Angiola Maria: Storia domestica
Part 17
Fu un sogno, un'illusione?... No, no, l'anima sua era troppo in pace nel punto ch'egli passò, perchè quella vista fosse un inganno de' suoi pensieri. Già il rivederlo aveva rinnovato tutti i dolori della sua vita, e vinto il suo cuore; il rivederlo sola una volta bastava a rapirle di nuovo la calma e la forza in tutto quel tempo riavute, la memoria stessa di sua madre, e quella di tutto il pianger che aveva fatto... Ella ebbe ancora un momento, un solo momento di speranza e di gioia! — Ma come si trovava egli qui?... E perchè tornava, e che voleva da lei? Dunque non era tutto finito fra loro, non erano come morti l'uno per l'altro? Non era dessa la povera orfana, alla quale non restava più nulla in questa terra, più nulla fuorchè la virtù?
Questo segreto patimento, che solo un'anima pura e addolorata può intendere, tolse a Maria il sonno di quella notte. Ma al mattino, quando appena per le fessure delle imposte il primo chiarore penetrò nella misera stanza, essa, lasciato il suo letto, fece una preghiera più fervida dell'usato; e quando si levò di terra, la sua deliberazione era già presa. Salì serena e composta, come soleva, alle camere della crestaia; e quando la seppe levata, bussò leggermente all'uscio di lei. La buona donna aveva preso ad amarla; cosicchè, sentita appena la sua voce, la fece venire a sè e le dimandò che volesse, dandole animo a parlare. La fanciulla rispose aver un segreto a scoprirle e una grazia a chiederle; si trattenne un pezzo con lei e le aperse tutto il suo cuore.
Quella mattina, ella non discese nella bottega, e la sua seggiolina rimase vòta: le compagne n'ebbero gran maraviglia e bisbigliarono fra loro mille congetture di quest'improvvisa assenza: per tutto il dì non parlarono d'altro, nemmeno de' loro amorosi. Poi, la mattina appresso, la crestaia annunziava alle curiose alunne che Maria era partita di casa sua; ma per tentare che facesse or l'una or l'altra, affine di aver la chiave di quel segreto, non riuscirono a nulla; la brava donna mantenne a Maria il silenzio promesso.
Alla fine, quando fu venuta la sera, le fanciulle, prima del rintocco delle sospirate ott'ore, svolazzarono fuor della bottega; e ciascuna ebbe a raccontare al suo fedele la storia della scena del dì passato e della compagna scomparsa.
Noi lasceremo le altre, e terrem dietro con passo leggiero alla Ghita, la quale camminando stretta stretta al braccio del suo Eugenio, gli parlava con quell'ingenuo cicaleccio che nelle giovani crestaie ha pur il suo vezzo. Perchè, se nol pensaste, la Ghita era una buona ragazza, fresca come un botton di rosa, un po' capricciosetta ma savia; essa, quantunque alunna d'una crestaia, era graziosa e onesta; e le piaceva ch'Eugenio l'accompagnasse, perchè, poverina! aveva tanta paura di correr sola le vie; nè il suo innamorato poteva ancora vantarsi d'averle mai carpito un sol bacio. Egli poi, l'Eugenio, era un giovine come ce n'è tanti, allegro, buon tempone, ma di cuor mite e sincero; e benchè facesse all'amore per non saper fare di meglio, pur egli credeva ancora all'amore. Unico figlio d'un vecchio impiegato di scarse fortune, egli era scritturale in una buona casa di commercio. Una mattina, stando solo al terrazzino gli venne veduta, al terzo piano della casa dirimpetto, una giovine, la quale inaffiava due vasetti di fiori su la sua finestruola; stette a contemplarla lungamente, e gli parve bella: era Ghita. E poi, quando la fanciulla uscì, le si mise dietro, la seguitò come la sua ombra fedele, e così fece per un mese. Passato il quale, essa non ebbe cuore di far la ritrosa, chè se n'era accorta; un giorno, rispose al saluto del suo bel vicino, il giorno appresso gli concesse un'occhiata e un bel sorriso; poi venne una buona parola, e poi se n'andarono in compagnia; sicchè il povero giovine, a poco a poco, s'innamorò da vero della fedele sua dea del terzo piano.
— Senti, mio caro! diceva in quella sera Ghita all'amico. L'altro dì, tu m'hai raccontata la storia d'un bel giovine forestiero, quello... del nome non mi ricordo più... quel bravo giovine con cui t'ho veduto passar più d'una volta. Tu m'hai pur detto ch'egli voleva sposar la mia compagna, la Maria, che gli piaceva tanto da un pezzo; ma che poi tutto era ito a monte, e non s'erano più veduti, e...
— Sì, rispondeva il giovine, or bene? avresti forse detto alla tua compagna, che l'amico suo è qui e che a qualunque costo vuol parlar con essa?
— No, no; t'avevo promesso di tacere, e ho taciuto.... benchè avessi una tentazione, a dirtela schietta, di mostrare che sapevo tutto anch'io, e di farla arrossire un po' quella Maria, ch'è un'acqua morta, e fa l'innocentina...
— Via, che vuoi dirmi dunque, che mi fai gli occhietti?
— Io voleva dirti che tu non mi vuoi bene, che sei un cattivo arnese, e non avresti cuor di fare come quel tuo bravo amico, che vuole un ben dell'anima alla Maria...
— Di far che, maliziosa?
— Di sposarmi, signorino! gli susurrò all'orecchio, con una graziosa moina. Tu non m'hai promesso ancora, ma lo farai, non è vero? quando sarai padrone del fatto tuo; perchè adesso sei un buon giovine, e null'altro, com'io una buona tosa...
— Tu sei una matterella, e appena fuor del guscio, pensi già...
— Oh se tu mettessi un po' di giudizio, mi sposeresti...
— Non mi parlar di malinconie, o ch'io ti pianto qui su' due piedi. Dimmi piuttosto, che c'è di nuovo di Maria, perchè mi preme di sapere...
— Oh vedi! una certa idea me l'aveva fatta già dimenticare. Maria dunque, Maria non c'è più!
— Come non c'è più? dici da vero?
— Se n'è andata, e non si sa come, nè dove...
— È fuggita?...
— Chi lo sa? Certo, la cosa non è chiara; ma io credo ch'essa non ne voglia saper altro di quel tuo amico; perchè io ci vedo, sai? Oh la è così; essa l'avrà riconosciuto, quando passava con te per la via; e per paura di far dire, e per non voler anche lei adattarsi come tutte l'altre, avrà pensato di schivar l'occasione e di fuggire...
— È impossibile! e perchè dunque? e dove mai?
— Io la conosco quella giovine; ha le idee storte, certe fantasie, ch'io non so propio quel che la si peschi. Figurati, non fa che pensare o piangere; se parla, se ride, è un miracolo... Io per me, la compatisco, poveretta! così giovine, e non aver più nessuno; ma, suo danno, se la è così semplice da scappar via quando c'è chi l'ama, la cerca... e di più la vuole sposare! Non è egli vero, ch'è peggio per lei?
— Sì, sì! Ma intanto, come farò a dirlo a lui? Non so, da vero, come si possa esser matto, incocciato così per una come lei; e venir apposta d'Inghilterra e star un mese a cercarla... Io per me, a quest'ora l'avrei già mandata... dio sa dove!
Ma essi, allo svoltar della via, si guardano indietro, camminano con passi così presti e spessi, e si parlan così davvicino, ch'è impossibile seguitarli ancora e rubar loro le parole... E poi, il più ladro mestiero della terra!
Lasciamo dunque che la giovine coppia se ne vada in pace per la sua via.
IX.
SPERANZA E DUBBIO.
Nel salotto d'un modesto albergo della città, un giovine passeggiava su e giù, coll'andar lento, interrotto di chi è preoccupato da profondi e importuni pensieri. Nel camino ardeva scintillando un fuoco vivo, un di que' cari fuochi così salutari che ti sciolgon le membra da' brividi de' primi freddi del dicembre; eppure, benchè un nebbione fitto fitto impregnasse l'aria e le vie de' suoi vapori, la finestra della stanza era aperta, spalancata; come si suol fare a' primi soli d'aprile. Il giovine teneva le braccia incrociate sul petto e gli occhi fissi all'angusto spazio di terreno che misurava co' passi; e in mezzo a' pensieri lasciavasi sfuggir di bocca ora un lamento, ora una parola di dispetto, secondo che lo vincesse impazienza o dolore. E poi, quasi per togliersi a quell'ostinato meditare, s'avvicinava alla finestra, e appoggiato alla soglia se ne stava a contemplare con occhio muto la gente, le strade, le case e il sole biancastro e senza raggi attraverso a quel velame di nebbia, che gli somigliava alla scena d'un sogno.
— Eccomi solo! egli pensava: solo, abbandonato a ventitrè anni, tristo come un colpevole, inutile ad altrui, a me stesso!... Povera mia vita, povero mio cuore, che siete mai? È questa la felicità ch'io cercava, la verità, la pace di cui tanto aveva sete l'anima mia?... Benchè giovine, la vita mi costò a quest'ora troppo duro saggio; ma, a questo mondo, ciò che patisce il cuore soltanto, non si conta per nulla, l'ho perduto tutto, tutto; e non mi resta nemmeno il ricordarmi del passato senza sgomento e senza rimorso. È egli possibile che mio padre, il vecchio mio padre m'abbia maledetto?... Gran Dio! sostieni l'anima mia, dammi la virtù, di soffrire, o ch'io mi perdo!...
— E gli uomini?... essi che non credono e non vivono che per il fatto, eterni schernitori d'ogni entusiasmo, d'ogni sacrifizio, d'ogni patimento dell'anima, mi volgon le spalle, mi tengono a vile, mi chiamano stolido, e fors'anche infame!... No, no! io fui, io sono più forte di voi tutti! Sia ciò che vuole, la voce della coscienza, la necessità dell'avvenire, l'infinito desiderio della verità gridan più alto di voi; e io vi disprezzo. Ho ben già fatto ancor più; a questa immensa speranza della verità ho sacrificato la canizie di mio padre, il pianto delle mie sorelle, il mio nome, la gloria e gli agi che il mondo m'aveva promesso, tutto, la religione stessa della mia famiglia!... Pure, per gli altri, io sono un uom fiacco, uno spirito vile, un imbecille. E qual è la mia colpa? Quella d'aver osato confessare apertamente, in faccia a tutti, di credere!... A che mi valse dunque la lotta lunga, penosa del dubbio? E se fu un martirio, perchè non ne ho io trionfato ancora?... Io sono cattolico! l'ho detto, e gli amici miei risero; ho creduto alla fede che m'insegnarono la semplice eloquenza d'un santo, l'amicizia d'un giusto, l'amore d'un angelo; ed essi risero!... Oh dolore, in cui v'ha di che maledir l'intelletto, e di sospirar di finire!
— Io aveva tanto bisogno di riposo, eppur sento che il mio cuore sostiene ancora una fiera guerra. Se ritorno coll'anima su la vita passata, mi ricordo che a quindici anni io contava già amari giorni; che talvolta io mancava sotto il peso della noia, e tal altra la mia mente perdevasi nell'infinito. Ma almeno allora io poteva piangere... Oh perchè la povera mia madre mi fu tolta sì presto! Io avrei vissuto dell'amor suo, dell'amor suo, unica virtù di tutta la mia vita! Oh perchè mio padre fu sempre così avido di grandezze, e io così indifferente a ciò che chiamasi gloria e fortuna?... Se una passione cieca, violenta m'avesse trascinato, come tant'altri ch'io vidi e conobbi, sarei forse meno infelice che adesso non sono. Io non so qual condanna s'aggravi sul mio capo; ma so che ho sofferto, ho veduto piangere e soffrire quei pochi che mi amarono... No, no! gli è meglio ch'io discacci questi dolorosi pensieri...
E tornava a passeggiare, e l'anima cupa gli si leggeva su la fronte sdegnosa; i suoi passi erano più concitati, e gli occhi torbidi e irrequieti, segno della tempesta che dentro sopportava. Alia fine rimase per qualche tempo immobile, come se i suoi pensieri tacessero; poi si gettò sopra una seggiola, abbandonò gravemente il capo fra le mani, appoggiandosi alla tavola ch'era presso il camino; e di nuovo s'immerse nelle più scure fantasie.
— È impossibile! il mio cuore non ha più che un'illusione sola... Quell'oscura fanciulla, l'unica che, io abbia amato coll'anima mia, l'unica che non abbia ardito confidare il suo al mio affetto, e che pure mi ha amato, anch'essa m'abbandonò, non è più qui! Dunque non la vedrò più, io che sperava di trovar vicino a lei una pace che per breve tempo ho pur gustata, in que' pochi giorni fuggitivi, i soli giorni che con dolcezza io richiami!...
— Buona e povera Maria! anche tu hai portato il peso del dolore, ma pure fosti meno sventurata di me. Non sono io sulla terra solo, al pari di te? ma tu vivi ancora la tua vita pura e tranquilla, non hai il cuore turbato dalle tempeste che agitano il mio; l'affanno t'ha oppressa, ma le tue lagrime sono silenziose e care, sono le lagrime della virtù e della rassegnazione: io in vece non posso piangere, e se piango, non son lagrime di conforto, ma di disperazione!... Oh le mie notti! le ore terribili della notte così gravi e mute, e piene di fantasmi! È allora che la mia mente va farneticando nelle tenebre, che l'anima mia si dibatte, come in un mare senza confini. Tenebre dappertutto, nel dì e nella notte, su la terra e nel cielo, tenebre il passato e l'avvenire, la vita e la morte!... O Signore! questa è la fede che tu m'hai data?... Eppure, io credeva!... e quando pregai d'essere ricevuto nel grembo della tua Chiesa, allora il cuor mio era sincero, era sicuro e forte. Deh! come in allora, ponmi al fianco, o Signore, alcuno che mi ami, e mi ricordi sempre che questa fede non è un sogno dell'anima, ma la vera, l'unica consolazione della vita!
— Oh! che sarà mai intanto di Maria, di quell'innocente creatura, che per l'amor mio è fatta infelice? Io devo cercarla, ridonarle la pace che le ho tolta, e, quantunque io non possa più restituirle nè madre nè fratello, potrò almeno, se il cielo consente, e s'ella mi crede ancora, tenere il mio giuramento. E Dio che l'ha benedetta, benedirà me pure!
Di lì a poco, alcuno bussò leggermente all'uscio della stanza. Era un giovine di bell'aspetto e di modi cortesi, un tale che noi conosciamo da poco in qua; era Eugenio, l'amico della graziosa alunna crestaia.
Com'egli avesse fatto la conoscenza d'Arnoldo Leslie, perchè si fossero poi legati, io ve lo dirò adesso, se vi piace.
Il giovine inglese era tornato in Italia due mesi prima, nell'ottobre; e, come ben lo pensate, col disegno di trovar Maria, la quale gli stava sempre nel cuore; era stato il primo amor suo, era il solo anello che ancora lo attaccasse alla vita.
Attraversata Francia e Svizzera, poi venuto a Como, s'era fatto trasportare senza indugio al paesello di Maria. La prima gioia che gustasse, dopo tanto tempo, fu al salutare la bella riva e quella conosciuta e amata dimora; egli pensava di trovar colà, nella loro pace di prima, Maria e sua madre... Balzò dalla barca, cercò impaziente con gli occhi la casetta: le finestre eran tutte chiuse; solo vide semiaperta un'imposta della porticella di strada, e seduta a capo degli scalini la vecchia Marta.
Essa non lo riconobbe; ma quando e' le disse il proprio nome, — Oh santissima Vergine! esclamò, cosa viene a far qui adesso lei? Non sa che non c'è più nessuno? Non sa che sono tutti morti?... cioè, la Caterina e don Carlo... e che di Maria non s'ebbe più nuova nè imbasciata, dopo la gran disgrazia...
Arnoldo non chiese, non volle sapere di più. Ma il dì seguente, tornò muto e lento a quella casa deserta; rivide la Marta, domandò e conobbe la breve storia della sventurata famiglia, o almeno quel tanto che n'era noto alla vecchia; e pianse con lei.
Di là poi, se n'era venuto a Milano. Presentatosi con note commendatizie a quella casa di commercio, nella quale Eugenio trascinava il suo meschino noviziato, egli s'avvenne in questo giovine, che gli sembrò dabbene e sincero; e com'ebbe più d'una volta occasione di trattar con lui, quando andava a riscuotere qualche somma di proprio credito (perchè, per buona o cattiva fortuna, a questo mondo non si vive soltanto d'amore e di fantasie); così, non di rado accadeva che se ne tornassero in compagnia, senza esser per questo i più grandi amici del mondo.
Arnoldo, d'altro non sollecito che di saper la sorte di Maria, aveva inutilmente tentato ogni mezzo di trovarne traccia. Solitario per costume, e divenuto poi più diffidente, non volle aprire a nessuno l'animo suo; ma visse ritirato e malinconico nell'albergo poco noto, dove aveva preso stanza e dove altri non capitava che quel buon giovine dell'Eugenio; il quale talvolta, e quasi per forza, lo trascinava seco a diporto, per guarirlo dalla sua cupa tristezza, dicendogli che lo _spleen_ l'avrebbe presto fatto finir tisico.
Per questo, Eugenio non conduceva l'amico nè lungo le monotone strade di circonvallazione, nè sotto i castani già brulli e nudi delle nostre solitarie mura, ma se lo traeva dietro per le corsìe più liete e frequenti di popolo; e tenendosi al braccio del compagno, sapeva, in quelle passeggiate, trovar fuori l'ora opportuna di venire verso la nota bottega, dove sedeva a ridere e a lavorare la sua Ghita; e questa ne lo ringraziava con una lunga occhiata, con un sorriso. Ma una volta fra l'altre, mentre al solito passavano appunto presso l'entrata della bottega, Arnoldo a caso rivolse gli occhi da quella parte, e vide, o gli parve vedere, la sua Maria che sedeva occupata al ricamo, vicina alla vetriera della porta... Si fermò, riguardolla ancora... era proprio dessa. Poco mancò che non gli sfuggisse un grido di gioia improvvisa. Ma la fanciulla non s'era distratta dal lavorio, non lo aveva riconosciuto. Egli allora, sforzandosi di parer indifferente, chiese all'amico se fosse stato mai in quella bottega; ed Eugenio, pensando che l'altro avesse indovinato il suo segreto, lo guardò sogghignando, e rispose che sì; poi, da buon figliuolo com'era, gli confidò il suo amoretto con la Ghita.
Arnoldo l'aveva appena ascoltato; colmo l'animo del contento d'aver riveduta Maria, egli abbandonavasi alla soavità dell'antico affetto, alla voluttà della speranza adempita. Il suo volto s'era fatto sereno, il suo cuore leggiero e aperto; parlò e rise, sì ch'Eugenio ne strabiliò, pensò fosse effetto della sua medicina, di darsi un po' di bel tempone, e poco stette che non lo consigliasse allora, da bravo amico, a far come lui, e pigliarsi dett'e fatto una bell'amorosa, gaja, alla buona, che certamente gli avrebbe cacciato la mattana. Ma si pentì e restò intraddue; quando, prima che si lasciassero, Arnoldo gli strinse forte una mano, dicendogli seriamente: — Ho un servigio a chiedervi: venite domattina da me, ch'io devo confidare al vostro onore una cosa che mi preme.
— Ben fortunato di potervi servire, gli aveva risposto Eugenio; di me potete viver sicuro, io vi stimo troppo, e... Ma non finì il complimento, e se n'andò pensando: Che vorrà mai quest'originale? O ch'egli è matto, o ch'io non ci vedo.
La mattina vegnente, non mancò all'ora data; e Arnoldo, con gran mistero, gli scoperse la promessa che lo legava alla nostra fanciulla, per la quale soltanto era tornato in Italia; e soggiunse che, dopo molte vane ricerche, il caso gliela aveva fatta incontrare nella modesta bottega d'una mercantessa; in quella appunto, a cui eran passati vicino il dì innanzi in compagnia.
Eugenio maravigliò e rise, chè gli pareva un sogno; ma l'altro prese sul serio la cosa, e fattogli giurare di non dir nulla, volle da lui la promessa di far di tutto, perch'egli potesse in qualche modo parlare alla giovine amata. Eugenio disse che non pensava l'affare molto scabroso; e prima di sera aveva già messo a parte del suo segreto l'amica, poichè non avrebbe potuto tenerlo intero per sè, a malgrado di tutte le promesse del mondo. Ma, saputo ch'egli ebbe dalla compagna che Maria era una giovine un po' diversa dall'altre, e che faceva la ritrosa e la santoccia, s'avvide non essere la cosa sì facile, e non seppe più dir nè fare.
Fu il giorno appresso che la fanciulla disparve, come già sappiamo. Arnoldo ne disperò quasi, ma Eugenio era là per consolarlo e dargli buona speranza; rassicurava esser quello un ghiribizzo, una delle solite furberie delle fanciulle, le quali vogliono vedersi correr dietro il poveraccio che abbia la disgrazia d'innamorarsene. — Pure molti dì eran passati, senza che uno o l'altro avessero potuto ancora saper la verità. Ben aveva tentato più volte l'Eugenio di far parlare la crestaia, spacciando grandi promesse a nome dell'amico, ma non n'era venuto a capo: la buona donna fu muta, ostinata a custodire il segreto; benchè il giovine pensasse ch'egli era piuttosto per malizia che per virtù scrupolosa. Arnoldo, perduta la fiducia di ritrovarla, si rimise alla vita indifferente e monotona di prima, a quella vita tediosa che coll'inerzia del di fuori ricopre l'interno cruccio. Così era venuto il dicembre.
— Eugenio! diceva adunque Arnoldo al suo nuovo amico, quella mattina in cui l'abbiamo trovato che passeggiava nella sala dell'albergo: Eugenio, sedete qui, accanto a me. Le prove d'amicizia che m'avete dato, il vostro onesto costume, la vostra premura, meritano ch'io metta in voi maggior confidenza. Voi mi conoscete appena, e poco sapendo di me forse mi giudicate male. Gli è giusto dunque ch'io vi spieghi il mistero che a voi ancora mi copre, gli è giusto che mi conosciate meglio: forse allora, se nel cuor vostro avete riso di me, mi compatirete!
Il tono severo di quest'esordio scosse un poco Eugenio: e poi, i colloqui serii non erano il suo forte; nondimeno, fatta all'amico una solenne protesta d'osservanza, si pose a giocar distrattamente con le molle fra le ceneri del focolare.
E l'altro prese a raccontargli la storia dell'amor suo, meglio che non abbiamo potuto far noi in queste pagine modeste; cosa ben naturale, era l'amante che parlava, e il suo cuore s'effondeva nelle parole, con una verità semplice, poetica. Ma Eugenio intanto pensava che l'amico suo era un bel pazzo, e ch'egli, se fosse stato ne' suoi panni, certo non avrebbe perduto il tempo in quelle malinconie, e a far all'amore alla romantica con una tapinella; mentre invece avrebbe potuto a suo capriccio fare il mestier del Michelaccio, quel beato mestiero che non s'insegna, e che tutti sanno e sapranno sempre.
— Dopo quel tempo d'una felicità ch'io quasi non credeva possibile, così continuava Arnoldo il suo racconto; dopo quel tempo, vennero per me i giorni dell'amarezza e dello sconforto. Ma qui, bisogna che vi confidi un'altra cosa che ancora non sapete, il vero mio nome. Voi mi conoscete per Arnoldo Randale; questo non è il mio casato, ma quello della famiglia di mia madre; e per segrete ragioni io lo presi al mio ritorno in Italia. Mio padre è lord Guglielmo Leslie.
L'amico Eugenio levò gli occhi con gran maraviglia a quella sonora parola di _lord_; e, poste giù le molle con che giocava, stette con più cheta attenzione ad ascoltarlo.
— Mio padre, seguitava Arnoldo, è un uomo severo, superbo del suo nome e dell'antica sua nobiltà, quant'altri mai; i suoi principii sul fatto e su la condizione sociale son quelli d'un vero Inglese, onore, orgoglio e fermezza; il motto dell'arme gentilizia de' Leslie sembrava appunto dettato per lui: _Sempre salire!_... Ma, fin dagli anni infantili, il mio cuore s'apriva in vece all'incanto delle miti virtù di mia madre, dolcezza e compassione, amicizia e amore. Io sento di non esser nato per quelle che chiamansi le grandi virtù del nostro secolo, una politica che si veste del fastoso nome di filantropia, e una civiltà che pesa tutto su le bilance dell'industria. Passai i prim'anni dell'adolescenza nella casa d'uno zio di mia madre, venerabile vecchio, di cuor giovine e caldo, uom generoso, soccorrevole e costante; egli era irlandese e cattolico, e aveva perduto il figlio, la nuora e i nipoti, tranne uno solo che formava le delizie dell'abbandonata sua vecchiaia..... Questo giovine cugino fu il mio primo amico! Ah! pochi anni appresso, anch'egli era morto...