Amore ha cent'occhi

Part 13

Chapter 133,857 wordsPublic domain

Al rumore che fece la brigata penetrando nel boschetto ceduo, ogni arbusto sembrò scoccare un messaggio ad un arbusto più lontano; ma non erano che fringuelli e tordi disturbati mentre si disponevano al sonno. Più addentro, nel fondo nero della boscaglia, dove pareva che fosse già notte, un usignuolo narrava ad alta voce una novelletta che gli altri uccelli stavano ad ascoltare; ma sebbene la brigata stesse zitta, il piccolo cantore ammutolì al rumore dei passi e volò via per ripigliare la sua leggenda lamentosa più lontano, nel fondo sempre più nero, finchè Giannandrea avvertì che era forse meglio arrestarsi e tornare indietro.

Per solito in quelle passeggiate all’aperto, Silvio non abbandonava mai il fianco di Beatrice, ma oggi egli lasciava che l’amica sua lo precedesse attaccandosi al braccio del marito. Si teneva volontieri nel fitto della brigata, il professore; diventando verboso contro il suo costume, gli sembrava di parlare della coltura dei campi, di annunziare a quei pastori increduli che vi era qualche cosa di meglio a fare in quella campagna, che lasciarvi vagare le capre; gli pareva di discutere sulla prosperità dell’isola e sul benessere comune; in verità egli non faceva che ammucchiare parole per nascondere un’immagine balenata un istante nel suo cervello. Diceva ai mandriani: «Voi sarete gli ultimi convitati al gran banchetto dell’agricoltura sarda; ma ci verrete voi pure; avrete distese meno ampie di terreno libero, ma i vostri montoni saranno nutriti meglio, non passeranno le notti all’aperto, vi daranno più carne, più latte e più lana; voi farete il cacio secondo i migliori metodi, arricchirete voi stessi e l’isola vostra;» — ma quando aveva fatto crollare il capo al suo uditorio incredulo, e suscitato qualche obiezione vivace, invece di rispondere prontamente, si distraeva: — Lo vede, esclamava il contradditore imbaldanzito, — lo vede, non sa rispondere, abbiamo ragione noi. — E Silvio sentiva il bisogno di gridare forte, così forte da empirne la campagna: — Sì, sì, avete ragione voi altri, io l’amo, io l’ho sempre amata!

Essa era là, dinanzi a lui, al braccio del marito, ridente e disinvolta, e non sentiva lo sguardo che le si attaccava alla nuca ed al collo, e le baciava le due guance, quando nei suoi movimenti di uccelletto, essa si voltava per ridere di qualche cosa prima verso Giannandrea, poi verso Cosimo. Ancora non si era voltata verso Silvio!

Ma il professore lo aveva caro. Non ricercato, confuso in mezzo ai pastori, egli si sentiva più forte, poteva promettere più sicuramente a sè stesso di non tradirsi. Perchè quell’amore, nato segretamente nel vecchio cuore di Silvio, aveva tutte le puerilità allettatrici d’un primo amore; e il professore già non pensava più a strapparselo dal petto con una confessione brutale, come nel primo momento di stupore; troppo gli era cara la rifioritura della sua gioventù declinante; ora i suoi trentatrè anni non gli pesavano, ed egli provava a dire a sè stesso che non è mai tardi per amare.

Purchè Beatrice e Cosimo non sapessero di nulla, purchè gli riuscisse di nascondere il petto all’occhio dell’amicizia, che male commetterebbe egli amando una donna tanto degna d’amore? Già, se d’amarla non si era accorto prima, non ostante la lunga dimestichezza, era perchè il cuore di Silvio non si dava nè alla bellezza, nè alla grazia — si arrendeva ora alla bontà, alla forza, ed alle altre virtù femminili che Beatrice aveva dimostrato sotto la rovina della vecchia casa De Nardi. Nobilitato da questo ragionamento, l’amore di Silvio pigliava un carattere doveroso, sano, che non poteva far male al cuore.

Così pensava Silvio, continuando a baciare cogli occhi questa o quella guancia di Beatrice, la quale ancora non si era voltata a ricercare dell’amico suo.

E il professore, continuando a far lezione di pastorizia agl’indocili alunni, già cominciava a notare che non era naturale quell’indifferenza di Beatrice, e le attribuiva un significato che gli empiva il cuore di sgomento. — Ella sa tutto! diceva a sè stesso; mi sono tradito baciandola! — E a questo pensiero, che lo gettava come un fanciullo in balìa di un gigante capriccioso, — stranissima cosa! — egli sentiva pure un’infinita dolcezza, la voluttà dei deboli e degli ammalati, penetrargli le carni e le ossa. Che importava infine se ella sapesse tutto? L’amore conosciuto dalla donna che ce lo ha ispirato, anche se non è corrisposto, ci diventa più sopportabile. Silvio aveva letto in qualche luogo questa massima confortatrice.

Si avvicinavano allo stazzo; Angela, che era stata trattenuta da una storiella di banditi, appariva nella luce del crepuscolo, ritta sopra il muricciuolo d’un chiuso. Il falso Efisio Pacis non l’abbandonava; stando a piè del muro, egli le si offriva a sostegno, ma la fanciulla, sicura di sè, appena appena gli sfiorava con una mano la testa. E la sua voce attraversò lo spazio, gridando nel silenzio: — Bice!

La giovine donna si arrestò un istante, vide la fanciulla, e le fece un saluto colla pezzuola, ma Angela non si accontentava di così poco, e chiamò un’altra volta con una cadenza prolungata: — Bice! — Allora la contessa, accostando le mani alla bocca, mandò all’aria il suo grido di risposta: «oooh!»

Quel grido echeggiava ancora per la campagna e nel cuore di Silvio, quando compare Baingio osservò:

— Il professore è distratto.

Ed era veramente così distratto, il professore, che anche a questa osservazione non rispose nulla.

Pochi passi ancora, ed egli avrebbe raggiunto Beatrice e Cosimo, i quali si erano arrestati; ma una singolare diffidenza di sè stesso gli consigliò di arrestarsi alla sua volta per mantenere le distanze, finchè fosse interamente quetato un piccolo tumulto del suo cuore. Poichè veramente pareva che Cosimo e Beatrice si fossero dimenticati di lui, nè si voltavano a guardarlo, tanto meglio. Ma in quella appunto Beatrice domandò forte al marito:

— E il professore? e soggiunse voltandosi: eccolo là, il signor Orso!

Il signor Orso accorse, come se avesse le ali.

— Avete bisogno di me? chiese con sufficiente disinvoltura.

Parve a Silvio che Beatrice lo guardasse in un modo curioso, ma senza dubbio s’ingannò perchè la contessa gli prese una mano tranquillamente, e gli disse:

— Abbiamo bisogno che venga un po’ con noi, signor Orso.

L’accento con cui gli parlava era il solito, il sorriso era quello con cui gli aveva aperto, inconsciamente, le porte dorate dell’amore.

«Meglio così! disse Silvio a sè stesso, il segreto è tutto mio, e di qua non deve uscire.»

E si toccava il cuore, traboccante di felicità.

Quando furono a pochi passi dal chiuso, Angela spiccò un salto dal muricciuolo e cadde nelle braccia di suo padre, che, indebolite dalle febbri, appena appena la trattennero.

La fanciulla, toccando terra, barcollò un momentino, poi corse come una cervetta incontro agli amici; Giorgio la seguì cogli occhi e sorrise.

— Povero cuor di padre! quanto deve soffrire! mormorò Beatrice.

— Ah! sì! poveretto! disse Silvio sospirando.

E fu stupito del suono falso che mandò la pietà sulle sue labbra d’innamorato contento.

— Che cosa ci è di bello nel bosco? domandò Angela prima d’arrestarsi.

— Bisognava venirci, rispose Beatrice; perchè la signorina è rimasta?

— Mi ha contato la storia d’un bandito, disse la fanciulla accennando con un moto del capo al falso Efisio, la storia d’un bandito buono.... il quale non aveva fatto altro male che difendere il proprio onore... però, per difendere il proprio onore, aveva ucciso un uomo.... la giustizia andò per pigliarlo, ma lui fuggì, attraversò il mare a nuoto, e si nascose in un paese lontano lontano...

Silvio e Beatrice si guardarono alla sfuggita. Angela, ansimando ancora per la corsa fatta, aggiunse:

— Non l’hanno preso, e lui non ha più fatto male a nessuno... e la storiella è finita. Zio Silvio, quanti Efisio Pacis ci sono?

— Perchè?

— Perchè quello là si chiama Efisio Pacis, e l’altro che ci venne a trovare la settimana scorsa a casa si chiamava pure Efisio Pacis....

— È vero; ce n’è due, rispose Silvio senza turbarsi.

— Anche questo qui ha conosciuto mia madre! conchiuse Angela, abbassando la voce. E non disse altro, perchè Giorgio si veniva avvicinando colle mani dietro la schiena, come un indifferente.

— Brav’uomo! gli chiese Angela; come si chiamava quel bandito?

— Ah! Non chiamarlo così, disse Beatrice.

— Come devo dire? Signor Efisio, ripetè, come si chiamava quel bandito?

Giorgio si avvicinò, e mettendo una mano sull’omero di Angela:

— Non mi chiamare: _signore_; io sono un poveretto.

— Come la devo chiamare?

— I fanciulli dello stazzo mi chiamano _babbo Efisio_.

Angela fece una smorfietta colle labbra per fare intendere che essa non era da mettere a confronto coi fanciulli — però non si ribellò, e chiese per la terza volta:

— Babbo Efisio, come si chiamava quel bandito?

A babbo Efisio tremò la voce nel rispondere che non lo sapeva.

IX.

A Silvio era toccato un letto portentoso, una vera sepoltura imbottita, in cui si doveva sprofondare sconfinatamente nella regione dei sogni; ma appena egli fu arrivato al fondo della sua buca, ed ebbe augurato la buona notte a Cosimo, aprì gli occhi nel buio, e stette in ascolto.

Nella vicina camera, Angela e Beatrice ridevano ancora, prima di cacciarsi nel lettone del patriarca. Dall’altra stanza, in cui si supponeva che dormissero i giovani pastori, giungeva uno strano rumorio, come di risate sommesse, di paglia rimossa, e di spintoni che ogni tanto facevano tremare la parete di canne; era chiaro che i bravi ragazzi prima d’abbandonarsi al sonno, si tiravano addosso i letti. Il professore seguiva colla mente quella scenetta; non era vero che egli avesse trentatre anni sonati; si sentiva capace anche lui di cacciarsi ad occhi chiusi in un monte di paglia, e di aprirsi la via colla testa e colle mani sino a venir fuori dalla parte opposta. Ma a poco a poco ogni rumore cessò, si spensero i raggi di luce che infilavano le fessure sotto gli usci, dormirono tutti.

Silvio no.

Tendendo l’orecchio nel buio, egli sentiva la respirazione di Cosimo. Quella era la respirazione tranquilla di un uomo sicuro della propria felicità, dalla quale non lo separavano che un tramezzo di canne e una notte di sonno — e perciò egli si era affrettato a dormire, perchè sapeva di ritrovare all’alba la sua donna, la compagna di tutta la sua vita.

Pensando così, Silvio non era invidioso, nè indiscreto; riconosceva di buon grado che Cosimo era nel suo diritto, e si compiaceva di vedere che l’amore, entrando ancora una volta nel suo vecchio cuore disoccupato, non vi svegliava nè desiderii, nè speranze, ma solo una musica, una gran musica.

Quante volte aveva amato Silvio?

Egli stesso si faceva questa domanda maligna, ma per rispondere che l’uomo non ama se non una sola volta, l’ultima.

Ora soltanto, egli aveva fiducia in sè stesso; ai fantasmi amorosi che avevano vissuto un’ora nel suo cervello di giovinetto, non nel suo cuore maturo, egli poteva dire senza rancore nè ira: «svanite, voi non foste mai altro che le promesse dell’amore!»

E veramente questa volta, dopo la lunga tregua concessa agli studii di agronomia e di filosofia sociale, l’amore si annunziava al professore molto diversamente da quello che era apparso allo studente; dava all’agronomo, dava al filosofo lusinghe affatto dissimili, salvo in questo che erano innocenti del pari. — A diciasette anni — se lo ricordava ancora! — Silvio aveva amato una donna di trentacinque, bella e piena di giudizio; l’aveva amata perchè a quell’età si ama l’avvenire, e l’avvenire a quell’età è l’amore. Non così ora, lo sentiva bene — ma sarebbe stato imbarazzatissimo a dire com’era. Ecco: era come se, dopo aver camminato lungamente, senza riflettere, per vie ignote e faticose, si arrestasse a un tratto a guardarsi intorno, e tentasse invano di riconoscere i luoghi e sè stesso — ed era come se Beatrice pigliasse per mano questo povero Dante della commedia umana e gli dicesse: «Amami, e ritroverai te stesso e avrai potenza di arrestare il tempo che t’inghiotte.»

Nulla di ciò che poteva offendere l’amicizia appannava la lucentezza di quell’amore, che nasceva appena e già sembrava essere sempre stato. Silvio si era fatto delle domande brutali, e la coscienza, dopo averlo torturato un istante, gli aveva risposto tranquillamente: «_Amali._ Sì, _amali!_ Lei e lui, entrambi; confondili nella segreta adorazione dell’anima tua, veglia tu sulla loro felicità.»

Silvio, quella notte, poichè ebbe così sognato lungamente ad occhi aperti, si addormentò, continuando il suo sogno. Ma egli era levato prima del sole e pensava a suo fratello.

L’amoroso egoismo lo aveva trattenuto abbastanza; ora si accusava di non aver quasi pensato a quel povero padre agonizzante sul limitare d’un altro amore.

Si vestì in silenzio, aprì l’uscio, e guidato dalla luce crepuscolare, attraversò lo stanzone in cui giacevano confusamente i pastori mezzo sepolti nella paglia. La porta dello stazzo era chiusa con una stanga; egli l’aprì senza far rumore, e venne all’aperto. L’aria era rinfrescata da un venticello che correva in silenzio sulla campagna nuda; una pecora belava sommessamente nel vicino chiuso senza risvegliare il mastino di guardia; le ultime stelle rimaste accese nel cielo, lasciavano cadere un raggio melanconico.

Silvio aprì il petto largamente a quell’aria mattutina, e disse ai campi una nota della musica che gli empiva il cuore; una parola, un nome: Beatrice!

— Silvio! mormorò una voce accanto a lui.

Si volse — gli stava dinanzi suo fratello.

— Non ho potuto dormire, disse Giorgio, stanotte la mia capanna era piena di melanconia; _Su Mazzone_ è di malumore, perchè Mariantonia ritorna a Tempio col suo fidanzato; ma ora dorme almeno; a me non è stato possibile; il cuore mi ha servito tutto ieri, oggi si vendica.

— Povero Giorgio!

— Non mi compiangere, fratello mio; io sono contento; tutto va bene; mia figlia non mi conosce, e non sospetta di nulla — mi torneranno le forze, verrò a vedervi.

Silvio aveva gettato un braccio al collo del fratello, e cercava di condurlo verso la capanna, per parlare a _Su Mazzone_, ma Giorgio non faceva un passo.

— A quest’ora, disse Silvio, _Su Mazzone_ è sveglio, andiamogli incontro.

— No, rispose Giorgio, egli verrà qui; eccolo!

Infatti il bandito svoltava allora dal muricciuolo d’un chiuso; camminava diritto, guardando innanzi a sè, e _Brigadiere_ spiccava salti per mettere la testa sotto le mani del padrone, che penzolavano senza carezze.

Il bandito s’avanzava, svegliando intorno a sè le rondini e le cingallegre che si levavano a volo con un grido di festa; un momento dopo, vide i due fratelli, e gridò loro _Buongiorno_ affrettando il passo e sorridendo; comprendeva che il suo piccolo dolore non aveva diritto di manifestarsi dove era un padre messo a quella tortura.

I tre amici, andando su o giù senza scostarsi dalla casa, perchè Giorgio voleva essere là quando sua figlia affacciasse il visino bianco alla finestra, combinarono lungamente il da fare.

Poco dopo i giovani pastori uscirono dallo stazzo, colle teste ravvolte ancora nelle pezzuole, e colle festuche di paglia attaccate al cappotto; per scuotersi il sonno di dosso, si davano a vicenda gran palmate sulle spalle; i greggi si svegliavano nei chiusi empiendo l’aria di belati e di muggiti, e i mastini aggiungevano le loro grosse voci al concerto.

Nessuno avrebbe potuto trattenere il sonno in quel frastuono. Infatti pochi minuti dopo, erano tutti nel cortile, o alle finestre che si spalancavano rumorosamente; Bastiana, Anna Maria, Nicoletta, Giannandrea _il Lungo_, Ciccito Scano e gli altri. Una finestra sola non si aprì, e Beatrice venne sull’uscio, con suo marito, ad annunziare che Angela dormiva ancora.

Ma quando arrivarono i pastori con le gran tinozze di latte appena munto, la finestra si aprì, e Angela si affacciò a chiedere la sua porzione.

— Babbo Efisio, disse, ho un appetito, un appetito!

Beatrice anch’essa aveva appetito.

E Silvio? Silvio niente affatto.

— Lei vive d’aria, gli disse la contessa accettando da lui una ciotola di latte.

— Come gl’innamorati! aggiunse Cosimo.

Il professore si chinò prontamente ad attingere nella tinozza una ciotola di latte, e la bevve d’un fiato. Rialzando il capo dalla ciotola, trovò che Beatrice aveva preso la mano di Cosimo e lo trascinava per fargli ammirare il curioso spettacolo d’un gregge che voleva saltare un chiuso, ma che era tenuto a segno dai latrati del mastino. Silvio, come spinto dal suo demonio, li volle seguire. «Ho freddo» disse allora Beatrice stringendo le spalle in un brivido, e il professore si precipitò a prenderle uno sciallo — ma tutta la sua baldanza era svanita, perchè comprendeva che Beatrice aveva voluto rimaner sola col marito.

— Gli vuol dire qualche cosa, — pensava — che cosa mai gli vuol dire?

Tornando collo sciallo, trovò infatti che Beatrice non ne avea più bisogno; non era stato altro che un brivido, ora era passato, e Silvio si domandò invano: «che cosa mai gli ha detto?» Nulla che dovesse offendere lui, certamente, perchè gli sorridevano entrambi. — Lo ama tanto! pensò allora Silvio; ma non disse a sè stesso come la vigilia: «veglia tu sulla loro felicità!» Ora si sentiva troppo debole.

Un’ora dopo i cavalli venivano condotti dinanzi allo stazzo, e gli ospiti dissero addio ai pastori.

Giorgio si ora appoggiato ad un albero e chiedeva al proprio cuore un ultimo sforzo.

— Babbo Efisio, addio, gli venne a dire Angela.

Il falso Efisio non rispose, ma prese fra le sue mani la testina d’Angela e la baciò in fronte. Gli occhi degli amici erano fissi sopra di lui in quel gran momento, ma egli fu forte.

— Addio! disse; io verrò a Sassari e ci vedremo ancora.

Silvio, già montato a cavallo, aspettava la sua donna, senza fiatare. Suo fratello gli disse:

— Ciccito Scano riconduce a Tempio Mariantonia; chi porta in groppa Angela?

— E la Contessa? balbettò Silvio.

— Mi porta Cosimo, disse Beatrice, non abbiamo paura.

Allora Giorgio aiutò la fanciulla a salire in groppa del fratello, mentre Giannandrea aiutava Beatrice.

Salute! salute!.... Si avviarono.

Giorgio rimase in piedi finchè potè vedere sua figlia, che se n’andava lieta com’era venuta, empiendo l’aria di domande allegre. Quando la cavalcata sparve dietro un gruppo d’alberi, il povero padre abbandonato sentì che tutte le forze gli venivano meno e cadde bocconi mormorando: «il cuore non le ha detto nulla!...»

— Compare Efisio! Compare Efisio! Vi sentite male?

— Non è nulla, entrò a dire _Su Mazzone_, egli è ancora debole, ed ha fatto uno sforzo per mettere in sella la ragazza — sono cose da lasciar fare ai sani!

Si curvò sul corpo dell’amico, e gli disse in un orecchio: «vuoi vederla ancora?»

— È possibile? chiese Giorgio balzando in piedi.

— Sì, se affrettiamo il passo; fra mezz’ora i cavalli saranno all’entrata del bosco, la strada fa un lungo giro; tagliando diritto pei campi, vi possiamo giungere in mezz’ora anche noi.... Ma dopo?

— Non importa, disse Giorgio, e si avviò, senza dare alcuna spiegazione ai pastori che lo guardavano maravigliati. _Su Mazzone_, voltandosi a Giannandrea, spiegò quel mistero così: — ha dimenticato di dire qualche cosa a Mariantonia, bisogna arrivare prima di loro al bosco.... si va e si torna.

E in pochi salti ebbe raggiunto il compagno.

— Anch’io mi sento solo, disse al bandito; Mariantonia se ne va!

— Dio mio! mormorava Giorgio, costringendo il suo compagno a fare ogni tanto un lieve tratto di corsa per istargli a paro; fatemi questa grazia!

E non si fidando nella bontà divina, affrettava ancora il passo.

Quando il giorno dopo, a tarda sera, la piccola brigata faceva ritorno a Sassari, nei due biroccini, la prima persona che Silvio, smontando, si vide venire al fianco nel buio fu _Su Mazzone_.

— Che cosa è stato?

— Egli è qua, rispose il bandito, stringendosi nelle spalle — non mi è stato possibile tenerlo; ora che ha visto sua figlia, dice che non può vivere lontano da essa. Bisogna compatirlo. Mi ha promesso che non farà pazzie.

X.

UNA PAGINA DEL QUADERNO D’ANGELA.

Dunque una volta vi era un bandito, che si chiamava... come si chiamasse, babbo Efisio non lo sa. Ma non bisogna contarla così — ricominciamo.

Una volta vi era un ricco signore, e vi era una signorina bella bella, che si erano innamorati e poi sposati; la signorina però, prima di pigliare marito, aveva promesso di sposare un altro; e questo qui, vedendosi rubare la moglie, andò in collera e giurò di vendicarsi.

Un giorno i due sposi andavano da un paese ad un altro a cavallo, accompagnati da un pastore, vecchio amico di casa. La sposa cavalcava un baio mansueto come un agnellino, e precedeva il marito e il pastore nella strada deserta; quando, svoltando fra due siepi di fichi d’india, la sposina si trovò faccia a faccia col suo primo innamorato, con quello che era in collera perchè non l’aveva potuta sposare. Quell’uomo, che aveva giurato di vendicarsi, era a cavallo anche lui ed aveva molti compagni dietro, a cavallo tutti. Egli attraversò la strada col suo sauro, ed afferrò il baio della signora per la briglia; la signora gridava, perchè quell’uomo, che era sempre stato brutto, quando era in collera diventava ancora più brutto; gridava e chiamava suo marito.

Intanto l’uomo che l’aveva voluta sposare le afferrò la testa, e dicendole che era venuta finalmente l’ora della vendetta, la baciò molto volte dinanzi a tutti.

Io dico che per un uomo che era tanto in collera, si contentava di poco; ma la signora non la pensava così; e suo marito nemmeno. Lei gridava, gridava, e intanto percuoteva sulla faccia quell’uomo frenetico, a rischio di farlo arrabbiare di più; il marito, a quelle grida, arrivò di corsa.

Vedendosi baciar la sposa dinanzi a tanta gente, spinse il cavallo addosso al suo rivale; ma tutta quella gente gli si mise intorno, ed egli non potè far altro se non dire forte al nemico che se non era il più vile degli uomini, se non voleva che lo schiaffeggiasse nel caffè o sulla strada o in chiesa, la prima volta che lo incontrasse, doveva aspettarlo lì un’oretta, per ammazzarsi lealmente alla presenza dei testimoni. L’altro disse di sì, che lo avrebbe aspettato; la sposa era pallida come una morta, e per non cadere da cavallo si appoggiava al braccio del pastore.

Proseguirono la strada; la sposa tremava e piangeva; il marito cercava di consolarla e di farle coraggio; andarono prima a casa, poi il pastore e lo sposo tornarono alla campagna, ma non vi era più nessuno.

Mentre stanno lì a guardare di qua e di là, sentono alle spalle lo sparo d’una schioppettata e una palla fischia all’orecchio dello sposo. Si voltano e vedono in un oliveto molte persone a piedi che fuggono; ma ce n’era ancora una dietro un grosso albero di ulivo, e questa non aveva avuto tempo di fuggire — era lui, l’uomo che aveva baciato la sposa.

Accorgendosi che l’avevano veduto, non osava andarsene per paura di pigliarsi una schioppettata; stettero così un bel poco, i due uomini sulla strada, a cavallo, l’altro dietro l’albero, di là dal muro dell’oliveto, ma senza potersi muovere.

Poi lo sposo disse al compagno, in modo da farsi udire: — Tu rimani qui, perchè non fugga, io vado a stanare quel coniglio... — Sentendosi dare del coniglio, l’uomo nascosto si mostrò, e senza dire nulla spianò il fucile, ma gli altri due furono più pronti, spararono prima di lui e lo fecero cadere a terra morto. Lasciarono il cadavere nell’oliveto; tornarono prima a casa, poi alla macchia, e divennero banditi. La giustizia cercò di pigliarli, ma non vi riuscì; allora fece il processo e li condannò tutti o due a morte; il pastore se n’andò sui monti, il marito della bella signora una notte si buttò in mare, dopo aver accesa una fiammata sopra uno scoglio; una barca di contrabbandieri gli venne incontro e lo portò lontano lontano, dove il poveretto soffrì molto.