Angiola Maria: Storia domestica

Part 23

Chapter 233,951 wordsPublic domain

Il seguente mattino, Arnoldo abbandonava quelle rive, abbandonava l'Italia. Tornato alla villa, dopo il colloquio avuto con Maria, vi aveva trovato alcune lettere d'Inghilterra, e fra queste una d'Elisa sua sorella, la quale dipingendole il rovescio ch'erasi fatto nella salute del padre suo, il terrore e l'abbandono in che essa e Vittorina vivevano, lo scongiurava a non perder nemmeno un'ora, a ritornar subito, a ricordarsi del nome che portava, e del dovere di figlio e d'Inglese, che lo richiamavano in patria. Questa lettera finì di persuadere Arnoldo. Bisognava dunque partire, senza riveder Maria, tutto il comandava: e chi sa anche s'egli potrà ancora arrivar a tempo per ricevere la benedizione del padre suo?

Egli dunque partì. Maria, che in tutta quella notte non aveva potuto chiuder occhio mai, s'era levata col sole, e se ne stava appoggiata al davanzale dell'aperta sua finestra, a contemplar di lontano la villa **** dov'egli abitava.

I balconi del terrazzo erano spalancati; quella parte della casa aveva l'aspetto d'un luogo abbandonato di recente. Quel pianerottolo deserto, quell'alto terrazzo, quelle vôte finestre, le mettevano nell'anima un'involontaria tristezza. I suoi sguardi calarono lenti e distratti al lungo della riva... In quel momento, essa vide una barchetta staccarsi dal piccolo porto che si apriva al piede della villa. Un uomo, chiuso nel suo mantello, era in quella, barca, la quale ben presto pigliò il largo; il barcaiuolo faceva forza di remi contro il vento che increspava tutta la superficie del lago. Un grido doloroso, invano trattenuto, le scoppiò dal più profondo del cuore... Allora, come fosse stato scosso da quel grido, Arnoldo levò il capo, e di lontano la riconobbe. Si alzò, stese la mano verso di lei nell'atto d'un ultimo saluto; poi, quasi oppresso da una forza prepotente, s'abbandonò di nuovo su la prora della barca: la quale fuggendo via via si dilungò rapidamente, finchè non apparve più che come un punto nero nell'iride dell'acque che riflettevano il sole nascente.

Ma quand'ebbe perduta di vista quella barchetta, la povera Maria sentì mancarsi il cuore: uno schianto improvviso la soffocò; e proruppe in lagrime d'amarissimo cordoglio, in quel piangere caldo e dirotto di chi non ha più speranza. Ella pensava che tutto era finito, che non l'avrebbe riveduto mai più.

Angiola Maria visse ancora un anno, nella solitaria casetta, in compagnia della sua vecchia amica, ch'erale prodiga delle cure le più amorevoli, e si ricordava così spesso di _lui_.

Aveva raccolte sei o sette povere fanciulline del contado, tutte da quattro a cinque anni, belle angiolette da' capegli d'oro e dai visetti color di rosa, tenere anime che l'amavan come una madre. E insegnava loro a leggere, a dire quelle prime orazioni del fanciullo, che sono il più soave profumo che si alzi ne' cieli; e si deliziava di vederle folleggiare, quelle piccine, per le aiuole del suo cortiletto; e tutte le metteva a parte di quel poco ben di Dio che a lei era avanzato.

Così ell'era abbastanza felice, perchè persuasa e contenta d'aver compito il suo dovere.

Innocente e sublime creatura! Essa aveva compito il suo sacrifizio.

Al cominciare dell'altro inverno, que' fatali indizii d'una lenta consunzione, sopita per qualche tempo ma non vinta, tornarono a spiegarsi; e il dottore, il quale a quando a quando capitava a visitarla, si fu subito accorto della funesta verità.

Pure Maria trascinò i suoi giorni per tutta l'invernata. A poco a poco, ella si consumava, finiva, senza temer di nulla, senza soffrire: Dio è sempre pietoso, e volle risparmiarle quegli ultimi patimenti. Le fanciullette sue amiche venivano ancora, quasi ogni dì, a tenerle compagnia; qualche volta, alcuna d'esse, la più grandicella, le domandava perchè mai la fosse così pallida e dimagrita, e nel domandare piangeva... Ma ell'era rassegnata; nè fu udita mai pronunziare un solo lamento; chè anzi, assorta talora in una dolce meditazione, le sue labbra s'aprivano a un tranquillo e celeste sorriso.

Tornò la primavera, tornò il bel sole, tornarono i fiori; ma il cielo non fu più sereno, nè più ebbe l'aria balsamo per lei. Oramai, ella non sorgeva più dal suo letticciolo.

Al principio dell'aprile, in quel dì stesso che, un anno prima, aveva veduto partir Arnoldo, ella restituiva l'anima pura al Creatore. E le fanciulle ch'essa aveva tanto accarezzato, e la Marta, alla quale lasciò la sua casetta, e quel buon galantuomo del signor Gaspero, che sempre le aveva voluto bene, furon coloro che l'accompagnarono l'ultima volta fin al luogo del suo riposo. Ella è sepolta presso a suo padre; e quelle due zolle sono protette da una croce sola.

Alcune settimane dopo la morte di Maria, il signor Gaspero stava leggendo agli amici le novità della gazzetta: sedevano a circolo su l'entrata della bottega di Samuele; poichè al venir della state, l'aristocrazia del paese, come i capi delle tribù indiane, soleva tener consiglio a cielo sereno. Dunque, fra le altre novelle, sotto la data di Londra, egli lesse questa:

«— Sir Arnoldo, figlio di lord Leslie, quello stesso, la cui conversione alla fede cattolica menò gran rumore l'anno passato nel bel mondo, fu eletto membro del parlamento pel borgo di ****. Pretendesi che l'onorevole baronetto debba menare in isposa una sua cugina, la bella e ricca erede di lord S..... miss Elena Davison.»

Il buon vecchiotto continuò a leggere; nè a lui, nè al dottore (il quale però conservava ancora, come reliquie, certe tre quadruple di Spagna lasciategli in dono dal giovine inglese), nè al curato, nè allo speziale, cadde in pensiero che quell'onorevole baronetto fosse appunto il bel forestiero che avevano conosciuto. Non vi fu che il deputato politico, il signor Mauro, se pur ve ne ricordate, il quale susurrò a mezza voce: — Quel nome non m'è nuovo... Ma via, che importa a noi?...

Bisogna dire per altro, che di Maria non si dimenticarono. Il signor Gaspero raccontò più d'una volta la storia della povera tosa; e n'era sempre commosso, e conchiudeva seriamente: — Il mondo è una scala, e ciascuno deve starsene al suo scalino. La provvidenza non ha creato per niente i signori e i poveri diavoli. Dunque rimani contento nella condizione in che la Provvidenza t'ha collocato, nè voler sollevarti da quella, per non perdere pace, libertà e salute... Ma, dopo un momento, scrollava il capo, e con un sogghigno di compiacenza soggiungeva: — Quest'è vero! Eppure io sono la prova del contrario. Se fossi sempre stato quel baggeo ch'io m'era da fanciullo, la mia fortuna a quest'ora sarebbe di menar la barca fino a Domaso e di pescar gli agoni laggiù sotto la riva; ma perchè, in que' bei tempi, non me ne stetti con le mani nel giubbone, da povero merciaiolo son diventato quel che sono, e ho veduto quel che so io; e almeno ho casa e tetto, e posso far e disfare anch'io la mia parte; nè mi manca nulla, fuorchè la consolazione d'un'anima bella, come fu Maria. Ma, un'altra come lei, non la troverò più, se campassi anche gli anni di Noè.

IL MANOSCRITTO

DEL VICECURATO

I. L'OSPITE MONTANARO.

Cadeva l'autunno del 184*. Sull'imbrunire d'una di quelle care e malinconiche giornate, in cui le memorie dell'amore e dell'amicizia risvegliano nell'anima il bisogno di pensare e di piangere, io andava lentamente camminando sull'alpestre via che conduce al solitario villaggio di ****. Già avevo dato le spalle all'umide inabitate reliquie del castello di Fuentes, e più non m'appariva nella lontananza neppur quell'ultima lucida zona dell'Adda, che sboccando fuor dell'Alpi di Valtellina s'allarga e s'impaluda là dove comincia ad aprirsi il lago di Como. Le montagne all'ingiro s'eran velate di quel cupo uniforme colore che spandono i poetici crepuscoli dell'autunno; e più non si distingueva nè un villaggio, nè una chiesa, nè un campanile: appena gli ultimi riflessi del sole già caduto tingevano tuttora d'un roseo a grado a grado fuggente l'altissima cresta del Legnone, che sola, fra tutti gli altri monti all'intorno, portava il suo candido cappuccio di neve.

Io era solo, e non sapendo se, prima della notte fatta, mi fosse possibile giungere al villaggio il più vicino, cominciavo a trovar la via più lunga e meno romanzesca che non mi paresse da prima, più umida e più trista la sera. E dubitai d'aver fallito il cammino; sicchè io era già sul punto di voltar indietro i passi per tornarne al paese d'onde veniva. Ma a poco a poco una cotale magia che si diffonde dalla silenziosa maestà della natura, una specie di vaghezza dolorosa che ne fa parer bello lo stesso terrore, e in uno quella meraviglia che andiam sempre cercando nell'incertezza delle cose di quaggiù, mi diedero animo a continuar la via.

Allora mi venne all'orecchio il rumore d'un passo lento e grave che moveva dietro al mio, e l'eco d'una monotona cantilena, della quale non poteva ancora distinguer le parole, ma che aveva non so che di patetico e misterioso a cui mal non rispondevano i miei pensieri e le confuse fantasie ond'era occupata in quel momento l'anima mia. Nelle grandi solitudini, fuor dello strepito degli uomini e della vita, dove la natura regna ancora nella primitiva e severa sua bellezza, una sola voce, un suono lontano, un sospiro del vento che ti rechino di nuovo i pensieri del mondo che avevi, senza saperlo, dimenticato del tutto, d'improvviso ti rapiscono a quella contemplazione dell'infinito, a quell'intima forza dell'anima che dianzi ti facevano maggiori di te stesso, e ti ripiombano nella realtà delle cose, direi quasi, nel terrore d'esser uomo e d'esser solo.

Mi fermai in mezzo della via, e diedi attento l'orecchio al suono che andavasi man mano facendo più distinto e più vicino. Egli era forse (pensai) un alpigiano di quella valle, che tardivo al par di me, si trovava sulla medesima strada per tornarsene a casa, e ingannava il tempo e il cammino ricantando alcuna delle vecchie canzoni del suo paese. Così parevami dicesse press'a poco quella canzone:

Vedi la striscia bianca Che pare un nugoletto? Il vecchio non si stanca: È il fumo del suo tetto.

O mia foresta bruna, O cime del Legnon! Passò la terza luna Che da voi lunge io son.

Ampia, serena e chiara, Qui l'aria il cor non serra: La povertà m'è cara Nella mia poca terra!

La nebbia eterna stagna In seno alla città: Cercai la mia montagna; Sognai la libertà!

Cantar qui m'è concesso De' miei figliuoli al canto: Gli antichi miei qui presso Dormon nel campo santo.

Per me sei vasto e bello, Povero casolar! — Ritorna al paesello Il vecchio montanar.

— Ecco, diceva io tra me, dove si va a nascondere la semplice poesia, amica del sole e del cielo sereno. Le rimembranze della passata età, e le schiette, calde fantasie di questi abitatori d'ignote capanne serbano ancora un'impronta di quella naturale dolcezza antica che noi perdemmo: sono incolte, ma pur belle le armonie che d'una in altra generazione consolano le loro veglie invernali, le tranquille domeniche e gli allegri giorni della vendemmia, quand'essi s'accolgono a crocchio sulla spianata al raggio del sole occidente! L'uomo della città ritrova la sua patria per tutto il mondo: non v'è più che il montanaro il quale ami la sua rupe e la casipola che sopra vi siede, e viva contento della sua povertà all'ombra del campanile che lo vide a nascere.

In quella, sul sentiero che saliva con rapida svolta verso il colmo d'una piccola altura, vidi venirne verso di me un vecchio; il quale, sebben curve le spalle sotto il peso d'un fardello appiccato alla cima del suo bastone, moveva con passo così alacre e spedito che in un momento m'avrebbe oltrepassato, ov'io stesso non gli fossi ito a rincontro, domandandogli: — Brav'uomo, siete del paese?

Egli fermossi: parve maravigliato di trovare uno straniero a sì tarda ora su quella via. E guardandomi prima un poco, con cert'aria diffidente, ch'era forse un resto della sperienza di fresco imparata nella città, mi rispose: — Sì, o signore, torno a casa mia.

— Quant'è lontano di qui il vostro paese? e come si chiama?

— Oh bello! si chiama ****; e in una buona mezz'ora al più, del mio passo, ci sarò arrivato.

Il nome del villaggio non mi parve nuovo, ma non sapevo in quale angolo della memoria cercarlo.

— Se non v'incresce, soggiunsi, verrò fino al paese con voi; chè in mezzo alla notte, e ignaro di questi monti e di queste valli, avrei tema di perdere il sentiero.

— Come le piace, signore! Ma se mai credesse di trovare alloggio al paese, cangi pure la strada fin d'adesso; chè sulla costa della vallata, fra que' sassi del tempo del diluvio, non ci stanno che un cinquanta povere e disperse tettoje, aperte al sole e alla neve, come Dio vuole; e son case quelle ove non può dormire se non chi vi nacque.

— Ci sarà almeno il curato; ed egli forse...

— Eh! il curato? so bene che quando alcuno di lor signori capita nelle nostre parti, si fa servir da osteria la casa della parrocchia; ed è un onore che fanno... Il curato c'è sicuro, un bravo prete, non fo per dire; ha un cuor da padre, un cuore proprio da buon montanaro. E pure...

— E pure che cosa, amico mio?

— Ecco, vorrei dirle, non so se il signor curato vedrà tanto volentieri in casa sua la faccia d'un forastiero. Egli fa la vita del romito; quella poca terra e que' scarsi livelli che fanno tutta la prebenda, gli bastano appena per non morir di fame. Perchè, il paese è povero, caro signore; e anche noi vecchi, quasi ogni anno, dobbiamo andarne a cercare un po' di sorte alla Bassa, e dopo aver tagliati i boschi de' nostri monti, girare laggiù facendo il manovale, o qualch'altro duro mestiero. Ma intanto, con la grazia di Dio, la si campa da povera gente.

— E voi credete dunque che il vostro signor curato avrebbe cuor di lasciarmi sulla via? Eh! per un uomo che insegna il vangelo sarebbe una bella carità!

— Non è questo; ma gli è che pur troppo nella nostra povera terra, benchè rintanata fra l'Alpi, i forestieri han finora condotto la mala fortuna. E il paroco anche lui, vede, ha dovuto imparare a non creder troppo alla gente, dopo la disgrazia del nostro vicecurato... Oh! ma quello sì era un uomo! che cosa dico? era un santo, la nostra provvidenza. Bisognava vederla quella testa che pareva inspirata veramente dal Signore! Così giovane e così sapiente! E il suo cuore, chi nol conobbe, chi non l'ha benedetto?... Egli spartiva con noi il suo pane, egli andava a comprare del suo le medicine per i poveri malati, e veniva a consolarci nella disgrazia, o a piangere con noi: tutti, dal primo all'ultimo, vecchi, uomini e figliuoli, noi abbiam imparato a ripetere il suo nome con una benedizione.... Oh! chi l'avesse veduto com'io che andavo in casa sua tutt'i giorni per que' pochi servigi che gli occorrevano!... Bisognava poi sentirlo, come lo sentivano tutti quei della vallata, che venivano a frotte quand'egli predicava e parlava delle cose del Signore, che dovevasi proprio dire ch'era la verità santa. Anche il signor curato, quantunque vecchio e superior suo, lo stimava come un dottore, lasciava facesse tutto lui; e quell'uomo del Signore era veramente il nostro padre, il nostro fratello.

Mentre il vecchio alpigiano così mi parlava, mi risovvenne il come non mi fossero ignoti quel paese e la sventura del vicecurato: la quale io aveva udito raccontare alcuni anni innanzi, e m'avea dato di potere scrivere nella pace della giovanile mia stanza un libro semplice ma vero; un libro che nel gran vortice della letteratura dovea sortire un destino ben più lieto di quanto (non per la consueta umiltà d'autore, ma per coscienza di sè) avesse sperato mai colui che lo scrisse. E mi cadde in mente che più d'uno trovò ravvolta di soverchio mistero la storia di quel prete, credendo così tutt'altro che vera una sciagura ch'io non aveva potuto raccontare in modo più chiaro.

In quel momento, trovandomi a pochi passi dal villaggio, in cui visse per alcun tempo il buon prete del quale parlavami il montanaro, pur non sognando, per certo ch'io l'avessi mai conosciuto, pensai che il caso m'offeriva forse un'occasione di saper qualche cosa di più che da prima non avessi potuto raccapezzare di quella storia buja, o se non altro di visitare i luoghi, dove quell'anima eletta così piena dell'amore degli uomini e del desiderio del bene aveva lasciato la migliore eredità che di noi possa restar sulla terra, una memoria incontaminata e benedetta. E tutto in questo pensiero, ringraziai la fortuna che m'avea messo per quell'alpestre contrada e fatto compagno di via del buon vecchio. Il quale continuava con le schiette e vive sue parole a ragionarmi delle virtù umili e grandi del vicecurato, e ripeteva a ogni poco che il Signore l'aveva rivoluto troppo presto con lui.

Il montanaro sapeva solo che negli ultimi dì del viver suo l'infelice prete aveva patite grandi e immeritate sciagure, sapeva ch'era morto lontano lontano di là, e che la sua famiglia era ita per il mondo alla misericordia di Dio. Io mi guardai bene dal rivelare all'onest'uomo il poco che m'era noto della tremenda verità; chè temevo quasi rapire all'anima sua semplice e buona quel culto segreto, quel religioso amore che serbava ad una vita caduta sì presto in man de' cattivi, e ch'era stata (per dir come il buon montanaro) la vita d'un martire.

Io camminava a fianco del vecchio, senza dirgli più nulla, e lasciando che a sua possa egli interrompesse l'alto silenzio della notte, parlandomi della sua montagna e delle città vedute, del suo paese, del magro ricolto, del maggior figliuolo morto da pochi mesi, e dell'altro partito l'anno innanzi coscritto militare, che più non sperava rivedere, vicino com'era ad andarne a star co' suoi vecchi. — I miei pensieri ritornavano a quegli anni in cui avevo anch'io conosciuto e amato il misero vicecurato, e s'eran fatti così dolorosi ch'io sentiva a quando a quando alcuna lacrima cadermi dagli occhi. E pure, erami dolce in quell'ora il pensare alla mia patria!... Il montanaro, accorgendosi ch'io più non dava mente alle sue parole, guardava la luna che allora appunto si levava limpida e bella, come un diadema d'argento, dietro gli altissimi gioghi dell'alpe; e canterellava ancora a mezza voce:

Cercai la mia montagna, Sognai la libertà!

Dopo un'ora buona di cammino (poichè su per la via de' monti, quando vi dicono una piccola mezz'ora s'intende un'ora grossa al manco) cominciammo a trovar le prime case del villaggio. Non si vedeva più neppure un lumicino, ch'era già spento ogni focolare; nulla che rompesse l'alta quiete notturna, se non il lontano romoreggiar del vento fra le cime de' pini e degli annosi castagni; talchè mi pareva d'attraversare un di que' paesi adombrati, morti, che talora ne fuggono dinanzi agli occhi ne' sogni. L'alpigiano mi condusse lungo la costiera per certe viottole che facevano giravolta a ogni cinque passi; e calando sempre, si fermò alla fine dinanzi un casolare isolato, dicendomi: — Questa è casa mia.

E battè forte all'uscio.

— Nessuno m'aspetta per certo, ripigliò poi: la mia vecchia e l'Assunta, la figliuola del mio povero Pietro, mi credono ancora laggiù alla fiera di Delebio; e il Sandro, quell'altro disutile che m'ha lasciato, sarà ancora sull'alpe con le poche bestie, finchè vi abbia pur qualche spanna di terra erbosa; le altre due grame vacche, poveraccie! le vendei sulla fiera: chè aspettiamo una trista invernata; e non potendo far vivere le bestie, bisogna pensare a campar noi.

Tornò a battere, e una voce rispose di dentro; poi s'udi uno strepitar di zoccoli accorrenti, e levarsi il travicello che sprangava l'uscio, e due donne in un gruppo comparir nel vano della porta: una d'esse teneva alzata dinanzi agli occhi una fumigante lampanetta che maggior lume non mandava d'una lucciola estiva.

— Oh Madonna santissima! disse la vecchia, siete voi?

— O caro il mio nonno! soggiunse la fanciulla che, vedendo uno straniero, ardiva appena far capolino dietro la spalla della vecchia. Che il Signore vi benedica! Ben lo diss'io che non poteva esser altri che voi.

Entrammo nel casolare. Il messere col quale, camminando di conserva, io aveva fatto più ampia conoscenza, e in cui veramente io vedeva uno di que' patriarchi di montagna che più non si trovano se non là dove si respira l'aria libera e pura, mi fece sedere sotto la capanna del suo camino, dinanzi un'allegra vampa di rami secchi che le due donne ebbero presto accesa sul largo focolare. Poi mi profferse di spartir con lui quella poca di cena che trasse fuor della sua bisaccia, un resto di pollanca fredda, e un bel pane bianco, messi in serbo la mattina: però che l'ospite mio, come poi seppi, era un di quelli che nel paese poteva dire la loro ragione, e possedeva terra e bestie, essendo da vent'anni e più il primo deputato della comune.

Piacquemi di trovare ancora fra queste buone creature un esempio dell'antica ospitalità a cui il mondo più non crede; e, rese grazie all'onesto vecchio della sua cordiale profferta, accettai di preferenza dalle mani della giovane montanina una colma scodella di fresco latte. L'Assunta era una fanciulla di sedici anni, una brunetta dalle pupille di foco e di forme spigliate e snelle: il breve guarnelletto turchino lasciava vedere un bel piede e una gamba fatta al tornio; il suo busto di lana rossa le serrava bene alla persona; e il bianco fazzoletto, che teneva aggruppato di sotto al mento, faceva spiccare di più i bruni contorni del suo viso e le due lunghe treccie di bei capegli neri che le scendevano sul seno. E pure non era bella l'Assunta; ma aveva nella sembianza quella dolcezza che annunzia la pace del cuore, e negli occhi vivaci quella gioia che accompagna i semplici pensieri: ma nel lindo suo vestire, nell'ingenua sua positura, seduta qual era sulla grossa radice d'un albero a canto del focolare e intenta all'avolo suo che andava narrando tutto quanto aveva detto e fatto da che s'era partito, l'Assunta mi parve in quel momento una poetica figura, e poco mancò che i miei pensieri pigliassero tutt'altro colore e che un diverso perchè mi facesse fermar dimora in quella lontana e povera vallata.

A poco a poco, senza metter ombra alla sincerità del vecchio lo ricondussi sulla via di parlarmi del vicecurato; e gli dissi che, per me, ero contento di dormir quella notte, per qualche ora, in un angolo della sua cucina, facendomi letto d'un bel mucchio di secche foglie colà raccolte; io pensava che miglior giaciglio non avrei forse trovato a venti miglia all'ingiro, e che così solevano dormire al tempo antico paladini e trovatori.

— Or fa sett'anni, mi narrava il messere, noi avevamo ancora il nostro vicecurato. Egli ne conosceva tutti dal primo all'ultimo, veniva a sedere presso i nostri fuochi, nelle nostre povere stalle; nè mai s'intese parlar meno di disgrazie nel paese che in quel tempo. Già vel dissi, egli era il braccio destro del signor curato, e ogni cosa egli facesse, era per lo meglio. Aveva un'anima santa, e quanti de' nostri può dirsi, tornassero a vita per quella speranza ch'egli solo sapeva dare, per quell'amore con che faceva carità a tutti di quel poco che possedeva. Egli ci diceva sempre: — Sono povero anch'io al par di voi altri, sapete! Ma il Maestro in nome del quale io vi parlo volle essere quaggiù l'ultimo degli uomini; ed io v'amo tutti come miei fratelli... La povertà è la terra di promissione.

Queste poche parole, ricordate nell'umile dimora con un sacro rispetto dal montanaro, mi ridipingevano alla mente l'austera e pallida figura di quell'uomo che aveva sostenuto quaggiù, per quanto era in lui, il còmpito della verità e del sacrificio. Chiesi allora al buon vecchio perchè e come mai l'avessero perduto quel loro padre e amico: ed egli, dopo aver sospirato, guardommi con non so qual turbamento. Poi, con voce commossa continuò: