Angiola Maria: Storia domestica
Part 11
Quand'essa rimaneva in casa, in quelle lunghe sere invernali, che sembrano eterne a chi nella solitudine ha de' dolori a cui meditare; quando altro non le giungeva all'orecchio fuor di quel lontano mormorare, ch'è l'indizio della vita notturna d'una città, e pensava che nessuno poneva mente allo sfogo del suo dolore; allora, dopo d'aver tentato inutilmente d'occuparsi nell'una o nell'altra cosa, per disviar gli assidui pensieri che le stavano in cuore, rimembrava la pace che non avrebbe trovata mai più, e cercava di persuadersi della stoltezza di quell'amore che l'aveva fatta smarrire, e della vita inutile e desolata, che ormai le restava a compiere.
Nelle prove del dolore quell'anima fiduciosa e pura aveva trovato la forza di conoscer la vita e la funesta sua realtà; perchè pare pur troppo, che la conquista d'una ferma ragione valga il prezzo dell'innocenza e del disinganno: così bisogna che l'albero perda i suoi fiori, perchè si fecondi il frutto. Maria, che non aveva veduto il mondo, che non aveva trovato sul suo cammino se non persone amiche e liete di poterla amare, Maria, in quell'ore di solitaria tristezza, era divenuta una creatura nova. Allora la vita, che un tempo si dipingeva dinanzi e lei così serena e bella, spogliavasi di tutta la sua magìa; anch'essa la timida fanciulla sentiva nel cuore una pena ignota, muta, indistinta, e poi la puntura segreta del primo rimorso; anch'essa aveva una parola, un'acerba parola per domandare al Signore con che ragione l'avesse resa infelice! E non le parevano più cosa impossibile la malizia degli uomini e la fortuna de' cattivi; per la prima volta, l'amaro sorriso dell'odio aveva sfiorato la sua bocca: ella pure sentiva d'avere una forza intima, potente, la forza di disprezzare chi le aveva fatto del male.
In que' momenti angosciosi, si metteva a scrivere al fratello di ben lunghe lettere, nelle quali effondeva tutta l'amarezza del cuor suo e il compianto del suo misero destino. Ed eran fogli sparsi più di lagrime che di parole; era la pietosa confessione d'un'anima che non sa reggere al primo colpo del dolore. E poi lacerava, bruciava ciò che aveva scritto; si sforzava d'esser tranquilla, e, raccolti i pensieri, toglieva fuori, e ponevasi a leggere con voce commossa il suo libro delle preghiere.
Così passavano per lei i giorni e le settimane di quel tristissimo inverno. Ella vide che sarebbe stato una follia il domandare alle amiche perchè non la conducessero con loro, dopo ch'ella stessa s'era tante volte mostrata ritrosa a accompagnarle; e le fanciulle non ebber più cuore di pregarnela, quando si furono accorte che il padre repugnava all'intima confidenza da loro messa in Maria.
La giovinetta dunque soffocava il suo affanno; e tremando sempre che una parola, un gesto, un'occhiata potesse tradire quel segreto, il primo ch'ella avesse avuto mai, e che avrebbe voluto nascondere anche a sè medesima, cercava d'ingannar chiunque appena le volgesse uno sguardo; cercava di parer lieta, quando il suo cuore non era pieno che d'una sola malinconica idea. Egli era pur doloroso il veder sempre un mesto pallore sulla sua fronte, e un sorriso di gioia sulle sue labbra!
Ma in quel tempo, il segreto turbamento d'altri e più gravi pensieri agitava la mente di Arnoldo. La quiete della meditazione, che fa nascere la necessità di conoscere e di sapere; la libertà dell'anima, che conduce allo studio di quanto v'ha di più riposto nella vita, e che in mezzo al tumulto degli uomini è così facilmente dimenticato e perduto; la volontà non più tentata dall'esterne apparenze e scevra d'ira o di timore: tutto ciò aveva fatto maturo l'intelletto del giovine a uno studio nuovo e più severo della vita. Troppo spesso la sana mente e la fredda ragione sono umiliate da una specie di vago abbattimento, da un amaro disgusto delle cose, perchè possano essere capaci di grandi e virtuose risoluzioni. La coscienza del dovere, senza l'alito segreto dell'affetto, non è virtù; perchè la virtù viva nel cuore, non basta la persuasione indotta dalia muta esperienza del fatto; è forza che al fatto si trovi una spiegazione, un principio sovrano: il misterioso legame dell'anima con la vita.
Arnoldo aveva conosciuto nella nostra città uno di quegli uomini di semplici costumi e d'animo incorrotto, i quali in mezzo del mondo sieguono con passo sicuro una via negletta e taciturna, la via dell'onesta saggezza. Gli applausi e la gloria non sono per loro, anime grandi e oscure; ma sono per loro la tranquillità dell'uomo modesto e la forza del giusto; essi vengono sulla terra ignoti, dimenticati, e se ne vanno del pari; ma il frutto delle parole e dell'esempio loro sopravvive, e non può andar perduto.
Quest'uomo del quale io non dirò il nome, perchè i buoni non cercano lode nè invidia nel mondo, paghi dell'amore dei pochi, nel piccolo cerchio di coloro che si ricordano del bene avuto; quest'uomo, con la dolcezza dei consigli e con la forza mite d'un senno angelico e consapevole del cuore umano, indirizzò e sostenne i pensieri di Arnoldo a quel fine a cui l'anima sua da tanto tempo anelava. Egli lo preparava a' gravi studi, lo nutriva di ferventi meditazioni e di calda volontà, accendeva il suo coraggio, rinfrancava la sua vigilanza, gli prometteva la vittoria dopo la battaglia, e dopo la fatica il sospirato riposo.
Alle severe lezioni di lui Arnoldo consacrava allora la più gran parte del suo tempo; ond'avveniva ch'egli si rimanesse, talvolta anche per gli intieri giorni, lontano dalla sua casa e dall'amata giovinetta. E poi, quando ritornava, quasi sempre appariva mesto, chiuso nel suo pensiero; non parlava, e passava lunghe ore intento a nuove e severe letture, con l'animo combattuto da strane ed inquiete fantasie. Non di meno, con gran cautela, egli tenne sempre nascosta a tutti la ragione di quelle sue assenze quotidiane, di quell'assidua e muta preoccupazione. Maria soltanto se n'era accorta, ma taceva; e per il suo cuore era un tormento di più.
Pure in mezzo a quest'ignota cura d'Arnoldo, vi era de' giorni ne' quali l'amore, che pareva quasi divenuto in lui una quieta abitudine, si faceva più forte del suo proposito, più grande della sua virtù. Allora egli s'abbandonava a' suoi sogni antichi, a quei fallaci disegni che fa sempre l'incauta giovinezza, persuasa che la scusa dell'amore renda tutto facile e giusto. Allora la leggiadra immagine di Maria non rallegrava più come prima tutti i suoi pensieri; il suo cuore era ardente, oppresso; egli la cercava sovente, e poi quando le era vicino sentiva conturbarsi; voleva parlarle, spiegarle l'amor suo, ma non sapeva con che parole. E se mai avveniva che i timidi occhi della fanciulla s'incontrassero per un momento ne' suoi, essa era colta da un terrore nascosto, non mai provato.
Una mattina — era in febbraio — le due sorelle e Maria sedevano silenziose presso un tavolino di lavoro, non lungi dalla finestra, da cui penetrava una luce fosca, attraverso i cristalli che la gelata nebbia notturna aveva indorato dei più bizzarri rabeschi. Arnoldo, appoggiato alla spalla del camino, volgeva senza attenzione le pagine d'un volume che teneva fra le mani. Poco di poi, essendo venuta una mercantessa di mode, le due sorelle uscirono; e Arnoldo rimase solo con la fanciulla.
Tacevano entrambi, e Maria non osava levare gli occhi dal lavoro, al quale pareva intenta. Arnoldo aveva posto giù il libro, e la rimirava, tutt'occupato nella sola idea dell'amore. Alla fine se le avvicinò, e con voce rapida e commossa, — Maria! le disse, è tanto tempo ch'io devo parlarvi, e voi...
Maria taceva; ma il suo cuore era tremante, e batteva rapido e forte.
— Maria, ascoltami, te ne scongiuro!
— Pensi signore! io non posso, non devo...
— No! Maria, bisogna che tu m'ascolti. Lo so, lo vedo, tu mi fuggi sempre, temi pur anche un mio sguardo, eviti di rispondermi una parola. Ma la tua timidezza, la tua angustia ti fanno più cara, più celeste al mio cuore!... Oh non mi respingere, Maria! Il mio amore ha bisogno del tuo!
— Deh! non parli così! rispose la fanciulla. Io non ho nulla a questo mondo, e lei vorrà farmi più infelice di quel ch'io sono?...
— Io non ho altra speranza che l'amor tuo! Dal primo giorno che ti vidi ti ho amata, e la tua felicità è l'unico mio voto... Oh se potessi spiegarti quanta dolcezza tu spargesti nella mia vita!... Ma no, io ti chiedo solo una parola!... Dimmi che mi ami, e io son pronto a far qualunque cosa per te! Mio padre potrà maledirmi, ma togliermi al tuo cuore giammai!... Noi fuggiremo di qui, andremo sotto un altro cielo bello e beato, come il cielo del tuo lago! E tua madre, la buona tua madre ci benedirà... Essa verrà e starà sempre con noi. Ah! dimmi una parola, e domani, quest'oggi ancora...
— Ah no, no! per carità, non si prenda così amaro giuoco di me! Io non so che cosa lei voglia dire!...
— O Maria, tu sei la creatura più santa ch'io trovai sulla terra! Perchè non vuoi credere al tuo cuore, perchè non a me stesso? Io non ho mentito mai! non temere... Tu non mi rispondi? non mi guardi nemmeno?
Maria si coperse il viso con tutt'e due le mani.
In quel momento rientrarono le due sorelle, tutte festevoli, recando ciascuna un bell'abito di velo trapunto; ch'era destinato per il ballo del domani. Entrambe corsero verso di Maria, e le mostrarono quei graziosi vestili: e mentr'ella li ammirava, nascondendo il suo turbamento sotto un menzognero sorriso, Arnoldo fissò sopra di lei uno sguardo ardente, uno sguardo che voleva dire tutta la sua speranza d'amore; e quando s'avvide che la fanciulla l'aveva compreso, s'allontanò.
Quel giorno, Maria non fu più veduta, nè all'ora consueta del pranzo, nè a quella del tè. Ella s'era chiusa nella sua camera; e, dopo lunghi pensieri e lungo affannarsi, aveva scritto una lettera, come se in quel foglio fosse l'ultimo consiglio della sua pover'anima perduta; lo suggellò, e vi mise sopra il nome di suo fratello.
Poi, di nascosto, sola e frettolosa, era uscita. Ella stessa, Maria, volle da nessuno veduta portar quella lettera, perchè temeva che qualunque altro, a cui l'affidasse, avrebbe indovinato ciò che v'era scritto dentro. Attraversò alla ventura due o tre vie, dubitando al volgere d'ogni contrada, e tutta paurosa, benchè fosse coperta nel suo velo e quasi nascosta in esso. Più d'una volta pensò d'arrestare qualche passeggiero, perchè le indicasse dov'era la posta delle lettere; ma sempre si pentiva e seguitava innanzi. Alla fine, avvenutasi in un vecchio, che aveva veduto levarsi il cappello nel passare sotto un'immagine della Madonna, gli s'accostò, e confusa gli fece la sua domanda; il galantuomo la guardò, fece un certo atto di maraviglia, poi sorrise e le insegnò la via. Ed ella vi corse quasi volando, e lasciata cadere la lettera nella cassetta della posta, tornò a casa, con più rapido passo e con l'anima più tremante di prima.
III.
UN COLLOQUIO.
Passò quel giorno, e il dì appresso, e l'altro ancora. Maria non voleva abbandonare la sua solitaria cameretta; e una muta malinconia s'era messa nel suo cuore, in luogo dell'amore e del pianto. Le due sorelle la credevano ammalata. Vittorina la guardava mestamente, le diceva che non era più quella, nè sapeva che pensare; ma Elisa, più tenera e dotata di più squisito senso, non fu tardata sospettare la cagione di quel segreto tormento, quantunque non avesse l'animo di parlarne a Maria; la quale intanto languiva, e si teneva per sè tutto il suo dolore.
In quelle due o tre notti, che sogni, che sogni terribili e confusi avevan turbato i pochi, interrotti riposi della povera innocente! Era stato il delirio, il primo spavento d'un'anima vergine e angosciosa.
Sognava le cime delle sue montagne, i temporali del lago, il fulmine che incendiava la casa di sua madre; sognava d'essere trasportata attraverso a un turbine di polvere, in una carrozza trascinata da cavalli coperti di schiuma, e si vedeva seder vicino un giovine, vestito di nero, pallido e muto, che la guardava con occhi immoti, ardenti... Ella voleva dar un grido, ma la voce le moriva soffocata nel seno; sentiva un gran peso sul cuore, un fuoco in ogni vena, e il cocchio fuggiva, volava, senza calpestìo di cavalli, senza strepito di ruote, e per l'aria morta non si sentiva un soffio di vento; ai lati, di fronte passavano, sparivano come per magìa, selve, case, rupi, rovine; e quel giovine era sempre al suo fianco, immobile, e sorrideva con un sorriso che la faceva abbrividire... Voleva essa gettarsi dalla carrozza, ma l'impeto del balzo che arrischiava, non finiva mai, e le toglieva il respiro, ed era come un'agonia eterna. — Poi la scena mutavasi... Le pareva di trovarsi nella camera in cui era nata, nella camera del suo povero padre. Avvicinavasi allo scomposto letto, sul quale giaceva addormentata la madre sua; s'inginocchiava a lato del capezzale, pregando in silenzio, aspettando ch'ella si risvegliasse; poi sollevava la testa, tendeva l'orecchio, ma non udiva nè respiro nè anelito; quel sonno era dunque sì grave?... Levavasi allora, stringeva tra le sue mani la destra della dormente: quella destra era fredda fredda! Si chinava per baciar la fronte materna... Ahi! sua madre era morta! — Ma quell'affanno non bastava; altro era il luogo del sogno, altri i terrori. Era la chiesa del suo paesello, era il confessionale del vecchio paroco; ella si metteva in ginocchioni presso la piccola grata, tentava di parlare e non poteva... Alla fine, mormorò una parola sola, e la voce del confessore proferì sul suo capo la maledizione del Signore e la dannazione eterna... Gran Dio! era quella la voce del fratel suo! Allora la poveretta cadde all'indietro tramortita sul pavimento della chiesa....
E risvegliavasi coperta d'un freddo sudore, senza conoscenza del dove si trovasse, senza saper quasi di tornare alla vita; tremava di raccapriccio, sentiva uno spasimo, una contrattura in ogni fibra, le si oscuravano gli occhi, la sua mente si smarriva; e le pareva che il dolore e lo spavento fossero per finire con la sua vita. Poi ricadde assonnata, e nulla più seppe.
Alla tarda mattina, nel ridestarsi, trovossi fra le braccia della buona Elisa. E l'Elisa solamente aveva qualche parola di conforto per la sua povera amica. Oh! come volontieri Maria avrebbe versato nel seno di lei il suo caro e penoso segreto. Ma troppo essa temeva che nessuno avrebbe voluto credere mai alla sua pura intenzione.
Finalmente, passato il terrore di quella notte, e riavutasi un poco, lasciò il letto, dicendo di sentirsi bene, ma di non essere ancora in istato d'abbandonar la sua camera. Si mise a lavorare, ma quasi le sue dita non potevano adoperar l'ago, nè tenere le cesoìne, e la sua mano tremante cadeva spesso sul grembo. Traevasi lenta presso alla finestra, e stava talvolta per lunghe ore a guardare il cielo cenerognolo e i tetti coperti di neve delle case dirimpetto, e le persone che passavano per la strada e che apparivano al suo sguardo appannato come ombre indifferenti.
Pure, dopo quella muta quiete, v'era dei momenti in cui l'anima sua s'apriva ancora alla gioia d'una candida speranza, ai pensieri del suo affetto virtuoso. Quand'essa tornava col cuore a' quei dì felici del passato autunno, ne' quali ancora non sapeva d'amare; quando dimenticava sè stessa, e l'assenza di _lui_ faceva per un istante più ardita la sua timida fiamma, allora il suo bel sorriso di prima rasserenava ancora il suo volto, e il sospiro d'una segreta dolcezza scopriva involontariamente la fiducia del suo povero cuore.
Erano quattr'ore dopo mezzodì, quell'ora in cui la nostra città è così malinconica e tetra nell'inverno, dopo che un breve saluto del sole, apparso a consolar la fredda mattina, è già fuggito, e quando la nebbia bassa, densa, umidiccia nasconde tutto il nostro bel cielo lombardo. Erano dunque quattr'ore, allorchè una fanciulla ravvolta in una mantellina di seta oscura, e chiusa nel velo nero di che aveva coperto il suo cappellino modesto, attraversava il ponte, che dalla via dov'era la casa dei Leslie mette presso alla piccola chiesa di San ***.
Ella entrava nella chiesa, dopo d'aver più d'una volta lasciato sfuggire indietro uno sguardo, quasi che temesse d'esser veduta o seguita. Chi in quel momento le fosse stato vicino, si sarebbe accorto che la giovinetta camminava incerta e paurosa, avrebbe dubitato ch'ella entrasse nel luogo santo, non già per deporre a' piedi del Signore una preghiera consueta, ma per cercare un ricovero, un luogo qualunque, dove le fosse concesso d'adagiarsi e riposare; perchè pareva veramente ch'ella a stento potesse reggersi su la persona.
La chiesetta era vôta; solo una povera donnicciuola stava pregando ginocchione sui gradini della balaustrata dell'altare, e il susurrío delle sue orazioni interrompeva la solennità di quel sacro silenzio. Faceva già buio all'intorno; e la luce moribonda del giorno si spargeva appena nell'alto della nuda vôlta. Il vecchio sagrestano, uscito del piccolo coro, veniva a versar novo olio nelle lampane dell'altare; e poi, attraversata la chiesa, andava ad accendere un cero innanzi a un'immagine dell'Angelo custode, in una cappella a fianco dell'altare. Rientrato ch'egli fu nella sagrestia, s'intesero indi a poco alcuni rintocchi lenti, malinconici della campana. Era il primo segno della benedizione della sera.
La giovinetta si collocava in un canto della chiesa, sur una panca ch'era presso la parete, e poco lungi dalla cappella dell'Angelo custode. Sedette in quell'angolo oscuro, dove le pareva di starsene all'ombra del Signore; e assorta in un sacro raccoglimento, tentò di superare il terrore segreto, che l'agitava. Perchè mai era venuta sola, a un'ora sì tarda, e che grazia voleva domandar al Signore?... Essa nol sapeva; cercava un momento di pace, aveva bisogno di respirare un'aria benedetta, di piangere, non veduta che da Colui, il quale può consolare tutte le afflizioni.
Sollevò all'altare vicino gli occhi, che s'arrestarono su quel sacro quadro rischiarato da fioco lume; e vide la celeste figura dell'Angelo, che in quel momento la illuse proprio come fosse viva, poichè, rivolta la testa al cielo e alzata la destra, pareva in atto di ricordarle che soltanto lassù è il tesoro della misericordia e della pace d'ogni cuore. Allora ella fece per inginocchiarsi, ma il rumore d'alcuno ch'entrava in quel punto nella chiesa, la riscosse subitamente.
Soprastette, e guardò da quella parte. Ah! il suo timore non era stato dunque vano! Essa riconobbe il giovine che poco prima l'aveva seguita per tutta la via... Egli era là, vicino a lei, e la chiamava sotto voce per nome.
La fanciulla non rispose, nè si rivolse a lui; ma cadendo su le ginocchia e nascondendo il volto nelle mani tremanti, effuse l'anima sua nella più calda e pietosa preghiera che mai l'innocenza abbia innalzata al Signore. Era un voto timido, celestiale; era una parola profferita dal cuore, col più puro palpito dell'amore e della fede; una parola che il labbro non avrebbe potuto articolare. Essa dimandò al Signore che la salvasse da quella tentazione, che le concedesse di morir presto, anche lontana da tutto ciò che aveva di più caro al mondo, lontana da sua madre, piuttosto che abbandonarla alla passione di quel giovine, di cui, senz'esser rea, non poteva ascoltar le parole.
Ma Arnoldo le s'era fatto più accosto, e con voce di sommessa preghiera, — O Maria, diceva, non aver nessuna tema, se ho voluto parlarti, se l'ho voluto qui, in questo luogo santo. Io rispetto il tuo cuore e la tua onestà; ma sappi che nessuno deve conoscere l'amore che ci unisce. E poi, egli è qui che ho pensato di confidarti un altro segreto, un segreto, il quale non può essere inteso che da te e da Dio.... Dio, spero, lo benedirà!...
Maria tacque ancora.
— Tu tremi, povera e buona fanciulla! continuava il giovine. Forse in questo momento l'anima tua mi respinge, e ha terrore delle mie parole; tu forse mi credi un uomo senza cuore, senza pietà. Ma rassicurati! Tu non sai, nè puoi immaginare quanto bene m'abbia fatto il conoscerti, l'esserti vicino, l'amarti...
— Oh cosa dice mai? ardì rispondere allora con accento languido la giovinetta. Non profferisca queste parole! Noi siamo in faccia al Signore, in chiesa. Almeno, abbia compassione di me... Anche lei ha una religione, anche lei ha bisogno di Dio!
— Ascoltami, Maria!... Io sto per metterti a parte d'un gran segreto; la tua anima pura sarà la prima che lo riceva, la sola che per ora possa saperlo. Verrà tempo, e forse non è lontano, che si farà noto a tutti questo mistero, la cui conoscenza adesso sarebbe forse causa della mia e della tua perdita.
Maria non replicò, ma levando il capo rivolse al giovine un'occhiata, in cui appariva tutta l'angoscia del dubbio e del sospetto.
— Io sono cattolico, o Maria, riprese Arnoldo con voce grave e commossa; la tua religione è la mia! Il mio cuore ha conosciuto errori antichi e fatali, e ormai io sento d'esser rinato a una nova vita. Dio che t'ha fatto bella come l'anima tua, Egli che ha voluto ch'io t'amassi, ebbe finalmente pietà delle lunghe battaglie sofferte dal mio cuore, delle inutili speranze dalle quali fui agitato per tanto tempo! Chi, se non Egli, mandò sul mio cammino, incontro a me, quell'anima forte e credente del fratel tuo? Chi, se non Egli stesso, da tanti anni mi tormenta con questa smania ch'io provo di riposare in una fede, in una verità, che non mi riuscì di trovar mai in nessuna cosa mortale?... Tu col candido affetto che m'inspirasti, hai cominciata l'opera pietosa della mia conversione; tuo fratello, in quel tempo d'una felice e tranquilla amicizia, la indirizzò; un altro giusto, un uomo oscuro e sapiente ch'io aveva conosciuto in questa stessa città, or son tre anni, e che adesso mi rivide, e m'accolse come un suo figlio perduto, ha persuaso il mio cuore, ha vinto e mutato del tutto la mia mente!
Queste parole penetravano fino al fondo l'anima di Maria. Un turbamento sconosciuto, misterioso, la riscosse tutta; ella riguardò incerta il giovine con un'espressione impossibile a dirsi. Ed egli tacque, e prostratosi a canto di lei, stette per qualche tempo in una mesta meditazione.
Poi si levò, e in atto più rispettoso e sicuro ripigliò: — Maria, ora tu lo vedi: non può essere che io t'abbandoni; ora sai quanto sia grande il bene che tu m'hai fatto, e conosci che il Signore non vorrà punirmi, se venni qui ad aprirti il mio cuore, se qui, innanzi a Lui, io voglio giurarti...
— Ah no! non dica di più, la fanciulla l'interruppe, sostenuta da un'occulta forza della sua virtù. Io benedico il Signore, perchè ha esaudita la più ardente delle mie preghiere; ma altro io non posso fare che questo!... No, no! da qui innanzi, oh! non pensi più a me... Io sono abbastanza felice!
— Di che parli tu mai? la tua virtù, la tua innocenza meritano ben altro premio e maggiore di quello ch'io ti posso dare. Ma tu forse dubiti ancora, tu pensi che io non ti dica la verità!... Oh credilo, Maria, io non potrei mentire con te! la sola cosa che m'affanni, è il dovere aspettar tanto ancora a far palese a tutti il mio cuore. Tu non conosci il mondo e le sue opinioni più dure d'ogni legge; e io non ne ho mai sentito il peso, come in questo momento. Bisogna ch'io taccia e nasconda a tutti, e più che ad ogni altro a mio padre, questo segreto che confidai a te sola. Qual ch'essa sia la mente d'un padre, dev'esser venerata, temuta. E io non avrei forza adesso per andare incontro a tutto il suo sdegno, e più che allo sdegno al suo dolore; ma presto verrà un momento più propizio per rivelargli l'animo mio... Tu vedesti, Maria, com'egli pensa e come vive; ma non sai che una risoluzione come la mia è per lui un delitto, una vergogna da non esser perdonata mai più ad un uomo; tu non sai ch'egli potrebbe fors'anche gettar sopra di me la sua maledizione!
— Oh! che dura prova dunque le toccherà di sostenere! rispondeva la fanciulla con atto pietoso. Ma Dio le ha fatto conoscere la verità, ed egli le donerà anche la sua grazia.