Angiola Maria: Storia domestica

Part 19

Chapter 193,915 wordsPublic domain

Fino a quel dì, sull'anima candida di Maria non era caduta pur l'ombra d'un pensiero di tema: ella viveva sicura, e senza alcun sospetto che il suo padrone tenesse gli occhi sopra di lei. Era innocente, nè il suo cuore poteva concepire quanto d'abbietto e d'infame vi fosse nelle semplici e rotte frasi che il vecchio le indirizzava in quella sera. Abbandonata nella disgrazia, benchè avesse patito molto, essa ignorava ancora che sciagure più atroci e prove più dolorose sovrastano alla povera innocenza; ignorava che l'uomo sembra quasi compiacersi di gettar la contaminazione dov'è la miseria, come se questa possa esser la scusa della colpa.

Ma in quella sera, le si svegliò nell'anima un turbamento, un timor muto, del quale non sapeva spiegar la cagione. Quando si ritirò, sentiva un'inquietudine ne' pensieri, un raccapriccio in tutte le fibre, come il senso arcano d'una nuova sciagura; e ad ogni momento tremava di trovarsi tutta sola. Le risonavano ancora all'orecchio le parole che il vecchio le aveva dette, e ch'essa non intendeva; ancora le pareva di vedere il suo volto contraffatto dal ghignar di quella sua strana giovialità, i suoi guardi di fuoco, e gli atti schifi, e il maligno saluto. Quelle parole, quell'aspetto le somigliavano un terribile scherno, e le mettevano in cuore un gelo, un ribrezzo che non aveva provato mai.

Volgeva intorno gli occhi sbigottiti, e il viso sparso di freddo sudore; trattenendo il respiro, tendeva l'orecchio al più leggero strepito che si movesse nell'altre stanze. E, nel terrore dell'abbandono, domandava al cielo la grazia d'essere liberata da quell'affanno, che le pareva effetto d'una visione spaventosa.

A poco a poco tornata in pace, s'avvicinò al suo letto, e slacciando il fazzoletto che le copriva la testa, si sgruppò la bella treccia bruna, che le si diffuse tutta sulle spalle e sul seno...

In quel momento, le percosse d'improvviso l'orecchio un quieto strisciar di pianelle, come il passo d'alcuno che s'accostasse al suo uscio. Sollevò al cielo il volto supplichevole; e poi, serrando le braccia strettamente al seno, si raccolse come in sè stessa, e stette senza movimento e quasi senza vita. Così una giovinetta indiana, la quale, fuggita dalla sferza del sole, riposavasi all'ombra del fedele sicomòro, si risveglia con subitano balzo da' suoi sogni dorati, e rimane muta, fredda, tremante, sotto la malía degli accesi occhi del serpente, che vede trascinarsi col lubrico ventre su per la zolla di muschio, ov'essa poco dianzi dormiva.

Poi, quel cauto stropiccìo di passi le parve allontanarsi, e poco di poi cessar del tutto. Essa palpitava ancora, ma lo sgomento che l'aveva compresa divenne meno; diede un gran sospiro, e le si allargò il cuore. Pure, quando fece per ispogliarsi del suo modesto vestito, un segreto istinto di pudore, che le nacque nell'animo in quel momento come il gemito dell'innocenza, le persuase di coricarsi vestita com'era, senza quasi ch'ella osasse domandarne a sè medesima il perchè.

Si gettò dunque sul letto, ma per tutta la lunga notte non potè chiuder gli occhi al sonno, nè trovar un istante di quiete. A ogni poco, il più lontano suono la riscoteva; e balzando a sedere su la coltre, ascoltava, tremava. E que' risalti e quelle paure erano per nulla: una volta era lo stillare d'alcuni ghiacciuoli che staccatisi dalla grondaia battevano su la balconata; poi, era un gatto che saltando dall'abbaìno attraversava su pel lungo ballatoio della casa; poi, qualche povero diavolo, un di coloro che non han luogo nè fuoco, il quale cacciato fuor della porta del vicino tavernaio, se n'andava in ronda gagnolando qualche rozza canzone, e faceva scricchiolare sotto i suoi passi la neve gelata, camminando a sghembo, come si dipinge la saetta.

Oh come la fanciulla benedisse il ritorno della mattina! Ma gli ultimi giorni del dicembre, sotto l'umida coperta delle nebbie, nascono sì tardi su le tetre vie della città, e stillano i brividi della tristezza nel cuore. Nondimeno ella spalancò il balcone, e tutta consolata bevendo quell'aria cruda ma aperta, credette di tornare alla vita. Quando fu per uscire della sua camera, un dubbio inquieto le arrestava ancora il passo, perchè sopra ogni cosa temeva d'incontrarsi sola col vecchio padrone. In casa nessuno erasi levato, fuori di quel poveraccio del Michele: e Maria lo pregò con tal modo le desse una mano a rassettar le camere, che il buon uomo non sel fece dire due volte, e in manco di mezz'ora rimuginò e ripose tutte le masserizie, che si sarebbe potuto specchiarvisi.

Poi, per tutto il dì, Maria non si tolse mai dal fianco della sua padrona, schivando sempre, con uno o con un altro pretesto, d'abbandonar la camera ove stava con essa e con la figliuola. Ma il signor Cipriano era uscito di buon'ora, nè tornò fino al desinare; durante il quale, rimase sopra pensiero, non disse mai parola, non guardò a nessuno, e tenne un broncio duro che gli s'acconciava a meraviglia. Maria non poteva crederlo, ma pur non desiderava di più: la sorella e la nipote di lui non ci vedevan dentro chiaro.

Il dì dopo fu lo stesso, così che la fanciulla cominciò a rassicurarsi, a pensare che il suo timore fosse il giuoco d'un sogno cattivo; ella si persuase perfino, che il sospetto che l'aveva presa, fosse un reo pensiero dell'anima sua, una colpa di più... Povera innocente!

Intanto il dì del Natale era passato, e nella casa del vecchio avaro tutto camminava col solito andare. La mattina breve, ma pur tediosa, era appena ingannata dalle poche faccende della famiglia, e da qualche rara visita d'una comare del vicinato o d'alcuna delle amiche della padrona. La sera poi, al consueto, le tre donne sedevano presso la tavola; e il signor Cipriano se ne stava nel salotto, rincantucciato al focolare, in compagnia del suo fiasco di vin vecchio, e studiava sul fido libricciolo degli interessi il conto della fin dell'anno, quel conto fatale ai poveri debitori; e al saldar di ciascheduna partita, vôtava d'un fiato il colmo bicchiero, e lanciava un'occhiata lunga e maligna alla giovinetta pensosa; una somma, un buon bicchiero, e un'occhiata di traverso, e via con questo giuoco. A mezza sera le donne si ritiravano, e il padrone rimaneva ancora per un buon pezzo a succiare del suo boccale; e allargando le gambe a cavalcioni del fuoco, rintascato il libro nero, lasciava le briglie a' suoi pensieri, si deliziava ne' più bei castelli in aria che abbian mai ballonzato nel cervello d'un vecchio.

Una sera fra le altre — egli era solo, e bisogna che qualche strano ghiribizzo gli stuzzicasse la fantasia, perchè grattavasi le orecchie, e di tanto in tanto, sfregandosi le mani o facendosi scricchiolare le dita, borbottava strane e rotte parole, lasciava sfuggire certe mute risa, da disgradarne il don Bartolo della commedia; al quale somigliava, imbacuccato com'era in una grossa berretta di cotone e nell'emerita vestaccia da camera che aveva tutti i colori dell'iride.

— Tant'è! bisogna venirne a capo, o non sono io!... È oramai tempo! non posso proprio star più nella pelle — così borbottava il maligno vecchiardo. — Ho un fuoco qui dentro che mi brucia!... Mi par quasi di non aver più testa, e tutto mi balla in giro. Ecco! di tante belle cose ch'io aveva pensate da dirle, non ne so più un'acca. E sì, che quando mi ci metto, so parlare in punta di forchetta!... Maledette le parole! Basta, sarà quel ch'ha da essere. Quando la vedo, mi sento rimescolar tutto... Ma ella? se bastasse il promettere, manco male, le prometterei Roma e Toma... E qui pensava.

— A ogni buon conto, se la tristarella ha il cattivo uso di serrarsi in camera la notte, questa controchiave farà il fatto mio... Una volta ch'io ci sia, il resto vien di per sè. Vorrei vederla, che quel musetto avesse ad arricciare il naso alla vista di questo bel rotolo di ruspi nuovi!... E si toglieva di tasca un cartoccio, e lo contemplava con occhi di ramarro.

— Veramente, penso che dodici son troppi, e mi piange il cuore... perchè, se la fosse come tant'altre con qualche cencio e un par d'orecchini... e saltar tant'alto!... Eh! una volta, che tempi! Gli è vero che allora io era più fresco, e che quell'altre non tenevano soltanto a' miei soldi... E si ringalluzziva, poi guardandosi nell'antico specchiaccio ch'era sopra il camino, scoteva il capo e rannuvolavasi in volto. — Ma questa piagnolona non so come pigliarla. Se non fosse che le voglio un bene matto!... Eh via! chè il mio grimaldello apre qualunque uscio... E riponeva il rotoletto.

— E poi? vada _todos_! la sarà l'ultima questa, non ci casco più da vero, mi costa troppo caro: tant'e tanto, di questi dodici bei zecchinetti, mi ricatterò su quel piccolo prestito d'ieri... Ma basta, basta, non voglio arrischiar troppo, chè potrei far qualche marrone, e perder la testa. Dunque, zitto, zitto! Parmi che a quest'ora tutti debbano dormire... E levavasi, e camminando su le punte de' piedi andava a uno, poi all'altr'uscio della stanza, appostandosi alla toppa a origliare. — Oh non è niente!... mi pareva... è un'immaginazione! E poi, sono in casa mia e, alla peggio, tengo il coltello per il manico, io! Dirò che risvegliato dal rumore, m'è parso che alcuno entrasse in casa, che da buon padrone non voglio scandali, e... gliela farò pagar salata, la caccerò di casa mia... Ah! ah! sono un uomo io? Or che ci penso, potrei anche smagrire il rotolo, tirarne fuori uno o due di questi ruspi; un di più, un di manco, è lo stesso per lei; già non la starà a contarli. — E pigliato il piccolo cartoccio, ne traeva fuori uno zecchino, e se lo riponeva nel taschino del panciotto. Poi passeggiava per la stanza lentamente, con passi studiati, accorti, poi tornava a origliare. E solo, a ora a ora, susurrava: — Ah! mia speranzina, mio tesoro! che m'hai stregato, che m'hai rubato il cuore, che m'hai fatto diventar giovine di vent'anni!...

E il vecchio rimbarbogito s'avviò verso l'uscio del salotto. Ma n'andava di male gambe, chè tra il molto vino bevuto e una cotal segreta paura, adombravasi, sostava a ogni passo, quasi che alcuno lo spiasse; e si guardava le calcagna, come il lupo che sente le peste del villano.

Nel mentre che il reo babbaccio così andava mulinando l'infame suo tentativo, Michele, il dabben servitore, insospettito del perchè il padrone, a quell'ora così tarda, non si fosse coricato, si cacciava all'oscuro per il corridoio che conduceva alla camera di Maria; poi, cautamente avvicinatosi all'uscio ch'era chiuso, batteva un tocco leggero, dicendo sotto voce: — Maria, aprite, son io, sono Michele; aprite per carità!

L'uscio s'aprì, e la fanciulla comparve ansiosa, atterrita, tenendo il lume in una mano, e con l'altra raccogliendosi sul seno il giubboncino, del quale già stava per dispogliarsi.

— O Maria, disse Michele con accento rapido e sommesso; bo una cosa a dirvi, e in tutt'oggi non ho potuto mai trovar il momento...

— Oh! che c'è mai? per amor del cielo, parlate! esclamò la giovine, divenuta pallida pallida per il terrore che si faceva più grande.

— Egli è perchè siete così buona, e non mi dà l'animo di vedervi rovinata: ahi se potessi dir tutto quel che so... Ma no, vi basti, che non ci state bene voi, in questa casa; che il padrone v'ha messo gli occhi addosso; e voi non sapete che uomo sia, massime quando si lascia prender dal vino... Ah, per carità, pensateci e tremate! Non siete sicura, vi dico, e il Signore abbia compassione di voi...

— O mio Dio, mio Dio! Che cosa ho a fare?

— Fuggire, fuggir di qui, più presto ch'è possibile. Ah se sapeste, Maria, che lagrime ha fatto versare quell'uomo!... Se vi dicessi la storia d'un'altra poveretta... Domandate la vostra licenza, andate via, credete a me, che vi voglio bene, come se foste mia figliuola. Voi non potete dormir in pace nel vostro letto!

Maria ascoltava, come istupidita, queste parole, e cogli occhi immobili, e con le labbra gelide e semiaperte, muta e senza senso guardava Michele, quasi aspettando da lui una parola, un pensiero. Poi, vinta dal dolore, rompendo a uno schianto — Oh! perchè mai, disse, non m'avete parlato prima? Ora, abbiate voi compassione di me, salvatemi voi, fate ch'io fugga subito di questa casa!

— Oh è impossibile! Come volete ch'io faccia? è impossibile adesso! dove vorreste andare? Pensateci; e domani, o posdomani, qualche pretesto non vi mancherà.

No, domani, no! Adesso, vi dico, adesso... io sono nelle vostre mani, salvatemi, salvatemi! E piena di raccapriccio e di spavento, guatava per il buio del corridore, come se già temesse l'avvicinarsi dell'odioso padrone.

— Non sapete, ripigliava Michele, quel ch'arrischio solo per avervi avvisata? il mio pane per tutto il resto della vita; io sarei cacciato di qui: e dove trovare allora chi voglia di me, vecchio e gramo come sono?...

— Anche voi m'abbandonate, buon Michele? E bene, Dio mi darà forza; e dovessi anche gettarmi giù dalla finestra, domani non sarò più in questa casa!

— O mio Dio! Siete voi che parlate così, Maria? No, no, farò tutto, farò quel che volete. Sentite dunque...

— Oh il cielo vi benedica! ma ch'io fugga sul momento... Domani, questa notte... qui io sarei già morta!

— Sentite bene! raccogliete qualche cosa del vostro; poi, senza strepito, zitta e lenta, andate a basso, ch'io starò giù ad aspettarvi appiè della scala... Per una fortuna del cielo, ho qui una vecchia chiave dello sportello: vi metterò fuori e, se v'accontentate d'un povero cantuccio per questa notte, bussate a quella porticina qui poco lontano, la seconda voltato il canto: vi stanno una mia sorella e Brigida la mia figliuola; dite che vi mando io; v'apriranno, e sarete la ben venuta: domani poi, all'alba, verrò anch'io; e intanto il Signore v'inspirerà che cosa fare.

— Ch'Egli vi dia del bene! Non sarà mai che il mio cuore dimentichi un benefizio sì grande!... E stringeva con affetto le mani dell'onesto famiglio; e su quelle cadeva una sua lagrima, una lagrima di riconoscenza.

Questo colloquio agitato, sommesso, fu cosa d'un momento. Un momento dipoi, Michele era scomparso; e a tentone attraversando la stanza vicina e l'antisala, con gran cautela disserrò l'uscio che rispondeva sul pianerottolo della scala; lasciatolo socchiuso, discese, e si pose con animo inquieto ad aspettare, presso la porta di strada.

Maria intanto, tutta ancora smarrita e tremante, era rientrata nella sua camera, e non potendo sopportar l'angoscia che le toglieva quasi il respiro, abbandonavasi per poco su d'una seggiola, sentendo bisogno più che mai di racquistare tutto il suo coraggio. Poi, riscossa da quel letargo, al destarsi di nuovo spavento, si racconciò in fretta nella sua semplice vesta, e già s'era mossa per uscire, quando le sovvenne di pigliar seco il rosario benedetto che la madre le aveva confidato al suo letto di morte. Tornò indietro, lo cercò fra le cose sue, che aveva lasciate; e trovatolo, con un santo pensiero infantile, e non sapendo quasi quel che si facesse, se lo pose al collo.

In quella, apparve su l'entrata della camera la stupida, esosa figura del signor Cipriano. Egli aveva trovato schiuso l'uscio, e non volle di meglio; chè, vinto il primo passo, si teneva sicuro del fatto suo. S'avanzava pian piano, con un andar rotto, incerto; e sul volto acceso dal fuoco del vino, gli si leggeva il sinistro ghigno d'una compiacenza che aveva qualcosa di bestiale. Egli volle parlare, balbettò; ma, al primo vederlo, la fanciulla mise un disperato grido, un grido soffocato dal terrore, e corse a nascondersi nel più lontano angolo della stanza. Il vecchio continuava ad avvicinarsi tentennando, e sogghignava, e teneva sempre sovr'essa gli occhi intenti e bramosi.

Quando fu vicino alla debole sbigottita creatura, la quale, rannicchiata sul pavimento, tentava di farsi scudo delle braccia tremanti, nè osava di respirare, come se un respiro solo avesse potuto perderla, il vile vecchio distese la destra per sollevarla dal terreno, e chinossi lentamente sopra di lei.

Allora, inspirata dal suo verginale coraggio la giovinetta levò la testa, e con uno sguardo sublime, ardente di disprezzo e di vergogna, fissò gli occhi sicuri e innocenti su la delirante faccia del vecchio. Il quale, colto da involontaria tema, ristette scompigliato, e diede addietro due passi. Essa continuava a guardarlo, senza dire parola: quell'aspetto laido e ributtante, le suscitò nel cuore un fremito così doloroso che per salvarsi dall'orrore che l'agghiacciava, come se le fosse sorta dinanzi l'apparizione d'un demone, strinse con ambe le mani la sacra medaglietta del rosario che le pendeva sul seno, e la baciò. Quel bacio fu più che una preghiera, più che un voto.

Il vecchiardo, il quale, non aspettando quella scena, temeva quasi di vedersi fuggir di mano la sua preda, fece i due passi che lo dividevano da lei, e chiamandola a nome e ringhiando, allungò di nuovo le braccia per afferrarla; ma la fanciulla con un rapido balzo distaccossi da lui, e fuggendo corse verso l'uscio. Allora il reo vecchio, fatto più audace dall'impensata resistenza, le attraversò la via, brancicando qua e là, e dando pugni all'aria per trattenerla nella sua fuga; e sentendo la poveretta con dolorose grida invocar misericordia e soccorso, egli ruppe in maledizioni, e inseguendola d'ogni parte, giunse ad afferrarla per le mani; ma a quell'impuro tocco, poco mancò che Maria non cadesse svenuta.

Egli mischiava intanto preghiere e bestemmie con rauca voce, e ripeteva parole insensate, atroci; e serrando i denti per l'ira, e quasi schizzando fuoco dagli occhi grifagni, minacciava, minacciava d'ammazzarla se non tacesse.

In quel momento terribile, la fanciulla, raccolta la poca lena che ancor le restava, e sostenuta nel cuore da una virtù sovrumana, fremendo d'orrore in ogni sua fibra, fece sembiante di cedere alla brutale forza che la strascinava... Poi, con una improvvisa stratta, si sciolse del feroce abbracciamento del vecchio, e sorta di lancio, con quell'impeto che lo spavento aveva fatto più grande, lo respinse, lontano, gridando: — Lasciatemi, infame! il Signore vi punisca!... lasciatemi!

Il vecchio demente, mezzo ebbro e arrancato com'era, rinculò barcollando, vacillò, e cadde rovescioni sur una tavola; e traendo seco a ridosso la tavola, il lume e ogni altra cosa, stramazzò con gran tonfo sul terreno, nè potè più rialzarsi: ammaccato e malconcio, andava lamentandosi con un rantolo affogato, interrotto; finchè giacque immobile e riverso nel lurido sfinimento dell'ebbrezza.

Maria era fuggita.

XI.

IL RITORNO.

Era un giorno freddo e oscuro, nel cuor di gennaio. Stendevasi per tutto il cielo un immenso, uniforme padiglione di nuvole cenericcie e cupe, non interrotte da nessuno screzio di sereno, nè pure distinte dalla lieve striscia di quel chiarore pallido, che sembra almeno rammentare esservi ancora sotto al malinconico manto dell'inverno il nostro sole. L'atmosfera, che la notte innanzi s'era irrigidita per lo spirare d'un acuto, gelido rovaio, pareva più greve nella sua morta quiete, come allorchè promette vicina la neve.

La strada era solitaria, le rive, le campagne si confondevano mute, nude, in tutta la squallidezza del l'inverno: le rotaie del cammino erano insudiciate d'un limaccio pesto, sdrucciolevole, e rotte a ogni tratto da fossatelli e da pozze. La natura intirizzita e moribonda, le piante aride e grame che lasciavano cadere qualche ramicello spezzato dal gelo, l'ultime foglie già morte; non un fiore, nè un fil d'erba che spuntasse di sotto la neve già vecchia e gelata, nè un passero che saltellasse fra i vizzi rami. In mezzo a quella scena, la quale t'avrebbe messo il freddo nell'ossa e nel cuore, erano solo indizio di vita i tocchi replicati e sordi del mezzodì, che venivano dal campanile d'un lontano paese. E la neve, già promessa dal rovaio della notte innanzi, cominciava a cadere fitta, quieta, a larghe falde; sì che ben presto tutta la campagna fu ricoperta d'una nuova veste biancastra, che lasciava appena indovinare giù per le avvallate costiere la pesta del cammino.

Già da molte ore continuava a nevicare a gran fiocchi; eppure su quella strada deserta un povero cavalluccio, con la groppa coperta d'un ruvido coltrone addoppiato, andava trascinando a fatica una di quelle carrette a due ruote, con le spallette armate di quattro legni ad arco, e sopravi tesa una grossa tela di canapa, che formava il tetto dello strabalzante traino. Sul davanti, era seduto, con le gambe penzoloni all'infuori d'una delle stanghe, un buon villano, il padrone della carriuola: egli aveva una berretta rossa e nera, tirata su gli orecchi, cadente da una banda e suvvi un vecchio cappellaccio sfondato; e invece di mantello, anch'esso, come la sua bestia, portava su le spalle un grosso boldrone di lana. Di tanto in tanto dava un buono scrollo alle briglie di corda che teneva fra le mani, e col mozzicone della frusta punzecchiava le anche del paziente ronzino, o co' più strani versacci l'aizzava a un impossibile trotto; perchè la povera bestia, con le zampe ingranchite dal gelo, sprofondava fin sopra al garretto nella neve già alta, e a stento vi rompeva una callaia, inciampando sovente, e levando il muso, sbuffante come un Rabicano.

— Uh! uh!... maledetta bestia! gridava il villano il quale, come gli eroi d'Omero, aveva costume di parlare col suo cavallo: uh! uh!.... e' pare che sia la prima volta che tu batti questa strada, e sì che, per dannata sorte, io potrei contarne gli alberi e i sassi... hop! hop! non c'è verso; è come se parlassi alla cavalla orba del mulino... Poveraccia! un po' di ragione l'hai anche tu; chè con una neve di questa fatta, non ci si può vedere più in là del naso... Ah! la è una vita ladra la vita della povera gente! Oh se almeno, arrivato che fossi a casa, mi aspettasse un po' di roba da cristiano sul tagliere, un bel fuoco allegro, e un buon letto!... Ma non c'è santi per noi!... La casa è aperta alla furia di questo tempo indemoniato, i miei due marmocchi a piangere sulla porta, e la mia donna a gridarmi dietro che non ho guadagnato una boccicata; e rotte le impannate delle finestre, e sul focolare morto una pentola screpolata!... E poi domani, andare in giù con quattro ceste d'erbaggi, e qualche fardello, se pur capita, e tornare in su il dì appresso con le ceste vôte, e le tasche magre... E poi da capo sempre la stessa vita, finchè sia venuta l'ora di tirar le calze... Oh! se qualche volta non si guardasse in su, di sopra ai tetti, sarebbe meglio vendere l'anima al diavolo che forse è più galantuomo di tante birbe di questo mondo!... Ah che giornata! che neve!... Eh! uh! trotta, che la mangiatoia t'aspetta con una buona bracciata di fieno; trotta, trotta, se non vuoi star digiuna come me, bestia dell'inferno!

Così andava brontolando il villano; mentre spingeva gli sguardi di sotto all'ale del cappellaccio, per vedere attraverso la folta neve se spuntasse l'acuta cima del campanile del suo paese.

In quel punto, un lungo sospiro, il gemer d'una voce soffocata, che uscivan del fondo della carretta, gli ruppero il filo dei pensieri; e allora rivolto indietro il capo si ricordò della giovine, alla quale partendo da Milano egli aveva avuta la carità di ceder quell'angolo; una poveretta che aveva incontrato, appena fuor delle porte della città, sola, tapina e malata. E per tutto il durar del viaggio, che certo avevano fatto un diecisette miglia, ell'era rimasta là, in quel fondo, come in un nascondiglio, accosciata, raccolta ne' suoi miseri panni, e coperta d'una vecchia mantellina nera, che nascondeva quasi del tutto il suo viso pallido e le sue bianche mani tremanti di freddo; nè lungo la via aveva detto mai una parola, ma era stata così cheta, che il buon cavallaro aveva già dimenticato la sua compagna di viaggio.