Angiola Maria: Storia domestica
Part 26
— Per carità, m'aprite la porta di casa vostra! voi, ministro del Signore, abbiate compassione dell'uom fuggiasco, perseguitato... — E qui abbassò la voce, e facendo un passo verso di me, dopo che di nuovo si guardò dietro le spalle: Io sono Alberto ***: io fui vostro amico!
Egli era colui che m'avea tradito.
Quel che si passava a quel momento nel mio cuore, io non voglio nè potrei scriverlo.
Egli dimorò sotto al mio tetto due dì e due notti, nè io gli domandai se fosse innocente, o perchè avesse scelto ricovero nella casa d'un uomo a cui egli avea fatto tanto male e che fors'anco avrebbe potuto restituirgli il suo tradimento.
Ah no! mai, mai! Colui che uccide è più misero di chi rimane ucciso: egli mi credè generoso e incapace del delitto di che spensieratamente e per leggiera causa non dubitò farsi reo contro di me. Io non so le conseguenze, le quali per la mia pietà potrei incontrare; ma non le temo. Nè fu pietà la mia, fu giustizia. A lui diedi tutto quel poco danaro che avevo, pregai per esso il Signore, e in quel momento dimenticai tutto il passato. Egli era più che amico mio, era fratello; Dio solo, Dio che mi lesse nel fondo dell'anima, mi giudicherà!
Quando volle partire, io gli aveva stesa la mano e lo contemplava fissamente senza far motto. Mi parve commosso, soggiogato dalla memoria di quel che fu tra me e lui: mi guardò egli pure, poi mi si gittò al collo, e pianse.
3 di maggio.
..... Nessuna novella del fuggitivo. Che il cielo l'accompagni! Il mio cuore s'è allargato nella pace di prima. Io sono rassegnato e tranquillo nella mia coscienza.
Non so spiegarmi il come non ricevessi ancora riscontro alcuno da *** e da *** alle ultime mie lettere....
. . . . . . .
«[5]Molti presuntuosi reputano impossibile tutto ciò che per loro o non si sa o non si fa; moltissimi considerano le grandi cose che non intendono o che non sono capaci di operare, come inutile fatica d'un esaltato fanatismo; e stanchi prima d'intraprendere, si addormono sui morbidi ma dannosi letti dell'ozio. Tanto è superbo l'amore di noi stessi per non confessare la propria ignoranza e la propria debolezza; tanto è artificioso per giustificarla; tanto è ingiusto per assolverla. Frattanto l'infingardaggine si scusa colla pretesa impossibilità alle grandi cose, per non confessare il timore dell'utile fatica; ed il vizio colla pretesa loro inutilità, per non denunciarsi da sè medesimo vile ed iniquo; l'infingardaggine ed il vizio diventano costume: e perchè ciò che non è il costume dei più, sia tristo, sia buono, si chiama fanatismo e pazzia, ogni bello e generoso ardire vien collocato indegnamente in quest'ultima classe.»
... «L'uomo contempla rappresentata ne' grandi genii, in una pompa la più solenne e nella sua più illustre magnificenza, la propria natura: una sublime compiacenza lo fa inorgoglire delle proprie forze; l'animo s'eleva ai più ardui concepimenti; il cuore s'infiamma ai più scabrosi sperimenti; nulla più si tollera di mediocre senza una nausea mortale ed un magnanimo disprezzo.»
... «Nella rivoluzione de' tempi occorrono età così sciagurate per corruttela di costume, e così impudenti per abitudine di vizio che portano in trionfo la colpa, infamemente la collocano sugli altari della virtù, e, per averle cangiato nome, reputano di purgarsi da sacrilega idolatria. Allora, gentilezza di modi le mollezze, gloria l'oro, modestia la viltà, prudenza il timore, umiltà la codardìa, obbedienza la venalità, senno il raggiro, economia l'usura, avvedutezza la frode, laude l'adulazione, belle arti la lussuria: in una parola, la colpa virtù. Tale è il rovescio miserando e scandaloso che si fa d'ogni buono in cattivo, quasi che per mutar di vocabolo mutino le cose: ma dando così chiaro a vedere che ogni uomo sente che non è stromento di scelleratezza, e che tale è necessità per esso la virtù che il delitto non abbraccia se non colorato dalle tinte di quella. Anche scellerato, ama d'ingannarsi che non è: epperò, perdendo la virtù ne conserva la divisa, onde molta è la ciurma degl'ipocriti: e così, se dappertutto ove sono uomini il delitto ha schiavi, in nessun luogo regna a fronte scoperta. Quindi accade che, se in così fatti tempi sorge un magnanimo amico della virtù e del vero, tutti se gli fanno intorno co' sassi; ed è ben conseguente, perocchè se giunga face là ove tutti han bisogno di tenebre per ascondere la colpa, tutti si sforzano di spegnerla subitamente. Delitto dell'amore di noi medesimi, che giustificando i propri errori è pur uopo che le virtù contrarie condanni per evitar contradizione: sicchè in cuore invidia l'altrui virtù, e col labbro la lacera e la condanna. Del resto, la verace virtù che passeggia nel mezzo alla finta, tacitamente denunzia la colpa nascosa sotto le sue larve, e coll'opera del paragone squarcia la veste dell'impostura la più veneranda e la più astuta. Allora si distingue la virtù dall'ipocrisia che fa studio d'imitarla, coll'eguale facilità che un re da scena da un re da trono, ed è per questo che in tale condizione di tempi la virtù e la sapienza sono guardate come due possenti nemiche; ed è per questo che solo compaiono attraverso lo squarciato manto d'un'illustre povertà; e che sempre le ritrovi fuggiasche sulle spinose vie della persecuzione, e spesso ancora fra le catene e dentro la carcere dell'omicida e del ladro.»
... «Le grandi speranze e i grandi sforzi sono de' generosi; le forti presunzioni e i deboli attentati de' superbi... Io tutto spero, tutto tento, nulla presumo!»
... «Se è vero che dal conoscere scende ogni volere e dal volere ogni operazione umana, con cui si satisfa all'inesorabile bisogno, si accontenta il desìo insaziabile e si verificano le indelebili speranze, e nella cui somma soltanto può essere riposta quella felicità ch'è data ai mortali; se è vero, io dico, tutto questo, debbe scusarsi la nostra curiosità che tutto ad un solo sguardo vorrebbe possedere lo scibile umano. Anzi questa curiosità io la reputo come il possente motivo onde la natura invita l'uomo a ricercarla nel sacrario della scienza: come col desio della felicità lo spinse alle perenni agitazioni delle sorti mortali. Quindi è che, una volta messa sulle vie delle indagini per un sì grande impulso, non già s'avanza gradatamente e con tarda saggezza, contenta ad un vero discreto; ma impaziente delle sagge dimore della riflessione, si avanza baldanzoso, prima fidata al solo probabile, poi al verosimile, ed in ultimo anche al falso in colore di vero; e così per volere acquistare la vetta per la più spedita via, corre la più lubrica; e correndo questa bene spesso ritombola al basso. A spogliar la cosa di veste metaforica, fatto è che quando cessa il vero ce lo fabbrichiamo coll'ipotesi del nostro cervello; e vien poi una demenza filosofica che delira argomenti in suo soccorso; i quali, accreditati dall'umano orgoglio e dall'umana ignoranza, gli ottengono la cittadinanza del vero; e così, come dicevano i Greci, si abbraccia la nube per la diva. — Non già ch'io abborra dall'uso giudizioso dell'ipotesi: so benissimo ch'essa sola batte alle porte della verità; anzi m'aggrada quella sua audacia con che la sollecita a parlare e le squarcia il velo più misterioso. Mi rammento di Newton che con essa s'innalzò in mezzo de' cieli e che da esso imparò come due mirabili forze equilibrino i firmamenti. Io abborro che lo stromento diventi la cosa, che la via si reputi a meta, e voglio che l'ipotesi non si usurpi nome di realtà, ma che con felice metamorfosi si cangi in essa. Ma pur troppo più persuadono i nomi che le cose: onde il fatto inesorabile bene spesso appalesa le gradite menzogne di noi stessi: _decipimur specie recti_.»
.... «La feconda meditazione de' grandi, tacita e nascosa ne' suoi preziosi ritiri, non ha nemmeno l'applauso che il saltimbanco ottiene sul trivio; anzi spesso dal volgo le sue sapienti lentezze e le sue cautele da precipitato giudizio s'imputano a colpa e si accusano d'ozio e di pigrizia. Ma i grandi, sdegnosi di piatire con una plebe che ha bisogno d'assiduo cicaleccio per non morir d'inedia sulle vie e ne' fori, ne confondono le menzogne recando in pubblica luce il frutto delle loro nascoste fatiche.»
... «Le più sublimi speranze non bisogna misurar col solo calcolo del corto soffio dell'umana vita. Non bisogna solo calcolar quanto possa l'individuo; ma quanto può la specie, la cui vita è lunga come la sua perfettibilità. L'orgoglio umano è una menzogna quasi sempre nell'individuo; ma spesso nella specie è una verità; è uno sprone a quanto ella di fatto può. Questo esiste in ogni individuo; e ogni individuo, al divisamento, è pari al motivo; ma, all'opera, non potendo quanto la specie, ciò che non sa o non fa lo reputa per un cotale astuto giro dell'amor di sè stesso o inutile o impossibile. — Ma la specie all'opposto può di più che non sappia: ognuno porti quel masso che reggono le sue spalle, e l'edificio s'innalzerà verso il cielo saldo e sublime. Io l'ho detto: Umana perfezione? un sogno: Umana perfettibilità, una via di cui non conosco la meta, ma sulla quale io pure cammino.
. . . . . . . . . . «La patria «Empie a mille la bocca, a dieci il petto»
Eppure è il centro a cui dobbiamo tendere tutti del paro; e quando l'interesse privato non è congiunto al pubblico, e perde questa forza che tira al centro, la società si dissolve. La patria per tanto è un nome sì augusto, sì venerando, sì santo che al paragone di lui perdono i più bei nomi di ricchezza, di gloria, d'arti e di scienze. Se le scienze si opponessero a questo ch'è il primo de' doveri e delle glorie, le scienze sarebbero un delitto.»
... «Molti, non sapienti ma cerretani, han d'uopo d'ingannare, per non saper istruire; d'apparenza per esser poveri di realtà; però cangiano la cattedra nel banco del trivio; non parlano, ma tuonano; non usano moderato gesto, ma fendono l'aria con tutto il braccio; non dicono cose ma parole; non hanno espressione viva ed esatta del proprio pensiero, ma pomposi e vuoti fantasmi mendicati qua e là; e ravvolgono le loro sentenze nelle tenebre, perchè il lume disvela la loro miseria; si fanno difficili per non essere avvicinati; non si lasciano intendere per timore d'esser conosciuti; non hanno altro merito che quello di strisciarsi dietro una gran toga che copre la loro mendicità; stanno nel breve cerchio del loro zero, coll'importanza di chi siede in un gran regno, simili agli oracoli ch'erano oracoli appunto, perchè nelle tenebre nascondevano la menzogna. E con tal arte d'ipocrisia scientifica sanno ingannare il volgo degli studenti e nel frastuono dell'applauso di costoro nascondere il dispregio de' pochi.»
... «Il problema della vita non si risolve mai interamente che nell'estremo punto dell'esistenza mortale. Ho veduto molti filosofi studiare l'uomo in culla con ogni modo di accurata osservazione: per me credo che lo spettacolo dell'uomo che muore non sia meno importante per la storia del cuore umano, nè meno utile per l'umanità. È certo che la virtù e un premio immortale della virtù non appaiono mai tanto una necessità per l'uomo, quanto al momento ultimo della vita mortale. Questo è l'unico tesoro che non perda il suo aureo colore sulle sponde del letto dell'agonia e nelle stesse tenebre del sepolcro.»
... «Erano ben saggi quegli antichi Egizii che posero un tribunale il quale giudicasse la vita di coloro che morivano, e incidesse le giuste sue sentenze sulle pietre de' sepolcri e sull'arche degli estinti: si passi la corteccia della cosa, e ciò parrà verissimo per molti riguardi. Le parole esistenza e nulla rivelano l'_essere_ e il _non essere_: e l'uomo inevitabilmente tormentato dal desiderio e dalla speranza della felicità, non potendo trovarla che nel sentire, è pur forza che rifugga possentemente dal non sentire; in altro modo che conosca tutta l'opposizione che v'ha tra l'essere e il non essere, tra le parole esistenza e nulla. È per questo ch'egli, non volendo perdere in tutto questa vita mortale alla quale la natura lo congiunse con tanto amore, creò un commercio d'affetti, di misericordie e di soccorso tra il mondo vivo e il mondo estinto: sicchè egli s'illuda di non perdere del tutto dopo l'estremo sospiro quanto ne' travagliati anni della vita umana gli fu più caro, più desiato e più sperato. La natura medesima sembra lo consigli a consolarsi delle sorti mortali; mentre suscitando un fioretto sulla funebre zolla, par che voglia infiorare l'ultimo velo che copre l'uomo. — Il genio colossale degli Egizii fabbrica le piramidi; i Greci, primi amanti del bello, seminano fiori e versano unguenti intorno a' sepolcri; i popoli cacciatori e barbari seppelliscono coll'estinto i suoi dardi e il suo arco, e sospendono sulla fossa di lui i trofei della sua vittoria; e lo stesso sciagurato reo di sangue, spesso prima di salire il patibolo lascia scritto il proprio nome sulle luride pareti della sua prigione. Poichè la prospettiva della vita, tutto che bella e sparsa di fiori, è sempre chiusa da una sepoltura, a noi riesce cara la croce piantata sovr'essa, che conservi il nostro nome e c'impetri una preghiera. — La religione de' sepolcri educa i nostri cuori ai sentimenti i più sacri che formano, per così dire, gli amplessi con cui l'uomo s'unisce in società. La pietà, la misericordia, la gratitudine, l'amore sono provocati, nudriti e rinforzati dalla religione degli estinti. Colui che sente la possa e il fremito che inspira una negra croce, sulla quale leggiamo il bianco nome d'un nostro caro, è forse il barattiere o l'usuraio? — È vero: una vecchierella che al rintocco della campana da morto in sulla sera fa piegar le ginocchia alla figlia di sua figlia innanzi all'entrata d'un camposanto, le segna a dito le croci di quelli ch'essa non vide, le congiunge le tenere mani, e corregge le inesperte labbra che balbettano un'innocente preghiera... oh sì! forse è derisa dall'orgogliosa filosofia che insolente passeggia sulle teste dei popoli; ma essa forse con maggiore utilità fa sorgere in quel tenero cuore i sentimenti delle virtù le più veraci, le più sacre. — »
. . . . . . .
— «E un'invisibil Vergine del cielo[6] È per l'aura sospesa, e mi risponde Confortando ad amar quella bellezza Che traspar dal sereno eterno riso... Del ciel m'invoglia santamente; obblio Gli atroci disinganni, de' ribaldi L'ira operosa, ed il fatal periglio Di fidente innocenza. Ed ondeggiando Sopra gli abissi del commosso lago Entro un leve battèl, tranquillamente Con lei converso a lungo; e mi rivela Che la calma dolcissima, cui piove La queta notte in cor del mesto, è parte Di quella che nel ciel fra poco aspetto.»
7 d'aprile 18..
Eterno Iddio! abbi compassione della mia vita!... Ho ricevuto or ora una lettera di mia sorella. M'annunzia che il mio povero e vecchio padre sta molto male, e che desidera vedermi ancora una volta prima di morire.
O Signore! dammi ch'io possa arrivare in tempo! dammi ch'io possa compiere anche questo penoso e santo dovere!....
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III.
COMMIATO.
Intanto ch'io scorreva cogli occhi e col cuore quel manoscritto, che a me fu caro ben più di quanto parrà agli altri che lo leggeranno, il dabben pievano s'era chetamente addormentato nel suo seggiolone a canto del camino, dopo aver veduto il fondo della sua antica e fedele _galéda_.
Eran forse passate due lunghe ore, allorchè io rientrando nel salottino con que' pochi fogli che, per dir vero, senza soverchio scrupolo m'intascai, lo vidi risvegliarsi di botto e fissarmi in volto due occhiacci da spaurato; chè, non ricordandosi forse più del suo forastiero, Dio sa per chi m'avea scambiato in quel momento. Feci le viste di non accorgermi del terrore che senza volerlo gli avevo cacciato in corpo, nè di quell'impaccio con cui egli andavasi raccostando alla meglio lo sbottonato panciotto e la lunga sottana d'un equivoco negro colore, che nell'abbandono del suo sonnecchiar vespertino aveva in dietro arrovesciata, non senza mettere un poco in compromesso la sua gravità di prima.
Lo ringraziai il meglio che seppi della bontà colla quale m'avea lasciato frugare nel suo studio, e poi, per un certo prurito della coscienza, trassi di tasca il rotolo delle carte di che m'era fatto padrone; e gli chiesi il permesso di portarle meco per alcuni dì, affine di trarne le note che m'occorrevano. Egli allora per dársi un cotale sussiego d'inquisitoria importanza pigliò lo scartafaccio, senza badare che lo pigliava alla rovescia; e dato che v'ebbe un'occhiata mel rendè soggiungendo: — So cos'è, so cos'è... Poh! lo tenete, lo tenete pur fin che vi grada, ch'io per me di coteste malinconie non ho mai voluto l'impaccio e tanto meno adesso. E così, a dirla fra noi due, non mi fossi tirato addosso per que' brutti anni il fastidio di colui che le ha scarabocchiate tutte quelle pagine; che non l'avrei pagata con perder l'appetito per più d'un mese. Basta! ebbi il mio santo anch'io, e per buona sorte la è passata la trista burrasca. Ma v'accerto che sebben quello fosse una cima d'uomo, come dicono, per me fu il primo e l'ultimo prete che mi tenni vicino. Mi riuscì di accomodarla con monsignore; e d'allora in poi, io solo, povero e vecchio qual mi vedete, ho tirata la barca della parrocchia, e spero continuare per un bel pezzo ancora!...
Essendo fatta l'ora tarda, mi congedai dal pievano, pensando fra me di mandargli in segno d'animo grato per il donatomi manoscritto un bel Breviario nuovo che gli servisse in vece di quello tutto squadernato e bisunto ch'io aveva veduto sul suo tavolo. E così poi feci, appena giunto a Milano.
Tornai alla casuccia del mio buon alpigiano. E con lui, il seguente mattino, volli visitare quella ch'era stata la dimora dell'infelice don Carlo. Erano poche camerette, anguste, nude, disabitate, cadenti: e come appartenevano alla prebenda, nessuno le aveva più occupate dal giorno che il vicecurato s'era di là partito per non tornarvi più. Mi si serrò d'angoscia il cuore, veggendo che servivano di ripostiglio alle vecchie e rotte suppellettili della chiesa, e che in fondo della stanza terrena eran riposti il cataletto de' poveri della parrocchia, alcuni rugginosi candelabri di ferro usati ne' funerali, due panche sgangherate, una barella; e nel canto, la zappa e la vanga del becchino.
Nulla più v'era che serbasse ancora in quel cadente tugurio la più piccola traccia della memoria di un giusto.
In sul meriggio, salutai la povera famiglia del Bernardo, quelle buone e sincere creature ch'io aveva già preso ad amare, e che nella fede de' loro cuori benedicevano tuttora al nome del vicecurato. Allorchè m'arrestai un poco sul breve altipiano donde si vedevano in gruppo le prime case di quell'ignota terricciuola, mi venne all'orecchio la limpida voce argentina della figlia del montanaro che cantava così:
Io la vidi salire alla montagna Io la vidi seder presso al torrente. — O mia compagna, Che fai tu qui?
Salutava cantando il sol cadente, Povera abbandonata alpigianella! — L'Ave Maria Sonar s'udì.
Allora sollevò la faccia bella, Le parole dicea dal piagner rotte, — Ma la sua stella Non apparì.
A mezzo del cammin giunse la notte, Un nugol nero circondò la luna. — L'antica Fata Dall'antro uscì.
Accanto a lei passò la Maga bruna. Povera alpigianella abbandonata! — Sulla montagna Essa morì.
— Chi sa, diss'io fra me, ch'egli stesso, il buon prete, non abbia insegnato a quella montanina codesti semplici versi modulati su qualche poetica tradizione dell'Alpi! E il mio pensiero, raffigurando la bella sembianza dell'Assunta, ricordò ancora la fine della povera Angiola Maria, alla quale parevami quasi compiangere quel malinconico canto.
INDICE.
A Corinna _Pag._ 3 Prologo » 7
LIBRO PRIMO.
I. Una domenica » 11 II. Sul terrazzo » 21 III. A diporto sul lago » 31 Il ricordo, canzone » 35 Il desio, canzone » 36 IV. Nella casetta » 38 V. Una prima conoscenza » 50 VI. Dallo speziale » 58 VII. Scena di famiglia » 68 VIII. Amicizia » 76 La voce della fede, stanze » 83 IX. Amore » 88 X. Le tre fanciulle » 100 Un chiaror di luna, ballata » 104 XI. Sulla bass'ora » 110 XII. Addio al lago » 121 Il commiato, canzone » 129
LIBRO SECONDO.
I. Altro tempo, altra vita » 133 II. Ore di tristezza » 147 III. Un colloquio » 155 IV. L'onestà del povero » 164 V. Partenza e mistero » 175 VI. Il fratello e la madre » 187 Il calice del dolore, versi » 199 VII. Il pane altrui » 201 VIII. Le alunne della crestaia » 219 IX. Speranza e dubbio » 232 X. Un'altra prova » 245 Rosa, ballata » 249 XI. Il ritorno » 265 XII. Sacrifizio » 287
IL MANOSCRITTO DEL VICECURATO.
I. L'ospite montanaro » 313 Il ritorno, canzone » 315 II. Il manoscritto » 328 III. Il commiato » 359 L'alpigianella, ballata » 361
NOTE:
[1] Sembra che queste prime pagine del manoscritto si riportino al tempo che il buon prete fu mandato viceparoco in quel povero e ignoto villaggio di montagna.
[2] Pare che qui intendesse parlare d'Alessandro Volta, di cui forse avea scritto a quel tempo.
[3] Qui il manoscritto presentava una lacuna, e pareva fosse stato per parecchi mesi interrotto. A quel tempo forse riportansi i pochi brani delle lettere che trovai fra que' fogli, scritte con mano quasi illeggibile, spiegazzate e lacere, sicchè vedevasi che prima di finirle il vicecurato s'era pentito e le aveva gittate a parte.
[4] Forse il manoscritto fu ripigliato all'entrar della seguente primavera; se pur non erano mancati alcuni foglietti.
[5] Queste note e questi pensieri trovai qua e là sparsi sopra alcuni brani di carta frapposti alle pagine del manoscritto: erano per avventura frammenti o postille di qualche libricciuolo messo in luce senza nome in altro tempo. Ne tenni conto, perchè parmi rivelino meglio ancora quali fossero la mente e il cuore del vicecurato.
[6] Questi pochi versi trovai scritti sulla coperta d'una lettera d'altrui mano: era forse una lettera della sua povera e buona sorella.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.