E la vita di Caterina e della figliuola, non segnata d'altro avvenimento, che dall'alternarsi della domestica giornata, volgeva silenziosa e solitaria; perchè la lontananza del vicecurato, il quale per alcun tempo aveva mitigato alle due donne l'amarezza della vita, lasciava allora un altro vuoto ne' loro pensieri, e faceva quasi parer inutili quelle quotidiane cure, che prima eran per esse un'abitudine, una necessità.

Intanto credevano che anche Arnoldo le avesse dimenticate; egli non era più ritornato a quella povera dimora; e una volta Caterina scappò a dire: Fidatevi delle parole de' signori! per me, non ci credo più! — Ben le aveva soggiunto Maria: Che volete, mamma, che venga a far qui da noi quel signore? Egli avrà ben altre cose da pensare! — Ma la vecchia replicava che quel giovine s'era fatto amico del suo don Carlo, e che appunto per ciò doveva essere un po' diverso dagli altri; e poi, che nessuno gli aveva cercato di venirle a trovare; e ch'esse, infin de' conti, avrebbero tanto e tanto mangiato con lo stesso appetito la loro minestra.

— Avete ragione, mamma! aveva risposto Maria mestamente: noi siamo poveri, ed egli non verrà più!

Appunto la mattina di quel giorno, ch'ebbero menzionato fra loro per la prima volta il nome del giovine forestiero, Maria, sedendo presso il murettino del lago a guardar le barche che radevano la riva, intese un vicino rumore di voci nuove e allegre. Si levò curiosa per correre alla porta; e, in quella, vide entrar nel cortiletto le due damigelle inglesi, accompagnate da Arnoldo.

Ella rimase d'improvviso interdetta, muta, e sentì un tremito segreto; ma poi ripigliò cuore, e mosse verso le gentili visitatrici: era sopravvenuta intanto anche sua madre.

Entraron nella saletta, e Arnoldo presentò alla buona comare e a Maria le sorelle, dicendo: — Elisa e Vittorina desiderano di conoscervi; voi sarete amiche, perchè i cuori, come i vostri, s'intendono sempre!

Maria arrossì, e non sapeva che dire; ma ritirandosi un poco susurrò: — Oh questo sarà uno de' più bei giorni per me!

— Sì, sì, esclamò allegramente Vittorina. Voglio che stiamo insieme; voi verrete sul lago nella nostra barchetta; voi c'insegnerete le belle canzoni delle montagne, sarete la nostra guida sui sentieri dell'alpe. Ah sì! dobbiamo passar di belle ore in compagnia.

Anche Elisa avvicinavasi a Maria, e la pigliava con affetto per mano, dicendole: — Noi ci vorremo bene, come vostro fratello e Arnoldo, non è vero? Egli, sapete, ci parlò sovente con tanto amore di lui, di vostra madre e di voi. Non abbiate soggezione di noi; la vostra fisonomia è tanto dolce e bella!

— Non mi mortificate così: io sono una povera fanciulla, e voi...

— Noi, riprese l'Elisa, siamo ben liete di conoscervi; e se vostra madre è sì buona per non dirne di no, torneremo domani, per condurvi con noi alla villa; e sarà una giornata di contentezza.

— E vi mostreremo, aggiunse Vittorina, cento cose belle; i nostri anelli, gli smanigli, le collane, le ciarpette e tant'altri vezzi, che sono una maraviglia a vederli. E ne daremo anche a voi, pensate! ch'e' devono stare pur bene a quel vostro collo, sì sottile e bianco!

— Tu se' proprio uno spiritello! disse Arnoldo, mentre Maria alle parole della giovinetta chinava la faccia sul seno, e di novo arrossiva. Allora Vittorina, in atto di tenerezza infantile, le gettò le braccia al collo, e col suo pronto sorriso:

— Perdonami, o Maria! ho creduto di farti piacere col dirti che sei bella!

— Tu verrai, Maria, aggiunse Elisa, non è vero? dillo! vogliam raccontarci tante cose! Perchè, sai, adesso noi possiamo godere in pace questo tempo sì allegro, questo cielo sì bello! Adesso, noi non tremiamo più per la vita di nostro padre; egli era ammalato, ammalato assai, ma dopo che Arnoldo tornò, sta molto meglio.

— Buona Caterina, riprese Arnoldo allora, fu appunto per causa di mio padre che non venni prima a trovarvi; ma son contento, chè vi veggo di buona ciera e serena.

— Graziadio! rispose la vecchia.

— Voi avrete forse pensato ch'io v'avessi dimenticata?

— Nemmen per sogno!