Part 6
E un filo di luce pallida mostrò ad Ernesta il volto rasserenato del cieco, il letto, il divano, i fiorami della tappezzeria, tutte le note fisonomie di quella camera melanconica, che parevano animarsi per sorriderle, per dirle:--coraggio, non sei sola, noi siamo qui per applaudire alla tua anima generosa.--
XII.
Soliloquio.
Appunto in quel mattino il dottore fece un soliloquio.
--Agenore mio,--diss'egli,--un'occhiata alla situazione strategica; non hai da perdere tempo, se no Ernesta ti scappa. Ieri soltanto la facevi da vincitore che concede una tregua, oggi sei alla vigilia di levare l'assedio e di battere in ritirata. Bada un po' che ti capita: i Leonardi ciechi furono da tempo immemorabile l'ideale di tutte le Erneste ridotte a capitolare nelle braccia d'un dottore; e invece eccoti una moglie, che pareva disposta a fare la sua eroica scappatella fuor del territorio coniugale, rimanervi perchè il marito non ci vede! Ernesta ha una testolina bizzarra che pensa le cose al rovescio delle solite testoline bizzarre; ma tu non puoi già cambiarla, spianarne i bernoccoli, rimpastarle il fosforo; ti conviene pigliarla com'è, o lasciarla, ed ahi! è più difficile pigliarla che lasciarla! Ricapitola le idee, raduna le tue forze, decidi. La condizione è ancora buona, ma minaccia di farsi pessima; ciò che oggi è scrupolo, domani può diventare sentimento; lascia fare alla compassione, e la tua bella assediata ti casca nel tenerume; e se per poco stringe alleanza col marito, quello che hai avuto hai avuto.... E che cosa hai avuto? Fa bene i tuoi conti, totale: zero. Sei stato troppo generoso, dottor Agenore. Un uomo della tua fatta, grande, grosso, belloccio, con una testa espressiva!... Via, è una vergogna; lo specchio istesso ti canzona.... Al punto a cui sono giunte le cose la guerra d'astuzie non giova.... bada, il nodo della cravatta non è preciso, tiralo più a diritta... troppo, più a mancina, così va bene.... ma non hai a credere che basti; è vero, hai molto trascurato finora il nodo della cravatta, ma ad ogni modo non basta; fi sei fidato ai vezzi della tua zazzera tirata indietro, alla debolezza della fibra femminina, ed anche questo non basta: il più ed il meglio doveva farlo l'audacia.... Confessalo, sei stato timido come un seminarista.... Però non dimenticare di raderti; barba rasa di fresco è mezza bellezza. Due colpi di rasoio in fretta.... aggiusta ancora il nodo della cravatta che è andato di sghimbescio.... così.... indossa il farsetto da mattina, fa spuntare i polsini, nè troppo nè troppo poco, pianta il cappello a tubo perpendicolarmente sulla nuca, un'ultima guardatina allo specchio.... sei in arnese, non ti manca nulla.... tranne la bacchetta di giunco ed un programma: Ecco la bacchetta ed ecco il programma: arrivi in casa dell'amico Leonardo verso le dieci del mattino, e appena ti trovi innanzi ad Ernesta te la stringi al cuore senza fiatare. Il silenzio è necessario. Il resto verrà da sè. Tutto sta ad abbracciarla; se non l'abbracci, dottor Agenore, ti scappa.--
Il dottore, che si era fermato un istante sulla soglia di casa sua, a questo punto girò la maniglia dell'uscio e scese solennemente le scale.
XIII.
In cui il dottor Agenore ne fa una grossa.
Alle nove venne annunciata la visita della pietosa Virginia Rinucci, la quale fece dignitosamente il suo ingresso nella camera della cugina. Ernesta le venne incontro e notò a bella prima che faceva il bocchino in un modo insolito, indizio infallibile di maggior solennità. In fatti ella recava cose fauste, nientemeno che l'annuncio ufficiale d'una visita di babbo e mamma Rinucci; la corporazione coniugale doveva venire al mezzodì in punto.
Ernesta riuscì a dissimulare la propria commozione per questo avvenimento e si accontentò di dire che gli zii Rinucci farebbero molto piacere a Leonardo.
Qui venne naturale che l'amabile cuginetta domandasse se Leonardo era visibile. Era visibile. All'atto di uscire dalla camera, Virginia fu impressionata dall'ordine, eccessivo in quell'ora, che vi regnava.--
«Ho dormito sopra un divano--disse Ernesta.
--In camera di Leonardo?
--Già.--
Virginia rispose al monosillabo con una stretta di mano silenziosa. Era impossibile con minor numero di parole e con maggiore sussiego dire alla cugina:
--Brava, sono contenta di te.--
La cugina non si mostrò eccessivamente lusingata di questa tacita approvazione, e levando lo sguardo al soffitto parve invocare mentalmente la misericordia del cielo su quella testina di stoppa.
Quando Virginia fu innanzi al cieco, la sua pietà divenne mutola; stette così un bel tratto, finchè Leonardo stesso domandò chi fosse nella camera; allora facendosi forza si nominò e ripetè il fausto annunzio della visita dei coniugi Rinucci; poi si guardò intorno cercando argomenti, e non trovandone tacque, rifece il bocchino, ripigliò il sussiego.
Poco stante Leonardo disse che voleva levarsi da letto; Ernesta chiamò Bortolo perchè aiutasse il suo padrone a vestirsi e fece atto di uscir dalla camera, preceduta dalla cugina; ma quando costei era già per metà fuori dell'uscio, essa tornò frettolosamente al capezzale del marito a dirgli con voce sommessa:
--Vuoi nulla da me?
--Nulla.
--Sono nel salotto; quando chiamerai, verrò.
--Grazie,--rispose Leonardo.
Nello stesso tempo s'intese un lieve grido dietro l'uscio che si riaprì; apparve il dottor Agenore. Aveva la faccia arrossata, non salutò nemmeno Ernesta ed entrò in funzione ex abrupto domandando all'ammalato il polso e la lingua.
Che cosa era avvenuto?
Ecco: il dottore Agenore entrava dall'anticamera piena di luce nel salotto, in cui si faceva di buon mattino la guerra al sole; era giunto tentoni fin presso all'uscio che metteva nella camera del cieco, quando l'uscio si aprì ed apparve una figura femminile.--Abbracciala, se no ti scappa.--Ed egli aveva schiuso le braccia per tirarsi sul petto la bella. Ma la bella, che veniva da una camera più oscura, vide l'atto, ne comprese l'intenzione, e diè indietro gridando al par d'una tortora spaurita. Il dottor Agenore riconosciuto l'errore stette un istante a braccia aperte come un crocifisso, e nella confusione finì alla meglio l'atto, stringendo con soverchia cordialità le due mani dell'amabile Virginia Rinucci.--Scusi.... buon giorno... come sta?--disse, balbettò, spinse l'uscio e si pose in salvo.
Ernesta guardò un istante il dottore con un impercettibile sorriso di malizia, poi andò a raggiungere la cuginetta.
Per tutto il tempo impiegato da Bortolo nell'aiutare a vestire il padrone, Agenore parve affaccendarsi singolarmente egli pure intorno all'amico Leonardo; in realtà non faceva nulla, pensava.
L'avea fatta grossa! La misurava coll'occhio da tutti i lati--l'avea fatta grossa!
Che cosa doveva argomentare la signorina Rinucci da quella ginnastica incominciata in un amplesso e finita in una stretta di mano bislacca? Una cosa sola evidentemente, il vero. Oltre che l'equivoco era evidente, egli aveva dovuto confessarlo chiedendone scusa. Dunque? Dunque Ernesta era compromessa, dunque la pace di lei era minacciata, minacciata la sicura oscurità del piccolo adulterio preparato con tante fatiche... Ah! non se ne sapeva dar pace.
Quando Leonardo fu accomodato nel seggiolone e le due donne rientrarono nella camera, il dottor Agenore avea il naso sopra una specie di taccuino. Per non leggere di peggio sulla faccia della signorina Virginia, leggeva il manuale medico. Finalmente si arrischiò a spingere pian pianino uno sguardo innanzi a sè, facendolo strisciare sui fogli, e vide... Quello che vide, se non gli ridonò la baldanza, almeno gli fe' rialzare il capo del tutto: vide Ernesta sorridente e l'amabile cuginetta che chinava gli occhi pudibondi a terra e si faceva rossa rossa--uno spettacolo da tentare un pittore d'idillii.
--Buone nuove,--disse allora facendo uno sforzo per rientrare nella sua gravità dottorale,--buone nuove; l'_infiammazione del bulbo_ è quasi cessata, fra qualche giorno spero che più nulla s'opporrà all'operazione.--
Virginia Rinucci, facendosi di tutti i colori e guardando Agenore languidamente, si arrischiò a domandare se la cateratta era matura.
--È maturissima--rispose il dottore cercando invano d'ingrossar la voce,--e l'operazione è indicata, indicatissima, quanto allo stato caterattoso; però ci è l'infiammazione del bulbo, e l'infiammazione del bulbo è una _contro indicazioni temporanea_..... mi spiego?
--Perfettamente.
--Oh!... cessata l'infiammazione del bulbo, faremo l'operazione; parlerò al dottor Q... _specialista_ celebre...
--Non sarà lei l'operatore?--domandò Ernesta.
La signorina Rinucci stava evidentemente per fare la stessa domanda, perchè aprì la bocca e la richiuse guardando prima Ernesta e poi il dottore.
--Signore no,--rispose Agenore modestamente;--non sono da tanto; le operazioni di questa fatta richiedono uno _specialista_; io sarò l'assistente.
--Grazie,--disse Leonardo;--e quando vedrai il dottor Q...?
--Domani.--
Stettero tutti in silenzio immaginando che Leonardo parlasse ancora; ma egli non disse più nulla. La conversazione cadde di peso. Poco dopo il dottore era tornato al suo primo pensiero e guardava ogni tanto alla sfuggita la signorina Rinucci, la quale ad ogni volta chinava gli occhi pudicissimamente. Solo Ernesta non sorrideva più; si era fatta seria in viso e contemplava la faccia melanconica del cieco.
--Ah!--esclamò il dottore ad un tratto.
--Che cos'ha?--chiese Ernesta.
--Ho... ho...
Aveva un'idea luminosa, il modo di rattoppare la sbadataggine. Tutto oramai si riduceva a questo: far sapere all'amabile cuginetta che l'amplesso rudimentale, di cui ella era stata vittima, portava un altro indirizzo, che apparteneva come provento d'ufficio alla cameriera, ad Olimpia, e che era un innocente amplesso reo di questa unica colpa, di essere stato dato in salotto e non in anticamera.
--Ho....--soggiunse Agenore,--che è quasi mezzogiorno... e che a quest'ora dovrei essere....
--Il babbo sarà qui a momenti,--osservò Virginia.
--Signorina,--le disse il dottore che le si era avvicinato approfittando dell'attonitaggine di Ernesta--signorina, poc'anzi io.... bisogna che le spieghi...
La pudica Virginia chinò gli occhi a terra.--Parli al babbo...--disse, rialzò il capo e ripetè più forte della prima volta:--il babbo sarà qui a momenti...--
Alle prime parole il dottor Agenore spenzolò le braccia lungo i fianchi e rimase senza fiato; alle ultime si scosse, strinse la mano dell'amico Leonardo, salutò le due signore e prese la fuga.
XIV.
Primi bagliori nel buio.
Passarono i giorni, simili nel muto dolore ma non monotoni nè angosciosi, come Ernesta aveva immaginato.
Sotto l'infinita melanconia di quella casa abitata dalla sventura s'indovinava ora una inalterabile serenità, un'armonia sommessa, una specie di gioia nascosta e mille soavi sentimenti senza nome. I due cuori, aperti per lo innanzi alle iruzze terrene, si erano chiusi a tutto ciò che non venisse dall'alto. Nelle anime prima esacerbate dal puntiglio, dalle stizze, era entrata una forza nuova che comandava la pace; alle aspre guerricciuole combattute a punta di spillo succedeva il santo rito d'una pietosa, benedetto dalla gratitudine d'un infelice. Si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari, la solenne parola che pare scendere dal cielo, quando mute sono le voci terrene: «coraggio,» e l'altra che prorompe dal cuore e trova la via fra le lagrime, quando tutt'intorno è il silenzio disperato: «siamo infelici, amiamoci!»
Il dolore fa grandi, dà alle creature umane qualche cosa della divinità.
Ernesta era ingegnosa nel ritrovare mille modi per alleviare la buia solitudine del povero cieco.
--Passeggiamo--gli aveva detto un giorno,--ti appoggerai al mio braccio; ti farà bene un po' di moto.--
Leonardo avea accettato con riconoscenza, avea posto una mano sull'omero della dama gentile ed era andato in giro per le camere.
--Quando cammino,--diceva--se per poco mi distraggo sembrami ad ogni passo di attraversare una distanza enorme; a volte il fermarmi non vale a cancellare questa impressione, il mondo nero continua a passarmi dinanzi; è una specie di passeggiata nel caos.
--E ti spiace?
--No, perchè sono teco,--rispondeva sorridendo,--e tu mi dai coraggio, mi rassicuri che sotto i miei piedi non ci è l'abisso, e che se mi cacciassi a perdermi nel vuoto mi tratterresti.
No, non mi spiace, mi sembra di tornare bambino, quando chiudevo gli occhi sulle ginocchia di mia madre per vedere il vuoto che a poco a poco si popolava d'immagini giranti a turbine, finchè anch'io diventavo un atomo di quel caos e giravo anch'io a turbine.
--Facevo io pure così,--diceva Ernesta con un riso melanconico;--qualche volta lo tento ancora, ma non mi riesce; è un giuoco che va fatto fra le ginocchia della mamma.--
Queste brevi passeggiate chiamavano sempre il sorriso sulle labbra dei due poveretti: era raro che Leonardo non si fermasse d'un tratto per dire un'idea faceta o bambinesca che gli veniva allora.
--Facciamo un giuoco, disse una volta.
--Facciamolo--disse Ernesta.
--Tu mi condurrai per mano, mi farai girare per le stanze, qua, là, cercando di farmi perdere, poi ci fermeremo ed io dovrò indovinare.
--Ho capito, lo chiamavamo giuocare al labirinto; chi non indovinava faceva la penitenza.--
Leonardo indovinava sempre, e non solo sapeva dire in qual camera, ma anche in qual punto, vicino a qual mobile si trovasse: Ernesta raddoppiava gli artifizi, gli inganni, le giravolte e finiva sempre con dire:--bravo!--
Spesso a quei puerili trastulli succedeva uno sconforto più intenso, un pensiero più tetro, un'immagine più melanconica.
«È proprio vero che ci sono le stelle nel cielo azzurro ed i profili fantastici delle piante nella notte, e di giorno il verde immenso, le nuvole di porpora e d'oro, i riflessi del sole? È proprio vero? A volte penso che non io sia cieco, ma che tutto siasi cancellato per sempre dallo spazio, che i colori, i contorni, siano andati perduti nel buio senza fine.... Dimmi che tu vedi le nuvole d'oro e il verde della campagna... dimmelo, Ernesta.
«Lo vedo, lo vedrai tu pure,--balbettava la povera donna con accento carezzevole.
Nulla rispondeva Leonardo, lagrimava in silenzio, ed alla voce sommessa, piena di singhiozzi frenati, che lo scongiurava di acquetarsi, diceva finalmente con un nuovo impeto melanconico:
«Oh! lascia ch'io pianga; non mi rimangono occhi che per piangere!»
Poi si diradava il nugolo e ricompariva la sola luce di quell'esistenza, un pensiero gaio, la sola luce di quel pallido volto, il sorriso.
«Debbe essere curioso vedermi attraversare le camere vicino a te; che bizzarro contrasto! io lungo lungo, tu piccina al paragone, tu piena di vivacità, di grazia e di luce, io spento, impacciato, stecchito. Ci deve essere una folla de' tuoi spiritelli che si tira indietro e si nasconde nel vano delle finestre per lasciarmi passare. Come devono ridere di me!»
Ogni giorno, spesso più volte in uno stesso giorno, Ernesta faceva la lettura; era una festa pel cieco, il quale indicava i libri come sapeva meglio, generalmente per via di esclusione. Questo no, quello nemmeno--li aveva letti tutti; infine i soli volumi che non avesse letto erano i _Saggi_ del Montaigne, le _Confessioni_ di Sant'Agostino, le Prose del Leopardi ed i _Caratteri_ del La Bruyere, capitati non si sa come fra il _Visconte di Faublas_, il _Linguaggio dei Fiori_ ed i romanzi di Paul de Kock. Ernesta leggeva bene, senza solennità, ma punteggiando le frasi coll'accento e colle pause; aveva una vocina morbida, chiara, dolce, che ingentiliva il vecchio francese del Montaigne e dava un vezzo singolare alla prosa volgarizzata di Sant'Agostino.
A mezzo d'un periodo, ad un epiteto forte, ad un paragone strano, ad uno dei mille aneddoti, coi quali il semplice e profondo pensatore francese infiora le sue idee, Leonardo faceva cenno alla vaga leggitrice di star zitta, si arrestava un istante in meditazione, poi accennava di proseguire; dopo una mezz'ora di lettura al più:
«Basta,--diceva,--non voglio che ti stanchi... grazie.
--Non sono stanca....
--Grazie... devo ora pensare a quello che ho letto...
E pensava; lungo tratto d'ora stava così immobile, colla testa appoggiata alla spalliera del seggiolone; spesso Ernesta credendolo addormentato camminava sulla punta dei piedi per non destarlo, ed allora egli si scuoteva mostrando a fior di labbra un sorriso.
.... Passavano così i giorni, simili nel muto dolore, ma non monotoni nè angosciosi. S'indovinava un'inalterabile serenità, una specie di gioia nascosta; si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari.
Oh! sì, il dolore fa grandi, dà alle creature umane un riflesso della divinità!
XV.
Inventario di cose e d'uomini.
«Stamane sono di buon'umore--disse Leonardo alla sua compagna,--vieni meco, Ernesta, andiamo a spasso; ti voglio fare l'inventario di tutti i mobili della casa, incominciando dal salotto; vedrai come li ho in mente! Se ne ho dimenticato qualcuno, me lo ricorderai, ho bisogno di radunare le mie memorie--sono esse il mio mondo. Quanti luoghi ho attraversati frettoloso, sbadatamente, e che ora avrei caro di rivedere col pensiero!... Per esempio il caffè Cova ed il Circolo li ho scolpiti nel cervello.... è qualche cosa, ma ci era posto anche per altro, ti pare?»
Ernesta rispose con una stretta di mano, con una muta carezza, accusandosi in cuore di essere stata la prima a fare a Leonardo il rimprovero che ora egli faceva a sè medesimo.
«Sì,--disse poi con accento ilare per sviare il pensiero del cieco,--sì, andiamo a spasso, mi farai l'inventario dei mobili della casa.
--Incominciamo dal salotto,--soggiunse Leonardo, avviandosi al braccio della moglie.
--Senti questo ch'io tocco; che cosa è?
--Una tenda americana; vi è dipinta una pianta a larghi fogliami, sopra un fondo color di porpora che raffigura il cielo del tropico.
--Bravissimo, ora va innanzi.
--Nel vano della finestra vi è un tavolinetto dipinto, con dorature ed intarsii di madreperla; il dipinto rappresenta un paesaggio turco con un crocchio d'uomini che fumano la pipa....
--Bravissimo.
--Sul tavolino un albo di ritratti, un grosso albo con coperta di tartaruga e fermagli dorati.
--L'albo ci era, ma non ci è più; ha mutato posto.... ora è sul tavolino di mezzo.... innanzi.--
Il suono del campanello interruppe il curioso inventario; Ernesta volse gli occhi all'uscio d'ingresso e Leonardo si tenne immobile nel vano della finestra.
«È Agenore,--diss'egli appena udì il rumore dei passi nell'anticamera, e subito dopo aggiunse:--non è solo.»
Era in fatti Agenore accompagnato dal dottor Q... oculista celebre.
La festicciola scherzosa finì. Si cancellò dai volti melanconici quel pallido riflesso di gioia, e l'inquietudine tornò a battere al cuore di Ernesta più forte che mai, e la rigidità della sventura incatenò ancora le membra del cieco.
Stava per aprirsi uno spiraglio nell'avvenire.
Il dottor Q... entrò, fece un saluto cortese col capo, e senza perdersi in parole inutili, sciolse egli stesso la benda del cieco per esaminarne gli occhi alla luce della finestra.
Perfino il cuore di Agenore batteva affrettato. Ernesta collo sguardo intento spiava una buona novella, un incoraggiamento, una speranza sulla faccia del dottore, il quale rimase impassibile e sereno. Solo quando ebbe rimessa la benda all'infermo, l'oculista disse queste parole:--Fra una settimana.
Un atto di contentezza di Agenore commentò la frase monca così:
«Fra una settimana si potrà fare l'operazione.»
Ernesta avrebbe voluto che il celebre medico rispondesse a cento domande, che essa non osava fare. Si aveva certezza, o probabilità, od almeno speranza di guarigione? Quando il medico fu per andarsene, la povera donna si fece forte.
--Riescono bene queste operazioni? domandò con un filo di voce.
--Riescono quasi sempre bene, rispose il dottor Q.... con accento benevolo;--si faccia coraggio.
Per spiegar meglio quel concetto, Agenore aggiunse sottovoce:
«Quanto a riescire, riescono.... ma!...»
E tenne dietro all'oculista promettendo di ritornare dopo il mezzodì.
Ancora Leonardo ed Ernesta rimasero soli.
«Innanzi,--disse la povera donna facendosi forza per nascondere il suo affanno,--innanzi; sei rimasto al tavolinetto nero con intarsiature di madreperla.
--Che uomo è il dottore?--domandò il cieco.
--Un uomo di aspetto comune, ma con una faccia buona.
--È vero, ha la voce affabile... è alto?
--No, mezzano.
--E come è? Voglio vederlo....
--Vedilo, disse Ernesta scherzosamente;--è un poco tarchiato, ha i capelli grigi, niente barba, mustacchi più neri che bianchi, fronte alta, naso medio, bocca grande... Lo vedi?
--No, rispose Leonardo.....
--Aspetta: fisionomia seria, occhi lucenti....
--È inutile; me ne farei un'immagine fantastica.--osservò il cieco; mi ricordo ora che prima di conoscerti, quando si parlava di te in casa Rinucci, mi fu descritto il colore de' tuoi capelli, dei tuoi occhi, la forma del tuo naso....
--Povero naso!--chi sa come lo calunniava la mia cuginetta!
--Ebbene,--proseguì il cieco sorridendo,--quando vidi te la prima volta, ti trovai tutta diversa da quello che t'immaginavo... Confrontando ora l'immagine che mi ero fatta, e la tua, trovo che, perchè mi avevano dipinta una bruna, io t'aveva immaginata nera, e perchè avevano parlato d'una donnetta piuttosto piccola di statura, io ti vedeva nana.... Il dottore Q....--soggiunse dopo breve silenzio con accento scherzoso che mal dissimulava l'inquietudine,--è celebre... e nel caso mio la fiducia ha da esser cieca... Proseguiamo l'inventario; eravamo rimasti all'albo.... ov'è l'albo?
--Sul tavolino di mezzo....
--Lasciamo stare l'inventario, guardiamo insieme l'albo.»
Ernesta obbedì senza dir parola, trasse il cieco a sedere sul divano, gli pose sulla ginocchia il grosso volume, l'aprì ed incominciò:
«Vittorio Emanuele II, il Principe ereditario, la principessa Margherita....
--Saltiamo i principi,--disse Leonardo, voltando alcuni fogli.
--Tuo padre e tua madre.»
Il cieco non disse nulla, stette un istante a capo basso, come cercando di veder meglio quelle amate sembianze, poi voltò la pagina lentamente.
«Un bel giovinetto, lungo lungo, con due baffetti neri ed un'aria di storditello....
--Io,--disse il cieco; e rise forte.
--Una giovinettina piccina, quasi nana, molto bruna, quasi nera, con un naso fatto così e così....
--Tu!--e rise più forte.
--Il baronetto William.
--Gli fui padrino in un duello.... un bel giovine alto, elegante... lo vedo.»
Ad Ernesta venne, non so per qual via, l'idea bislacca di ingannare la buona fede del cieco, collocando mentalmente, subito dopo il ritratto del baronetto William, un altro ritratto che ella sapeva sepolto sotto un monte di libri.... e disse colla massima indifferenza:
--La B.... prima ballerina assoluta di _rango francese_... stagione di carnevale e quaresima alla Scala.--
Il cieco sorrise.
--Come fa a trovarsi nell'albo quel ritratto?
--Ma!...--
Quando furono giunti all'ultima pagina, Leonardo stette immobile come per evocare nel buio le sembianze di tanta gente nota, finchè Olimpia venne a chiamare la signora per causa della minestrina del signore.
Bisogna sapere che le minestrine andavano soggette alla revisione di Ernesta, senza di che non potevano ristorare l'organismo del signore.
Rimasto solo, il povero cieco riaprì l'albo che ancora aveva fra le mani, fe' passare ad uno ad uno parecchi fogli contandoli; leggiero come una carezza, passò l'indice sopra una pagina; poi accostò insieme il volume e la bocca, e le labbra mormoranti una parola sommessa tenne a lungo fisse sopra le sembianze d'una giovinetta nè troppo piccina nè troppo bruna, ma con un naso fatto così e così....
XVI.
Risultato ultimo d'una discussione filosofica.