Angiola Maria: Storia domestica

Part 24

Chapter 243,951 wordsPublic domain

— Un giorno, era nella state del 183*, una brutta giornata d'agosto, nella quale tre temporali maledetti si scatenarono un dopo l'altro su questa povera nostra valle, comparve qui nel paese un giovine straniero, perduto forse sulla via, come lei in questa notte. Con sè non portava nè bagaglio nè altra cosa; ma andava chiuso in un mantellaccio e teneva calcato fin sugli occhi un cappello acuto all'alpigiana. Al primo tetto che trovò, chiese alla Menica, la quale stava filando sul suo uscio, quale fosse la casa del vicecurato. La Menica a quella domanda, alla foga, all'agitazione dello straniero che guardavasi indietro ogni momento, capì bene che colui, quantunque vestisse il giubbone di lana e portasse le grosse scarpe del montanaro, era tutt'altro da quel che compariva. E com'io appunto di là passava, mi fe' un cenno del capo domandandomi se volessi accompagnar quell'uomo alla casa del vicecurato. Io, che fo sempre di cuore un servigio al prossimo, dissi al giovine che mi tenesse dietro, e m'incamminai lungo la ripa, fino alla chiesa: colui mi stava alle calcagna, fissandomi con cert'occhi che m'avrebbero fatto paura, se non mi fossi addatto che il falso montanaro pareva aver egli stesso una gran paura in corpo. Il signor vicecurato, quando fummo a due passi da casa sua, usciva appunto, con un libro sotto il braccio; come soleva sempre a quell'ora, quando andava solo a girar per la montagna. Il giovine gli corse innanzi, ed appena i loro occhi s'incontrarono, vidi don Carlo diventar tutto bianco nel viso, e levar la mano verso di lui, come per parlare e non poter dir parola; ma poi subito ricomporsi, pigliar per mano il forestiero, e rientrare con gran furia in casa. Ed io che, senza nulla comprendere, faceva per andargli dietro, udii serrarmi dinanzi quella porta che da tant'anni era sempre stata aperta a tutti.

— E non si venne poi a sapere chi fosse lo straniero? domandai.

— Quel giovine, poi che andò là entro non fu più veduto uscirne. Chi disse vi sia stato chiuso tutta la notte, chi tre giorni, e chi più d'una settimana: chi fosse, nessuno il seppe mai. Pietro il mio figliuolo, che allora era ancor qui con noi, mi raccontò d'averlo veduto passare il dì seguente, prima che l'alba uscisse, e andarne in compagnia del vicecurato per la selva de' pini, e arrampicarsi poi verso il Sasso Aguzzo; in somma chi ne disse una, chi un'altra; io per me non potrei giurar nulla. Quel che so pur troppo è che da quell'ora don Carlo non fu più lui; era sempre malinconico, non parlava quasi mai: ed io, che lo vedeva ogni mattino, lo trovai più d'una volta seduto al tavolo della sua stanza, con un gomito sur un vecchio librone e la testa appoggiata alla mano, intanto che scriveva e piangeva. Appena si fosse di me accorto, faceva il viso sereno e alzandosi mi pigliava per mano, e mi chiamava il suo buon Bernardo, il suo amico vero. Più d'una volta mi domandò s'io mi sarei sempre di lui ricordato, ove mai gli fosse toccato di lasciar la nostra valle in cui aveva passato quattr'anni di pace... Alcun tempo di poi, il vicecurato partì per il suo paese, ch'è sul lago di Como, e mi disse che n'andava a vedere per l'ultima volta il suo vecchio padre moribondo: stette lontano quasi tutta la state, poi tornò in mezzo di noi, salutato e venerato dall'amore di tutti; chè senza lui ne pareva d'esser come pecore senza pastore. Passò anche quell'inverno, venne la primavera; e il vicecurato, da un dì all'altro, senza che alcuno ne sapesse nulla, abbandonò di nuovo il paese, e andò, s'è vero quel che fu detto, laggiù fino a Milano. Quella mattina, egli stesso venne qui a salutarmi; il fuoco era acceso come adesso, ed egli sedette su quello scanno di paglia dove lei siede adesso, mi consegnò la chiave della sua casa, e mi disse addio. Dopo quel dì non ricomparve più ne' nostri monti.

Così narrava l'alpigiano, e il suo racconto m'invogliò più che mai di penetrare il mistero che pareva circondar gli ultimi anni della vita del buon prete, quantunque un segreto presentimento mi dicesse che la causa della sua sciagura era stata troppo alta e tremenda, e che, per quanto avessi potuto raccorre della verità, non mi sarebbe fatto per certo di rivelar del tutto quel mistero all'anime compassionevoli di coloro che avevano già versata qualche lagrima sull'umile storia di Angiola Maria.

Ma pure, confidando di trovare almeno qualche dimenticata reliquia delle memorie del vicecurato che mi facesse più sacro il nome suo e più nota la sua preziosa virtù, determinai di condurmi la vegnente mattina a visitare il signor curato per cercar la via d'alleggerirgli un poco la coscienza di que' vecchi segreti che certamente gli dovevano pesare.

Il montanaro, vedendo ch'io me ne stava imperterito senza più dargli ascolto, credè mi tornasse indifferente il suo discorrere, o fossi colto dal sonno: m'offerse allora il suo letto, ch'era nella stanza superiore, ma ch'io non volli a ogni patto accettare; contento di poter dormire una notte sulle foglie secche, come una volta il romeo che tornava di Terra Santa.

Dettogli che sprangasse di nuovo la porta e addormentasse il fuoco sotto le ceneri, diedi all'ospite mio la felice notte: e ravviluppato nel mio mantello mi gittai su quel silvestre letto de' nostri primi padri. La buona comare faceva l'alte maraviglie; la fanciulla guardavami di sottecchi, lasciando sfuggire un involontario riso, e l'una e l'altra s'avviarono sulla rozza scaletta che appoggiavasi alla parete opposta al camino; poi sul pianerottolo si fermarono un poco; e dall'alto guardando giù nel cantuccio dov'io stava mi salutarono un'altra volta e disparvero.

Io dormii un sonno intero e tranquillo, come da lungo tempo non aveva dormito; ma sognai l'Alpi e il lago, e la povera casa del vicecurato e gli occhi limpidi e bruni dell'Assunta, la gaia figliuola del montanaro.

Sorsi coll'alba e trovai già levati i miei buoni ospiti. La giovinetta, sulla breve spianata dietro la casuccia, stava mugnendo la sua piccola giovenca; e il vecchio messere era già pronto a servirmi di guida per la valle e sul monte; poichè la sera innanzi io diceva che volontieri avrei fatto un'escursione nel dintorno. Ma non appena seppe ch'io voleva prima di tutto far la conoscenza del signor curato, si esibì di condurmi a lui, contento, a dir poco, ch'io avessi preferito nella passata notte la sua umile dimora a quella del curato medesimo. Allora seguitai i suoi passi, facendo alle due donne promessa di ritornare.

Il curato di **** aveva veduto passare la metà de' suoi settant'anni in quell'ignota parte di Valtellina: la sua era forse la più povera pieve della diocesi. Uomo semplice e dabbene, di timida e ombrosa natura, egli avea menato colà una vita così solitaria, così uguale che quasi la sua povertà gli era divenuta necessaria; e da nessuno al mondo invidiato, non portava invidia a nessuno. In tutto quel tempo, l'unico avvenimento che turbasse la lunga pace di lui, fu la vicenda di don Carlo, il suo vicecurato: quella storia, nella quale non seppe mai veder chiaro, era stata per lui come lo scoppio d'una bomba; e soleva dire ne' momenti di grande espansione di cuore: — Guai a questo mondo a chi non vuol tacere! io per me veggo che non potrò rifarmi più da questo tracollo!

Quel buon uomo adunque rimase in sulle prime tra insospettito e impacciato dall'inattesa mia visita. Mi guardava di traverso con una cotal ciera scura in uno e piacente, e a ogni mia domanda rispondeva appena con qualche fugace monosillabo, quasi avesse temuto che gli rubassi i pensieri. Ebbi un bel dirgli il mio nome, il caso che m'avea fatto capitare in que' luoghi, e l'intenzion sincera d'andar cercando per quei contorni i pochi avanzi del tempo antico, da' quali potessi cavar qualche vecchia storia da fare un libro; egli lasciava morir sempre il discorso, e pareva tentasse ogni uscita per salvarsi dal pericolo della conversazione. Lasciai sfuggirmi di bocca il nome del suo antico vicecurato, e dissi che l'avevo un poco conosciuto; mi rispose con un gelido: _Ah sì?_... e per quella mattina non potei strappargli più sola una sillaba.

Allora m'accommiatai da esso, ma non senza chiedergli licenza di tornare a presentargli il mio rispetto innanzi abbandonare il paese. E per tutto il dì n'andai vagando in compagnia del mio ospite su per le vicine montagne, al raggio d'un bel sole d'autunno, e ben lieto di vedere un lembo di quella terra che nel passato secolo era stata testimonio di lunghe e feroci guerre di parte, quando in essa soffiarono sì forte la libertà e la riforma.

Ma la ritrosia del signor curato non mi tolse dall'intento mio: e quella sera medesima, io era amichevolmente seduto vicino a lui ad un piccolo desco, dinanzi ad un certo botticello di legno, colmo dell'ottimo vin di Sassella: un orciuolo d'antica foggia, col beccuccio sporgente che quegli alpigiani chiamano ancora _galéda_, come lo chiamavan press'a poco i Romani. Fosse virtù di qualche libagione del patrio suo vino, fosse il consiglio della fedele sua Brigida e del mio ospite montanaro, il vecchio paroco s'era ammansato, e potei a poco a poco entrargli in buona grazia. Tempestato dalle mie inchieste sulle cose antiche del paese, egli non trovando più il filo d'uscir del laberinto in che s'era messo, scappò a dire che se ci fosse stato ancora il suo _quondam_ vicecurato, il quale ne sapeva anche di troppo e aveva scritto un mucchio di scartafacci appunto sulle antichità ch'io cercava, m'avrebbe potuto dire di quegli antichi tempi di miseria tutto quanto io voleva e non voleva sapere.

Allora il posi alla stretta; ed egli mi confessò che di fatto don Carlo gli avea lasciato una confusione di quadernacci e di fogli sparsi dove forse avrei potuto pescar notizie; ma che, non avendo egli mai avuto nè tempo nè voglia di leggere quella scrittura così fina e minuta, giacevano tutt'ora in un cassettone dimenticato del suo studio, se pure i topi avevano loro avuto misericordia. In quella, con generoso atto si tolse fuor dal taschino de' calzoni, la chiave dello studio e me la porse. Non mi parve pur vero d'aver sì presto guadagnata la vittoria; e colta la palla al balzo, come si dice, presi un lume e penetrai nello studio, del curato. Frugai arditamente nel barcollante cassettone, e trovai molte memorie di cose antiche, di che forse mi gioverò un'altra volta, se a me non verranno meno il tempo, l'amicizia del lettore e la sua pazienza.

Fra quelle venni a capo di raccogliere le poche e scucite pagine del manoscritto del buon prete; e stimai di darlo fuori tal quale; perchè, leggendo que' caratteri e ripensando a quell'uomo del sagrificio, mi rasciugai qualche lagrima, e dissi nell'anima mia: — Tu solo il giudicasti, o Signore! ed i figliuoli degli uomini avranno speranza sotto il velame delle tue ale.

II. IL MANOSCRITTO.

2 di settembre 18..

........ Eccomi nella solitudine, in mezzo alle Alpi che sempre amai, che vidi fin dagli anni della fanciullezza circondar la più bella parte della mia patria, come d'una sublime corona[1]. Qui forse, nel silenzio del mondo, in faccia alla grande maestà della natura, avranno tregua i pensieri che in mezzo agli uomini mi tormentavano, e pace i dolori di che fu pasciuta la mia gioventù troppo inesperta del vero e troppo credula del bene.

Il Signore che mi chiamò per questa via, mi dia lena di correrla alacremente e di toccarne la meta. Or mi conviene diventare un uomo nuovo, dispogliarmi degli affetti e de' voleri che fin qui mi trascinarono d'uno in altro peggior disinganno, sollevar gli occhi al cielo, a quell'unica patria de' buoni e de' giusti; al cielo verso il quale elevano le gigantesche loro cime questi monti, esultando quasi e narrando in armonia col firmamento le glorie dell'Eterno.

Diedi un addio al mio vecchio padre, alla madre mia, all'innocente mia sorella. Che il Signore vi protegga sempre, o giuste o semplici creature! Là sulle rive del lago, io tornerò ben sovente fra voi co' miei pensieri, seguirò coll'anima e col desiderio i vostri passi; siederò invisibile con voi intorno all'umil focolare; e ricordandomi di quel tempo che più non può tornare per me, porrò giù il peso delle immeritate angosce e il cumulo delle recenti sciagure. Qui troverò, lo spero, creature schiette e buone come voi, o miei parenti! qui non ire, non invidie, non basse e perfide congiure di chi s'adombra d'ogni forte e generosa parola; qui non verrà a turbarmi il cuore la fastosa ignoranza o la melliflua impostura di coloro a cui s'inchina il mondo; qui umili doveri da compiere, oneste compiacenze, tranquille opere di virtù non conosciuta e perciò non calpestate; qui lagrime da rasciugare e cuori da tener vivi nella speranza; qui solitudine, silenzio e pace.

7 di settembre.

I pochi, i quali han fatto di me quella vana e volgar conoscenza che suolsi troppo presto chiamar amicizia, mi credevano misantropo, o forse orgoglioso; molti mi davan taccia d'uomo irrequieto, bollente, pericoloso, mi chiamavano una testa falsa e matta; i più mi avevano un po' di compassione, trattandomi da sognatore, da utopista, da uomo nato fuor del tempo suo.

Ed io che, dopo tanta guerra di dubbj e di terrori, non perdei quella calda volontà di bene, la quale fu l'alito primo della mia vita, io che potei credere e riposare nella verità promessa da Colui che da una croce annunziò a tutti gli uomini ch'eran fratelli, doveva io forse mettermi alla tremenda prova di disperare un'altra volta, di lottare ogni dì a faccia a faccia col disinganno, di rinunziare a quel solo amore che può vivere eterno, e senza del quale non è fede?... No! Sieno grazie alla Provvidenza che mi tolse di mezzo a coloro ch'io voleva poter amare come fratelli, e che invece mi attraversarono la via come nemici, e m'insidiarono come lupi bramosi. Ora io li abbandonai, forse per sempre; ma non pagai offesa con offesa, nè sola una stilla dell'odio loro è caduta nel mio cuore.

Ben so che per guadagnarmi i loro preziosi favori, le bugiarde loro carezze bastavami soffocar nel mio petto le ardenti speranze, i forti augurii di virtù e di giustizia ch'io non temeva far manifesti a qualunque si fosse con la sincerità dell'uomo giovine e credente; che bastavami chinar la fronte a ogni loro detto, mentire a me stesso, rinnegar la voce dell'anima con un servile ossequio; e farmi stromento della loro potenza, o almeno tacere.... Ah no! no! mai! Codesta non fu, non sarà la parte mia sopra la terra; e il campo seminato dal male non può fruttar la verità.

Abbandoniamo queste amare ricordanze. Vi fu un tempo, nel quale le poetiche immagini della prima età potevano consolarmi delle traversie sopravvenute.

Allora io scriveva:

— «Nacqui in riva del Lario: a me fu cuna Il battello sull'onde, ed infantile Trastullo il remo e la paterna rete; E fanciullo scherzai con la riflessa Imago del fanciul che si specchiava Prono nell'acque. — In quell'etade appresi D'ogni riva, d'ogni antro e d'ogni rupe I varii nomi, i tramandati casi; E men fe' dono la verace bocca D'antico pescator; perchè nell'ora Ch'egli gittava insidïando l'amo All'ondivago pesce, ad ascoltarlo Cheto io sedessi del battello in seno.» —

O mio lago, o splendida gemma della Lombardia! tu fosti il mio primo amore. Oh! perchè non nacqui più povero ancora di quel ch'io sono! Se mio padre, anzichè essere l'agente di nobile e ricco signore, non avesse avuto al mondo che il suo navicello e la sua rete, forse io pure non sarei stato che un umil pescatore; e non uscito mai dalla cerchia de' miei monti, altro non avrei imparato ad amare che la pace e la tempesta del lago. — Le memorie del passato mi ripiombano sul cuore. Chi m'avrebbe detto, allorchè adolescente appena io contemplava rapito da una fiera gioja di libertà le procelle e i fulmini che scrosciavano sul mio Lario, oh! chi m'avrebbe detto che assai più tremende, dovevano essere le tempeste dell'anima mia!

1 d'ottobre.

La pace ritorna. La vita stanca e travagliosa qui si rintegra, si rinnova nella calma di questi bei giorni dell'autunno; e il sole tranquillo che indora le spalle della montagna rimpetto alla mia finestra, sembra mandare il benefico riflesso della sua luce nell'anima mia.

Da tanto tempo io non poteva godermi una contentezza così salutare, così vera. E se vuole il cielo che passino per me soltanto pochi mesi di raccoglimento e di pacifica meditazione, senza che si risvegli a conturbarmi lo sdegno d'una vita costretta a consumarsi nella lunga aspettativa de' giorni promessi da Colui che venne ad abitare fra gli uomini, e fu vera luce dell'universo; allora forse la modesta missione che a me fu posta mi parrà più bella e sacra, perchè dimenticata e disprezzata dal mondo; allora forse Dio mi perdonerà il passato, e terrà conto del mio sagrificio.

Coloro in mezzo a' quali vedrò scorrere la breve mia vita terrena, mi amano e mi vengono intorno. con rispettosa attenzione; ma non sanno ch'io non potrò render loro per questo affetto altra cosa che poche parole a confortarli nelle sciagure. Ben vorrei, come ne sento gran bisogno nell'anima, aprir coll'eloquenza della semplice verità i loro intelletti, far ragionevole il loro ossequio alla fede, scendere nel fondo de' loro cuori, e suscitarvi quella scintilla che li renda migliori di quel ch'essi sono, di quel che furono i padri e gli avi loro. Eglino sono contenti del poco, è vero; ma intanto anneghittiscono nella povertà, disimparano ad amare coloro che soffrono, ad amare il ben comune, per quell'affetto più augusto, più fiacco, direi quasi per quell'egoismo che li fa attaccati alla loro famiglia, al campanile della parrocchia, alle povere glebe della loro vallata. Ma pure chi sa che, procacciando di migliorare, per quanto è da me, gli umili destini di codesti montanari, io non dovessi invece riuscire a farli men felici, o men rassegnati di quel che sono? —

2 d'ottobre.

Oggi, con dolor profondo mi toccò d'esser testimonio d'una contesa fra due mandriani, che mi persuase quanto sia pur troppo insensata e forte fra gente d'uno stesso paese quella vecchia ruggine, quell'inimicizia che sembra aver posta radice eterna nel cuor degli uomini, e più che in ogni altra in questa nostra patria.

Uno de' due mandriani è nativo di questa, l'altro di valle San Giacomo: son vicini, son fratelli, parlano lo stesso dialetto; eppure serbano tuttavia quel rancore che separò i loro padri, che accese tanto fuoco di guerra in queste pacifiche contrade, che fece sparger tanto sangue e pianger tante madri. Sedevano sulla medesima panca di legno fuor dell'osteria, e bevevano alla stessa mezzina. Una sola parola di dispetto, una pretesa di soperchieria per causa d'una capra comperata o venduta attizzò la discordia: maledissero i loro paesi; maledissero i parenti e lo stesso Dio che li vede. La collera li fe' ciechi l'un contro l'altro, e dalla bestemmia e dal vile insulto sarebbero venuti alle coltella, se il mio braccio, più forte della mia parola, non fosse giunto a tempo di domar la selvaggia loro natura.

O mio Dio! È dunque vero? anche qui, anche ne' luoghi dove la vostra onnipotenza parla all'intelletto e al cuore con le meraviglie d'una natura vergine ed austera, la cattiveria e l'odio faranno germogliare la loro trista semenza? L'uomo, la vostra creatura grande e misera è lo stesso sempre e in ogni parte della terra? Dal tempo del primo fratricida il cuore umano non s'è dunque mutato?... Qual profondo mistero in ogni cosa! — E noi che siamo sì piccoli, noi che strisciamo per un giorno, come l'insetto, sulla faccia della terra, vorremo con audace intenzione sollevar la fronte insino a Voi, interrogarvi, e pretendere che il buono e il giusto trionfino a questo mondo?... O Signore, tenete la vostra mano sul nostro capo, e dissipate il fumo dell'orgoglio che n'accieca.

Le generazioni vengono, passano e scompaiono per sempre dalla terra ove tennero dimora. Chi potrà dire di qui a mill'anni i popoli che saranno sepolti sotto a questa parte di mondo?. L'Alpi e l'acque e tutta la contrada che mi circonda non hanno forse mutato anch'essi e rimutato aspetto e natura? E noi andiamo fantasticando dietro all'ombra d'un nome, dietro al sogno d'una patria, e confidiamo sia adempiuta sulla terra che invecchia sempre quella promessa che, sola non può morire?...

Quest'ampia regione di monti che fu agli antichissimi tempi la stanza d'un popolo solo, se pur non mentono la tradizione e la storia, vide ne' tempi a noi più vicini la lotta di due razze diverse e mortali nemiche fra loro. Il Valtellino abborre ancora il Grigione; nè vicinanza, nè signoria, nè forza di guerra o di pace poterono mai operare che codeste due genti ne facessero una sola. Per questo forse la scissura fatta dalla riforma luterana fu origine d'una delle più lunghe, sanguinose e feroci rivoluzioni che l'Europa abbia veduto mai. — Un dabben montanaro m'additava, non ha molto, sull'alta cupola della chiesa della Madonna a Tirano la bruna statua di san Michele, colla spada in pugno, e, — Vede lei, dicevami nell'atto di farsi il segno della Croce, vede, egli è quello là il Santo che tenne lontano da questo paese la peste de' luterani!... Io nulla risposi; ma andava pensando nell'anima mia alle molte e triste cagioni che hanno fatto d'ogni lembo di terra cotante patrie diverse.

27 d'ottobre.

Io mi proposi d'adoperare il tempo che mi sopravanza, dopo compiuti gli obblighi sacri del ministero, nell'andar cercando di sito in sito fin dove mi sia concesso inoltrare nelle quotidiane e solitario mie peregrinazioni, le reliquie de' secoli passati, le tradizioni antichissime che son vive tuttora nelle povere capanne del mandriano e del carbonajo sugli altipiani e ne' diroccati casolari degli umili paeselli; nell'andar raccogliendo le semplici cantilene delle fanciulle montanine e le pie leggende delle vecchie filatrici; nel visitar gli avanzi rovinosi e pittoreschi di qualche feudale castello di cui più nessuno sappia il nome; e gli abbandonati cimiteri e le lapide votive; e più di tutto nello studiar quelle antiche patriarcali costumanze, che sono come il simbolo della giustizia nelle famiglie, la religion vera del passato.

Dachè incominciai, senz'alcuna pretensione di sapienza antiquaria, queste utili e studiose ricerche, la mia vita ben più occupata e operosa che prima non fosse, assorta nel meditare e nello scrivere, invogliata dalle prime scoperte a novelli e più forti studii, si ricompone in quella temperanza equanime di volontà e di sentimento ch'è la miglior medicina delle avverse cose.

Son quasi corsi due secoli dalle terribili guerre che per furor di politica ricoperta del manto della religione, disertarono queste contrade; e la memoria della rivolta qui sopravvive ancora; qui suona ancora sul labbro de' fieri Valtellini la bestemmia antica contro il luterano; qui l'odio rugginoso verso le tre Leghe Grigie, alimentato dalla contesa proprietà del territorio, non è spento del tutto: mentre nessuno più si ricorda della tirannide spagnuola che, sotto colore di protezione, soffiava alimento a' dissidj, e col pretesto della fede calpestata e della santa causa della religione rinfocava le moltitudini alla riscossa. E guai, allorchè un popolo si solleva in nome della fede de' padri suoi!...

15 di novembre.

In questa solitudine, altro io non desidero che la fedele compagnia d'un amico che riceva nel suo cuore la pienezza del mio, che meco divida il segreto del dolore e della speranza, e mi riconforti e sostenga ov'io ricada, come pur troppo avvien qualche volta, negli antichi terrori, in quelle fatali malinconie che m'avvelenarono l'anima non ancor del tutto guarita. Ohimè! basta un giorno solo di dubbio e di fiacchezza, un'ora sola d'interiore viltà per ripiombarmi in un mar d'incertezze, per togliermi la pace appena ottenuta coll'assidua fatica dello spirito.