Angiola Maria: Storia domestica
Part 25
Tornato a casa col cuor pieno di rancore e di pianto, trovai la Bibbia sul mio tavolo: a caso l'apersi e mi venne sott'occhio quel lamentoso e poetico salmo, con cui il profeta ne' giorni della persecuzione confidava l'anima sua al Signore:
— «Io mi confido nel Signore. Perchè dite voi all'anima mia: Ti trafuga, come il passero al monte?
Poichè gli empi, ecco, han teso l'arco; apprestarono le saette nella faretra, per saettarle contro a' retti di cuore in luogo scuro.
Dopo che ruinarono ciò che voi avete fatto, e che mai poteva il giusto?
Il Signore nel suo tempio Santo, il Signore ha la sua sede nel cielo.
Gli occhi suoi veggono il povero; le sue palpebre interrogano i figliuoli degli uomini.
Il Signore interroga il giusto e l'empio: colui che ama l'iniquità odia l'anima sua.
Pioverà lacci sugli empi; fuoco e zolfo e procelloso turbine è porzione del loro calice.
Perocchè il Signore è giusto, e amò la giustizia; e la faccia di lui riguarda all'equità.» —
Che altro avrei potuto dire al Signore, fuorchè offerirgli dal profondo anche per me questa santa preghiera?...
21 di novembre.
Ho riveduto il solo amico che mi rimase della mia giovinezza, l'uomo ch'io amo e onoro come padre e fratello, quell'amico a cui la sorte, o per dir più vero la provvidenza di Colui che scruta i cuori, parve volesse congiungere per sempre la mia vita con quella catena di gratitudine ch'è più forte della vita stessa. E l'averlo riveduto una volta dopo lunghi mesi, e per solo un giorno, mi fece sentir ben più doloroso e vivo quel bisogno di fratellanza e d'amore che fu il primo tormento dell'anima mia.
Con lui, coll'uomo il più modesto, il più degno di fede ch'io m'abbia conosciuto, parlai di quel tempo che non tornerà più per noi; e sentii riaprirsi una dopo l'altra tutte le mie ferite. Ed ora ch'egli se n'è ito e ch'io mi trovo nel mio romitorio, solo ancora, al cospetto delle grandi e severe ombre de' tempi andati, sento in me medesimo vergogna e dolore d'aver rimpianto un'altra volta con l'amico le mie giovanili vicende; e mi pesa, direi quasi, d'essermi abbandonato così ad una soverchia ed intempestiva effusione del cuore. Ecco qual povera cosa siam noi! Io stimava d'aver domo e vinto per sempre il mio passato, mi credevo forte, impassibile, e tetragono, come dice il poeta, a' colpi della sciagura. E invece, poche parole di malinconici ricordi e poche lagrime versate in un momento d'abbandono e di fralezza, mi rapirono il frutto di tanto volere e di tanto sacrifizio.
Che avrà detto, o pensato di me l'amico mio?... Egli, forse, mi trovò ben mutato da quel che fui; o forse più non mi stima che un cuor debole, inetto alle grandi prove dell'esistenza, un povero illuso, un fanciullo!
Ma se all'opposto fosse tutto amor proprio, fosse superbia che m'accieca questa brama di comparire agli occhi dell'amico altro da quel che sono? Non fu egli che m'aperse il cuor suo e la sua casa, che mi prodigò tutto quanto la santa amicizia può dare, che mi restituì il coraggio di vivere, e mi strappò alle braccia di morte che mi voleva far suo?... Egli sedè le intere notti al mio capezzale, allorchè lottando col male e venuto quasi all'agonia io delirava e diceva parole di furore e di pianto alle mie fatali speranze, alla tradita mia giovinezza, alle mille ombre che dì e notte m'assediavano. Egli stesso con occhio sapiente studiava intanto il lampo del mio sguardo e il pallor del mio viso; con la mano pietosa premeva la mia, contava i bàttiti delle mie arterie e i pochi minuti di posa che la febbre e il dolore concedevano allo strazio de' nervi e allo spavento dell'anima. — Io era solo, povero, lontano da' miei, calpestato da' potenti, umiliato dagli amici, e languente in un letto non mio, sospiravo di finire una volta: ed egli fratello, amico, medico, benefattore, mi fece dono d'una vita perchè tornassi non indegnamente a respirar fra gli umani; egli rimise in pace l'animo mio, e mi rese quasi altero delle sofferte nemiche fortune. Su quel desco, ove con esempio raro di vera grandezza quell'uom saggio e buono aveva con me spartito il suo pane e profferta la metà della sua tazza, io scrissi le pagine consacrate alla gloria d'un Grande che non è più; e a quelle pagine io poneva in fronte il nome dell'amico venerato e caro. Nullo di più m'era concesso. Ma questo nome che i piccoli e i buoni conoscono, questo nome che l'orfanello e la povera femminella impararono da tanto tempo a benedire, era per me il solo degno d'unirsi a quello del sommo genio italiano, per il quale fu rinnovata l'arcana scienza della natura e il nome della mia patria non morrà mai[2].
Così, io non vendei la memoria intemerata della sapienza all'oscuro dovizioso o all'indegno possente; non infransi l'aureo simulacro della gloria, per fonderne la corona all'infamia: ma di quel nome altissimo io feci l'umile ghirlanda della gratitudine al beneficio.
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Amico mio.[3]
— M'è di grande consolazione il poter tornare a te in questi giorni d'amarezza e di prova, ne' quali anch'io, come Colui che portò tutti i nostri dolori, posso quasi dire: L'anima mia è trista fino alla morte!...
Io vivea qui dimenticato, e non potei dimenticare. Le passioni degli uomini tornarono a visitarmi nella solitudine, ed io ascoltai quelle voci che altre volte avevano conturbata la mia giovinezza: ed un affetto ch'emunge le forze dello spirito e rimpicciolisce le idee dell'umanità e dell'infinito si risvegliò nel mio cuore, ove forse non ancora spento del tutto consumava non veduto le più pure sorgenti della vita, siccome fuoco che vive addormentato sotto la cenere. A tanto mio dolore s'aggiunse una piaga novella, il rimorso: poichè io sono ancora talvolta il trastullo d'una fuggitiva larva di bellezza; e mi trovo così debole e vile in faccia di me stesso che parmi nessun sagrificio esser poco, per ricompormi quest'avvenire ch'io voglio e non so disprezzare, che fugge sempre più da me lontano, e si porta con sè a brano a brano la mia vita.
Tu sai la compassionevole vicenda che mi persuase di rinunziare alle facili glorie concesse dal mondo a chi appena sappia lusingar le inezie del suo tempo, e farsi campione del vizio imbellettato di virtù.. Io volli sposar la parte di coloro che patiscono; e nato povero e nudo, morrò povero e nudo.
Perocchè non per nulla avrò detto addio alle splendide fantasie dell'arte, alle severe meditazioni della scienza, a' giorni tempestosi e ardenti della gioventù, alle grandi speranze dell'uom pellegrino in cerca della verità, a tutto quello che formò la poetica visione de' miei vent'anni.... Amore, amicizia, patria, sapienza, gloria, non bastano per legarmi a questa vita; più non sono per me altro che il primo batter d'ale che fa l'anima nostra verso l'infinito, il simbolo della virtù eterna, di quel bene che non alligna in terra, perchè la terra ritornerà nel suo nulla, e il bene è immortale.
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Amico!
— V'ha qualche ora nella quale credo che Dio non abbia accolto il suo servo: e parmi ch'egli maledica come opera di superbia, ovvero di disperazione questo sacro e terribil dovere ch'io m'assunsi (io così pieno ancora di ribelle volontà, di mortali odii, d'inutili speranze) d'annunziare agli uomini la sua verità, il giorno del suo regno. Allora lo spavento e l'angoscia incurvano la mia fronte; io vo' cercando i luoghi più solinghi e dirupati di quest'Alpi selvagge; io piango senza trovar sollievo dal piangere, e dico nel mio cuore: O Signore! come, potrò recar la tua pace agli uomini, io che non ebbi mai pace per me!...
In tali giorni d'abbandono e di miseria morale, ben io tento di temperar l'interno patimento colle dolci distrazioni della lettura e dello studio, tornando ad evocar le belle imagini della poesia, le grandi ombre di coloro che parlano il vero e furono infelici, e infelici ben più ch'io non sia!
Ma anche la poesia è morta nel mio cuore...
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— Io aveva fermo nell'animo di non tornar mai più agli antichi prediletti studi della poesia; io voleva darmi tutto alle austere contemplazioni della sacra scienza, che sola ormai può consolarmi de' tanti disinganni provati, delle stolte speranze umane, delle menzognere imagini evocate dall'inquieta fantasia che vuol levarsi nella regione dell'impossibile... Eppure, in questi dì, tornai alla poesia, al culto di quell'arte che mi rende ancora così belli gli anni giovenili.
Rovistando fra vecchie carte, rinvenni abbozzi di novelle poetiche, di poemetti, di canzoni, di tragedie; sorrisi di me stesso e de' sogni miei, rileggendo que' miseri brani. Mi sembravano come le macerie d'un edifizio caduto in rovina prima che di poche braccia sorgesse dal terreno. Mi provai a scrivere; ma sarà in vano. La letteratura del nostro tempo, se ne togli pochi i quali temono di mostrarsi fra gli altri per la coscienza di una virtù intemerata, ma pur tremante e sdegnosa, è fatta per tutt'altro che per educare il cuore ed innalzar la mente alla vera grandezza. È una letteratura smascolinata, come quell'arcigno del Baretti direbbe, una letteratura da canapè, buona tutt'al più per i gabinetti delle damine svenevoli e profumate.
Nondimeno scrissi anch'io: ho gittato giù l'abbozzo di due tragedie. Nell'una il Buondelmonte, vorrei dipingere, a diversità degli altri che tentarono lo stesso tema, l'origine della fiorentina repubblica, e il fiero carattere del Mosca,
«Che disse: Lasso! capo ha cosa fatta.»
Nell'altra, il Procida, vorrei mostrare quanto possa amor di patria in lotta coll'amicizia e coll'amor paterno. Ma le mie forze non basteranno, lo temo, all'altezza del concetto.
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Quando nè lo studio nè la contemplazione della natura valgono a tormi dal cuore il peso che vi sta sopra da lungo tempo, allora prendo la penna per scrivere a te, amico mio, a te che sai la storia della mia vita, e solo fra tutti puoi compatire al solitario prete, all'uomo il quale nulla più domanda su questa terra tranne di vivere nella memoria onesta de' pochi montanari che fanno la sua famiglia. Allorchè seppi rinunziare alle illusioni della mente superba d'aver vestita di novelle forme la vecchia filosofia del dubbio, quando parlai agli uomini di quella religione di fratellanza e d'amore che sola può apparecchiar l'avvenire, coloro che stavano in alto gittarono la vergogna e il disprezzo sopra di me. Avrebbero voluto che la mia fede si facesse serva delle imposture mondane e delle rugginose pretensioni della forza: io cercava d'abbracciare il povero e l'oppresso, che al par di me pativano e pregavano; ed essi mi rinfacciarono la ferrea legge del fatto, mi presentarono agli occhi de' miei fratelli come un sognatore irrequieto, come un uomo perduto dietro i delirii dell'umano pensiero, dietro le novità della filosofia e della religione. E i miei fratelli risero di me. Allora io non poteva più ritornar fanciullo e raccogliermi nell'innocenza della vita e della speranza; e sapendo già, per averne fatto duro saggio, quel che fosse il mondo, sentii tutta l'amarezza d'una vita inutile e tormentosa. Ma al tempo stesso una grande e nuova luce d'amore s'era fatta dentro di me, nel profondo: e in questa si rintegrò la mia fede a poco a poco; e, divenuta matura, la ragione unì i pochi e deboli suoi sforzi a quelli di tanti e tanti che combattono quaggiù per la causa dell'onestà e della giustizia.
I miei mali cominciarono a parermi ben picciola cosa al paragone de' molti e grandissimi che aggravano l'umanità, e fui persuaso da quel momento che ognuno il quale cammini con semplicità per la via su cui la Provvidenza lo mise, nè mai rinneghi sè stesso, nè venga a patto con la propria coscienza, potrà dire un giorno: O Signore, anch'io feci la mia parte di bene, e vissi sempre nella fede, nella speranza, e nell'amore! — Perdonai da quel momento all'uomo che col suo tradimento m'aveva ferito nella più viva parte del cuore: mi gittai nelle tue braccia, t'apersi tutt'i miei segreti; e tu mi donasti il coraggio di vivere e d'operare. Gli uomini mi calunniavano ed io li amai; essi mi respinsero; e chinai la testa; poi venni a nascondere in questa povera valle il mio oscuro ma innocente apostolato.
E oggi anch'io ripeto a te le dolorose parole che un moribondo amico mandava a me lontano: Fra me e te esiste un legame che la morte non rompe!..
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Mio buon padre.
Nel mio romitaggio, sento il bisogno di tornare a voi, di venir col pensiero all'umile casa ove nacqui, a quel paradiso de' miei anni infantili che si specchia nell'acque purissime del lago. Io veggo, padre mio, il vostro incredulo sogghigno a queste poetiche ricordanze; ma se vi dirò che la nostra casetta, dove abita mia madre, dove, nascosta come la rosa silvestre, si fa bella e grande la buona Angioletta, è il più sacro, il più desiderato angolo della terra per me che pur vidi molto e molto conobbi, forse non sorriderete più così, e darete un pensiero anche voi, un pensiero di compassione alla tristezza che bene spesso viene a tenermi compagnia.
Non è già ch'io mi lagni della mia condizione, e del trovarmi qui solo, in povera e lontana contrada, dopo che i primi augurii della vita m'avevano promesso ben diverso avvenire. Sulla via ch'io tentai d'aprirmi, ardente qual fui di volere e di fiducia, ma scarso pur troppo di virtù, non trovai altro che spine; e m'avvidi che nell'ampio teatro del mondo il poco ch'io poteva fare m'avrebbe alla fine guadagnato le ire e le maligne persecuzioni di chi s'adombra d'ogni franca e generosa parola, di chi suol chiamar delitto il coraggio d'alzar la testa contro le prepotenze umane e quelle della fortuna.
Per questo, benedissi come venuta dal cielo l'inspirazione che mi condusse qui, fra i poveri e i semplici, qui dove soffrono e aspettano, come la più gran parte degli uomini, tante creature per le quali morì sulla croce Colui che aveva pur detto a tutti: _Io sono la via, la verità e la vita!_... Vi ricordate? la prima volta ch'io ho voluto parlar da un pulpito, con nuovo ardimento, di certe grandi verità delle quali non sarà mai strappata la radice della terra, delle mie parole si prevalse il fanatismo, le condannò il fariseo e ne fu scandolezzata la debole virtù. Così sempre avviene; ed io non voleva chiamar sulla casa di mio padre, sui vostri bianchi capegli il turbine che di subito sorse a minacciarmi; pensai a mia madre, a mia sorella, e obbediente a chi mi percoteva, rinunziai ad ogni gloria e mi tenni abbastanza felice di questa parte che Dio m'aveva ancora serbata. Qui i buoni alpigiani mi conoscono e mi riveriscono come padre, m'ascoltano e mi amano come fratello; qui m'è consolazione il pensiero di quel filosofo: _Se utile non è quel che facciamo, stolta è la gloria_.
Ma non più di questo....
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Ringrazierete per me l'Angioletta di quella cassettina contenente poche cipolle de' panporcini de' nostri monti, ch'essa mi mandò per il Bernardo l'ultima volta che capitò al paese. Direte a lei e alla mamma che non si scordino di me nelle loro orazioni grate al Signore; io non n'ebbi mai tanto bisogno come in questo momento.
Se mai tornasse a vedervi l'amico mio P*** e vi domandasse di me, ditegli che i poveri miei nervi risentono ancora a quando a quando le fiere commozioni patite, e che la mia testa qualche volta non è a segno del tutto; ch'egli stesso mi scriva se le lunghe peregrinazioni ch'io vo facendo ogni dì per questi monti, possano o no di soverchio abbattere le mie forze e fare in me effetto contrario a quello ch'io m'era promesso.
Un'altra cosa vi commetto per la mia cara sorella. Ella sa dove stanno i pochi libri che innanzi partire lasciai, fra l'altre cose mie, in quella che fu la mia povera e beata cella. Nello scaffaletto a manca dello scrittoio, vicino alla finestra, troverà alcuni vecchi volumi giallognoli e mezzo rosi dal tarlo: sono i cari e preziosi amici della mia passata gioventù. Fra essi v'hanno due libri rilegati in carta pecora e intitolati l'uno: I soliloqii di sant'Agostino, e l'altro La Citta' di Dio. Nell'armadio situato nell'angolo dov'era il mio letto, ne troverà pure alcuni altri più vecchi ancora, fra cui un volume delle Opere di san Tommaso ed uno di quelle di Sant'Ambrogio; e un altro più piccolo, al quale manca il frontispizio; è il Trionfo della Croce di fra Girolamo Savonarola: quest'ultimo lo conoscerà dal mio nome scritto di mia mano sull'ultima pagina, sotto ad un braccio che tiene impugnata una spada e che vi disegnai quand'ero chierico ancora. Se l'Angiola riesce a raccozzare quel piccol mucchio di libri, ne' quali pongo tutta la mia speranza per quest'inverno, voi, mio buon padre, farete di trovar modo a spedirmeli al più presto nel modo che vi par meglio; io ne pagherò lo spendio all'uomo che me li porterà.
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Mio padre.
Vi raccomando quel che già vi scrissi nell'altra, di tener sempre presso di voi le lettere che per me venissero alla posta di Como, e di non darle in mano di nessuno, fuorchè del Bernardo che verrà a pigliarle alla fin del mese a mio nome. Se ve'n fosse alcuna pressante, questa potrete consegnarla all'amico mio P*** che sa il come mandarla a questo mio nido di montagna.
Dite a mia madre, che al tornar della primavera ho speranza di venire a casa per qualche dì: che veggo il momento di sedermi ancora, come quand'ero fanciullo, vicino a lei sugli scalini della nostra porta: e che le farò raccontare un'altra volta la storia de' poveri morti di Torno. Oh! quante memorie leggiere, fuggitive, tessute, come tutte le cose della nostra vita, di piccole gioie e di grandi dolori, mi rifanno dinanzi al pensiero tutta l'età passata, e mi sforzano a piangere un'altra volta!... Perchè non sono io nato che per invocar la benedizione del Signore sopra coloro che denno trovare ogni lor bene nel patimento mitigato dalla speranza?... Io la sentiva nel mio cuore una fiamma più ardente, l'alito della fede, il coraggio di morire per i miei fratelli!....
2 di maggio 18..[4]
«Niuna cosa violenta può esser perpetua.»
E fino a quando vedrò sulla terra il trionfo del male? O Signore, tu rovesci i potenti dal seggio, ed esalti gli umili; ma tu dicesti ancora: il regno mio non è di questo mondo.
Noi dovremo dunque piegar sempre la fronte, come in atto di vile osservanza, in faccia alla malizia che si veste di pompose apparenze, che vince la semplice onestà colle sue compre lusinghe, o colla ipocrisìa, la peggior delle tirannidi?... Combattere la forza brutale che non concede alla stanca umanità di sollevare il capo da quella nebbia d'ignoranza in cui da secoli le misere generazioni son costrette a vivere, o piuttosto a morire; parlare in nome di Quegli che spirò sul Calvario annunziando agli uomini che son tutti fratelli, e figliuoli dello stesso Padre che ama e perdona, è una grande e dolorosa parte che a pochi fu dato di compire sulla terra!
Il tempo, come spaventoso torrente, trascina via con sè gli uomini e le idee; pochi nomi benedetti, poche sante e divine parole rimangono appena a far testimonianza del passato, a fermar la promessa del futuro. Avventurato chi visse nell'aspettazione de' tempi migliori, procacciando intanto ed operando il bene, come se dovesse da un dì all'altro fruttare! Dio ha veduto il cuor suo, Dio raccolse le sue lagrime; e quando seduto in disparte, come Geremia, stette solitario e tacque, Dio gli perdonò il silenzio e la luce del cielo venne sopra di lui.
Ed il suo cuore sollevò un'altra volta quel profetico lamento:
— «La parte mia è il Signore; e per questo io l'aspetterò.
Buono è il Signore all'anima che in lui pone speranza e lo cerca.
Buona cosa è procacciar nel silenzio la salute del Signore.
Buona cosa è all'uomo il portar il giogo nella sua giovinezza.
Siederà solitario e tacerà; poichè Dio gl'impose il suo carico.
Metterà la sua bocca nella polve, cercando se vi sia speranza.
Porgerà la guancia a chi lo percuote, sarà pasciuto d'obbrobrio.
Perocchè il Signore non lo respingerà da sè in sempiterno.
E s'egli affligge, ha pur compassione, secondo la moltitudine delle sue misericordie.»
12 di maggio.
Qual nuova e più grave sciagura sovrasta a me o ad alcuno de' miei cari. Io n'ho da parecchi dì il doloroso presentimento; poichè la pace gustata per alcun tempo, alle forti contemplazioni della scienza, infiammatrice dell'intelletto, alla soave poesia della natura è succeduta nell'animo mio l'amarezza delle cose, la codardia del dubbio, e quasi una paura di me stesso. Questo fu sempre per me il presagio di un tristo giorno della vita.
I miei vecchi volumi non mi racconsolano più; non mi sembran più che vani, indicifrabili enigmi, i quali altra cosa non mi fanno certo, se non che quaggiù nulla è certo.
Non posso scrivere, non posso nè manco pensare...
19 d'agosto.
Io mi reputava sì forte, sì provato della vita, e padrone di me medesimo da sostener con fronte serena e animo tranquillo ogni e qualunque nuova e più dura sperienza; e dopo essermi seduto tante volte al capezzale della morte, dopo aver veduto spirar nel bacio di Dio tante infelici e candide creature, e aver accompagnato sulla tremenda soglia dell'eternità tanti uomini ciechi del bene, travagliati dal patimento, consunti dalla disperazione o dal rimorso, io credeva che più nulla d'umano potesse conturbare ancora i miei pensieri. — Deh! che cosa è mai l'uomo, se tu nol visiti colla tua forza, o Signore?
Oggi, dopo molti anni, il caso o piuttosto il volere di Chi tutto dispone per il bene, ricondusse a me dinanzi quell'uomo che forse fu la prima cagione di tutte le mie disgrazie. Io gli avea dato nella generosa effusione del mio cuore giovine ancora il santo nome d'amico; ed egli lo ha rinnegato questo nome così bello! Egli mi rapì la prima, la più poetica lusinga della vita, l'amore; mi derise con una crudele indifferenza nelle innocenti mie illusioni; e a coloro che poco m'amavano, se pur non m'odiavano già per la naturale ed avventata libertà del pensiero, per quello ardimento che di rado è scompagnato da un cuore acceso del desiderio d'operar qualche cosa a pro d'altrui, egli pose in mano de' potenti il segreto che doveva partorirmi l'infamia, o farmi morire!...
Ma, come Dio anche quaggiù non consente sempre la vittoria ai cattivi, io, povero, oscuro e calpestato verme, fui più forte di coloro che si levarono a stormo contro di me. Vinsi l'impostura e l'aperta menzogna: poi mi ritrassi a piangere il mio passato nel silenzio della casa del Signore, e perdonai.
Perdonai, sperando che Dio a me pure perdonasse. Ed Egli m'avea dato codesta pace; e fatto puro il mio cuore del lievito dell'ira, parevami d'avere in me spogliato per sempre il vecchio Adamo.
La mattina era bella. — Per sollevare i pensieri dal peso delle angosce che ne' passati dì m'avevano prostrato siffattamente, m'incamminavo verso il sentiero della selva, dalla parte ove sorgono tappezzate di lambrusca e di parietaria le rovine dell'antica torre lombarda: è là dov'io passo in faccia alle maestose, lontane ghiacciaie dell'Alpi e all'interminato azzurro del cielo le più solitarie e beate ore del viver mio.
Appena fuor della porta, un uomo incappucciato in un gabbano da montanaro mi s'affaccia d'improvviso. Io lo guardai; teneva china a terra la fronte, voleva come parlare; e pareva tremasse.
— Chi siete? domandai.
— Uno che... vi conosce; rispose o piuttosto balbettò, senza levar gli occhi.
Quella voce non mi parve al tutto ignota; ma lo strano vestire, la sua dubitazione, lo sgomento con che andava guardandosi intorno, turbarono un poco me pure; e persuaso ch'era ben'altro da quel che i suoi meschini panni mostrassero, me gli feci più accosto e di nuovo il richiesi:
— Che volete da me?
— Sono un povero fuggitivo; venni a chiedervi asilo.
— Ma, signore! ripigliai: nè vi conosco, nè so...
— Sì, mi conoscete; è in nome dell'amicizia ch'io vengo a voi.
E dicendo così, tolse giù il vecchio cappellaccio che gli copriva mezzo il volto, e mi guardò con aria supplichevole e malcerta. Ancora nol ravvisai.