Amore bendato

Part 8

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--Dovresti fare un sonnellino; è l'ora più calda del giorno, fa molto caldo oggi.... ti farà bene riposare il capo, perchè cessi dal farneticare intorno al giorno di domani.... dormi, ho sonno anch'io, dormiremo entrambi.

--Sì! disse il cieco con impeto di desiderio;--sì....--

Ernesta spinse un seggiolone vicino a quello del marito, vi si adagiò, poi disse scherzosamente: «buona notte.»

Scherzoso era l'accento, ma le batteva il cuore forte.

Questa volta Leonardo non seppe aspettare un pezzo, nondimeno, quando con un filo di voce chiamò: _Ernesta_! la bella non rispose. Allora il poveretto si rizzò in piedi, si piegò sull'amata donna come alla vigilia e la baciò lieve lieve sulle guance.... poi volle allontanarsi, ma si sentì trattenuto da morbide braccia che gli si stringevano attorno al collo, ed udì una sommessa voce, carezzevole, trepida, ripetergli fra i baci:--Leonardo mio! Leonardo mio!--

Il poveretto non era più cieco, poichè vedeva un paradiso.

XIX.

È lui, è lui!

La foga degli affetti inonda il cuore e lo sommerge, la folla delle idee, invece di illuminare la mente, la scombuia. Come le grandi gioie ed i gran dolori, così le tenerezze grandi sono mute.

Tacquero.

Per un pezzo, stretti in quel laccio amoroso, carezzati e carezzevoli, rimasero come estatici ad ascoltare l'affrettato martello dei loro cuori; e quando Leonardo ruppe il silenzio, mormorando coll'accento dell'adorazione il nome di Ernesta, parve quella l'estrema parola d'un poema che avevano letto insieme, l'ultima nota d'una bella musica intesa da essi soli.

E venne sulle loro labbra il linguaggio degli uomini, dopo di aver sì lungamente parlato il linguaggio degli angeli; la rivelazione era compiuta. Non rimaneva più nulla a dire che già non sapessero:--Mi ami proprio?--Sì, tanto.--Ripetilo.--Sì, tanto.--Anch'io, anch'io.--Il più bel vaniloquio della terra.... Poi di nuovo tacevano, e le mani si stringevano più forte, e le labbra tremanti scoccavano baci sommessi, ed i petti pieni di felicità rompevano in brevi singhiozzi.

--Siediti qui, sulle mie ginocchia; disse il cieco,--lascia ch'io ti veda bene--ed accarezzando colle mani la fronte, i capelli, le guance, gli occhi della leggiadra creatura, andava ripetendo con una specie d'entusiasmo melanconico:--come sei bella! Come sei bella!--

Poco dopo soggiunse:

--Ecco il visino tondo che mi piacque tanto la prima volta che lo vidi; ecco gli occhi dolci conditi di malizia.... ed ecco i labbruzzi di fuoco che sorridono, e le guance che paiono due rose.--

Ernesta rispondeva ai baci, alle parole no; pensava; un mondo di fantasie meste o gioconde le si schiudeva dinanzi; e se staccava l'occhio da quegli incerti fantasmi dell'avvenire, l'aspettavano altri fantasmi, già paurosi ora benigni, quelli del passato, quelli delle lunghe noie, dei profondi sconforti, delle aspirazioni interminate che mozzavano il respiro.... e allora, come se obbedisse ad un segnale, dall'ippocastano del giardino lo stornello mandava la sua nota stridula, penetrante, compendio di tutto un tempo che non era più che una memoria:--è lui! è lui!--

--Qui, in mezzo al mento, ci è una fossetta, proseguiva il cieco,--ed ora che ridi ce ne sono altre due sulle guance; quante volte le avrei colmate di baci se avessi avuto giudizio!

E le colmava ora.

Ma a quelle baldanze, a quegli impeti, a quei guizzi di felicità che gli mandava sul volto la nuova fiamma, succedeva presto il buio d'un pensiero melanconico e pauroso.

E allora ripeteva il ritornello assiduo dell'inno eterno:

--M'ami proprio?

--Sì, tanto.

--E perchè m'ami?--

Ernesta ci pensava senza trovar risposta.

--Dillo, perchè mi ami?

--Non lo so; e tu perchè mi ami?

--Perchè sei bella, perchè sei buona.

--E anch'io t'amo perchè sei buono, perchè sei bello....

Quale sorriso passò sulle labbra di Leonardo!

--Sono bello io?

--Sì, sei bello.... ma non per questo t'amo.

--E perchè dunque?

--Non lo so....

--Hai ragione,--disse poi,--eri bella, eri buona anche quando non ti volevo bene. Ci deve essere stato qualcuno a parlarmi di te, ad aprirmi gli occhi, a farmi vedere quale dovea essere la mia festa, quale dovea essere il mio tesoro. E temei d'averti perduta per sempre, e t'invocai compagna de' miei giorni mutati in notte senza fine, non osando sperare. E quando accorresti al fianco della mia sciagura, non al mio fianco, riconobbi il tuo passo, indovinai i tuoi movimenti, compresi che eri tu l'angelo del conforto; ma non osai sperare di più. Ed ora che tu stessa me lo dici, che ti stringo fra le mie braccia, anche ora temo di fare un sogno troppo bello e mi domando che ho fatto io per meritare l'amor tuo. Tu non sai perchè m'ami; nemmeno io lo so. Le cose dell'amore si sentono, non si sanno. L'amore ha la benda agli occhi.... come me.--

Un bacio lungo lungo cancellò dalle labbra del disgraziato ogni traccia d'un melanconico sorriso.

--Che ne dici, Ernesta, guarirò?

--Guarirai,--rispondeva la poveretta facendosi forte.

--Se fosse vero! Poterti vedere, poterti guardare a lungo, specchiarmi negli occhi tuoi! Se fosse vero! Perchè così si soffre troppo; ho sofferto troppo.... tu non lo sai che io sono geloso....

--Geloso?

--Sì, geloso; geloso di tutti quelli che ti guardano, di tutti quelli che ti vedono, di tutti gli indifferenti, ai quali tu sei costretta a dare lo spettacolo della tua leggiadria, mentre a me solo è negato, mentre io solo ti guardo e non ti vedo. Ho sofferto, non te ne ho detto nulla, perchè era la mia espiazione; la gelosia ha punito l'indifferenza, ora sei vendicata.... sei contenta ora?...

--Sì,---rispose Ernesta,--sono contenta perchè m'ami, perchè t'amo.

--E perchè m'ami? Non lo sai; nemmeno io; ma so perchè hai finito ad amarmi....

--E perchè?

--Perchè sei buona, perchè hai cominciato dalla pietà, perchè ti ho fatto compassione.... non è vero?

Nessuna risposta. Era vero.

--Senti,--proseguiva il cieco animandosi,--guarirò, voglio guarire, è necessario ch'io guarisca.... e allora, senti.... non andrò più al caffè nè al Circolo.--

Ernesta rideva.

--No non ci andrò più, staremo sempre insieme, andremo in campagna; ho tante cose da dirti, non mi annoierò; una volta ero uno spensierato, ora invece penso; ti dirò cose che ti faranno ridere, perchè tu già le saprai, ma che mi sono care perchè non le ho lette nei libri, e le ho trovate io.... ah! non mi annoierò al tuo fianco!--

Poco dopo soggiunse mestamente:

--Agenore dice che l'operazione sarà dolorosa, non è vero?...

--No.... balbettò Ernesta.

--Si, sì.... lo ha detto; ebbene, non importa, io saprò soffrire;--ed aggiunse provando a scherzare:--Mi hai sempre creduto un fanciullo, ho bisogno che tu sappia che in questo lungo tempo sono cresciuto, mi sono fatto uomo. Guarderò in faccia il dolore che deve ridonarmi la tua bellezza.... Ti sei fatta mesta? Pensi al domani?... Non ci pensare, vedi me, io non ci penso.... sorridimi....

--Che idea!

--Sorridimi.... mi fa bene sapere che tu mi sorridi, io non ti vedo, ma la mia anima si illumina d'una gran luce.... sorridimi.

--Ecco....--disse Ernesta;--ma una pietà profonda, uno sgomento mal definito si ribellavano al sorriso.

--Così.... così, diceva Leonardo.

--Sai?--prese a dire dopo una muta contemplazione--ho pensato alla filosofia di Agenore ed alla tua fede.... ci ho pensato molto....

--Ebbene?

--La tua dev'essere più vicina al vero....

--Ah! sono contenta! Credi anche tu che gli spiriti sopravvivano e possano comunicare con noi?

--Può essere....--

Di nuovo lo stornello lanciò le sue note allegre attraverso il vano della finestra.

--Sta a sentire--disse Ernesta,--sai che cosa mi sono messa in capo?... Che quello stornello sia mandato da mia madre.... sarà una sciocchezza, ma mi fa bene....

--Non è una sciocchezza se ti fa bene,--sentenziò il cieco.

--E sai tu che cosa mi va dicendo ora?--chiese scherzosamente la bella.

--No,--rispose Leonardo ridendo--non ne capisco nulla.

--Perchè non ci hai pratica; mi ripete una cosa che so benissimo, ma lo fa a fine di bene, poveretto!--mi ripete:--è lui! è lui!--Lo senti?

--E significa?

--E significa che sei tu, che sei tu....

--Che cosa?--

La risposta scoccò pronta, ardente, lunga dalle labbra di Ernesta, e s'impresse sulle guance del cieco.

E intanto lo scrupoloso stornello continuava a gridare a gola spiegata.

--Sì--disse poco dopo Leonardo porgendo ascolto,--pare proprio che dica:--è lui!... Ma se pure fosse un inganno della fantasia, ecco un inganno santo! Credere che i nostri cari, anche quando pare ci abbiano lasciato, ci siano vicini, ci vedano, e giudichino le nostre azioni; e ad ogni atto che stiamo per compiere domandarci:--che ne dirà mia madre?--ecco il vero culto dei morti; tu educhi il semprevivo in cuore, mentre la volgare pietà lo educa nei cimiteri!

--Prendi anche questo--interruppe Ernesta--perchè tu parli come un angelo.--

Leonardo prese e restituì, e ancora si udì per l'aria la musica di due baci sonori.......

Verso il crepuscolo venne il dottor Agenore, e trovò i coniugi dinanzi alla finestra spalancata, muti, estatici, intenti ad ascoltare il canto dell'usignuolo, a cui i grilli facevano l'accompagnamento.

--Ah!--disse Ernesta voltandosi.

--Agenore!--aggiunse il cieco.

--Io proprio; avrei potuto star qui fino a domani, che non vi sareste accorti di me.

--Io me n'era accorto--disse Leonardo,--ma credevo che tu pure ascoltassi quello che dice l'usignuolo.

--Non ne ho l'abitudine, la piglierò quando avrò moglie....

--E prego Dio che sia presto!--disse Ernesta scherzando.

--Ed io prego il suo Dio di tapparsi le orecchie....--

--Vediamo, siamo stati savi?... Leonardo.... si sono fatte poche ciancie? Si sono evitate le commozioni troppo forti?...--

Ad ogni domanda. Leonardo ed Ernesta facevano di sì col capo come due scolari che vogliono farla al signor maestro.

--Sentiamo il polso.... abbastanza regolare.--

I complici, respirarono liberamente; il momento difficile era passato.

Nella faccia ilare, nell'accento scherzoso, nei modi composti ad un sussiego straordinario, il dottore dimostrava un'intenzione che sfuggiva alle occhiate scrutatoci d'Ernesta.

--Cara signora,--uscì egli a dire all'improvviso,--vorrebbe usarci la cortesia di lasciarci un momento soli? Scusi la ruvidezza.... è il vizio dei medici....

--Mi manda via....--rispose Ernesta ridendo,--me ne andrò!...

--Perchè la mandi via?--chiese Leonardo, e udendo il passo della moglie che si allontanava, stette in ascolto finchè fu uscita, poi disse sospirando:--Che cosa vuoi da me ora?

--La lingua--disse il medico.

Leonardo cavò la lingua.

--Come ti senti?

--Bene.

--Saprai resistere ad una commozione?

--Sì.

--Ebbene, allora sappi che io ti ho ingannato..., ho detto tutto a tua moglie.

--Ah!

--E tua moglie, indovina.... è innamorata di te.--

La rivelazione che Agenore aveva circondata di tanto mistero, non fece l'impressione temuta sull'animo del cieco; un dolce sorriso apparve sulle sue labbra, null'altro.

--Grazie,--disse Leonardo.

--Si figuri,--rispose Agenore, canzonandolo--niente, è una bazzecola!

--Grazie,--ripetè Leonardo--lo sapeva.--

Allora il dottore diè un balzo, spalancò l'uscio del salotto e chiamò Ernesta.

--Venga, venga, signora mia; sono io di troppo.... e me ne vado.--

Due risate squillanti lo accompagnarono un tratto. Poi il medico ritornò a raccomandare serio serio «non si commettessero imprudenze» e ad avvertire che sarebbe venuto il domani molto di buon'ora.

--A domani--disse Agenore.

--A domani--ripeterono melanconicamente Ernesta e Leonardo.

Di nuovo l'allegria si spense sulle faccie dei poveretti.

XX.

La luce?

Venne l'alba aspettata con desiderio e con trepidanza.

Agenore, come aveva promesso, anticipò di molto la sua visita.

--Sono contento di trovarti a letto--disse--bravissimo.

Ernesta notò che la sua voce aveva un lieve tremito, e che volendola assicurare riusciva solo ad ingrossarla. Anch'essa voleva parer serena, ma aveva l'ansia, ed Agenore se ne avvide; le venne presso, le strinse la mano. Tremavano leggermente tutti e due.

--Dovrò rimanere a letto?--chiese Leonardo.

--Sarebbe meglio; ma il dottor Q.... dice che, se preferisci alzarti, nel tuo stato non vi è pericolo.

--Lo preferisco--disse il cieco.

--Sentiamo il polso.... vediamo la lingua.... a meraviglia.... a meraviglia....

--E sarà proprio molto dolorosa l'operazione?

--Tutt'altro.... una bazzecola.... un paio di minuti per occhio, supponendo, come credo, che il dottor Q.... voglia operare i due occhi in una volta....

--Come?--balbettò Ernesta.

--Gli autori sono in contrasto,--disse il dottor Agenore con molta disinvoltura; si danno ragioni di peso da una parte e dall'altra; le probabilità di buona riuscita si equilibrano nei due sistemi; da quanto dicono i propugnatori di questo o di quello sembra potersi conchiudere così: quando l'operazione è dubbia, meglio tentare prima l'operazione sopra un occhio solo; quando invece è sicura, meglio le due operazioni in una volta.

--Ed a lei pare sicura?--domandò Ernesta.

--A me pare sicura.... sicurezza medica, s'intende, che non è sicurezza matematica.--

Per quanto Agenore ingrossasse la sua voce di falsetto, aveva l'ansia quasi al par di Ernesta.

Il più sereno dei tre era Leonardo, il quale in un attimo fu vestito ed accomodato sul seggiolone.

Venne il dottor Q.... tranquillo, determinato, schietto nei movimenti e nelle parole; si indovinava in lui l'uomo padrone di sè; vedendolo tornò subito un po' di coraggio ad Ernesta, e si rianimò la disinvoltura agonizzante d'Agenore.

Si parlò di _narcotizzazione_; Leonardo rifiutò.

--Bravo!--disse l'oculista--tanto meglio!

--Bravo!--ripetè Agenore con un po' di tremito nella voce--tanto meglio.... già è una bazzecola.... bisogna esser forti.--

Ernesta guardava sbigottita ora l'uno ora l'altro, mentre il vecchio Bortolo andava e veniva obbedendo agli ordini brevi e frequenti.

--Ernesta!--chiamò il cieco.

--Eccomi.--

Si fè presso al disgraziato e pose la mano nelle sue.

--Così--disse Leonardo--sarò più forte.--La povera donna non rispose; cogli occhi sbarrati dallo sgomento seguiva ogni movenza del dottore.

Vedeva preparare le fasciature di flanella bianca, le compresse, i filacci, levar da un piccolo astuccio certi ferretti lucenti, ed Agenore affaccendarsi per far poco più di nulla, senza potere star fermo, e l'altro solenne, pacato, silenzioso. E girando lo sguardo intorno intorno con un movimento automatico del capo, contemplava il letto, le seggiole, gli armadi, i quadri appesi alle pareti, non parendole vero che in un momento così solenne potessero ancora essere i quadri, le seggiole, il letto d'ogni giorno e serbare in tanto affanno essi soli l'aspetto più indifferente dell'usato.

E ancora girava il capo come un automa, e ancora fissava gli occhi sbarrati nel dottore.... Poco stante lo vide muovere verso l'infermo e tremò tutta.

--Ci siamo?--domandò il cieco.

Nessuno gli rispose.

Il dottor Q.... volse il seggiolone in modo che la luce non battesse sulla faccia del paziente, poi spalancò la finestra, e guardò verso Agenore. Costui era occupatissimo intorno alle compresse e se ne distaccò a malincuore.

--Bisogna star fermo,--disse l'operatore con voce amorevole.

--Starò fermo,--rispose Leonardo.

Inginocchiata innanzi al marito, le labbra ardenti impresse sulla mano che stringeva forte la sua, Ernesta intese ancora la voce sommessa dell'oculista che diceva: «Lei, dottore, tenga ben sollevate le palpebre, così... mi raccomando--» poi chiuse gli occhi.

Seguì un gran silenzio.

La povera donna radunava nel buio i fantasmi del suo passato, andava raccogliendo gli atomi in un caos vertiginoso per comporli a forme note--tutto ciò senza coscienza; rivedeva Leonardo come la prima volta gli era apparso, indifferente e cortese, poi galante, poi assiduo, poi fidanzato, sposo, marito--e di nuovo annoiato, freddo, indocile al giogo della famiglia, e finalmente cieco, pentito... e seguendo come trasognata i quadri di questa visione, parevale d'udire un martello assiduo; era il suo povero cuore in tumulto. Quanto tempo durò quella visione? Un baleno. All'improvviso sentì tremar forte il braccio di Leonardo e la mano di lui avvinghiarsi alla propria; strinse vie più gli occhi e le labbra, si sprofondò più addentro nel caos che le si apriva dinanzi.... ancora uno di quegli istanti che contano per anni nell'eternità, e finalmente un grido acuto, penetrante, accompagnato dal tremito convulso di tutto il corpo del paziente.

--Ecco, ecco, è fatto;--disse il dottor Q...

--È fatto,--balbettò Agenore.

Ernesta aprì gli occhi attonita.

Il dottore veniva assicurando una compressa sopra l'occhio destro, da cui colavano lagrime e sangue. Sul volto contratto dell'infermo ancora combattevano il dolore e l'energia della volontà.

Nessuno vide l'occhiata supplichevole della povera donna accasciata sul pavimento; Agenore toccava il polso dell'amico, ma aveva tutta l'aria di non saper quello che si facesse.

Il dottor Q... sembrava aspettare qualche cosa, e un momento dopo disse con voce carezzevole:

--L'operazione è riuscita benissimo da una parte; ora dall'altra.--

Ernesta diede un lieve grido e ancora s'accasciò e nascose la faccia fra le ginocchia di Leonardo, il quale tentò un sorriso ed accarezzò colla mano tremante la testa dell'amata donna.

Nuovo silenzio, nuovi terrori, nuove visioni, e finalmente un sospiro rumoroso di Agenore che ripigliava fiato, e un grido selvaggio di dolore e di gioia.

--Zitto!--ordinò il medico con bontà.

--La luce!--mormorò Leonardo abbassando docilmente la voce.

Ernesta fu in piedi d'un balzo; aveva nello sguardo il baleno d'una gran gioia....

Ma la fasciatura copriva già gli occhi del paziente--l'operazione era finita.

--La luce?...---ripetè la povera donna interrogando trasognata.

Agenore le venne presso, le strinse la mano, volle dire qualche cosa e non potè dir nulla.

--Speriamo,--balbettò Ernesta come fuor di sè,--speriamo, bisogna farci coraggio....

--Giusto,--rispose Agenore,--è quello che volevo dir io.... speriamo, bisogna farsi coraggio....

XXI.

La luce.

Il medico aveva ordinato il buio, l'immobilità, il silenzio.

Adagiato l'infermo nel letto, sopra un monte di cuscini, per sei giorni non doveva più moversi, nè per sei giorni parlare o cibarsi d'altro che di minestrine. Le imposte della finestra furono chiuse sì che a stento gli occhi avvezzi potevano vedere il nero profilo degli oggetti. Un'ombra, non una donna, vagolava assiduamente in quel buio--Ernesta, col cuore traboccante, col labbro muto.

Più volte in uno stesso giorno la porta di quella camera si apriva lentamente, un'altra ombra colossale chiudeva il vano, stava un istante immobile, poi si accostava al letto sulla punta dei piedi, un bisbiglio sommesso rompeva quell'aria muta; allora Leonardo sospirava dal suo letto per farsi intendere; non gli si rispondeva: l'ombra si muoveva poco dopo, la porta cigolava un'altra volta--Agenore se n'andava com'era venuto.

Silenzio.

A quando a quando l'infermo chiamava sottovoce:--Ernesta?...--

Accorreva essa e gli ordinava con un bacio:--silenzio!--

Quanti fantasmi luminosi in quel buio, quante parole confortatici mormorate da invisibili creature!

Le ore scorrevano lente, il cuore della povera donna le misurava con un battito tranquillo.

Sentiva una vigoria insolita, le pareva d'essere come una fortezza chiusa, in cui non potesse entrare alcun affanno; e se uno, insistente, se ne affacciava ogni tanto, ella vedeva accorrere mille giocondi pensieri a cacciarlo, ed assisteva come impassibile a quella breve lotta. Non sapeva altro che sperare, altro non faceva che sognare ad occhi aperti.

Il buio della camera era per lei come un velo nero, dietro cui si nascondesse la felicità.

Cessato lo spasimo della ferita, Leonardo chiamava ogni tanto la sua compagna--e la poveretta era, ratta a chiudergli le labbra colle labbra.

--Sai? Ho visto la luce! disse una volta l'infermo, ribellandosi al savio consiglio; mi è sembrato di vedere i colori; non sono più cieco!

--Zitto! Zitto!

--E vedrò te, mia bella!...

--Zitto....--

Tornava il silenzio.

Mille fantasmi ridenti accorrevano ad ingannare il tempo lungo.

Per ore intere al capezzale del marito, una mano di lui stretta nelle proprie, Ernesta rimaneva immobile nella contemplazione della tranquilla festa dell'avvenire. Si vedeva al braccio di Leonardo non più cieco, essa colla faccia rivolta in su, egli col capo piegato teneramente verso di lei, e vedeva due sorrisi d'amore scendere e salire per le fila tese da due sguardi d'amore.

Camminavano sopra sentieri appena tracciati sull'erba dei prati; le farfalle, gli uccelli, le piante, li guardavano attoniti, e quante creature avevano un movimento s'inchinavano a salutarli, e quante avevano una voce intonavano un inno. Un mondo ignorato si schiudeva ai loro cuori, comprendevano la gran festa della fiducia senza reticenze, dell'amore senza civetterie, del sentimento che non ha ridicole paure, della poesia che ripudia ogni inganno di metafora o di rima.

Guardavano in faccia agli spettri temuti, la noia, la sazietà--parole vuote dovunque non entra spasimo o febbre.

Così fantasticava Ernesta; e un sorriso dolcissimo, che s'indovinava sulle labbra dell'infermo, diceva che così pure fantasticava Leonardo.

Dal di fuori, attraverso le imposte serrate, giungeva talvolta affievolita la nota dello stornello, unica voce dell'immensa natura. Allora Ernesta si sentiva voglia di correre a spalancare le finestre, di lasciar entrare l'aria, la luce, i canti semplici, e di gridare alle innocenti creature la buona novella...

Silenzio!... Bisogna star paghi alle visioni della cameretta, al tranquillo tripudio del cuore. Un giorno ancora!... Silenzio.

Il suo posto favorito era al capezzale dell'infermo, dove poteva vedere il sorriso di Leonardo. Aveva un modo così dolce di sorridere Leonardo! Non mai per lo innanzi se n'era avveduta. Quel sorriso era un madrigale; e chi sa quante volte gliel'avea visto sulle labbra senza saperlo leggere!

Era bello Leonardo? Sì, era bello; dalla fasciatura usciva la sua fronte alta, serena, il naso affilato; le guancie aveva un po' smunte, ma non incavate, il mento tondo; bei capelli ricciuti, baffetti neri e belli... Era bello Leonardo!

E non poterglielo dire, non poterglisi buttar fra le braccia, coprire di baci la sua fronte, le sue guancie, dirgli cento volte:--sei bello, sei bello!--

Silenzio! È l'alba del sesto giorno, poche ore ancora!... Silenzio.

Venne l'ora sospirata, venne il dottore, e dietro a lui, frettoloso per timore d'essere in ritardo, Agenore.

Fu data un po' di luce alla camera, poi il dottore fece a voce alta alcune interrogazioni all'infermo, gli toccò il polso. Tutto andava benissimo. Allora tornò alla finestra, temperò la luce studiandone la direzione e di nuovo venne al capezzale e tirò la coperta di colore fin sopra la rimboccatura, perchè la bianchezza del lenzuolo non ferisse troppo vivamente l'organo indebolito... Era venuto il momento. Ernesta tremò e dovette reggersi al braccio di Agenore.

La lunga lotta combattuta con apparenza di vittoria, quella lotta che aveva per premio la speranza, era stata un inganno; ecco, i baldi fantasmi fuggono dalla sua mente come un esercito di vigliacchi--e quell'unico nemico, che pareva sopraffatto e meschino, si rialza, ed è un gigante.

Se Leonardo non vedesse nulla!

Fu l'ansia d'un solo istante; cadde la benda, Leonardo aprì gli occhi, li girò intorno e fissandoli estatico sulla faccia paurosa di Ernesta, protese le braccia chiamandola col gesto.

--Ti vedo! ti vedo!--

Ma la voce si ruppe in un grido, e il grido in un singhiozzo.

Ernesta gli si gettò fra le braccia e mescolò alle sue le proprie lagrime di gioia; anche Agenore piangeva, ma voltava il capo dall'altra parte per non farsi scorgere.

XXII.

Emicrania e mal di nervi.

La signora Virginia Rinucci venne troppo tardi, quando il medico aveva rimesso la benda a Leonardo e se n'era andato.