Angiola Maria: Storia domestica
Part 16
— Come?... come?... interruppe allora il canonico; e battendo la tavola con una palmata, che fece sobbalzare a un punto il calamaio, il vassoio, la tazza e i libri: sarebb'esso mai questo vostro fratello, il prete Carlo ***?
— Egli stesso! proferì con fioca voce la sbigottita giovinetta, e chinò subito sul seno la faccia, lasciando in quell'atto cadere il velo, che prima aveva sollevato.
— Possibile?... oh vergogna!... scandalo!... orrore!... Signora marchesa, signora marchesa, non ne facciamo niente.... io ritiro la mia raccomandazione..... Non si può, la mia ragazza, non si può! So ben che ci canzonate!
— Che cos'è mai? per amor del cielo! dica, signor canonico, si spieghi, ch'io mi sento già venir fredda!... E la marchesa, sbarrando con ispavento i suoi piccoli occhi, scuoteva la cuffia a gran rischio di scompigliare le bionde sue ciocche.
Il canonico si levò in piedi, e delle braccia fatto arco su la tavola, si chinò all'orecchio della marchesa, sfiorando quasi con le labbra i merletti della preziosa cuffia; e le susurrò, in poche parole, non so che mistero.
Ma quelle sue parole furono come un tocco di folgore. La marchesa balzò in piedi anch'essa, con una ciera sdegnosa e stralunata; lanciò alla povera tosa un'occhiata fulminea; ma poi, a poco a poco, si ricompose nella prima dignità, e mutato lo sguardo dell'ira in quello della gelida compassione: — Andate, povera giovine, le disse, andate! Io ne sono proprio accorata, ma non posso far niente per voi... la cosa è troppo seria. Voi forse non ne avete colpa, ma le leggi, il governo, la religione, e la quiete della mia coscienza voglion così; è impossibile, impossibile!....
Ciascuna di queste dure parole apriva nel cuore di Maria una nuova ferita. Una maledizione le era dunque caduta sul capo, una maledizione terribile, immeritata, che faceva altrui delitto la pietà verso l'infelice orfanella? Era dunque l'infamia che pesava sopra il nome del suo fratello, sopra quel nome innocente e caro? Essa tremava come se fosse veramente colpevole; la sua mente si smarriva, nè so qual forza la sostenesse in quella difficile prova. Ella s'avanzò con sommessione, com'era venuta, verso la sdegnata marchesa; e timida arrischiò un passo e tentò di baciar la mano di lei, per chiederle perdono d'averla sturbata. Ma la pia e superba dama ritirò la mano, e la congedò dicendo: — Mi rincresce, la mia ragazza, ma, per ora, non m'è concesso assolutamente di potervi far del bene. Chi sa che col tempo.... Piuttosto, cercate ricovero in qualche casa oscura, in uno stabilimento di carità, in un ritiro.... sarà meglio! E intanto tener lontano i pensieri mondani, avvezzarsi alla modestia, al raccoglimento.... e sopra tutto poi, alla rassegnazione. Quanto a me, vi prometto, che se m'avverrà, spenderò forse per voi qualche buona parola anch'io.... ma dipenderà dalla vostra buona condotta.
E così detto, si volse al suo fedele consigliero, e si mise a parlargli in segreto e con gran calore.
Maria trovò nella galleria la vecchia Giuditta; la quale, rassegnata ad aspettarla, erasi a tutto bell'agio accovacciata entro un gran seggiolone del seicento, sotto i piè d'uno degli antenati della marchesa; uno di que' cinquanta ritratti, con irti mustacchi, gorgiera spagnuola, cappa bruna e brache gonfie e listate. E, come vide Maria, le venne incontro con volto sereno, che voleva dire: E così? siete contenta?
Ma la fanciulla, tutt'ancora confusa, le prese tremando la mano, e stringendosi a lei vicino: — Andiamo, le disse, andiamo via! Oh lei, signora Giuditta, è più buona di loro: lasciamo per carità questa casa, le dirò tutto poi. — E partirono.
Fu dopo questo, e dopo un novello inutile tentativo appresso d'un'altra caritatevole signora, la quale trovò Maria d'età troppo fresca per poter far da cameriera a una sua figliuola che doveva andare a marito, fu allora che la povera giovine accettava di collocarsi, come ricamatrice, nella bottega d'una crestaia, una delle cento amicizie antiche della signora Giuditta. E si tenne abbastanza fortunata, chè almeno in quell'oscura vita nessuno le avrebbe rimproverato il suo dolore e la sua misera condizione; nessuno sarebbe venuto ancora a ripeterle all'orecchio una maledizione all'infelice fratel suo.
Così aveva passato già sei mesi nella povertà e nel lavoro, paziente e tranquilla. Era come s'ella fosse morta per tutti; nessuno che domandasse il suo nome, nessuno che le dicesse una parola amorosa, o le avesse chiesto mai il perchè della sua tristezza. Anche la signora Giuditta, da prima così premurosa, così affannona, pareva averla dimenticata; poichè, appena le venne fatto d'appoggiare altrove la fanciulla, non si lasciò più vedere. Non già ch'ella fosse senza cuore, ma voleva respirare da quel gran trambusto avuto in poco tempo, chè non s'era figurato mai potesse succeder tanto al mondo a una donna. Maria però era venuta più d'una volta a visitarla, perchè essa non avrebbe potuto dimenticar mai il più piccolo bene a lei fatto; e poi, quella dimora era stato l'ultimo asilo della madre sua, innanzi che l'avessero portata via, all'ospedale; era là, che il suo Carlo l'aveva condotta in un giorno di fatale disinganno; era là, che essa l'aveva veduto l'ultima volta.
L'onesta crestaia la teneva in casa sua, e le aveva destinata una cameretta buia, a mezzo la scala, che prima serviva all'uso di ripostiglio, e che rispondeva sur un cortiletto angusto e uggioso. In quel bugigattolo altro non c'era che un cassettone, un letto povero e basso, o piuttosto una grama materassa gettata su due panche nane, e un piccolo scanno nella stradetta fra il letto e la parete. Una luce morta, chiusa dal colore oscuro delle tettoie all'intorno, calando a traverso de' piccoli vetri verdognoli della finestra ferrata, dava a quell'umide pareti un aspetto più tristo ancora, e quasi di carcere.
Eppure la buona orfanella, allorchè si trovava nel misero asilo, dove poteva pensare o piangere non veduta, credeva ancora d'esser libera; essa, che un tempo temeva di restarsene sola, allora cercava, amava il silenzio e l'ora solitaria. E quando, dopo l'assiduo lavoro della giornata, ritornava alla tarda sera nell'abbandonata cameretta; e quando in ginocchio a fianco del suo letto, chino il viso su le povere coltri, offeriva al Signore il giorno ch'era passato; il Signore allora spirava in quell'anima vergine l'alito della rassegnazione e della pace. E poi, ella coricavasi col cuor libero e con la mente serena, dormiva ancora i soavi sonni dell'infanzia. E l'angelo custode vegliava certamente nella sua nube sopra il capezzale dell'innocente.
Così dunque Maria aveva passato sei mesi. E nel giorno de' morti era venuta su la fossa della madre, fra i poveri e i buoni, a portare anch'essa il tributo della sua orazione a quel Dio, che benedice al dolore prezioso de' piccoli, e rasciuga le loro lagrime.
VIII.
LE ALUNNE DELLA CRESTAIA.
Se mai, al tramontar d'un bel giorno, quando, o miei giovani amici, andate a zonzo per le vie della città, lasciando vagar la fantasia dietro gli scherzosi buffi di fumo del vostro cigarro, vi siete fermati presso la porta invetriata della bottega d'una crestaia; se mai vi piacque d'andare sbirciando, con un'occhiata curiosa, la lieta scena che presentano le giovinette operaie in quel laboratorio della moda, io vo' scommettere che con un sorriso su le labbra e con un grillo nella mente avete detto: — Oh il bel cespuglio di rose che paiono aspettare chi primo le colga!... E poi forse, appoggiati alla spalla della muraglia, dietro il prisma di que' tersi cristalli, vi sarete fermati a rallegrarvi gli occhi nell'affaccendato crocchio delle belle fanciulle. — E via col fumo del cigarretto, i più matti pensieri vi avran fatto girare il capo, e sarete rimasti inchiodati là, senz'accorgervi forse neppure degli urtoni e degli sgambetti di qualche frettoloso passeggiero.
Un banco lucido, incorniciato, attraversa per il lungo quell'elegante officina, coperto e ingombro tutto di scatolone aperte, di cartoni e di cassette; sopra le quali sfoggiano spiegate le più aeree stoffe, i più graziosi trapunti: i veli, i nastri, i mussolini, le sete danno al luogo un non so che di fantastico, di nebuloso, come si dipingerebbe il misterioso gabinetto d'una sultana delle Mille e una notti. Entro per le scansie, che nascondono tutto il giro della parete, vedi pendere in bell'ordine da lucidi piuoli le cuffie, le trine, i cappellini, le berrette, le gorgierine increspate, i cappucci, e l'altre cento maniere d'ornamenti che inventò l'arte capricciosa della donnesca civetteria. In mezzo a quell'onda trasparente di veli e di tessuti, spicca la sollecita figura della maestra crestaia, che mentre attende a foggiare il merletto d'una cuffia, o il bizzarro galano dell'ultimo cappello, leggiadra creazione delle sue cesoie, non perde però d'occhio l'inquieto gruppo delle giovani alunne; le quali, sedute in giro alla tavola de' lavori, sotto lo splendore d'una bella lampana di cristallo, si van raccontando una all'altra in segreto le lor piccole confidenze, i loro novi amoretti, e alternano intanto facili risa, motteggi e baie.
Sono sei o sette fanciulle, vispe, sollazzevoli, accorte una più dell'altra, che tra l'agucchiare e il ricamare lasciano scappar certe loro rapide e loquaci occhiate verso l'entrata; e poi, sorridendo e guardandosi fra loro di nascosto, dan di gomito alla vicina, quando alcuna arrossendo d'improvviso abbassi il capo sul suo lavoro, sia che con la coda dell'occhio abbia veduto passar lungo la via il suo giovine innamorato, o sentito il picchiar del suo bastone su lo scalino della bottega, oppure distinto fra il continuo strepito del di fuori il noto zufolare della sua arietta.
Una sola di quelle fanciulle se ne stava modesta e silenziosa, tutta intenta al collaretto già mezzo ricamato che teneva fra le dita; e mentre che le testoline irrequiete delle gaie compagne si volgevano di qua, di là a ogni momento, ne' più leggiadri e furbetti modi, quell'una s'inchinava in atto tranquillo e pensoso, quasi che fosse straniera al sommesso cicaleccio dell'altre, a quel sì frequente scoppiar di risa mal trattenute. Se non che gli occhi talvolta riposava, come incantati, sul suo gentil ricamo; e allora essa non cuciva più, e la mano che teneva l'ago, posava oziosa su le ginocchia. Bensì, di tanto in tanto, le compagne le dicevano qualche lieta parola, o le facevano qualche malignuzza domanda; ma essa non rispondeva che sollevando i suoi begli occhi, aprendo appena le labbra a un leggero sorriso. E certo le amiche non le avrebbero perdonato quella sua malinconica ritrosia; ma sapevan tutte, che alla poverina non restava più nè padre, nè madre; e che non aveva saputo ancora trovarsi un innamorato: per questo la compativano, e la chiamavano Maria la novizia.
— Senti, Ghita! diceva alla sua vicina con segreto susurrio, la più tristarella di quel gruppo, una piccola brunetta, che aveva un par d'occhi di fuoco, e le guance paffutelle e colorite, come lo spicchio di una melagrana. Senti, ma non dirlo nemmeno all'aria, per carità! Gli è un pezzo che volevo parlarti di una cosa.... perchè, devi sapere che sono stufa di non aver nessuno che mi guardi a me! Tu, o Ghita, e Rosina, e Stella, avete pure il vostro amoroso; e me, non c'è anima che mi cerchi...
La Ghita rideva a questa sincera confessione, e — Che vuoi che ti faccia io? rispondeva sotto voce anch'essa....
E l'altra: — St! st! chè la maestra guarda verso di noi, e ne fa gli occhiacci, che par quasi la ci voglia mangiare.
Pure, di lì a poco, si chinò ancora all'orecchio della compagna, e ripigliò: — Dunque.... tu sei felice, Ghita! tu che la sera, appena fuori di qui, trovi l'Eugenio, lì su' due piedi, che t'aspetta; e subito gli dai di braccio, e ve n'andate in santa pace; ma io...
— Tu sei ancora una ragazza, o Luisa, rispondeva l'amica; hai quindici anni appena, e non è più di tre mesi, che sei qui con noi.
— Che importa mai? Se son giovine, tanto meglio! Credo poi di non esser così brutta che m'abbiano a metter in un canto come un cencio; e non sono poi nè smorta come la Maria, nè losca come quella superba di Carlotta....
— Abbi un po' di pazienza, che la capiterà presto anche per te la fortuna; se non è venuta, vuol dire che non è adesso la tua ora.
— E io sento in vece che l'ora è questa... Ma ascolta una buona volta, qual sia il piacere che mi devi fare....
— Gran segreti fra la Luisa e la Ghita! disse allora, battendo sul tombolo la spoletta del suo ricamo, la Carlotta, che sedeva in faccia a loro.
— Niente del tutto! E poi, che ne vuole saper lei, signora pretendente? rispose la prima, indispettita.
— Oh! oh! come la ti fuma subito! Non si può dirti nulla! soggiunse Stella, la sua vicina.
— Lasciatemi un po' stare, replicò Luisa più corrucciata ancora; e in quella piccola ira, alzava con sgarbo le sue tonde spallucce: le compagne la guardavano di sottecchi, e sogghignavan fra loro. — E voglio dire e fare quel che mi piace, riprese poi, cogliendo il buon punto, che la maestra dal suo banco stava mostrando ad una merciaia del vicinato non so che fazzoletti di mussolino. — E se voi altre non mi lascerete stare, ve ne dirò tante da farvi diventar rosse di vergogna, dalla prima all'ultima, da farvi scappare!...
Tutte ridevano; Maria soltanto, con un'aria di dolce compassione, levò gli occhi sopra di Luisa; ma questa, ostinata nel suo capriccio, si trasse con la sua seggioletta più vicino alla fedel Ghita, e continuò: — Ascoltami tu, che sei buona; voglio proprio dirti tutto, a marcio dispetto di queste grazie sgarbate. Sappi dunque, che stamane ho veduto passare di qui, più di due o tre volte, il tuo Eugenio, in compagnia d'un altro; quest'altro io non lo conosco, ma mi ricordo d'averlo veduto, e dev'esser suo amico.... Bene, questo bel giovine, perchè è un bel giovine, sai?... mi pareva che mi guardasse me.... oh anzi, ne son certa! E se tu fossi capace stasera di domandargli, all'Eugenio, chi sia quel suo amico.... oh! ti vorrei far mille baci. Senti, mi dice il cuore, che quel giovine passa di qui proprio per me. Egli è di bella statura, ha una fisonomia così cara, ha certi baffetti biondi.... e poi, un bel fare.... Oh! gli è sicuro un signore, e io muoio di voglia di sapere se è per me.... se è lui.... Oh cara Ghita, lo farai a me questo piacere, di', lo farai?...
— Sì, sì, ma se poi non fosse che un riscaldarti la testa!...
— Oh Ghita! tu non gli hai dato mente, perchè guardi sempre il tuo Eugenio; ma io... Sai? gli è perchè mia nonna, non contenta di recitar tutto il dì la corona, che in fine non è lei che m'ha fatto, non ha voluto mai lasciarmi andar sola per le vie, e manda sempre ad accompagnarmi, innanzi e indietro, quello stupido del mio fratello minore, che fa il copista da un avvocato: se non fosse così, oh me la spasserei ben alle spalle di queste cattive, che adesso ridon di me! Quel bel giovine, che tu sai, m'avrebbe già parlato, e vorrei farne crepar molte dall'invidia... Oh sì! vedi, perchè non son degni di stargli a confronto nè il Colombo, quel malcreato che fa all'amore con la Carlotta, nè il signor Antonio che parla alla Rosalia, e che avrà i suoi buoni cinquant'anni... No, no, io nol vorrei cambiare il mio amoroso, nè col Pietro della Clarina, proprio degno di lei, un giovine di bottega; nè col contino pitocco di cui si vanta tanto la Stella, e nemmeno quasi col tuo Eugenio; sebbene, bisogna dirlo, Eugenio li valga tutti insieme. E io, credilo, io sarò sempre la tua vera amica....
— Senti, Luisa, rispondeva la Ghita a quell'inquieto cicaleccio: di malizie n'hai da vendere, ma tant'è, io ti voglio bene, perchè sei sincera; e gli domanderò....
— Sì, ma stasera, stasera. Lascia poi fare a me... Domani, quando mio fratello verrà a prendermi, gli dirò che voglio accompagnarti a casa: andremo insieme, e tu troverai l'Eugenio, e ci sarà anche l'altro... Oh che bene! che allegria! non posso star cheta, solo a pensarci. — E la tristarella rideva di cuore. Ma quel suo ridere risvegliò ancora il motteggiar delle compagne.
— Oh! la è lunga stasera!... diceva una; e le altre: — Già, lei è sempre la disturbatrice!
— Qualche gran mistero!
— Oh lo sapremo anche noi! la Ghita ne lo dirà.
— Sei pur buona tu, Ghita, a darle ascolto.
— Che si faccia sposa la Luisa? oh, oh!
— E chi volete che la tolga?...
Ma queste amare baie ferivano il cuore della Luisa, che girò una lenta e torva occhiata su le compagne. E voleva rispondere, ribatter quelle parole nemiche con più acerbi rimbrotti; ma ella arrossiva, e le sue mani tremavano: allora lasciando cadere il collaretto increspato, a cui avrebbe dovuto lavorare, appoggiò stizzita la sua piccola testa su la tavola, e ruppe in un improvviso scoppio di pianto.
Maria, che sola era stata sempre silenziosa, sentì pietà della Luisa; e quando questa, non trovando più armi contro la sorda guerra delle pazzerelle amiche, finì a rispondere col pianto, ella s'alzò, le si fece accosto, le strinse con affetto una mano; indi, rivolta alle compagne, — Via, disse, siate buone! non vedete che vi riuscì di farla piangere? sareste mo contente d'esser ne' suoi panni?... E poi, che v'ha fatto mai, poverina? Su dunque lasciatela in pace, e fate vedere che avete buon cuore. E tu, Luisa, non piangere! ti vogliamo bene tutte, vedi! la è stata una burla; non àbbilo per male, o pensa piuttosto che non c'è rosa senza spine, e che tu sei ancora felice di non aver altri guai! Oh tu non conosci che si ha a sopportare a questo mondo di ben più grandi travagli!
Ma la buona intenzione di Maria, e le sue miti parole fecero peggio; perchè le fanciulle, dispettose del sentirsi ammonire da una che poco amavano — Oh vedi! bisbigliarono fra loro, vedi un po' questa che vuol far la dottoressa!
— E perchè se n'impiccia ella adesso?
— Eh la santarella! sentitela, che fa la dottrina cristiana....
— Taci, taci, Maria; si conta di belle cose anche di te, e non ci far parlare.
Così la tempesta, che prima minacciava la Luisa, scoppiò in vece su la buona Maria; la quale mortificata essa pure, tornava mutola a sedere. Ed essendo in quel punto la crestaia scomparsa dietro l'uscio interno della bottega, per salir alle sue stanze di sopra, quelle mordaci cervelline non si tennero più, e si voltaron tutte contro di Maria.
In quella, s'intese il battere delle otto. Allora fu un cinguettio, uno scoppiar di risa e di scherzi, un coro di vocine stridule e gaie, una furia di smettere i lavori alla rinfusa, di gettar su la tavola i guancialetti, le spole, le cuffie disfatte, i ricami su disegni incartocciati, le cesoie, i ditali. E ciascuna delle fanciulle correva a pigliare il suo cappellino di seta e lo scialle a scacchi o a quadretti, e tutte in una volta assediavano la povera Maria, che sola fra tutte era rimasta al lavoro. Pareva quel confuso cicalio che fanno le passerette d'una colombaia, sul vespro d'un bel dì d'estate.
Diceva una: — Senti, Maria! tu, in fondo, non sei una cattiva pasta di ragazza, ma vuoi far la gatta morta, e non ti sta bene.
E l'altra: — Non le guardate, ch'è marcia invidia che la fa parlare.
E una terza: — No, no; scommetto che sa fare anche lei il fatto suo, e voi la chiamate la novizia! andate là, povere sciocche!... Chi diceva così era la Carlotta, la più sguaiatella e la più brutta, alla quale tutte si strinsero intorno, pressandola con cento interrogazioni.
— Ah sì, dici? anche lei, con quella faccia compunta? Ma contane dunque qualcosetta, se ne sai!
— Ah! ah! son proprio contenta! Non l'avrei mai creduto; e come?... e dove?...
— Sì, dilla su, com'è stata? dunque l'ha avuto anche lei il suo bello, eh? altro che prediche, che amor del prossimo!
— Ah! l'ha avuto anche lei l'amoroso? Egli l'avrà piantata, e per questo arrabbia che noi ce lo teniamo!... Oh conta, conta su!
— Ma io non so altro... ma non posso dire... E poi io nol fo per vendetta, perchè io le voglio bene alla Maria... Così, ma inutilmente rispondeva la maligna Carlotta, mentre tutte le eran d'intorno, e chi per un braccio la pigliava, e chi le scuoteva un lembo dello scialle, e chi le tirava i nastri del cappellino: pareva quasi giocassero a gatta cieca.
Maria rivolse alle compagne uno sguardo in cui appariva più la preghiera che il compatimento; ma quelle continuavano a ridere, a chiacchiere con gran bisbiglio; e non vi fu che la Luisa, la quale, forse per gratitudine, fattosele vicina, le disse all'orecchio: — Buona Maria, scusami se tutto è per cagion mia!... E le diede un bacio di cuore.
Certamente, il giuoco avrebbe preso mala piega, se in quel punto non ricompariva la crestaia. La quale, veduta quella confusione, e intesa quella strana armonia di risa e di voci, si fermò nel bel mezzo della bottega, e girando un'occhiata lunga e severa sul crocchietto delle inquiete alunne, che alla sua presenza s'eran ricomposte in silenzio, umili, quatte e stupite, fece loro una solenne gridata, ch'egli era un pezzo che non toccavano la compagna; e con questa le congedò una dopo l'altra, che non vedevano l'ora d'andarsene.
La piccola Luisa fu l'ultima, poi che dovette aspettar che venisse il caro suo fratello; e n'aveva tanto corruccio che dispettosa batteva i piedi. Ma appena lo vide metter il capo dentro la porta invetriata della bottega, strisciò una goffa riverenza alla maestra crestaia, e poi subito scappò via, come un uccello.
Chi avesse avuto il capriccio di tener dietro a quelle farfalline, n'avrebbe veduta una, appena fuor dell'uscio, pigliarsi al braccio del bel giovinotto che stava ad aspettarla, avvolto, come il conte d'Almaviva, nel suo mantello; un'altra andar sola sola, rasente la muraglia, e via dilungarsi in mezzo della gente; un'altra poi, giunta a capo della via, arrestarsi, e guardar con ansietà di su, di giù, per ogni parte, in atto di chi cerca alcuno che non compaia; e questa stringersi presso la compagna, raccontare cammin facendo i suoi gelosi misteri d'amore; e quella dare una scrollatina di spalle e raddoppiare i passi, se avveniva che qualche mal capitato zerbino le augurasse la buona notte o le stendesse la mano indiscreta; in somma, una di quelle scene tra il chiaro e l'oscuro, così deliziose a' nostri giovani eroi che vanno in volta per la città, paladini notturni, in traccia d'amorose venture, come i bracchi dietro l'acceggia.
In quella sera, quando si ritirò nella sua camera abbandonata, Maria benedisse il cielo di poter finalmente lasciar libero sfogo a' suoi sospiri. La sua mente era più che mai agitata da mille immagini dolorose; ma soprattutto l'angustiava un dubbio, un sospetto, un pensiero spaventoso, ch'ella non osava confessare al suo cuore.
Si pose a sedere; meditava a sè stessa, alla sua vita, e le pupille le si gonfiavano di lagrime. La folle allegria delle compagne, i loro ghiribizzi, que' motti, que' consigli facili e maliziosi, non rispondevano al suo costume timido e dolce, alle sue dolenti ricordanze; ella si accuorava di dover tacere sempre, di vedersi negletta, perchè non aveva il cuore come l'altre; pativa di non esser amata, e pur pensava ch'essa non avrebbe potuto confidarsi a nessuno. Ma tutto questo era ancora nulla; il peso della sua vita essa l'aveva portato in silenzio e con rassegnazione fino a quel dì; e in quel dì appunto, un'improvvisa circostanza bastò a risvegliare nel suo cuore appena riposato un'antica e terribil guerra. — Quella stessa mattina, un giovane era passato più d'una volta dinanzi la bottega (se vi ricordate, i furbi occhietti della Luisa l'avevano ben notato), e Maria, nel gettare uno sguardo involontario su la via, lo vide anch'essa, lo conobbe... Era desso, era il suo Arnoldo! — Le parve ch'egli pure la conoscesse; le parve che gli occhi di lui si fossero scontrati ne' suoi... E poi non si ricordava più di nulla; essa non l'aveva più veduto.