Angiola Maria: Storia domestica

Part 21

Chapter 213,874 wordsPublic domain

— Ella è mia figlia! replicò l'animoso vecchio, e la sua nuda fronte si corrugava, ardevano gli occhi, e tutte le sue membra per lo sdegno tremavano. I due giovani si trassero indietro, colti da un cotale istinto di vergogna che non sapevano spiegare a sè stessi; e sui loro volti foschi e fortemente scolpiti lo svergognato ardimento aveva ceduto il luogo a un insolito senso di compassione, che li faceva stupidi e muti.

Alla fine: — Andiamo, Anselmo! disse uno, questo non è pane per i nostri denti; e voi, galantuomo, perchè non l'avete detto alla prima, ch'ell'era vostra figlia?... Non avete a far con dei birboni; e vi sareste risparmiato a voi l'incomodo d'alzare il bastone, e a noi il rischio di rompervi le corna.

Ciò detto voltaron le spalle; e, pigliatosi a braccio un l'altro, se n'andarono zufolando di concerto, per correr dietro a' loro muli che avevano perduto di vista.

— Sia ringraziato il Signore! disse il mendicante, dopo che si furono allontanati, che m'abbia mandato l'inspirazione di continuar la strada: io son vecchio, gli è vero, ma mi ricordo d'altri anni e d'altri tempi... e, per dio! vi giuro, che a costo di questi quattro dì che mi restano di vita, quegl'infami non avrebbero ardito non solo di torcervi un capello, ma nemmeno di dirvi una parola di più... Or via! andiamo, io mi sento bene; la mia forza antica mi è tornata in corpo, e voglio venir con voi fino laggiù alla città.

La fanciulla lo guardava con una soave tenerezza, dalla quale traspariva tutta la gratitudine d'un'anima pura, che non sa trovar parole per esprimere quello che prova.

— Creatura del cielo! continuava il mendicante, voi avete stesa la mano al povero vecchio, voi avete spartito con lui forse l'ultimo vostro pane! Poco fa, quando là sul ponticello, vi siete fermata dinanzi a me e con atto di compassione m'avete guardato, io ho veduto spuntare una lagrima sugli occhi vostri; era tanto tempo che non incontravo una faccia pietosa!... Adesso, io sono infelice; ma anch'io sono stato un uomo e ho vissuto giorni ben diversi... oh! ma allora, in vece di questo giubbone, io portava la divisa gloriosa del soldato, io aveva veduto più di trenta battaglie, io odorava con gioia il fumo del cannone; e queste mani, che adesso vedete tremare, hanno piantato una delle bandiere di Napoleone, là sui tetti delle case di Smolensko, in mezzo ai ghiacci della Russia!... ma, ora tutto è finito da tanto tempo; e nessuno sa più nè manco ch'io mi sia... Voi sola m'avete consolato con un'occhiata d'amore; siate dunque benedetta!

Maria s'era appoggiata al braccio del vecchio; e alternando parole di conforto al racconto delle loro vicende così diverse, ma dolorose del paro, continuarono a camminare in compagnia, fino a che giunsero presso alla città. Qui si fermarono e si separarono: Maria, con un senso di riverenza e d'affetto strinse la mano della sua guida, quella mano arsa e callosa che poco prima s'era levata in sua difesa, e a malincuore si congedò dal vecchio mendicante, che più non doveva rivedere.

Battevano le quattr'ore di sera sulla torre d'una chiesa del sobborgo di Sant'Agostino, quando la giovinetta, sola un'altra volta e sostenuta dal suo cuore, l'unico fedele che rimanga agli infelici, prendeva la via della montagna, sperando pure di potere almeno arrivare presso al suo paese, prima che la notte fosse venuta. Pensava che le sarebbe stato impossibile il trovare in quell'ora una barca che ve la tragitasse, tanto più che non l'era nemmeno avanzato di che pagarne il nolo; e poi, il timore d'esser conosciuta, e la ripugnanza che sentiva a mettersi di nuovo in mezzo alla gente per le vie oscure ed anguste della città, le accrescevano la sicurezza di poter giungere egualmente da parte di terra al termine del suo viaggio: era quella la strada del suo terreno nativo, e l'aveva trascorsa più già d'una volta fin da fanciulla, in compagnia del padre suo.

L'alpestre cammino era disagiato e rotto, ma i passi della fanciulla eran rapidi e sicuri; un segreto coraggio la sosteneva, dicendole che dopo un'ora di via ella sarebbe finalmente giunta al luogo della sua pace, a quel ricovero così sospirato e pianto, dove oramai aveva poste le sue poche speranze, tutta la sua vita. La poveretta si pasceva, camminando, di queste pure idee consolatrici: e mentre continuava la sua via su per la difficile erta, pareva che la ricordanza de' suoi mali recenti andasse dietro a lei fuggendo, svanendo a poco a poco, come l'angustia di un pericolo già passato. Domandava a sè medesima, se la vecchia Marta fosse ancor viva, se l'aspettasse ancora, se l'avrebbe stretta nelle sue braccia, se le avrebbe perdonato e tenuto luogo di madre. In mezzo a queste immagini, la cui amarezza era temperata dalla fiducia, Maria non s'accorgeva dell'asprezza della strada, e le sue gracili membra portavano con alacrità l'insolita fatica.

Di poche e rade tracce umane eran tocche le nevi di quelle dirupate rive; il fianco della montagna, tagliato a mezzo della via che conduce da uno all'altro di que' sette miserabili e oscuri villaggi, i quali si chiamano con superbo nome le sette città di Blevio, presentava in tutta la sua nudità lo squallore dell'inverno, che aveva fatto quasi impraticabile i sentieri e le coste. Macigni rovinati di recente, e ricoperti tutti dallo stesso manto di neve; alberi conquassati dagli eterni rovai, e minaccianti di rovesciar su la strada, co' rami più annosi squarciati, che crepitavano al più leggiero soffiare del vento; e gore d'acqua putrida, ghiacciata, dov'era rotta o fessa la terra; e giù giù, per il dosso della montagna, boscaglie nude, stecchite e rigagnoli di nevi squagliate: vecchi torrenti che trascinavansi dietro ceppaie sbarbicate e lembi di terreno lacerati dall'impeto del gorgo, poi con fracasso si dividevano, si moltiplicavano saltando per le rapide balze e rovinando per entro le scoscenditure e le frane con uno scrosciare dirotto, il solo strepito che sturbasse la sepolta natura; e al basso, in fondo, spiccando col suo cupo colore, sotto il cielo torbido e bruno e sotto ai monti tutti bianchi, la verde e muta acqua del lago.

Intanto era sopraggiunta la notte; e, dopo molti pericoli e molto terrore, Maria aveva attraversato l'ultimo di que' sette villaggi. Passando, non aveva veduto che il riflesso di qualche tardo lume, dietro il pertugio ingraticolato d'una casipola; non aveva incontrato che due o tre montanari, i quali, senza badare a lei, s'erano perduti per le tenebrose callaie del paese. Cominciava a spirar di nuovo la tramontana e a fioccar più larga e più folta la neve, sbattuta dal vento, che fischiava rompendosi contro ai dirupi e sollevava ne' suoi vortici quella già caduta.

Più d'una volta la fanciulla, la quale infiacchita, affranta dal crudele viaggio, oramai reggevasi a stento, sentì mancarsi sotto i piedi il terreno, e alzò uno strido di spavento, uno strido che quella stessa orrida solitudine lasciava senza risposta; più d'una volta con disperato sforzo si mise a correre a tutta lena su la perigliosa via, a fianco de' precipizii, sul margine degli sdrucciolevoli massi, come per salvarsi dal turbine che pareva inseguirla; e poi affannosa, anelante e credendo veramente di morire, s'avvinghiava con le deboli braccia al tronco d'un albero, alle punte d'uno scoglio. E il vento quasi si facesse giuoco della misera creatura, come d'una gracile canna, or la incalzava e or la respingeva infuriando; nella foga del correre contro l'impeto dell'uragano, essa aveva perduto la mantellina che la copriva: e, a ogni buffa del vento, le sue trecce sciolte le sferzavano sul candido collo e sul viso livido e agghiacciato. Poi tornava a camminare, e sollevando di sopra il capo le mani strettamente intrecciate, sembrava tra l'orror dello spavento e il gemere della preghiera domandasse al cielo la morte come una grazia; stanca la vista le si appannava, le si confondevano nella mente gli stessi pensieri di terrore, e già più non sapeva dove ella fosse.

Alla fine, il sentiero cominciava a calar al basso; e in mezzo al fosco della notte e allo smorto biancheggiar delle nevi, parve a Maria di vedere un filare d'alberi, un muro, una casa...

A tentone seguitava la guida di quel muro, e trovavasi in faccia d'un cancello chiuso fra due cadenti pilastri. Appoggiò la fronte alle fredde aste del cancello... e riconobbe ch'era il campo santo del suo paese; e credè perfino discernere il mucchio di terra dov'era sepolto suo padre e la croce coperta di neve che lo proteggeva.

Allora si mise devotamente inginocchioni su l'entrata del sacro terreno; e da quella scena di morte richiamata d'improvviso ai pensieri della vita, pregò, pregò a lungo... Ma il disagio patito, la dolorosa via, l'angoscia e il rimorso, tutto le piombò in quel punto su l'anima, la quale forse più non era attaccata che per un filo all'esistenza. Ella abbrividiva, si sentiva sfinire, ardeva, gelava nel momento stesso... Non ebbe più forza di tenersi al cancello che aveva abbracciato, e lasciandosi cader giù lentamente su l'agghiacciato terreno, giacque come morta.

Un'ora di poi lo scalpitar d'un cavallo turbava il silenzio mortale di quella desolata riva. La notte era già alta, l'uragano cessato; e solo testimonio di vita era il fremito indistinto del lago, che si rompeva alla sponda col monotono spumeggiar del fiotto.

Il giovin cavaliero, ravvolto nel suo corto mantello, pareva disprezzare tutto il rigore della stagione, e consolarsi quasi nel respirar l'aria asprissima della montagna. Egli aveva abbandonato le redini sul collo del suo cavallo, che con passo lento e stanco discendeva per la china.

Allorchè giunse presso al campo santo, il suo sguardo cadde a caso sopra qualche cosa d'opaco che spiccava sul bianco terreno. Raccolte le briglie, volse il cavallo da quella banda, e curvandosi sulla sella vide al debole chiaror della neve onde appariva coperta ogni cosa all'intorno, una misera creatura la quale pareva svenuta o estinta; e pensò ch'era forse colà venuta dal paese a pregare per i suoi morti, e che la crudezza del freddo o l'imperversar dell'uragano l'avevano ridotta a quegli estremi.

Il cuore gli tremava forte; fermò il cavallo, scese di sella; e poi chinatosi sul terreno presso quella salma assiderata, riconobbe ch'era una povera giovinetta; e sorreggendola sulle sue braccia la sollevò alquanto e la sostenne, inginocchiato com'era, sì che la testa grave e cadente dell'estinta si rovesciò su la sua spalla. Allora egli avvicinò il suo volto alla bocca della infelice, per conoscere se un alito leggero di vita scaldasse ancora le sue membra immobili, fissò gli occhi sovr'essa; ma al primo guardare, nulla vide, nulla distinse, quasi che l'anima sua non avesse più senso... Tornò a fissar quella fronte, que' labbri, que' cigli, ogni fattezza... e un brivido gli corse per tutte le vene, e si sentì passar attraverso al cuore come la fredda lama d'un pugnale... Arnoldo l'aveva riconosciuta.

XII.

SAGRIFICIO.

Chi non vide la bottega del signor Samuele, il nostro speziale, in quella notte, non penserà forse ch'io possa,

«Credendo e non credendo, dicer vero.»

Fu un agitarsi, un andar e venire, una faccenda, un tramestío, che a memoria d'uomo non s'era mai veduto il simile in quelle quattro mura; i novellieri del paese n'ebbero a cianciar per lungo tempo, e a farne le più belle e strane conghietture del mondo.

Nel mezzo della stanza, sopra il seggiolone ch'era là, solito trono d'ogni sera del signor curato, giaceva coricata e sostenuta da alcuni guanciali, la povera giovinetta, la quale non dava più nessun segno di vita. Erane il viso bianco e smunto, e solo al contorno degli occhi infossati e delle labbra sottili appariva dipinto d'un rossor livido, cupo e morente nel pallidissimo colore della fronte e delle gote; ma gli occhi eran chiusi, le braccia al lungo del fianco distese, irrigidite; e tutta la bella persona immota, raggruppata, per così dire, in sè medesima e co' ruvidi panni raccolti d'intorno, che s'informavano dalle dilicate membra, era stesa nella grave, abbandonata positura d'un cadavere.

Presso a lei, curvo sopra uno de' bracciuoli della seggiola, stava il giovine inglese, muto e smorto esso pure, quasi come la svenuta; e le sue pupille senza moto non si staccavano mai dalla faccia di Maria; la quale posava con la testa arrovesciata all'indietro, come se l'anima di lei avesse già abbandonata quella sua verginale dimora. Nè altra cosa rivelava la vita in quella strana immobilità del giovine, fuorchè il leggero mover delle labbra, quasi che pronunziassero parole senza suono, e tremassero commosse dall'incerto e sublime sorriso che fu dato solamente al dolore, quando ancora non abbia perduta tutta la speranza.

Con le faccie lunghe, curiose, guardandosi di sottecchi a ogni momento, uno in atto d'interrogare come la sarebbe ita, e l'altro di rispondere che non lo sapeva, se ne stavano il signor curato e il deputato politico, dietro il seggiolone, presso d'un tavolino; sul quale vedevasi lo scacchiere abbandonato, con le pedine sparsevi sopra: e da certe occhiate, che i due lasciavan cadere su quello a ora a ora, s'indovinava in essi il rammarico della partita intralasciata. In mezzo a loro allungava il collo, come il solitario cappone dalla stia, l'agente comunale, quotidiano testimonio e giudice delle sette disfide de' due campioni a dama.

Colui che dall'altra parte gesticolava con gran foga nel parlar sottovoce al dottore, era quel vecchio galantuomo del signor Gaspero; egli, ragionando, spiegazzava la gazzetta che ancor teneva fra le mani, l'ultima capitata al paese in quel dì stesso. E qui, torna bene che conosciate la prudenza del curato; il quale, dopo il brusco esempio di quel disgraziato don Carlo, aveva smesso non poco del suo ardore politico; e, ceduto il diritto della lettura al signor Gaspero, si era rassegnato alla parte d'ascoltatore, accontentandosi durante la sessione parlamentaria in casa dello speziale, di scrollare il capo, fregarsi le mani, o d'andar traendo lunghi sospironi, o di sogghignar fra sè e sè; il qual diplomatico suo vezzo faceva allora il termometro infallibile della politica del paese.

Intanto lo speziale e il dottore s'affaccendavano a gara intorno alla tramortita fanciulla, con una sollecitudine e un'umanità degne veramente del secol nostro; e mettevano alle prove la dottrina e l'arte per richiamarla alla vita, e per conoscere se mai un palpito ancora poteva essere suscitato in quel cuore che più non batteva. Lo speziale, rimboccato un lembo del suo grembiule di tela roana scura, e inforcato il naso con gli occhiali, davasi attorno con una premura, un affanno da non dire, e rimestava le cassette, gli armadii e le scansìe, le quali dalle spalancate vetriere presentavano la tremenda falange de' vasi e delle boccie di polveri e manteche, d'olii e di sali, di succhi e quintessenze, da disgradarne Avicenna e Hanhemann. Il dottore aveva già invano sperimentato di stropicciar le tempie, la fronte e i polsi della giovinetta con essenze spiritose, e metteva giù con dispetto le inutili ampolle; invano le aveva posto sopra il seno de' pannilini riscaldati, e di grosse coperte le aveva ravvolte le insensibili membra. Tutti volevano dir e fare; proponevano, discutevano, parlavano tutti in una volta; era un trambusto, un frastornío, che avrebbe potuto risvegliare i sette dormienti della leggenda. — E quella gran gara era l'effetto di due sole parole, pronunziate dal nostro giovine eroe allorchè, entrato nella bottega, con infinito stupore e maraviglia di tutti, recandosi su le braccia la svenuta fanciulla, depose sul seggiolone il caro suo peso, e disse: — Tutto quanto io posseggo a chi salva questa giovine!

Ma poichè il mio racconto, con vostra buona pazienza, cammina a rilento, non v'incresca di volgere indietro un'altra occhiata.

Era passato più d'un mese dal dì che Arnoldo abbandonava Milano, per venire in traccia della perduta Maria. Se vi ricorda, quando seppe ch'essa non era più nella bottega della crestaia, nè potè averne in altra maniera notizia alcuna, si mise in mente che la si fosse ricoverata al suo paese, presso alcun parente; e partì con questa certezza. Venuto fino a ****, prese a pigione una parte dell'antico palazzotto, ove suo padre aveva prima dimorato; ma quant'egli fece per trovar qualche traccia della giovine orfana, fu tutto vano. Queste ricerche replicate e sempre perdute gli facevano scorrere nell'affanno e nel dubbio i tristi giorni dell'inverno; e un mese così passò.

C'erano pure alcuni dì, ne' quali sentiva ancora di vivere: eran quelli, in cui salito in sella d'un giovine cavallo, che da un pacifico Comasco aveva in quel torno comperato, s'arrischiava su per le rotte strade delle montagne, sfidando l'aspreggiare della stagione, e la traversìa de' venti. Quelle corse selvagge lungo i margini dell'acque e sopra i fianchi de' dirupi, gli ricordavano la sua patria, il suo cielo, le nebbie del mare, il castello del buon zio, la combattuta sua giovinezza; tutta la prima, la vera poesia dell'anima vergine e ardente. Poi succedevano de' giorni, ne' quali gli tornava incresciosa la vita, e gli pareva che al suo soffrire non restasse altro conforto che un novello soffrire. Allora se ne stava, le ore intere, appoggiato alla finestra della sua stanza, guardando il lago, e si sprofondava nella meditazione e nel passato: un volume, suo fedele amico, un bello Shakspeare, ch'era un ricordo del cugino Randale, del compagno de' suoi prim'anni, gli stava aperto dinanzi; e gli uomini disegnati da quel gran pittore dell'anima e della vita pigliavano agli occhi suoi figura e movimento. Vedeva sè stesso nello sfortunato Edgardo, il figliuolo di Glocester; piangeva al sublime delirio, alle cocenti lagrime di Lear, fremeva a' soliloquii di Macbeth, e pensava a suo padre; per lui, la tenera Cordelia, l'innamorata Desdémona, la dolente Caterina, eran sempre Maria. Altre volte, e il più sovente, camminava di buon mattino fino alla casetta d'Andrea, che la vecchia Marta abitava ancora, quanto solitaria e grama, lo pensate! E' vi restava per tutta la giornata, seduto in un canto del focolare, poco lontano dalla vecchierella; la quale non faceva che parlargli di _quella cara tosa_. Era la meschina dimora unico avanzo del bene della fanciulla; e senza il buon signor Gaspero, che aveva salvato per miracolo dagli artigli dell'esattore comunale la casa e la vigna, tutto sarebbe stato perduto. Egli poi lo fece perchè, a dirvela in confidenza, sentiva ancora il batticore per la giovinetta, che si ricordava d'aver le tante volte fatto ballonzare piccina su le sue ginocchia.

Arnoldo dunque contemplava, con l'anima tremante e con lo sguardo fisso, atterrito, immobile, la faccia della fanciulla; e stava spiando, se in mezzo a' tormenti, con che il dottore e lo speziale straziavano quella bianca e dilicata creatura, il cuore e le labbra di lei si riaprissero al gemito dell'esistenza. Con ambe le mani e' le strinse la destra agghiacciata, e avvicinandola alle sue labbra, con quell'affetto che solo può essere consacrato dalla terribile idea della morte, v'impresse un lungo ardente bacio d'amore, delirando quasi che con quel bacio gli fosse dato restituirle la vita; come Romeo, quando venne alla tomba di Giulietta.

La baciò di nuovo, la contemplò... soprastette... E poi, balzando d'improvviso, con un accento soffocato dall'impeto della gioja, proruppe: — Ella vive ancora!...

Non era una vana illusione; quella fredda mano aveva risposto al premer delle sue con un bàttito leggero, fuggitivo. Era il tornar della vita; egli allora, tutto tremante di speranza e di terrore, le posò la destra sopra il seno, e quel leggier risalto si ripetè: era il cuore che ripigliava il suo palpitare.

Nè molto andò ch'essa riaperse e lasciò errar debilmente all'intorno gli occhi estatici e muti; e fece come un grande sforzo per sollevare la testa; poi gli occhi si richiusero, e la testa ricadde. Arnoldo sentì di nuovo la crudele stretta dell'angoscia, e il suo volto si ricoperse di mortale pallidezza. Allora afferrò per un braccio lo scompigliato dottore che gli era vicino, e fortemente scuotendolo, — Mi rispondete voi della sua vita? domandava con alto spavento. Ed esso, sotto la tortura di quelle valide stratte, balbettava: — Rispondo, rispondo io... Non tema; mi lasci, mi lasci andare!...

— Ma questo letargo mi spaventa! replicava il giovine, dando un altro e più fiero squasso al braccio del povero dottore.

— Non tema, questi rispondeva, è un semplice sopore, è una cosa naturale... Io me l'aspettavo... bisogna che sia così!

Ma lo speziale, veduta quella potente dimostrazione, rinunziava all'intrapresa cura, alla speranza del grosso regalo; e cautamente, come un buon capitano che prevede a tempo il pericolo, ritiravasi dietro la trincea del suo banco.

Intanto bisognava pensare a collocar la malata in qualche altra parte, dove potesse riposare, meglio che non in quel duro seggiolone del curato; bisognava trovare una camera, un letto: lo speziale era nel cimento d'offrir il suo per quella notte, e Arnoldo già aveva risoluto di farla trasportar nella villa; quando il signor Gaspero venne fuori col miglior consiglio: e fu, che mandassero a chiamar la Marta, e portassero la fanciulla nella sua propria casa, che non era lontana; e così almeno la poveretta, al suo risvegliarsi, sarebbesi trovata sotto un tetto conosciuto, tra le braccia d'una persona amica.

Mandarono dunque per la Marta; e come la buona donna si rimanesse consolata insieme e sbigottita, tra la contentezza di riveder la sua Maria, e il dolore di ritrovarla in quello stato, può credersi appena. Ma Arnoldo e il dottore pressavano, sicchè ben presto ebbero trasportata la giovinetta, tutta ravviluppata nelle coltri, a casa sua; dove giunti, la posero in quella camera, ch'essa un tempo occupava, nel suo letticciolo, ch'era ancor rifatto.

Essa era tuttavia immersa in un sopore profondo. Arnoldo, che l'aveva sostenuta tra le sue braccia, con quella cura attenta e gelosa della quale solo l'amore è capace, si trattenne per lunga pezza appiè del letto; e, seduto sur uno sgabello, col capo chino su le ginocchia, s'abbandonò a lunghi e dolorosi pensieri. Poi, avendo il medico raccomandato gran silenzio e quiete, acconsentì a ritirarsi nel piccolo andito vicino, e si riposò sopra una seggiola, presso la porta socchiusa della cameretta: donde gli giungeva all'orecchio l'affannoso e grave respirar di Maria, la quale, riavuta alfine dal suo lungo svenimento, era caduta in un sonno profondo. Marta stette a vegghia tutta la notte presso il capezzale della fanciulla.

La mattina seguente, sul primo albeggiare — erasi il cielo durante la notte sgomberato dalle nuvole, e risplendeva uno di que' dolci soli d'inverno, che consolano il cuore degli uomini e la malinconia della natura, uno di que' soli che, dopo l'imperversare del cattivo tempo, non sono radi in quel beato angolo della terra. — Maria si riscosse dal profondo suo sonno, e sollevandosi lentamente su la persona, alzò gli occhi, e vide il primo raggio di quel sole, smorto ma pur limpido, che penetrava per la finestra, e cadeva sopra il suo letto. Guardò trasognata all'intorno, e ravvisò la figura amorevole e serena della Marta; la quale, seduta da un canto, stava a mirarla tra confortata e pietosa, senza poter dire sola una parola. Riebbe allora la conoscenza, tornò a volger gli occhi per ogni parte, chè ancora non sapeva dove fosse. Era pur quella la sua cameretta, un tempo sì cara, il soggiorno d'un'età più felice; era il raggio del suo sole che la salutava, era quella la casa di suo padre e di sua madre. E già non si ricordava più d'aver pianto e patito... Ell'era ancora là, eran tornati i giorni della sua fanciullezza.... tutto era stato un sogno, un lungo e terribile sogno!