Part 9
In una di quelle più splendide dimore fu collocata la salma di Giulia, e la giovine riposa sopra il suo lenzuolo di gramaglia come in mezzo ai veli del suo letto verginale. La sua bellezza ha nulla smarrito delle sue seduzioni; un abito bianco, leggiero, quasi vaporoso, ricopre le modeste sue forme; i suoi cappelli neri e disciolti sono trattenuti sulla fronte da una corona di tuberose ancora fresche, le sue mani bianchissime le cadono dai fianchi coll’abbandono soave del sonno, e solamente i suoi piedi diritti e riuniti fanno fede dell’orrida rigidità della morte.
Bouvard penetra in quel luogo colla gioja scolpita sul volto, con quella trepidazione affannosa ma dolce che ci accompagna al primo convegno colpevole della donna desiderata. Il ribrezzo non lo trattiene, non frena la sua impazienza, non ammorza l’avidità irresistibile della sua passione: — ma ogni indugio può essere fatale al suo disegno, — è d’uopo affrettarne l’esecuzione; — il suo oro gli ha procurato dei complici... egli invola il cadavere della fanciulla, e pochi istanti dopo è lasciato solo con lei nella sua dimora solitaria e segreta.
Allora il giovine la adagia con dolcezza sopra uno strato di fiori, — poi s’inginocchia e la guarda... quell’abito candidissimo, quelle lunghe trecce disciolte, quel corpo che si abbandona e quasi si affonda coll’immobilità della morte in un letto profumato di verzura, — quella luce abbagliante che vi tinge ogni oggetto del colore dell’oro e del topazio, formano uno strano spettacolo che esalta e rapisce la mente immaginosa di Bouvard. — Ma egli non ha ancora osato sollevare il velo che nasconde il suo volto: — egli trema di quelle sembianze, teme che la morte ne abbia già alterata la bellezza, paventa quello sguardo fisso e severo che deve rinfacciargli colla sua terribile immobilità il suo delitto. Mille pensieri si agitano allora nella sua anima conturbata, il pensiero della sua vita sofferente, dell’inutile suo amore, del suo genio infelice, di quell’abbandono di sè stesso che lo trasse di giorno in giorno, sempre esitante, e sempre sfiduciato fino a spegnere la sua vita in una colpa: — giacchè egli sente la prossimità del suo fine, giacchè egli ha deciso irrevocabilmente di morire... morire presso di lei, — presso di quella donna al cui fianco non ha potuto trascorrere quell’esistenza avventurata e innocente che era stata il suo sogno d’un istante.
A questo richiamo gli si affacciano tutte le memorie della prima giovinezza, di quegli anni confidenti e felici, quando l’avidità dell’ignoto gli dipingeva di mille colori vaghissimi le scene future della sua vita: — quelle illusioni, quei sogni, quella fede balda e sicura, — quel sorridere cortese della fortuna, — quell’amore universale che avrebbe voluto spargere delle rose sulle teste di tutti gli uomini, — quel vagheggiare un nido e una famiglia e perpetuare la nostra esistenza in altri esseri nati da noi, — quell’ideare il bene e compierlo, e prefiggerselo all’unico scopo della vita... aspirazioni menzognere e crudeli! Nulla gli è rimasto di ciò: egli ha sofferto, egli soffre, ecco tutto, ecco la sintesi delle sue speranze, — egli ha dinanzi un cadavere, e l’ultimo de’ suoi giorni sta per compiersi con un delitto. — Bouvard si commove e piange. — Vi ha in quel periodo di calma morale che precede la morte un istante di lucidità straordinaria nel nostro intelletto, durante la quale si va svolgendo dinanzi ai nostri occhi tutta la tela tenebrosa del nostro passato. Gioje, dolori, predilezioni, memorie, affetti, colpe tutto ripassa dinanzi a noi, tutto vi è evocato dalla inesorabile coscienza: e felici coloro le cui rimembranze soavi e confortevoli non lasciano nulla a rammaricare della vita!
Bouvard ha rivolto lo sguardo sul suo passato, e non vi ha scorto che un deserto senza limiti, una landa senza oasi, senza acqua, senza verzura, senza sorriso di cielo: — ventinove anni sono trascorsi, ed egli non ha raccolto un solo di quei fiori di cui la natura fu sì prodiga a tutti gli uomini; — egli non ha spiccato dall’albero dell’esistenza che un solo frutto, un frutto amaro e velenoso, il più crudele fra quanti ne maturino sui suoi rami — il frutto della derisione.
A questo pensiero la mente del giovine; smarrita nell’abisso delle sue rimembranze, ritorna d’improvviso a sè stesso, alla sua deformità, a Giulia: — egli osserva quel corpo inanimato e leggiadro che gli sta dinanzi, — quella creatura sì lungamente desiderata, — quella fanciulla che fu un tempo sì bella, sì lieta, sì incurevole, il cui amore lo avrebbe consumato nell’esuberanza della sua felicità, il cui odio lo ha tratto invece per una ostinata potenza di volontà a sopravviverle.
E d’onde procede quello sgomento incomprensibile che ci arresta dinanzi a un cadavere? Che è egli questo rispetto ipocrita e vano che ci trae silenziosi e dimessi dinanzi a un mucchio di polvere che si dissolve? Oh! la sfacciata impudenza che curva le ginocchia degli uomini all’aspetto delle relique di un essere, di cui si è talora manomessa la felicità, e avvelenata a mille riprese la vita!
Ma non è tale la posizione di Bouvard: egli solo ha sofferto, egli è la vittima; egli vorrebbe elevarsi a giudice sopra di lei, ma un interno convincimento gli dice che non gli anni misurano l’esistenza, ma la felicità, la sola, la irrevocabile felicità ch’egli ha perduto: — quella fanciulla è morta, ma fu felice; egli vive ma soffre, — egli non le sopravvisse che per rimembrarlo.
L’anima del giovine si agita crudelmente a questo pensiero che lo ripiomba ne’ suoi propositi di vendetta: — quel cadavere sembra ora stargli dinanzi minaccioso... forse egli vede, egli sente; egli sorride, egli si agita sotto il suo lenzuolo funerario... Bouvard si rialza impetuoso, e strappa il velo che copre il viso della fanciulla. — Dio! quale bellezza irresistibile! — E può il volto d’una defunta essere ancora così bello? Un’espressione di calma celeste si diffonde sulle sue sembianze, le guancie sono tuttora leggermente rosate; la fronte candida e pura, le labbra e gli occhi socchiusi, l’epidermide trasparente e bianchissima: — non vi ha nulla di spaventevole in lei, nulla che possa essere più vago, più dolce, più allettante nella vita... essa riposa, — essa dorme — come dormono i fanciulli a sette anni, quando non si sognano che delle nubi, delle farfalle e degli angeli... tutte cose che volano, volano, e vanno verso il cielo.
Vi sono due soli e grandi avvenimenti nell’esistenza che possano dare ai nostri volti un raggio di quella bellezza celeste che sfugge a qualunque manifestazione, e sono l’amore e la morte — due cose sorelle, — l’estasi dell’uno, e la calma che succede all’altra. Coloro che hanno amato e che furono amati lo sanno: — quella bellezza non è della terra e non dura, è qualche cosa di aereo che si posa un istante sulle nostre sembianze e svanisce, — essa si vede, ma è inesplicabile: — è forse una luce di lassù che discende a benedire i due atti più solenni della vita, l’amore che ci rende degni del cielo, e la morte che ci concede di raggiungerlo.
Io ho pensato più volte che se tutti gli uomini si innamorassero ad un tempo, la società sarebbe in un attimo trasformata: l’età dell’oro non sarebbe più quella favola allettante di cui si ride come dei sogni dei fanciulli. — Ogni uomo che ama è buono e grande. — I poeti sono uomini che amano.
A quella vista Bouvard si arresta colpito dall’entusiasmo: l’incanto di quella bellezza lo rapisce ed eccita la mente fervida ed immaginosa del giovine. Nel suo atto violento, egli ha scoperto una parte del seno della fanciulla: — essa gli appare come una statua rovesciata di Fidia, come una di quelle immagini di vergine greca, che il turbine ha divelto dalla loro base, e che s’incontrano talora mezzo sepolte tra i corimbi e le foglie oscure delle ellere, nelle isole solitarie dell’Egeo. Divina bellezza! — E perchè non gli è dato di rianimarla? di spirarle il soffio della vita che Dio ha riserbato a sè solo? Ma Giulia lo odierebbe vivendo; — e non lo ha ella deriso?
Il giovine rimane lungo tempo silenzioso, — poi il suo volto assume un’espressione tetra e risoluta, — egli si curva sopra di lei, egli vuole abbracciarla... «nessuna donna, egli dice, si è data mai con maggiore abbandono ad un uomo»... Bouvard sorride seco stesso di questo orribile pensiero, — china il capo sopra di lei e ne bacia le labbra irrigidite dalla morte. Quale contatto! Egli si scuote, egli trasalisce inorridito, egli raccapriccia di quel gelo; e ricade prostrato dinanzi alla fanciulla. Allora egli piange, egli invoca, egli prega, — vorrebbe amarla, adorarla, come una santa, e lo trattiene la memoria del suo passato; — vorrebbe odiarla, e lo arresta quell’immagine soave di angelo. Alcuni istanti dopo egli vaneggia e delira, — egli ripete ad alta voce il nome di Giulia, il nome della fanciulla adorata, e si abbandona al suo dolore disperato e selvaggio. — Poi l’asfissia dei fiori assopisce a poco a poco i suoi sensi, inebria e confonde la sua ragione: — egli prova come delle vertigini, — vede come degli oggetti che si muovono, — ode un bisbiglio di voci incomprensibili, — ripassano dinanzi a’ suoi occhi delle strane figure che lo guardano e sogghignano... egli si agita, vorrebbe avventarsi contro di esse, tenta di rialzarsi brancolando nel vuoto, — e ricade spossato presso il cadavere della fanciulla...
. . . . . . .
Certo Bouvard non incontrò una morte così sùbita, nè così violenta, poichè i vicini raccontarono al mattino di aver inteso nelle ultime ore di quella notte dei gemiti e delle grida soffocate; — ma ciò che aveva colpito maggiormente la loro immaginazione, era stato un suono di violino, da cui erano rimasti affascinati e sedotti come da un’armonia soprannaturale; — nè mai s’indussero a credere per quante prove ne venissero lor date, che quella musica fosse stata l’opera di un uomo.
Tale fu l’ultima creazione di Bouvard, l’ultimo lamento della sua anima, l’agonia sublime del suo genio. Vi erano in essa tutte le voci della natura, vi era il bisbiglio del vento e l’aleggiare dell’uccello, il susurro dei piccoli steli e il fremere dei grandi fusti dei cerri, lo scorrere del filo d’acqua e il frangersi delle onde dell’oceano, — vi era tutto ciò che il suono ha di aspro e di dolce, di soave e di orribile. — Sfortunati coloro che udirono quella musica! La voce degli esseri più diletti, la parola di padre pronunciata la prima volta dal labbro del fanciullo, la prima rivelazione d’amore della donna adorata, non hanno avuto più nulla di soave, nulla di allettante per essi.
Il domani la fama di un sepolcro violato si diffonde per la città; — si cerca il cadavere di Giulia, — gli indizii de’ suoi complici guidano alla soffitta di Bouvard; — si chiama, nessuno risponde, — si batte, nessuno apre: — allora si atterrano le porte... orrendo spettacolo! — tutti quei fiori erano calpestati e dispersi, molti oggetti infranti, i veli della fanciulla lacerati, — dovunque le traccie di una lotta disperata e inuguale.
Non era Giulia morta? o le preghiere del giovine avevano avuto potere di rianimarla un istante?......
. . . . . . .
Scheggie e frantumi di violino giacevano sparsi sul pavimento, ed un corpo deforme, inanimato, stringeva convulsivamente il cadavere della bella Giulia... — Bouvard era morto!
INDICE
Lorenzo Alviati Pag. 5 Riccardo Waitzen 67 Bouvard 113
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine libro.