Angiola Maria: Storia domestica
Part 18
— In quel tempo appunto, ripigliava il giovine dopo una pausa, nel nostro paese gli spiriti bollivano in quella famosa guerra d'opinioni e di parte, che tenne grandemente agitati tutti i giusti e i buoni, la controversia della emancipazione de' cattolici. Mio zio metteva in cima de' più cari suoi voti la sospirata legge, e ne procacciò il trionfo, per quanto potè e seppe. Parmi ancora vederlo scuotere la sua testa canuta, e volgere al cielo gli occhi accesi d'un insolito ardore di gioventù, dicendomi dover la giustizia trionfare una volta o l'altra anche su questa terra, e nessun sacrifizio esser poco, per guarire la patria d'una piaga che per tre secoli aveva fatto la vergogna della superba nostra civiltà!... Ma appena mio padre conobbe i nobili sforzi del suo parente e il mio entusiasmo a pro di questa causa generosa, mi rivolle presso di sè, caldo sostenitore, com'egli fu sempre, degli antichi rancori. E mi mandò a viaggiar sul continente, perchè la mia mente si spogliasse di queste fantasie, ch'egli chiamava la scorza del fanciullo, e imparasse a conoscer gli uomini e le cose. Ma era tardi. Io aveva già sposata la parte degli oppressi; io amava il culto solenne e maestoso della Chiesa a cui mi guidava fanciullo il mio vecchio zio, e dove univo le mie alle candide orazioni del mio povero cugino; l'arida e corrotta dottrina, e la troppo mutabil fede nel seno della quale io nacqui, non avevano parlato mai al mio cuore.
— Nel mio viaggio attraversai, come un uomo nuovo, quest'Italia così degna d'amore e di venerazione; di città in città, vidi le sue basiliche, le sue cupole, le sue chiese, nelle quali mi pareva che l'arte veramente divina traducesse all'anima il mistero della suprema bellezza; vidi i capilavori di Michelangiolo, di Raffaele, di Tiziano, di Guido, di cent'altri; tutto mi rapì, mi commosse; e questo, il posso dire, fu il principio della mia conversione. Conobbi molti uomini d'alto ingegno, di semplice probità, uomini di fede e di sapienza; conversai con essi, ritrovai in loro le virtù, le parole dello zio Randale; e finalmente, venuto in questa stessa vostra città, Dio mi fece incontrare con quel saggio che doveva rinverginar la mia mente, vincere il dubbio del mio cuore, sollevare la mia speranza e la forza del mio intelletto a una lieta novella. Fin d'allora io voleva abbandonar l'eresìa; pure quell'uomo, ch'io venerava come il mio salvatore, aveva letto nel mio cuore, e veduto che la mia deliberazione era più d'entusiasmo che di convincimento; e non assentì. Ma, congedandomi con lagrime di consolazione, mi disse di lasciar fare al Signore, che avrebbe condotta a' fine l'opera sua.
Intanto Eugenio, al quale il racconto riusciva nuovo e strano (egli che non aveva mai pensato sul serio a' paternostri e a' credo della sua nonna), diceva tra sè e sè che quel giovine aveva più del dottore che del lord, onde l'avrebbe indovinata meglio se fosse venuto al mondo a' bei tempi del bordone e delle cocolle: del resto, che le belle Madonne dipinte sui quadri l'avessero convertito, non lo capiva; chè per lui, tutte quelle belle sante color di rose e gigli, e quelle Maddalene penitenti che aveva veduto, gli avevan fatto frullare tutt'altri pensieri in capo.
— Dopo qualche tempo, riprese Arnoldo, mio padre mi richiamò a casa; ma avend'io rifiutato un illustre matrimonio al quale egli stesso mi destinava, s'inasprì contro di me; mi respinse, e venne con le mie sorelle in Italia, ov'io lo seguitai poco di poi. Ma qui, l'amore di Maria e l'amicizia del fratel suo, come già v'ho narrato, mi ricondussero a' più santi pensieri, alla religione... Tornato in patria, volli alfine adempire il proposito fatto, e andai a visitare il mio buon zio, il quale più nulla aveva saputo della mia sorte; quell'uom venerando, giunto nell'ultima vecchiezza, era divenuto cieco. Lo trovai inchiodato dagli anni su d'una seggiola antica, ma con la mente lucida e col cuore tranquillo. Egli pianse di gioia al racconto delle arcane vie per le quali la provvidenza aveva condotto l'opera della mia salute; e levando in atto solenne la nuda sua testa, e con le mani tremanti cercando la mia, mi benedisse, ed esclamò che oramai moriva contento, perchè il Signore lasciava nella sua famiglia l'eredità della fede. Alcun tempo appresso, egli si fece trasportare, quantunque cieco, nella chiesa in cui io feci la pubblica abbiura dell'eresía!... La memoria di quel dì non uscirà mai dal mio cuore!... Ma da quel dì stesso, non rividi mio padre, e forse nol vedrò più. Nessuno, ben che il fatto della mia conversione menasse qualche rumore della città, nessuno ebbe l'animo di farne motto con lui; talchè seppi poi ch'egli ne aveva letto la notizia sui fogli pubblici... Mi fu riferito che nell'impeto del suo sdegno egli m'abbia maledetto... Oh Dio! No, no, io non lo crederò mai; e tu, o Signore, non consenti che un padre maledica al figliuol suo!... Il vero è ch'io fuggii, come un colpevole, abbandonai famiglia, amici e patria; non avrei potuto vivere come uno straniero vicino alla mia casa, a' miei; e mutai nome e cielo. Poi, qui speravo di trovar quel riposo che sempre fugge dinanzi a me, e qui mi chiamavano ancora una promessa, un amore... Ah! sì, che almeno io ritrovi quella virtuosa fanciulla! Essa non mi respingerà più; ora, io non sono il giovine ricco e potente, sono il figliuol diseredato, il povero esigliato che domanda conforto, che ha bisogno di trovar alcuno che l'ami ancora.
— Ah! esclamò Eugenio, vi dico in coscienza che di certe cose io non ne so straccio! Ma se, per dio, non v'avessi intes'io a raccontare voi stesso la vostra storia, la crederei proprio, come se mi dicessero che il Gran Turco s'è fatto eremita. Un giovine come voi, un signore, un uomo d'ingegno, far questa fine... Scusate, sapete; ma, a me, questi miracoli non m'entrano in testa; sebbene, a dirvela com'è, tutto ciò m'abbia imbrogliato un po' le idee; m'avete tirato giù certe ragioni, certi scrupoli, a cui non ho mai pensato in vita mia.
Arnoldo taceva, e teneva fissi sopra il compagno gli occhi con un'aria tra mesta e grave.
— E vorrei veder adesso, soggiungeva Eugenio, che quella fortunata fanciulla volesse far la schizzinosa. È impossibile! e scommetto che il suo nascondersi è furberia bell'e buona per tirarvi meglio in trappola.
— Non è vero! Voi non la conoscete, rispose sdegnoso Arnoldo.
— Sarà, lo dite voi, sarà! Ma pur non vorrei che... E, con un tal maligno sorriso, Eugenio scoteva il capo.
— Ah! voi ridete, voi ridete, come gli altri che mi tengono per uno stolto!... Ma voi non sapete quel che si passa qui dentro, quel che si può perdere e sperare!
A queste parole dette con fuoco, l'altro tacque, si strinse nelle spalle, e conchiuse mentalmente: Non c'è da dire! bisogna persuadersi ch'egli pizzichi del matto.
Ma poco di poi, quando Arnoldo gli confidò che al domani partiva per andare in cerca di Maria, al paesello del lago o nel dintorno, e conchiuse pregandolo in nome dell'amicizia di tentar tutto, durante la sua assenza, per averne egli pure contezza, Eugenio aveva promesso di far l'impossibile: e si lasciarono, buoni amici come prima.
X.
UN'ALTRA PROVA.
Una casa di gretta apparenza, con le muraglie dipinte del colore del tempo e scalcinate, con un ballatoio alla lunga a ciascuno de' suoi due piani e un'ampia gronda tarlata che si versa all'infuori, come la tesa d'un cappellaccio su la fronte d'un pitocco, guarda su d'una rimota piazzetta, in una parte lontana della città, presso a uno de' nostri abbandonati _terraggi_. Da un fianco, il murello d'un'ortaglia che fa gomito nell'attiguo chiassuolo, dall'altro una casipola lunga, bassa, bucata d'usci e finestre come un crivello, angusto ricovero di povera gente; e vicino, una vecchia siepe su d'un ciglione di terra, che risponde a una strada fangosa, bistorta, orlata d'un fossato. V'ha ancora pochi angoli della nostra bella e ringiovenita Milano, i quali presentino un aspetto così malandato e tristo, da parer veramente la casa delle streghe; e chi si volesse pigliar lo spasso di cercare quel gruppo d'abituri ch'io descrivo, non aspetti al domani; perchè forse, dov'è la casa del signor Cipriano, troverà un bel palazzetto dalla fronte allegra e linda e dalle gelosie verdi, e in vece del rozzo casamento da vicini col marcio fossato al piede, si vedrà sorgere dirimpetto una fabbrica bianca, recente, di cinque piani, da far invidia a chiunque abbia due spanne di terra al sole.
Il signor Cipriano era un antico fabbricatore di cioccolatte, il quale, avendo avanzate di buone migliaia di scudi, e non volendo morir sul mestiero, chiusa bottega, si ritirò a goder negli ultimi anni il frutto de' suoi sudori in santa libertà. Egli aveva dunque comperato quella casa a mezzo prezzo; ma poich'era assai taccagno e aveva spesa sempre la sua lira per venti soldi almeno, si ridusse a menar grama vita in quella topaia cadente, dove una volta aveva sognato di far il signorone. E parevagli di toccare il cielo col dito, allorchè sdraiato su d'una panchetta accanto al fuoco, col fido suo fiaschetto di vin d'Ossona al fianco, ruminava, tra l'una e l'altra mezzina, il conto degl'interessi de' suoi capitali, all'uno o al due per cento il mese. Quand'egli attraversava la piazzetta per entrar nella sua porta, andava tronfio, a lento passo, con le mani intrecciate sotto la schiena; e, levando il grosso ventre e il naso bernoccoluto, sbirciava su per le finestre e pe' terrazzini le più tonde e frescoccie comari del contorno: tutti lo conoscevano, e gli facevan di cappello, quasi al bassà del quartiere; perchè tutti supponevano che tenesse un bel morto sepolto in cantina.
Dal primo all'ultimo de' sessant'anni, a cui toccava allora, egli era stato schivo sempre d'ogni molestia e d'ogni cura; e se non volle mai tor moglie, fu per non avere il pensiero de' figliuoli e l'impaccio della donna, ch'egli soleva chiamare la più spallata mercanzia del mondo. Ma, poco tempo prima, s'era condotte in casa la signora Barbara, sua sorella, vedova d'un fallito, e la Savina figlia di lei, che sole di tutti i parenti gli eran rimaste, e che s'accontentarono di governare la casa e pagar la pigione; perchè l'idea di fare un dì o l'altro una grossa eredità era l'áncora della loro speranza. In casa però, il signor Cipriano aveva sempre tenuta la mestola a suo modo; e ben se lo sapeva quello zotico baccellone di Michele, ch'era l'unico famiglio, quando il padrone, dotato d'una memoria spilorcia da far fremere, gli faceva dar conto ogni dì, della croce dell'ultimo quattrino.
Nella casa di questo novello Arpagone noi troviamo adesso la nostra fanciulla, in qualità di cameriera della signora Barbara; la quale, incapricciata che la sua Savina diventasse una damigella e facesse un bel partito co' fiocchi, non voleva più vederla attendere alle meschine cure della famiglia.
Maria vi stava già da un mese. Abbandonata ch'ebbe la bottega della crestaia, si gettò nelle braccia dell'unica conoscente che le restava, la signora Giuditta; e pianse, raccontando il pericolo che correva, e la scongiurò che le procacciasse un altro ricovero, una casa onesta, dove potesse viver più sicura, e nascosta a tutti. Appunto alcuni dì prima, la signora Barbara s'era raccomandata alla Giuditta (da un pezzo si conoscevano) chè facesse di trovarle una brava e savia giovine, la quale, contenta di poco, s'allogasse presso di lei. Dunque, la cosa fu ben presto combinata; e Maria, altro non sospirando che un'esistenza casalinga e solitaria, ringraziò il cielo che le avesse conceduto quel ricovero.
Ell'era così docile e buona, che subito la signora Barbara prese a volerle bene; e il suo costume, le sue parole avevano un incanto così gentile e dolce, ch'essa pure la giovinetta Savina le pose molto amore, e volle subito che tra loro si dessero del tu. Maria le apparecchiava ogni mattina il più fresco e mondo vestito che pareva sempre del dì delle feste, un candido grembiule coll'orlo a traforo, e un bel collare a pieghette, e la cuffietta la più leggiadra, ch'era una grazia a vederla. E la madre si ringalluzziva tutta, nè capiva in sè della gioja, trovando sì bellina e compita d'ogni cosa la figliuola, che tutt'altra sembrava da quella di prima.
Tutta la casa poi, in quel breve tempo, risentiva già della presenza d'una sollecita regolatrice, a cui il buon ordine e la mondezza sono necessità e abitudine; i vecchi mobili polverosi, muffati, del signor Cipriano, le tende delle finestre e le cortine de' letti luride e cadenti, avevan ripigliato un'aria di giovinezza e di pretensione. Fino quel semplice di Michele, il famiglio, voleva farsi in quattro per ripulire e rassettar le camere, il salotto e la cucina; e lavorava a tutta schiena a rigovernar le pentole, le casseruole, le stoviglie, obbediente come un cagnolino a tutto quel che Maria gli dicesse; perchè glielo diceva con un far così benevolo, ch'egli, usato a ricever buone lavate di capo dal padrone per cose da nulla, sarebbe per essa ito nel fuoco. L'avaro era il solo che più di frequente brontolasse di quelle novità; nè ci voleva meno di tutto l'accorgimento e di tutta la pazienza della sorella a persuaderlo che un uomo della sua qualità, con venti mila lire buone di rendita, doveva tenersi in credito, e aver una casa da cristiano; ma la ragione che lo faceva star più cheto, era che non gli toccasse di far vedere la luce a un soldo di più.
Dopo che stava in quella casa, Maria non ne usciva mai, fuorchè la domenica di buon'ora, per andare alla messa nella chiesa più vicina. L'inverno si rabbruscava sempre più; il cielo era quasi sempre rannuvolato e piovoso, e le prime nevi avevan già messo nell'aria quella muta malinconia, che par s'acconci tanto bene a una vita rassegnata e oscura.
Sbrigate le faccende di casa, tutta la gioia di Maria era di potersi ritirare nel silenzio della sua camera. Allora rialzata una cortina del balcone che metteva su la ringhiera, sedeva assidua al suo lavoro, là presso, sotto la poca luce; e le pianticelle d'un vaso di garofani, ch'essa teneva su d'un vicino armadietto, lasciavan talvolta cadere sul suo grembo alcune secche fogliette. Quel piccolo vaso, senza un fiore, quell'arida pianticella, quegli steli d'un pallido verde, ricadenti su l'orlo del vaso, bastavano a risvegliar nell'anima sua il dolore del tempo passato, il mesto desiderio d'un avvenire più felice. Si ricordava che nella casa di suo padre, sovra la soglia della sua finestra verso il lago, ella soleva una volta educare una famigliuola de' fiori che più amava; e via via, di pensiero in pensiero, il suo cuore la rapiva... Essa non era più là, era con sua madre e con la vecchia Marta, era con suo fratello... e con un altro!
E dimenticava tutto, per ricordarsi solamente d'una appassionata canzoncina, che un giorno era tanto piaciuta all'amico suo:
ROSA.
Chi è che vien sì lenta e sospirosa? Povera Rosa! Rosa innamorata!
Era un raggio del ciel la sua sembianza; Ora è senza color, senza parola: Prima al canto d'amor, prima alla danza, Ed ora agli occhi di ciascun s'invola; E se ne va piangente, e tutta sola Lungo la riva di fiori smaltata.
Su la bell'alba move, in vesta bianca, E par l'ultima stella del mattino; Tacita riede, quando il giorno manca, E pare il primo raggio vespertino; All'alba e al vespro, sempre a quel cammino Sen viene la fanciulla sconsolata.
Perchè si volge sempre al ciel lontano? Qui non è cosa più che la conforta! Madre infelice! E tu la cerchi invano; D'un angelo la vita in terra è corta! Madre, non hai più figlia!... Ell'è già morta, E già rivola a Dio l'alma beata.
Chi a pianger vien sul sasso ov'ella posa? Povera Rosa! Rosa innamorata!
Ma nella dolcezza del suo rapimento veniva a turbarla l'acuta voce della piccola Savina, la quale era inquieta, caparbia, un vero demonietto; e non la poteva star sola un'ora co' suoi pensieri di quindici anni, senz'annoiarsi. Allora essa correva dalla Maria, e saltellandole intorno, come un furetto, ora voleva che le acconciasse un riccio, ora che le stringesse la cintura, or una cosa, or un'altra. E poi, se le frullava il capriccio, Maria doveva porsi a giocar con lei; e pigliato un mazzo di carte, bisognava che la si facesse a indovinare, se la padroncina avrebbe avuto un amante, se giovine, ricco, bello e che so io. Maria paziente ne appagava i bizzarri ghiribizzi, le presagiva le più liete cose del mondo, tutto com'essa voleva; e la Savinetta allora le balzava al collo, le dava baci, le diceva ch'era tutta bella, e che appena divenuta una gran signora, essa l'avrebbe tenuta sempre con lei, e di più, che s'ella fosse stata un bel giovinotto co' baffi l'avrebbe sposata su' due piedi. Maria non si piaceva delle scioccherìe di quel farfarello; ma pur era bisogno che qualche volta mostrasse di sorridere, perchè non la facesse peggio.
Così ella provava quanta pena costi a un animo debole e piagato la lotta dell'interno dolore con le amare inezie della vita. E non aver nessuno a cui svelare i segreti della sua pena, nessuno che le dicesse una parola, che le desse un consiglio; e in vece dover sempre parer lieta, e sorridere quando altrui piaceva, tutto ciò logorava il cuor suo; come un succo velenoso che fa morire lo stelo d'un fiore, quando appena il primo germoglio comincia ad aprirsi al sole.
Pure, a poco a poco, l'aria dolce e l'ingenuità della fanciulla parevano aver fatto breccia perfino nello scabro cuore dell'avaro. Maria non se n'era accorta, ma il vecchio Arpagone non brontolava più come prima, non andava gironzando per la casa, le mani nelle tasche del giubbone, come soleva, e sguardando in cagnesco; fin al povero Michele non faceva più il viso arcigno, quando se lo faceva venir innanzi per saldare i conti, o comandar il desinare. Ond'era, che que' di casa e i vicini, i quali l'avevano sempre conosciuto per un sornione dannato, volevano sbattezzarsi per la maraviglia, non potendo capacitarsi di vedere il signor Cipriano rientrar in casa fuor dell'ore usate e con un'ariona allegra, della quale i suoi debitori del vicinato non avevan, da anni e anni, neppur sognato l'ombra.
Ma il più strano fu, quando venuta la domenica, egli fu veduto attraversar la piazzetta, vestito d'un pastrano nuovo color marrone e con un cappello rimberciato, che pareva volesse sfidar l'aria; a mano a mano ch'egli passava, l'ortolana, la pizzicagnola, la tabaccaia e l'altre comari del quartiere gli tenevan dietro con gli occhi, e poi si guardavan tra loro stupite, come per dire: — O la è vicina la fine del mondo, o il signor Cipriano vuol morire.
Nessuno l'avrebbe pensato, pure egli era vero, che da qualche tempo la graziosa figura di Maria trottava per il cervello del vecchio barbogio. Alla sera quand'egli seduto nel salotto, presso il camino, in cui ardevano due legni in croce, si traeva di tasca, e rileggeva la bisunta vacchetta del suo _dare_ e _avere_ (cosa ch'egli faceva tutti i santi giorni dell'anno, come un buon prete recita il suo breviario), gli occhi suoi piccoli e rossigni stoglievansi spesso dalle cifre arabiche ond'era tempestato quel libretto, per riposarsi sul leggiadro gruppo di Maria e della Savinetta che stavano poco lungi, accanto della tavola, l'una a cucire, l'altra a ridere ed a ciaramellare. Il dilicato aspetto di Maria, la sua testa vezzosa e coperta d'un bel pannolino bianco orlato d'azzurro che le si allacciava sotto al mento, i capegli scompartiti e lucidi, gli occhi grandi e modesti, quella faccia bella che cominciava a ripigliare il suo tenero incarnato, e quelle piccole e bianche mani inquiete sul lavoro, e lo schietto abbandono della snella persona, tutto aveva in lei una tale magia, che al signor Cipriano, a cui per le frequenti sorsate del suo pretto vin d'Ossona luceva un poco la vista e ballava la camera intorno, l'aerea figura della Maria era come l'apparizione d'un bellissimo sogno. Allora egli perdeva il filo de' suoi conti, il dare e l'avere gli andavano insieme sotto gli occhi, e scambiava numeri e parole; ogni zero gli pareva la bella testolina di Maria.
Così in quelle sere, mentre il vôtar de' bicchieri gli scaldava le vene e i polsi, la presenza della vezzosa creatura gli metteva nella fantasia il grillo dei vent'anni; e dimenticava i suoi capegli grigi e il naso bitorzoluto e il suo piatto viso color di vinacce. E che non avrebb'egli dimenticato, se lasciò perfino passar due giorni interi, senz'esigere dal Michele il rendiconto dello scudo rimastogli nelle mani per far le spese?
Allora, facendosi coraggio s'alzava, e, data una scosserella alle membra ingranchite, s'accostava pian piano, coll'andar del gatto, alla tavola dove sedevano le due giovinette, poco stante dalla signora Barbara. E appoggiati i gomiti alla spalliera della seggiola di Maria, contorceva il viso con una smorfia, che avrebbe dovuto essere un sorriso; e dondolando la testa or su l'una spalla, or su l'altra, domandava: — Che fate di bello. Maria?
— Sto ricamando un fazzoletto da collo per la signora Savina.
— Oh come sei brava! adoperi l'ago, ch'è una delizia vederti.
— Come mi starà bene quel collare, non è egli vero, zio? Voglio metterlo il dì del Natale! diceva la Savinetta; e intanto, non potendo star cheta, andava tagliuzzando con le cesoine le frange del grosso tappeto che copriva la tavola.
— Oh! ti starà bene anche di troppo, per quella maledetta smania di tua madre di spenderti intorno tutto il fatto tuo.
— Lasciate pensare a chi tocca, voi! rispondeva la madre, chè non sapete mai cosa vi diciate.
— Bene, bene, tal sia di voi! Ma tu, Maria, che sei così bellina, e sai far tante care cosette, perchè vai sempre con quel vestito povero, nè mai t'adorni di qualche ricamo delle tue belle manine?... E con quel suo strano vezzo dondolava sempre il capo, battendo con le dita il tamburo sull'appoggiatoio della scranna.
— Oh! per me non ci penso neppure, io sono povera! rispondeva Maria con un sospiro, senza levar gli occhi dal trapunto.
— Via, via, ripigliava il vecchio, non ti crucciare. Tu sei carina, buonina... e se non fosse... Oh sì, tu adesso sei della famiglia, e vorrei quasi... capisci? Io sono di cuor tenero, mi piace che tutti mi voglian bene... capisci? Però, non son ricco... è un babbuino chi lo crede; lo devo ben saper io, io che sono capo di casa: una famiglia costa gli occhi del capo, altro che baje!... Ma pure, vada!... per le feste del Natale, ti voglio regalare, sì regalare... uno scialle rosso, a fiori, magnifico, che ti ruberà gli occhi! E tu lo porterai per amor mio, non è vero?
— Ah no! signore, non faccia niente, io ne la prego! lo interrompeva Maria, arrossendo tutta.
— Tant'è! l'ho detto, e lo farò. E levandosi ritto, teneva fissi su lei gli occhi di bragia, la divorava con gli sguardi.
— Ecco qui, voi! gli dava allora sulla voce la sorella. Che idee vi girano in capo? Non avete mai in vita vostra regalato alla mia Savina, ch'è pur l'unica vostra nipote, nemmen la capocchia d'uno spillo, e adesso vi salta il capriccio di donar uno scialle alla serva?... Cosa credete che costi? non ve la cavate con manco d'un paio di luigi! avete capito?... Eh andate a letto, chè la testa vi gira, e non mettete così sossopra le figliuole! Maria è una brava fanciulla, e fa bene a dir no. Pensateci bene... due luigi! voi che gridate tanto di me, che per una settimana tempestate, s'io spendo mezzo scudo!... Andate, andate in letto, ch'è l'ora.
Per buona ventura quelle parole, due luigi! eran magiche sul vecchio spilorcio; il quale, pigliato un moccolo, obbediva, brontolando frasi scucite, e incamminavasi verso la sua camera, tentennando la grossa persona su le gambe mal ferme. Ma quand'era sull'uscio, rivolgevasi; e levando il lume alla dirittura de' suoi occhi lustri e accesi, salutava con la palma tesa la fanciulla, e lo diceva con una vocina stonata: — Buona notte, Marietta! buona notte, mia bella stella d'oro! ah! ah! eh! eh!... E, data una girivolta, imboccava nell'uscio e se n'andava.