Amore bendato

Part 5

Chapter 5 3,752 words Public domain Markdown

La prima impressione prodotta nell'animo di Ernesta dall'inaspettato annuncio fu un perfetto sbigottimento, senza pensiero, senza dolore; le idee si sprigionarono poi in folla da quel vuoto, ma prive d'ordine, di legame, di consistenza, balenando un istante per sparire subito dopo e riapparire ancora; solo di mezzo a quel caos, insisteva, giganteggiava vie più, fino ad invadere tutto l'orizzonte del pensiero, un'inquietudine, una domanda: «che fare?»

La prima risposta fu pronta come la parola dell'istinto, determinata come il linguaggio della coscienza:--correre a Milano, allietare la notte dello sciagurato con un raggio di luce confortatrice, con una parola affettuosa, con una carezza.

Poi la voce generosa tacque; altre voci svegliarono gli echi del suo cuore:--vivere al fianco d'un cieco, condannarsi ad aver sempre dinanzi una faccia senza luce, ad udire una voce monotona e lamentevole, rinunciare per sempre alle gioie della vita, alle lusinghe mondane, spegnere la propria gioventù in una noia melanconica, far l'infermiera al capezzale d'un uomo che non ride, che cerca invano nel buio un'idea vestita di gai colori, sagrificarsi, distruggersi in un'intera dimenticanza di sè medesima.... E perchè? E per chi?...--

Così pensava Ernesta.

Leonardo era suo marito, ma di nome soltanto, non per affetti e per sentimenti comuni, per dolori patiti insieme, per gioie insieme gustate; e non ora solo la finzione della legge aveva ceduto alla beffa della realtà; già avevano scelto di separare l'indistruttibile.

Quali diritti vantava Leonardo sopra di lei? Nessuno: potendo serbarne, non aveva voluto. E in fondo chi era Leonardo? Uno, in compagnia del quale ella aveva fatto un breve sogno ed un lungo viaggio circolare; uno che aveva abitato nella stessa casa, che le dava del _tu_, e le consentiva il diritto di portare il suo nome--null'altro. Nè i bisogni li avevano stretti di più, nè gli affetti si erano sostituiti ai bisogni. Sentimenti, idee, abitudini, credenze, tutto era contrario fra di loro, o per lo meno diverso, o per lo meno ignoto. In fondo chi era Leonardo? Un estraneo.

Che dirà il mondo?... Il mondo! una grossa parola. In quanti sono a fare il mondo? E quali sono? Cinquanta avventori del Caffè, cinquanta del Circolo, una ventina di amiche e di conoscenze--ecco il mondo! Bisogna avergli riguardo, poveretto, perchè è molto maligno, molto ciarliero e molto annoiato. Bisogna recitare la commedia del sagrificio per questo scioperato che non crede alla virtù, che fa il cinico per mancanza di spirito, che fa lo scettico per nascondere la vacuità del pensiero.

Tolto l'amore che santifica, il sagrifizio si misura per quello che vale. E quanto potrebbe valere il suo? E sapeva ella se Leonardo stesso non preferisse le cure accorte d'una infermiera già pratica a quelle d'una infermiera novizia?

Quando Ernesta aveva risposto a tutte queste domande, ci pensava ancora; era come una lotta con un nemico invisibile e forte solo della sua inerzia.

Fu in una di queste tregue che venne recata una lettera col bollo di Milano. Era della cuginetta. Diceva in caratteri calligrafici alla cara Ernesta che «il cuore le consigliava di scriverle, e che scrivendo essa sapeva di compiere un dovere;» annunciava la cecità di Leonardo e notava con lirismo alquanto prolisso come il disgraziato non dovesse più vedere «le belle stelle, i bei fiori, il verde dei prati, l'azzurro del firmamento.» Scongiurava Ernesta tornasse nel tetto coniugale, avvertendo fra parentesi che ella sapeva tutto; finiva col dire in bel modo che ella sarebbe «orgogliosa e felice d'aver indotto la cugina a rientrare nella via del dovere....»

Oh! questa proprio ci voleva per non farla muovere da Bellagio! Il dispetto divampò un istante nei begli occhi lucenti, poi si spense.

E da capo Ernesta si rifece a pensare.

Mezz'ora dopo essa scriveva:

«_Amabile Cuginetta_,

«Il desiderio di concorrere a farmi rientrare nella via del dovere non ti ha fatto affrettare abbastanza. La tua lettera ha trovato le mie valigie pronte. Ti ringrazio infinitamente dell'intenzione, ma sarai lieta anche tu di sapere che la tua eloquenza tenera non entra per nulla nella determinazione che ho presa. In fretta.--Ernesta.»

Più tardi gli stornelli si staccarono come un nugolo dal tetto della casa e parvero accompagnare la padroncina che se ne andava.

X.

Cieco!

Per via era stata sorretta dall'entusiasmo del sagrificio; ma come fu a Milano, Ernesta sentì venir meno il proposito preso, e solo per quella specie di forza d'inerzia che continua gli effetti della prima determinazione, giunse sino alla soglia di casa sua. Entrò.... le batteva il cuore forte.

Bortolo, vedendola, levò le braccia al cielo, e pianse in silenzio; Ernesta strinse fra le sue le mani del vecchio, snodò i nastri del cappellino e non se lo tolse dal capo, consegnò la valigetta al servitore e sedette sopra uno sgabello dell'anticamera. Stette alcuni istanti immobile in faccia al vecchio che la guardava crollando il capo canuto, poi si rizzò in piedi, ma non si mosse. Finalmente si avviò a passi lenti, attraversò le camere, si arrestò innanzi all'uscio socchiuso della stanza dell'infermo. Bortolo veniva dietro come trasognato, colla valigetta in mano.

Non si udiva alcun rumore. Ernesta spinse lentamente l'uscio e s'inoltrò in preda ad una commozione insolita. Da principio non vide nulla; gli occhi suoi, ancora impressionati dalla luce viva, non riuscivano ad afferrare un raggio nelle ombre fitte; quasi prima di vederlo, intese un passo, ed indovinò il dottore e sentì la larga mano posarsi sulle sue. Si fece ancora innanzi, e vide un'ombra nera nel mezzo, ed avvezzando l'occhio alla scarsa luce, riconobbe Leonardo seduto sopra un ampio seggiolone, colla testa appoggiata allo schienale e cogli occhi bendati.... Le si strinse il cuore, si sentì invadere da un'onda di pietà e non giunse in tempo a soffocare un singhiozzo.

Leonardo volse leggermente il capo dalla parte di Ernesta, e parve stare in ascolto; non udendo più nulla, ripigliò la positura di prima. Ernesta rialzò gli occhi ancora lagrimosi e circondò con uno sguardo di tenerezza il quadro melanconico! Quell'uomo già così irrequieto, così vivace, così ciarliero, così ridente, ora rimaneva immobile, muto; la faccia scialba si era composta ad una gravità insolita; il lungo corpo come inchiodato sopra un seggiolone aveva tutta la solennità della sventura.

Il dottore Agenore mandò via con un cenno Bortolo, e come fu solo con Ernesta, volle prenderle la mano, che la bella divincolò dolcemente; allora egli si fe' presso all'infermo, gli toccò il polso e lo chiamò sommessamente a nome:

--Leonardo!--

Ernesta si appoggiò allo schienale del seggiolone e si tirò indietro come per nascondersi.

--Leonardo!--ripetè Agenore,--ma non ebbe risposta.

Il dottore fece il giro badando a non inciampare nelle gambe allungate del cieco, e venne presso ad Ernesta.

--Dorme,--disse sottovoce,--sicuramente dorme; cara signora, ella fa un'azione generosa; riconosco la sua bell'_anima_.--

L'ultima parola torturò alquanto le labbra del dottore, il quale cercò di compensarle della fatica fatta con un bacio sulla manina bianca della bella donna. Ma Ernesta si sciolse da quella stretta con un movimento brusco, guardò il volto dell'infermo, poi disse senza collera, ma con dignità, accennando Leonardo:

--Egli non ci vede....

--Sicuramente no,--rispose Agenore,--appunto per questo.... se ci vedesse, non dico.--

Ernesta non si lasciò persuadere, si staccò lentamente dal dottore ed andò a sedere in un canto. Agenore le venne presso.

--È proprio cieco del tutto?--domandò poco stante la bella.

--Del tutto.

--Una cateratta?

--Sissignora; a Spa ebbe un febbrone, un'infiammazione della pleura, poi una granulazione che affrettò la cateratta, la quale ora è perfetta e quasi matura per l'operazione.

--È un'operazione facile?

--Facilissima.

--Dolorosa?

--Dolorosa.

--Molto?

--Molto.--

Ernesta tacque un istante; poi ripigliò:

--È almeno sicura quest'operazione?

--Sicurissima.

--E riesce sempre?

--Riesce sempre.

--E ridona perfettamente la vista?

--Qualche volta sì....

--Come?

--La riuscita d'un'operazione non dipende dal risultato finale; si dice che un'operazione è riuscita benissimo, quando tutte le regole dell'arte si sono potute mettere in atto senza contrasti fisiologici nè accidentali.... All'anfiteatro anatomico si fanno, per norma degli studiosi, centinaia e centinaia di operazioni che riescono quasi tutte bene, e pure si fanno sopra gente che non ci guadagna nulla, e che dopo l'operazione rimane morta nè più nè meno di prima.

--È almeno facile la guarigione?--domandò Ernesta.

--Facile no; molte volte, dopo un'operazione ben riuscita, la cateratta si riproduce; oppure....

Ernesta l'interruppe posandogli una mano sui braccio.

--Si muove....--

Il dottore andò presso l'infermo, gli toccò il polso e gli parlò con accento di tenerezza.

--Leonardo....

--Agenore.... rispose una voce dolente che fece palpitare il cuore della povera donna.

--Come ti senti?

--Bene.

--Ti bruciano gli occhi?

--No....

--L'infiammazione cessa; tanto meglio.... mi raccomando, bevi la tua pozione, mangia le minestrine, e non agitarti; procura di dormire.... io me ne vado, tornerò stanotte.

--Grazie--disse Leonardo--rimango solo?

Prima di rispondere, Agenore guardò Ernesta, la quale gli fe' cenno di non dir nulla.

--No.... qualcuno starà sempre in camera con te.... ed in ogni caso.... ecco il cordone del campanello....--

Agenore parlava al cieco coll'accento, con cui si parla ai fanciulli quando sono malati; in fondo egli voleva bene a Leonardo, il che non toglieva agli occhi suoi la legittimità dei propri diritti sopra Ernesta.

Questa volta comprese che bisognava rispettare le prime impressioni e se ne andò, accontentandosi di un saluto dei più semplici. Marito e moglie rimasero soli. Ernesta sentiva un impaccio singolare, una debolezza nuova; combattuta fra gl'impeti della pietà e le riluttanze della fierezza, tratteneva il respiro come paurosa di svelarsi.

Per alcuni istanti il silenzio fu profondo.

--Bortolo!--chiamò poco dopo l'infermo.

Ernesta sussultò leggermente e non rispose.

--Bortolo!--ripetè Leonardo colla stessa inflessione di voce--ho sete....

La povera donna si staccò con uno sforzo dalla seggiola, venne presso al cieco e gli porse il bicchiere contenente la pozione.

Il disgraziato cercò la mano e la lisciò leggermente, bevette un sorso e riconsegnò il bicchiere senza dir nulla.

Ernesta tremava da capo a' piedi; guardò il volto pallido del marito, ed alla povera luce che vi batteva sopra vide due lagrime uscire lentamente di sotto alla benda nera; allora sentì sciogliersi i nodi che la trattenevano, si fece innanzi, prese una mano dell'infermo e la strinse fra le sue. Non trovò parole. Leonardo si scosse.... sorrise.

--Ernesta! disse poco dopo.

Non disse altro.

Un singhiozzo gli rispose.

XI.

Crepuscolo e notte.

Che dissero quelle lagrime? Che disse quel singhiozzo? Che disse il tremito delle mani congiunte? E il palpito affrettato dei due cuori riavvicinati dalla sciagura che disse?

Un pezzo stettero come ad ascoltare a vicenda, poi Leonardo ed Ernesta si composero ad una serena gravità, e finalmente essa si sollevò mostrando il volto bello d'una bellezza nuova.

Il povero cieco non fece atto di trattenerla, ma parve raccogliersi in sè stesso come per meglio udire il fruscio della veste ed il passo leggiero, e quando si avvide che quel fruscio e quel passo si dirigevano verso l'uscio, sospirò forte. Allora Ernesta si arrestò sulla soglia, stette un istante dubbiosa, e ritornò nel mezzo della stanza. Poco dopo affacciandosi alla portiera chiamò Olimpia, a cui diede sottovoce un ordine; la cameriera tornò quasi subito recando una veste da camera, la signora si spogliò silenziosamente degli abiti polverosi da viaggio e vestì gli altri.

Leonardo aveva seguito con attento orecchio tutti quei movimenti. Quando la moglie venne ancora ad assiderglisi presso, egli lottò dentro di sè e finalmente ruppe il silenzio ripetendo con voce affievolita:

--Ernesta!--

La povera donna die' un sussulto, come se avesse udito la voce d'un defunto, e facendosi forza e guardando il marito con espressione di profonda pietà, riuscì a balbettare:

--Che vuoi, Leonardo?

--Nulla,--rispose l'infermo, crollando il capo,--nulla. Volevo sentire la tua voce, ora sono contento.--

E tacque.

Mal sapeva Ernesta vincere una certa riluttanza, pur vi si provava; guardando la faccia impallidita del cieco, la sua fronte per la prima volta corrugata dal pensiero, le sue labbra ora sorridenti senza fatuità, il suo lungo corpo già dinoccolato e dimesso, vera immagine dell'indolenza, composto ora ad una rigidezza insolita, comprese tutta la solennità della sventura, e disse a sè stessa che la sventura cancella ogni colpa.

Avendo scelto la parte di confortatrice, a lei spettava prima di tutto togliersi alla contemplazione del passato che era una barriera alla carità. Non trovava nulla; non le veniva sulle labbra una frase naturale che, senza averne l'aria, dicesse: «Leonardo, mettiamo l'amicizia dove non fu mai l'amore.»

--Ernesta! ripetè poco dopo il cieco.

--Sono qua.... vicina a te....

--Lo so, mi è parso anche di sentire i tuoi sguardi fissi sopra di me.... e anche ora li sento.... non è vero forse?

--È vero.

--T'annoierai, sono un melanconico compagno; e poi devo star molto male con questa bendaccia sugli occhi.--

Sorrideva.

--Perchè non mi parlavi?--domandò mutando tono di voce.

--Credevo che tu dormissi.

--Non dormivo, pensavo.... sai? non sono più lo spensierato d'una volta.... mi par di esser solo, in un mondo vuoto e nero, in un tempo immobile come l'eternità, e se voglio che il tempo cammini, e se ho da veder qualche cosa intorno a me, bisogna che pensi....--

A questo punto s'udì lo scattar della molla d'un orologio a pendolo; Leonardo ammutolì e stette in ascolto contando lo ore sottovoce.

--Sette!... Non è vero? Proprio sette!... Bisogna aprire la finestra, è l'ora.... il sole se ne è andato, non vi è pericolo che la luce troppo viva mi faccia male.--

E siccome Ernesta indugiava, non sapendo se dargli retta o no, il cieco soggiunse:

--Me l'ha concesso Agenore, che è pieno di scrupoli. È lui che ha voluto le finestre chiuse e la benda nera e fitta.... e tutto ciò per impedire ad un cieco di veder la luce....--

Ernesta si accostò silenziosamente alla finestra e ne aprì le imposte.

--Anche la vetrate....--disse Leonardo.

E quando sentì alitare sul viso la brezzolina della sera, fece atto di levarsi in piedi, ma Ernesta corse a lui e lo trattenne.

--Grazie,--disse il cieco melanconicamente,--anche tu sei paurosa come Agenore; ma sono forte, la finestra è là, e mi sento d'andarvi solo.... sta a vedere.--

Ernesta cercò di dissuaderlo, ma vedendo che non riusciva, prese il braccio destro del marito e se lo pose sull'omero, e reggendolo colla mano manca, lo trasse fino al davanzale non tralasciando di dire:--Bada, un momento solo!--

La finestra metteva come le altre in giardino. Leonardo stette alcuni istanti in silenzio, poi disse:--Sento la brezza, mi par di vederla.... ecco, rasenta il suolo, curva i fiori e gli alberelli a piedi del vecchio ippocastano che risponde a quegli inchini con cortese dignità. Non è così?...

--È proprio così--rispose Ernesta commossa.

--E l'usignuolo e le rondini che fanno?

--L'usignuolo--rispose Ernesta,--si dondola nel fitto d'un salice, le rondini interrompono i voli rapidi per posarsi sopra un ramo e pigliar parte alla generale altalena.

--E all'immenso susurrar delle frondi,--proseguì il cieco,--l'usignuolo e le rondini frammettono volate rotte a mezzo, gorgheggi sommessi e interiezioni di piacere.--

Colle mani appoggiate al davanzale continuò a stare immobile, intento, non perdendo una nota di quel concerto. Ernesta non lo aveva abbandonato interamente a sè, gli teneva ancora una mano appoggiata sul braccio e con lievissima violenza sembrava dirgli:--Basta, basta, ti farai del male!--Ma il cieco non comprendeva, non le badava neppure; tutto immerso in un'estasi melanconica veniva a poco a poco accendendosi, trasfigurandosi in volto. Poco dopo disse con voce sommessa e lenta non cessando d'ascoltare:

--Perchè non ho mai guardato attentamente il mio giardino? ora mi parrebbe di vederlo, lo vedrei ora! Ne ho solo una memoria confusa; veggo l'ippocastano nel mezzo, distinguo il susurro d'un salice qui sotto, e lo vedo.... il resto si smarrisce nel verde.... forse se mi levassi la benda....

--No,--disse Ernesta con voce di preghiera.

--E perchè no? non potrei riacquistare la vista, come l'ho perduta? A volte mi pare che, radunando tutte le mie facoltà in un unico atto visivo, dovrei rompere il velo che mi nasconde la luce....--

Leonardo pronunciò queste ultime parole con un accento strano--un misto di trepidanza e di energia--e non aveva finito di nominare la luce, che già sbarrava gli occhi spenti cercandola, e la benda gli ricadeva sul petto.

--Nulla, nulla, nulla!--ripetè crollando il capo; e senza opporre alcuna resistenza si lasciò guidare da Ernesta, che col cuore oppresso dall'affanno, lo trasse dolcemente a sedere sul seggiolone e gli rimise la nera benda sugli occhi.

Scese la notte. Finchè dalla finestra semiaperta penetrava, insieme colla blanda carezza del venticello, un raggio di luce pallida, Ernesta stette silenziosa, coll'occhio fisso sull'infermo, pieno il cuore di una dolcezza serena e melanconica; quando ogni luce si spense e nel nero vano della finestra scintillarono le stelle lontane, si scosse, fu in piedi d'un balzo e suonò leggermente il campanello. Leonardo, che pareva assopito, non si mosse, solo come Ernesta gli fu presso, egli domandò con voce dolente:

--È notte?

--È notte.

--E siamo all'oscuro?

--Ecco.... portano il lume.--

Il cieco intese i passi del servitore, il cigolìo della porta, il romore del lume posato sul marmo del caminetto.... e continuò ad ascoltare.

--Perchè è rimasto Bortolo?--domandò.

E siccome s'indugiava a rispondergli, soggiunse:

--È vero, sono stato su più del solito.... guai se lo sa Agenore.... Bortolo dammi mano.... senti, tira vento.... si spegnerà il lume.... non bisogna che si spenga.--

Bortolo venne presso al padrone e l'aiutò a rizzarsi, intanto Ernesta chiudeva la finestra, ed usciva sulla punta dei piedi.

Leonardo si lasciò condurre al suo letto e spogliare; quando fu sotto le lenzuola levò una mano ad accarezzare la testa tremante del vecchio servitore, e domandò sotto voce:--se n'è andata?

--Ritorna.

In fatti Ernesta tornava. Era andata a dare ordini ad Olimpia ed al cuoco, aveva ripreso le redini della casa.

--Bortolo,--disse ella,--tu dormirai stanotte, hai gli occhi gonfi dalla veglia, rimarrò io qui....

--Starà male....

--Sul divano starò benissimo, e poi non ho sonno, domani vedremo.--

Il vecchio chinò il capo ed uscì; di nuovo Ernesta e Leonardo rimasero soli.

--Come sei buona!--disse l'infermo.

--Taci,--rispose Ernesta pigliando un accento di graziosa autorità; è tardi, bisogna stare in silenzio, riposare il cervello, dormire.--

Leonardo sorrise e stette zitto. Un'ora dopo dormiva, e la giovane donna, stanca delle commozioni patite, si buttava sul divano e chiudeva gli occhi mormorando una preghiera.

Era ancora notte fitta quando si svegliò; nel sonno sua madre era venuta a vederla, l'aveva baciata in fronte con un bacio lieve lieve, le aveva parlato dell'avvenire con un linguaggio di musica, e finalmente, mostrandole dalla finestra una buia via sparsa di stelle, le aveva detto all'orecchio:--Addio Ernesta.--

La bella sognatrice udiva ancora l'eco del suo nome pronunciato con un filo di voce sottile come un soffio, ed alla debole luce della lampada ricercava tutt'intorno la cara visione.

--Ernesta!--ripetè un filo di voce sottile come un soffio.

--Leonardo!--

E d'un balzo fu al capezzale.

--Ti ho forse svegliata?--domandò il cieco,--ti chiamavo piano piano per non destarti.

--Ero desta; che vuoi?

--È l'alba?

--Non ancora.

--Non ancora!--ripetè Leonardo con un sospiro:--ho pure dormito molto ed è un gran pezzo che sono sveglio; come è lunga la notte!

--Bisogna dormire.

--È vero, bisogna dormire; nel sonno mi par di non essere più cieco; veggo buone faccie, ridenti, bianche più della neve, con occhi splendidi più di stelle, veggo campagne verdi come smeraldi, acque di zaffiro e un cielo che par d'oro lucente; e veggo il sole che mi saetta e mi avvolge co' suoi raggi e non mi abbaglia e non riesce a farmi battere le palpebre.

--Povero Leonardo! lo vedi, bisogna dormire.

--Povero Leonardo!--ripetè il cieco; e poco dopo soggiunse:--Manca molto all'alba?

--Tre ore.

--Bisogna dormire.--

Egli si abbandonò sul guanciale, essa tornò lentamente al divano.

Era il primo momento che Ernesta si sentiva padrona del suo pensiero; finora aveva operato come per obbedire ad un'ispirazione; una voce avevale detto: «Il tuo posto è al capezzale di Leonardo che soffre;» ed essa era corsa a Milano, si era fatta forte per ribellarsi alla tirannia delle amare ricordanze, aveva incominciato il pietoso ufficio. Poi all'austero sentimento del dovere, era succeduta una pietà infinita; aveva pianto, aveva tremato, aveva sentito alla forza della coscienza mescersi una debolezza invincibile. Ed ora, sola, nel profondo silenzio della notte, alla povera luce della lampada che minacciava di spegnersi, pensava, interrogava sè stessa.

Era contenta, quasi lieta; non ostante la malinconia del luogo e dell'ora, non ostante la solitudine in quella stanza buia, in faccia ad un uomo dormente, pallido, infelice... era contenta, quasi lieta. Le si accendevano nel pensiero baleni di luce, le correvano al cuore onde di tenerezza; non più il vuoto senza contorni, l'ansia senza fine, la vita senza legge; aveva ora uno scopo innanzi a sè, un ufficio santo, e, comunque apparisse avvolto di melanconia, un avvenire. L'idea di passare la vita al fianco di un cieco, di alleviargli gli spasimi della noia, d'essere per lui la luce, di essere per lui il mondo, di vivere per chiamargli ogni giorno sulle labbra un sorriso, più non le pareva superiore alle sue forze di donna; il sagrifizio s'inghirlandava, diveniva una festa. Dopo d'aver chiesto invano alla natura qualche cosa che le riempisse il cuore e la mente, sul punto di rivolgersi al mondo, agli uomini, alla colpa, ecco ritrovava in sè stessa il conforto cercato, udiva echeggiare nel cuore la parola a mille voci domandata invano. Era fiera, orgogliosa di sè stessa, d'una fierezza semplice, d'un orgoglio santo.

--Ernesta!--mormorò la voce del cieco.

--Leonardo.

--È l'alba?

--Non ancora.--

Un sospiro lungo, poi di nuovo il silenzio profondo, misurato dai battiti sommessi dell'orologio.

Ernesta chiudeva gli occhi, ma non per dormire; guardava dentro di sè, scandagliava il fondo del suo cuore; era contenta, quasi lieta.

E quando dopo una lunga contemplazione aprì gli occhi e li girò per la camera e non vide intorno a sè altro che tenebra, e giù in fondo, lontano, nel buio che non ha distanze, l'ultima luce azzurrognola del lumicino che si spegneva, fissò lo sguardo in quella povera aureola senza vederla, finchè, più che la mancanza di luce, un impercettibile cigolio annunziò che la fiamma era spenta. Allora il pensiero la riportò a Leonardo. S'immaginò cieca anch'essa, provò a sbarrare gli occhi, a fissarli nel buio, a tentar di raccogliere i contorni degli oggetti che ella conosceva, e invano, e provò a dirsi che quella camera nera era un mondo nero, e che, dannata a vagolare per le tenebre, non doveva più vedere un raggio di sole.... Ahi! povero Leonardo!

--Ernesta--mormorò la voce del cieco.

--Che vuoi?

--È l'alba?--

Prima di rispondere, la povera moglie attraversò tentoni la camera ed andò ad aprire le imposte della finestra.

--È l'alba!--rispose.