Angiola Maria: Storia domestica
Part 15
Ma la provvidenza non dimentica i poveri che sopportano la fatica, che non chiedono altra consolazione, tranne quella di guadagnare il pane pe' loro figliuoli. Essa sola può rendere il bene fecondo per tutti, essa che dalla debolezza suscita, quando che sia, il coraggio e la forza, essa che fa nascere dalle lagrime la gioia, e apparecchia la pace a coloro che han sostenuto lunghe prove; quella gioia che si ravviva a ogni lieta benchè piccola vicenda, e quella pace che s'acquista quando il cuore senza viltà può benedire altrui. Il povero che divide col fratello più infelice di lui la mercede prima numerata con avara brama, si getta la notte sul suo stramazzo, forse più tranquillo e pago che non il milionario, quando si riposa in letto sprimacciato, su' gonfi guanciali, protetto dal baldacchino di velo frangiato, dopo avere aperta una scuola, o fondato un ospedale, dove gli par già di vedere, su la fronte della porta, scolpito in pietra il suo nome e i suoi titoli superbi, pagati coll'oro, o con la viltà.
E poi nessuno v'è che poco o assai non viva per la domane. Se a ogni passo trovi chi bestemmia la povertà ne' giorni numerati sempre dagli stenti, i balzelli che non ristanno, il pane che rincara, trovi pure chi maledice alle noie della vita, al piacere marcito dall'abitudine, alla grandezza che fugge sempre, all'anima stessa che non si riposa mai. E lo scontento agita gli uni e gli altri: colui che vanta un gran nome e un gran censo, che ha sempre pranzi e ville, donne, cavalli e teatri, sen va felice d'essere invidiato; ma egli stesso ben sovente invidia la ruvida indifferenza, la credula mente, e la dura libertà del povero.
Intanto gli anni passano per tutti, il sole nasce e tramonta su le prosperità e su le disavventure umane, la natura spoglia e riveste la sua bellezza; ma l'età perde i suoi fiori, e non si rinnova più! E l'uomo, quest'essere così fiacco insieme e forte, così timido e così audace, l'uomo non sente venir meno la vita, e cedere quasi sotto ai piedi la terra; non s'accorge che, a una a una, sfumano innanzi a lui le più gentili e care illusioni, che la sua memoria ha l'ale corte, che il suo cuore si va sempre più stancando di battere..... Oh quant'è più felice colui, il quale, nell'allegrezza e nel dolore, non sa che credere, sperare e amare!
Sul cadere di una malinconica giornata di novembre — era appunto il dì de' morti — un'orfanella, in povero ma decente vestito bruno, e coperta d'un velo, se n'andava, assorta in profondi pensieri, verso il campo santo suburbano di Porta Tosa. Il sole non era tramontato ancora; ma si nascondeva innanzi tempo dietro una gran fascia cenerognola di nuvole; e pareva negare il mesto e poetico saluto dell'ultimo suo raggio a quella vasta e sacra campagna, tutta seminata di basse croci, e a quella gente buona e fedele, venuta a consacrare un'ora alla memoria e alla preghiera, nel soggiorno de' trapassati.
L'orfanella entrava anch'essa nel campo santo, in mezzo a una processione di povere donne, delle quali parecchie venivano traendosi dietro due o tre figliuoletti, alcune si recavano un bambino su le braccia, altre camminavan sole e taciturne; e quale se ne andava pregando in compagnia, e quale piangeva, e quale si fermava in un compunto raccoglimento. Essa attraversava que' nudi sentieri; e lasciava dietro a sè alcuni buoni vecchi, che, tenendo il bastoncello in una mano e il rosario nell'altra, recitavano con mesta cantilena quelle orazioni che presto dovevano esser ripetute sul proprio loro capo. Vedeva, qua e là, al piede della bassa muraglia, all'angolo di qualche cippo, mendicanti accosciati sul terreno, appena coperti dagli ultimi cenci e portanti su le ginocchia le stampelle incrocicchiate, andar invocando lamentevolmente la pietà di chi era men povero di loro: vedeva più d'una madre infelice, circondata dalla miserabile corona di tre o quattro bambini, l'uno lattante, piangenti gli altri, sollevar la testa e con gli sguardi muti e l'estenuato aspetto raccomandarsi alla carità del passeggiero, nel nome di Quella che fu chiamata la Madre de' dolori; e da lontano e da presso, d'intorno a lei, in ogni canto, spargersi in pietosa ricerca, entro per quella folta selva delle croci, intere famiglie; e poi, a mano a mano, ciascuna di queste raccogliersi vicino a una croce nota, inginocchiarvisi all'intorno, rispondere insieme alla stessa preghiera; da un'altra parte, un vecchio già curvo insegnare al figlio adolescente, sul cui braccio s'appoggiava, dove riposasse suo padre e dove la madre sua; e qui, una donna starsene solitaria e muta presso una lapida recente; e là, al piede d'un'altra, due giovanette pari d'età e di sembianza, che sembravan gemelle, spargere pochi fiori e piangere senza ritegno.
Maria, la nostra orfanella, s'aggirava anch'essa nel sacro terreno; ma non cercava una croce, perchè questo santo segno non era stato posto per distinguer dall'altre la fossa della povera sua madre. Pure, essa conosceva quella zolla, ignota a tutti, cara a lei sola; essa aveva veduto scavar quella terra, l'aveva visitata, quando nessuno era passato ancora a calpestarla; e di poi, quando un'erba verde e fresca la ricoperse, era tornata spesso a pregare colà; ell'amava quel breve palmo di terra, e amava le bianche pratelline che lo smaltavano.
In quel dì solenne, Maria aveva speso i piccoli risparmi del suo guadagno per far celebrare una messa di suffragio per l'anima di sua madre; e poi era venuta a visitare un'altra volta quell'angolo santo, a ripetere una di quelle orazioni, delle quali non è parola che non salga nel cielo. Era là, in ginocchio, con la persona abbandonata mollemente e come stanca; e lasciando cadere sul grembo le mani intrecciate, rivolgeva al cielo la faccia, in quel soavissimo atto in che il Bartolini ha scolpito la sua divina statua della Fiducia in Dio. Affissandosi alla lontana dimora de' cieli, le pareva che l'anima di sua madre potesse di lassù vederla, e che ancora le benedicesse; e in fondo del suo cuore, mista alla dolcezza di quel sacro dovere, si risvegliava una segreta fidanza, una virtù tranquilla, che il Signore non l'avrebbe abbandonata mai. Il solo pensiero che in quell'ora dolorosa le fosse grave era quello di non sapere in qual altro canto di terra avessero portato a riposare per sempre lo sventurato suo fratello, di non potere almeno spargere qualche lagrima là, dove forse nessuno mai aveva detto un _requiem_.
Così, benchè sola al mondo, la povera orfana ritrovava ancora la pace nel sentimento religioso dell'innocenza e nella memoria de' pochi che l'amarono! Così, il ricordarsi di quel primo affetto, che sull'alba della vita era stato per essa un amaro disinganno, non la turbava più; non era che un'idea di tranquilla rassegnazione, o un sospiro di timida speranza! Anche il pensiero, che spesso l'assaliva, d'esser predestinata a morir giovine, allora non aveva più spavento per lei; era anzi come la mesta aspettazione di chi non vede l'ora che sia adempita una promessa. Essa aveva già assaggiata l'amarezza d'altri contrasti e d'altre angustie, in quel breve tempo ch'era passato dopo la misera morte del fratello e della madre; e nessun legame più l'univa alla terra.
Angiola Maria, dopo perduta la madre, restò per qualche settimana ancora nella casa della signora Giuditta la vedova del maggiordomo; e visse colà abbandonata, ma paga almeno di poter nascondere a tutti il travaglio del suo cuore. Ma quando, a poco a poco, il dolore si fece un po' quieto, e la mente tornò a' pensieri della vita e dell'avvenire, allora conobbe che anche troppo a lungo la vedova s'era pigliato carico di lei, e ch'ella, giovine e fresca com'era, doveva oramai cercare altrove di che vivere con la fatica delle sue mani. Sulle prime deliberava di tornarsene al paese, dove confidava di poter ancora compire onestamente i suoi pochi dì. Ma poi, non ebbe cuore di abbandonar così presto quel luogo dove suo fratello e sua madre eran morti, e dov'essa aveva amato e sofferto.
Una mattina dunque, prese il buon punto che la sua vedova amica, la quale, come sapete, era una donna piena di buona volontà per il prossimo, doveva andarsene non so dove, per certa raccomandazione; e arrossendo con una vezzosa modestia: — Ho a pregarla anch'io di una cosa, signora Giuditta, ho a dirle....
— Cosa volete? dite pur su col cuore in mano, la mia figliuola!.... Così la vedova, dopo la morte di Caterina, era solita di nominar l'orfanella, come una pietà segreta le suggeriva.
— Ecco qui, diceva Maria, lei ha fatto anche troppo per me; e io vedo in vece di non essere al mondo altro che un peso a quelli che m'han voluto bene... Ah sì, di quanto disturbo, di quant'angustia le siamo state causa noi, la mia povera mamma, e io massimamente! Oh così potessi almanco fare anch'io qualcosa per lei!... Ma pur troppo; non posso altro che tenermi nel cuore il bene ch'ella m'ha fatto, e pregare il Signore, che a lei ne renda altrettanto....
— Oh! non istate a dir così, poverina, chè avete sofferto anche troppo; e io non ho potuto far niente per voi....
— Lo può far adesso, signora Giuditta. Gli è un pezzo che ci penso, e capisco ch'è una vergogna... Buona come sono a guadagnarmi quel poco che mi può bastar a vivere, non devo star qui, come fin adesso, d'incomodo a lei e di bene a nessuno... È ben vero che fuori di lei non ho più chi pensi a me, non ho più a cui pensare: ma, tant'e tanto, ho risoluto d'allogarmi in qualche maniera, di mettermi a qualche servizio. Dica lei stessa, se non è vero che così fo bene?...
— Sì, la mia figliuola! avete un cuore, che dirlo è poco; ma v'andate cruciando a torto, e dovete star con me.
— No, no: è già troppo gran tempo, le ripeto; o non bisogna da vero che la vada così, perchè n'avrei sempre rimorso in cuore....
— Ma cosa pensate dunque di fare?
— Le dirò: prima volevo quasi tornarmene al mio paese, chè là forse potrei ancora trovar qualcheduno che si ricordasse di me; ma poi, venuta al punto di dir addio per sempre a questo luogo, dove avrei dovuto lasciare tutto quanto io aveva di caro, non ebbi forza di farlo; chè quasi mi pareva di perdere per la seconda volta la madre mia. Oh la mi compatisca, signora Giuditta! chè, in verità, c'è de' momenti, ne' quali non so nemmen io perchè sia ancor qui! Ho pochi anni, è vero... ma, adesso, che ho a fare a questo mondo?...
— Oh vi compatisco sì, ma certe cose non bisogna poi prenderle tanto sul serio, perchè staremmo freschi allora! Già lo so che avete la testina un po' guasta.... È stata una gran benedetta signora quella nostra padrona! e coll'avervi tenuto con sè ne' vostri primi anni e fatto imparar a leggere e scrivere troppo presto.... Vedete, certe idee che avete voi, io non le ho mai avute, nè anche in sogno.
— Ma, lei è buona, e non m'abbandonerà così! Per carità dunque, lei che conosce tante brave persone, mi raccomandi a qualcheduna: chè mi trovino un posto qualunque, un luogo, un servizio, tanto che mi dia come poter campare questi dì che m'avanzano; io cerco poco, e purchè, come le ho detto, non abbia a darle più questa noia, io m'accontento.
— Lo farò, Maria, se voi lo volete, lo farò: oh vivesse ancora la buon'anima di mio marito! quello era un uomo di proposito; ha servito sempre delle eccellenze..... ah! ma saran quasi vent'anni ch'è morto!...
— O signora Giuditta! una buona parola soltanto, a qualche pia dama, a qualche signora.... può valer molto; e io la terrò come un nuovo benefizio.
— Bene, sì! parlerò, vi prometto, lasciate pensare a me... Andrò questa mattina stessa dal signor canonico ****, ch'è un bravo, un sant'uomo, e che conosce tutti gli ottimi signori di Milano.... Ma, non credeste mai che non vi volessi più in casa mia!...
— Oh perchè, dopo tutto il bene che m'ha fatto, mi vuol dare questa mortificazione? No, no! l'assicuro, signora Giuditta, quel che le ho detto è il più vivo desiderio che mi sta in cuore!
— Dunque farò come volete, e quando prometto io... — E fattole una carezza, se n'andò.
Benchè la Giuditta fosse una donnicciuola sincera, e avesse, per dir vero, fatto qualche bene alla nostra fanciulla e a sua madre, nella passata loro strettezza, pure non intendeva di prendersi sopra di sè il peso di quella giovine; la quale, secondo lei, aveva mani e braccia come tutte l'altre, e non era che un po' ammalata di testa. E poi, siccom'essa era sempre stata avvezza a quel monotono andare di vita, a quel piccolo inerte egoismo d'una vecchia governante pensionata, così quel gran guai ch'era sopravvenuto al povero vicecurato, le era parso un pensier del malanno, un garbuglio, un finimondo. Far del bene al prossimo, sì — pensava la Giuditta — quando per l'altrui bene non ci vada il nostro, la salvezza dell'anima, come andrebbe qui; perchè la cosa è seria e brusca.... E se la Caterina era una buona donna, e se la Maria è una tosa d'oro, c'è però di mezzo quella storia scura del prete, che non ho mai potuto capire, e di cui ho fatto bene a tacer sempre, come m'aveva saviamente consigliato il signor Giosuè.
Ella dunque non lasciò fuggir l'occasione: la stessa mattina, appena la fanciulla le ebbe spiegato il suo cuore, trottò diritto alla casa del signor canonico; e, trovato il modo di parlargli, narrò la disgrazia dell'orfana, e lo scongiurò, con una litania di lamenti, che la pigliasse sotto la sua protezione. Egli le promise di far qualche cosa, e durò gran fatica a rinviarla, chè la non finiva più di piagnucolare.
Passati alcuni dì, la vedova ritornava alla porta del canonico, il quale non era in casa; ma essa, con la pazienza di chi vuol ottenere a qual si sia costo, l'aspettò due lunghe ore. Alla fine il canonico comparve, e veduta che l'ebbe farsegli vicino e attaccarsegli alla zimarra, — Siete una benedetta donna, le disse, ve l'avevo pur detto d'aspettare che vi facessi avvertir io stesso! Ma via, poi che la vi preme tanto, dite a questa vostra giovine che la si presenti, domani, verso mezzodì, alla signora marchesa ****, alla quale ho già parlato di lei; vedrò d'esserci anch'io, e faremo di trovarle un destino. Domani.... a mezzodì.... avete inteso?
— Oh quanta carità, signor canonico! Lei fa da vero un'opera santa! — E si chinò per baciargli la mano, ch'egli, per modestia, nascose nelle pieghe della zimarra.
— Sì, sì: andate, la mia donna, e ringraziate Dio che ci sieno ancora al mondo persone caritatevoli. — E passò innanzi.
Non è a dire quanto lieta tornasse a casa la vecchia Giuditta, con questa novella; lieta, perchè nel riuscirle di metter via, com'essa diceva, una giovine onesta, le era pur concesso alfine di racconciarsi nella sua pace casalinga, salvando l'opinione della pietà. Appena pose il piede sul suo limitare, non potè trattenersi dall'abbracciar la giovinetta, dicendole: Lo sapevo ben io, che quel brav'uomo del signor canonico non promette per niente! Non ve l'ho detto, ch'egli avrebbe subito trovato dove allogarvi?.... Ebbene, la cosa è fatta: domattina vi presenteremo alla marchesa ****, ch'è una gran signora, una dama che ce n'è poche come lei, una di quelle sul far della mia povera padrona, delle quali pur troppo s'è quasi perduta la stampa; mettetevi nelle sue mani, e al resto non pensate; è il caso vostro, e ne son contenta per voi!....
— O signora Giuditta, quanto le devo mai! Queste sue parole danno la vita, e io ne la ringrazierò e benedirò sempre.
E Maria passò quella giornata nel rassettare il suo miglior vestito, apparecchiata da quel momento a mettersi per la via che la volontà del Signore le destinasse.
Il giorno seguente, al primo tocco del mezzodì, le due donne si trovavano alla casa della marchesa, poichè la Giuditta s'era messo in capo di volere ella stessa presentarla a quella dama. Entrarono in uno di que' vecchi palazzi, che portano un nome storico, e de' quali pochi avanzano nella nostra città; uno di que' palazzi che, in mezzo alle nostre moderne case dalla fronte gretta e linda, dalle molte finestre e da' leggeri terrazzini, mostrano ancora la pesante e soda struttura d'un secolo e mezzo fa, il gran frontone della porta, i muri intonacati di sasso nericcio, i radi e ampii finestroni con le loro fosche invetriate e gli enormi davanzali: appunto come appare talvolta, in mezzo a gaia gioventù, uno di que' zazzeroni sessagenari che non si sono ancora emancipati dalla coda e dalla polvere di Cipri, nè dalle grosse fibbie d'argento alle scarpe, nè dai due tondi orologi di Bordier con le catenelle d'acciaio a pendaglio sotto la giubba larga e quadrata.
Per uno scalone, che pareva il vestibolo d'una chiesa, salirono al quartier della dama. Un vecchio servitore, infagottato in una livrea orlata di passamano turchino, ricevette le due donne in una vasta anticamera; e le fece di là passare nell'attigua galleria lunga e buia, dove stettero ad aspettare il buon momento di presentarsi alla signora marchesa. E passata una mezz'ora, che a loro parve eterna, una gran scampanellata destò gli echi di tutti que' cameroni, e fece batter più forte il cuore delle due donne, avvertendole che il buon momento era venuto. Quello stesso vecchio servitore attraversò la galleria, borbottando fra le gengive, e scomparve dietro una porta rivestita di flanella verde; ma indi a poco tornò, e tenendo aperto l'usciale che metteva alle stanze interne, fece segno alla giovine che lo seguisse; e lasciò la vecchia, dispettosa di quel complimento, a contemplare a suo grado i seggioloni d'alta spalliera che fiancheggiavan le pareti, le facce torve e barbute di que' quadri neri e le soffitte di legno di noce a cassettoni dell'antica galleria.
Benchè il passo della fanciulla fosse tremante, e più tremante il suo cuore, nell'attraversar le due sale che conducevano al gabinetto della sconosciuta dama, pure rassicuravasi pensando, che quella signora, s'era vero ciò che la vedova le aveva detto, doveva esser buona e pietosa; e rammentava la prima sua benefattrice, la contessa Anna; ma tanto aveva sofferto la poveretta, che non confidava più di trovar chi potesse amarla adesso, com'era amata allora.
Quando il servitore ebbe aperto l'usciuolo del gabinetto, s'intese di là entro una voce: — Venite pure, quella giovine, venite; la signora marchesa ha la degnazione di ricevervi.
Ella entrò, in atto rispettoso, fece alcuni passi, e modestamente sollevò gli occhi. La marchesa era seduta sur un canapè rivestito d'una copertura di seta gialla, scendente fino al suolo e foggiata a guisa di cortine; tutto il gabinetto e il rimanente della suppellettile era pure tappezzato d'una stoffa gialla, a grandi screzii e fiorami, riquadrata entro cornici sottili, dorate, adorne de' più bizzarri fregi, intagli e ghirigori, che avrebber fatto la maraviglia de' nostri moderni amatori dell'arredare antico. Parea e malinconica penetrava la luce per l'unica finestra del gabinetto, di sotto a' lembi semiaperti di due tende di damasco verde, rischiarando a pena un quadro sacro di fresca data, che pendeva su l'opposta parete, in una gran cornice nera a trafori; il ritratto d'una santa vergine e martire.
La signora marchesa mostrava nell'aspetto la dignità d'un buon mezzo secolo compiuto; e benchè altri non fosse con lei che il signor canonico, suo direttore spirituale e amico di casa, pure la si teneva ritta e dura su la persona, con la faccia secca, grinzosa, e acuto il mento, e le braccia strette a' fianchi e distese sul grembo, come si disegnano le sfingi. Una cuffia bianca di ricchi merletti a cannoncini le s'impadiglionava su la testa e proteggeva due ciocche di capegli biondi artificiali; uno scialle nero le copriva le spalle magre e la persona; e i suoi piccoli piedi, che forse erano stati la disperazione de' ballerini dell'aristocratico _minuetto_, spuntavano appena dal lembo della sua sottana color di nocciuolo, per appoggiarsi sur uno sgabelletto di cannucce. Sul tavolino che le stava dinanzi, era un monticello di libri co' dossi e fogli dorati, volumi superbi al di fuori ma umili e pietosi al di dentro, un calamaio di cristallo co' becchi del pennaiuolo d'argento, posato su d'un fascio di lettere e carte, e un vassoio d'eguale fattura.
Il canonico, che le sedeva a lato, finiva allora di succhiar la consueta cioccolata sul dipinto labbro della chicchera, e per una sua vecchia abitudine ne risciacquava il fondo coll'acqua cedrata: egli era in veste talare, secondo il suo costume per le visite della mattina; delle quali la prima era appunto per il buon cioccolate della marchesa.
Due lunghe, uguali e scrutatrici occhiate, della marchesa, vo' dire, e del canonico, furono il primo interrogatorio che subì la fanciulla; e bastarono a rapire al suo cuore la poca fiducia con che veniva, e ad agghiacciarle su gli occhi una lagrima di gratitudine, che già v'era spuntata. Essa cercava invano sul volto bianco e arcigno della severa dama un ricordo della simpatia e del sorriso della buona e mite contessa, ch'era stata la sua seconda madre. Gli occhi piccoli e bigi della marchesa, e le sue labbra sottili senza colore, e compresse in uno stentato risetto, davano alla sua fisonomia un non so che di stranamente pietoso, un'apparenza di compassata bontà. E bisogna dire che l'esame di quelle occhiate non fosse molto propizio alla nostra Maria, se le prime parole che la dama le rivolse, furon queste: — M'avevano detto che una povera giovine cercava di raccomandarsi alla nostra compassione; ma siete voi? vestita così come venite, m'avete aria d'una damigella!
— Signora marchesa, mi perdoni! Io porto ancora questo vestito nero, perchè ho perduto mia madre; nè mi pare ch'esso disdica alla mia umile condizione.
— Però quel color nero fa spiccar la vostra fisonomia; siete un po' pallida, ma bellina.
— Oh! mia signora, non mi mortifichi così!
— Via, non arrossite!... Ma lasciamo andar questo per ora, e veniamo al sodo. Dunque, lei, signor canonico... E così dicendo volgevasi verso di lui con un chinar del capo — lei, m'assicura da vero.... Perchè, aggiunse fissando di nuovo gli occhi su la fanciulla lo dovete alla sua raccomandazione, se acconsento a far qualche cosa per voi....
— Oh signora marchesa!... la prego, la prego... disse in atto d'umiltà e di riverenza il canonico; già è la nostra parte, di noi altri preti, quella di procurar il bene de' poveri. E quando s'ha la fortuna d'aver a fare con dame illustri e pie, come lei, signora marchesa....
— Il male è, ripigliò questa, che pur troppo la nostra carità il più delle volte è sterile: è il grano che cade in terreno sassoso, come dice il Vangelo. Ma, parlando di questa giovine, spero che n'avremo bene.... Dunque voi vi chiamate?...
— Angiola Maria ****. I miei parenti erano poveri, ma onesti.... e adesso sono morti....
— Sì, sì, la solita storia; tutte dicono così! ma prima, spiegatevi: v'adattereste a servire?
— Ah! rispose Maria con un profondo sospiro; non mi rimane altro destino, bisogna ch'io sia pur rassegnata a questo.
— Eh! mi pare che abbiate il vostro piccolo orgoglio anche voi....
— Bisogna compatirla, mormorò il signor canonico; era usa a star bene, e m'han detto che passò qualche tempo in una casa di signori inglesi....
— Ah sì?... domandò strabiliando la marchesa; veramente, questa è una circostanza che non mi piace niente affatto.... Ma chi vi mise in quella casa forestiera?
— È stata una fortuna.... il caso.... io era la compagna delle damigelle di quel signore; stetti alcuni mesi con esse, dopo che io le ebbi conosciute sul lago; e fu il mio povero fratello....
— Vostro fratello? dunque voi avete un fratello?
— Io l'ho avuto.... Anch'egli è morto, signora. E qui non potè stare di nascondere fra le mani il volto e le lagrime che quelle memorie le chiamavano su gli occhi.
— E questo vostro fratello che cos'era? Così, con la freddezza di un giudice che processa, continuava la marchesa il suo interrogatorio.
— Era vicecurato in un piccolo paese, a ***.