# Amore bendato

## Part 4

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Ernesta non rispose.

Un'ora dopo essa accommiatava con infinito garbo il suo dottore, raccomandandogli di affrettarsi per giungere a Bellagio prima di notte.

VII.

Voci della campagna.

Quando fu sola, si tenne un istante immobile, ad occhi chiusi, con una mano sul petto come per raccogliersi, poi andò a sedere sopra una panca di legno, in un padiglione che dominava la casa. Pensava... Non mai quell'idea erasele presentata con tanta evidenza come ora; soleva anzi sorriderne come d'una fantasia superstiziosa, accoglierla come un amico strambo che non si sappia indursi a respingere. Già aveva detto: «chi sa? può essere.» Ora le veniva sulle labbra: «È lei!» Lei, vale a dire sua madre, a cui era stato finalmente concesso di comunicare colla figlia per mezzo d'uno stornello! Era la rivelazione tante volte promessale dal suo spirito famigliare, era il vagheggiato dubbio fatto preziosa certezza... perchè l'aveva proprio sentita vibrare in fondo al petto la nota voce!

Le batteva il cuore frequente, si sentiva forte d'una baldanza insolita che si mesceva ad una insolita tenerezza, e guardava innanzi a sè fantasiando. Una sfinge, che si sollevava e si abbassava tenendosi sospesa sul calice dei fiori, le passava rasente e già era lontana, lieta del suo bottino; un frosone tardivo attraversava l'aria frettoloso, senza perdersi in ciancie; un'allodola piombava dall'alto come un corpo senza vita, a poche spanne da terra, allargava le ali ed andava a nascondersi fra i solchi; i pipistrelli uscivano dai fessi e si disegnavano come alati sgorbi nell'ombra. Dovunque Ernesta figgesse l'occhio, si accendeva una luce; ad una ad una si affacciavano le stelle, in ogni zolla balenava il segnale amoroso delle lucciole. I grilli venivano sul limitare delle loro gallerie a trillare a gara, i ranocchi terrestri dall'alto degli alberi facevano la parodia dei passeri, ed in lontananza il cuculo provava la sua terza minore.

E la sfinge e il frosone e le lucciole e i grilli e perfino le rane ed i pipistrelli erano i messi della Natura e recavano tutti la stessa ambasciata: «salute!» lo stesso consiglio: «rimani con noi;» lo stesso conforto: «qui è la pace infinita, qui s'abbreviano le vie che dalla terra conducono al cielo, qui si palpita dell'eterno amore, si contempla l'eterna bellezza, si ode l'eterna armonia.»

Gli stornelli, geometri alati, disegnavano ancora nell'azzurro cielo i loro circoli neri, componendosi a varie forme, ora triangoli, ora rettangoli, ora quadrati; ad ogni viaggio si posavano sul tetto della palazzina, si vedeva un brulichio d'ali, si udiva un ciaramellio confuso: «vieni qui» «no, là» «sotto quella tegola» «in quel vano» «te la fa.» E poi uno scoppio di risate, seguito da un nuovo volo della carovana decimata. Ad ogni volta i viaggi divenivano più brevi e le figure geometriche più piccine; finalmente gli uccelli si posarono un'ultima volta sul tetto e nissuno più ne partì. «Ci sei?» «Ci sono.» «Buona notte!»

E le ombre si addensavano, e le stelle ammiccavano più fulgide, e i grilli trillavano più forte, e il cuculo inanimito appaiava più di frequente le sue note.

E quando quelle voci tacevano un istante per ascoltare, la Natura ne sprigionava altre mille per mandare un messaggio ad Ernesta. «Salute,» le diceva il venticello blando baciandola sulle guancie e tentando di scioglierle i capelli. «Rimani qui» ripeteva una frasca sospinta sul viale; e la voce solenne che si levava dal lago e la solenne voce dei boschi che scendeva dalle montagne si accordavano a dire: «Qui si contempla l'eterna bellezza, qui si ode l'eterna armonia.»

Ernesta fantasticava sempre: oh! vivere sotto il tetto che era nido agli stornelli, nella solitudine che affina i sensi, farsi della sfinge l'amica del crepuscolo, dei grilli e delle rane gli amici della notte, dell'usignuolo l'amico di tutte l'ore; ascoltare i passeri biricchini, il cuculo armonista, ricevere la visita delle farfalle e dei mosconi e passare così la vita...!

«Fino ad oggi ho vegetato, finì col dire a sè stessa, sono stata cieca, sorda, muta; incomincierò da domani a vivere, non perderò una nota, non mi sfuggirà un colore, e griderò a tutte le creature che mi passeranno vicine: «Salute, io sono una donnina felice!»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Otto giorni dopo, colla data del 6 giugno, Ernesta scriveva al dottor Agenore:

«Caro Dottore--Mi annoio mortalmente: le è possibile anticipare l'ordinazione dei bagni al suo amico Leonardo e mandarlo a Spa, perchè io possa passare una quindicina di giorni a Milano?»

E colla data del 10 il dottor Agenore rispondeva:

«Carissima signora--Il mio amico Leonardo parte domattina, colla prima corsa.»

VIII.

Voci della città.

Ernesta tornò in città, e con lei Olimpia, il cuoco ed i canarini.

Entrando nelle sue stanze, rivedendo i suoi mobili, aprendo i suoi cassetti, frugando nei ripostigli noti a lei sola, la bella si avvide con stupore di provare una gioia tutta cittadinesca pari press'a poco a quella tutta campagnuola che aveva provato rivedendo dopo tanto tempo le acque del lago di Lecco, i colombi e la pineta dall'alto del suo villino di Bellagio. Questa scoperta la indusse ad una breve considerazione filosofica che terminò in un sospiro, ma non le tolse di abbandonarsi intera alla festa di quel mutamento.

A calcoli fatti ella doveva rimanere in città venti brevissimi giorni, chè tanto doveva durare la cura idropatica dell'_amico Leonardo_; si proponeva dunque di stare allegra, di compensare coll'intensità la breve durata del diletto. Al programma della festa non aveva pensato, ma che dovesse riuscire una magnifica festa chi poteva dubitarne?

La prima persona che vide nel giorno successivo all'arrivo, fu lei, proprio lei, l'amabile cuginetta. Non dico che in un programma festoso non potesse entrare una visita della signorina Virginia, ma è certo che se Ernesta avesse avuto tempo di fare un programma, l'avrebbe messa da ultimo, od in un intermezzo da non saper proprio come occupare altrimenti.

L'amabile cuginetta venne sola, a piedi, accompagnata dal vecchio servitore, poco dopo il mezzodì, quando il sole batteva a piombo ed il lastrico delle vie pareva infuocato. La povera creatura s'era sagrificata così in nome del dovere, aveva esposto i suoi capelli di stoppa e le suola de' suoi stivaletti al pericolo di pigliar fuoco, per amore della virtù minacciata e del decoro offeso. In altri termini i Rinucci sapevano tutto; il grande affetto aveva loro svelato ogni cosa; pel vivo attaccamento eransi tenuti informati di quanto accadeva... ed ahi! (un gran sospiro) accadevano cose che essi erano ben lungi dal prevedere e che se avessero potuto prevedere....

Ernesta allo spettacolo di tanta solennità ebbe il crudele pensiero di stare ad ascoltare attentissima, anche quando la signora Virginia non sapeva più come andare innanzi. Un altro sospiro tappò alla meglio la frase. Dopo di che l'amabile cuginetta si contorse sulla sedia cercando di mantenersi nel proprio sussiego e ripigliò a dire:

«Perdona se sono schietta, non so essere altrimenti; e sai se ti voglio bene.»

Ernesta non potè far di meno di rispondere alla muta:

«Oh! questo sì poveretta!

--Ebbene, per l'amore che ti porto mi duole che si possa dire di te....

--Che si dice?

--Si dice che non ami Leonardo, che vi siete separati, che te ne andasti in campagna per non stare con lui.

--E chi lo dice?

--Il mondo.»

Ernesta fe' uno sforzo per sorridere.

«Il mondo è un chiaccherone maligno, ne dice tante!

--Non è vero dunque?--domandò Virginia con impeto di desiderio che pareva genuino.

--Leonardo non ama la campagna, a me piace molto... è naturale che io ci vada e lui rimanga.»

E vedendo che la cuginetta aveva pronta un'obiezione e lottava senza probabilità di resistere alla propria naturale schiettezza, la prevenne:

«Sono qui per pochi giorni, per dar sesto alla casa.»

Ciò detto strinse la mano della visitatrice, le domandò notizie della sua salute e di quella degli zii Rinucci, chiese informazioni del cappellino alla calabrese e dell'avvenire dello strascico....--Benissimo mamma e babbo Rinucci; gran voga il cappellino alla calabrese, minacciato un'altra volta lo strascico, probabilità di ritornare alle vesti corte ed agli stivaletti alla scudiera...--Queste notizie furono date con singolare parsimonia di parole e conchiuse con un terzo sospiro che era in verità un preamboletto; in fatti la cuginetta ripigliò ingenuamente:

--Ah! sono proprio contenta che non vi sia nulla di vero nelle dicerie che mi erano venute all'orecchio!--

Ernesta stette zitta.

--E che Leonardo e tu vi vogliate bene come nei primi giorni!--

Ernesta zitta.

--E dimmi un po' dove è andato tuo marito?

--A Spa per fare i bagni.

--È ammalato?

--Agli occhi.

--Gravemente?...

--Spero di no....--

Tutte queste domande imbarazzavano molto Ernesta; ancora un paio e la non avrebbe saputo che rispondere.... fortunatamente entrò in quella il dottor Agenore.

--Il dottor Agenore--la signorina Rinucci mia cugina.--

Dopo l'inchino di prammatica, la signorina Rinucci domandò al nuovo venuto con una esitazione ben simulata:

--Ella è forse il dottore?...--

E guardava la cugina per eccitarla ad aggiungere una nota esplicativa alla presentazione pura e semplice.

--Sicuro,--disse Ernesta,--è il dottore che ha ordinato i bagni di Spa a Leonardo.

--Ah! ed è dunque gravemente ammalato negli occhi quel povero signor Leonardo?--domandò Virginia rivolgendosi direttamente al dottore.

--Disgraziatamente sì,--rispose Agenore non comprendendo il significato dell'occhiata della padrona di casa--è minacciato da una cateratta.

La sensibilissima Virginia si lasciò sfuggire un piccolo grido di terrore.

--Cieco!... Cieco!... E tu non mi dicevi nulla, Ernesta?--

Ernesta volle rispondere, ma il medico prese la parola:

--Quando parlo di _cateratte_, distinguo; ve n'ha di molte specie: cateratta semplice, complicata, centrale, posteriore, argentea, calcarea, capsulare, piramidale, linfatica, lattea, parziale o totale, unilaterale o bilaterale, eccetera; avere una cateratta non vuol già dire essere ciechi; anzi nei più dei casi si ha la cateratta e non si è perfettamente ciechi.

--E che cateratta è quella del signor Leonardo?

--Cara signora, non è propriamente una cateratta, è la minaccia d'una cateratta, vale a dire un intorbidamento catarattoso corticale.... mi spiego?... che qualche volta guarisce da sè....

--Qualche volta?...

--E per cui i più celebri autori consigliano le frizioni di joduro di potassio, l'uso dei mercuriali ed i bagni, specialmente quelli di Karlsbad, di Eger, di Spa....

--Ed ha ella fiducia nei bagni?

--Perchè no?... alla peggio, se non si riesce a scoprire i momenti patogenetici della formazione della cateratta, non resta altro al medico se non aspettare pazientemente che la cateratta sia _matura_ per l'operazione....

--E non è riuscito a scoprire quei momenti?

--Nossignora, nè io nè altri--e perciò l'ho mandato ai bagni.

--A maturare!...--

E qui la tenera Virginia Rinucci si coprì gli occhi colla mano.

La mestizia di Ernesta, cui le parole del medico suonavano dure per la prima volta, faceva una meschina figura al confronto di quell'acuto dolore.

Si parlò ancora e sempre di cateratte; Virginia era curiosissima, ed il dottore Agenore, impastato egli pure di creta come tutti i dottori, sapeva di non trovar ogni giorno un'occasione di sfoggiare le sue reminiscenze scolastiche. Finalmente il supplizio finì; Virginia baciò in volto la cuginetta promettendole di tornar presto a consolarla; Ernesta mandò un bacio ai cari zii Rinucci....

Rimasti soli, Agenore che aveva parlato quasi sempre lui, dichiarò ad Ernesta che la signorina Virginia era una donnetta amabile, non bella veramente, ma amabile, soprattutto nel conversare.

--Sì--rispose Ernesta--è molto vivace.

--E piena di spirito.

--Senta, dottore--prese a dire Ernesta--bisogna che ci mettiamo in regola; nella mia qualità di moglie, io sono assai poco informata dei casi di mio marito; mi informi, mi dica lei; mia cugina ha promesso di venirmi a vedere presto, e siccome sa il piacere che mi procura, non è donna da mancare.... mi tempesterà di domande....

--Sono ai suoi ordini, disse il dottore.

--Perchè è andato a Spa mio marito?

--Per fare la cura idropatica.

--Questo lo so; ma perchè a Spa piuttosto che a Karlsbad o ad Eger? Ci sarà stata una ragione, immagino.... e la cuginetta vorrà saperla.

--Ecco: Spa è un piccolo paradiso in estate, ha colline boschive, dintorni leggendarii e deliziosi, paesaggi pittoreschi, casette eleganti, clima saluberrimo ed acque miracolose.... dicono.

--E ci è proprio andato per tutto questo il suo amico Leonardo?

--Per questo, ed anche per altro.... per esempio, perchè ci vanno i più danarosi; perchè vi è folla in questa stagione; ed è folla di principini, di duchini e di marchesini; qualche testa coronata e molte corone senza testa... perchè vi sono corse di cavalli, tiri ai colombi, esposizioni di quadri, partite di pesche negli stagni, perchè vi è teatro aperto, infine perchè... devo dirlo?

--Dica.--

Prima di obbedire, il medico si tirò più presso alla bella donna e le prese la mano confidenzialmente:

--Perchè ce l'ho mandato io, e ce l'ho mandato col cuore leggiero, senza badare molto alla scelta.... voleva divertirsi e si divertirà.

--È vero che il suo amico è minacciato da una cateratta?

--Sì, signora, da una cateratta, da una pleurisia, da una malattia di cuore,--rispose il dottore sospirando per l'interruzione.--È un organismo che si dissolve.

--E delle cateratte si guarisce coi bagni?

--Qualche volta; se poi non si guarisce, almeno non si peggiora, e si tira in lungo.

--Quanto tempo?

--Dieci anni, venti, fino alla tarda vecchiaia; la più parte delle cateratte, di cui si fa l'operazione, sono cataratte senili.--

Di nuovo il dottore cercò di volgere destramente il discorso, ma fu interrotto, e quando più tardi ritentò, ancora fu interrotto. Finì con andarsene senza aver avuto altro premio della sua docilità, fuor che un sorriso ed una stretta di mano, l'elemosina che ogni bella donna fa al primo venuto.

Ernesta trovò male spesa quella giornata, ed anche pensando alle venture per occuparle meglio, non potè sollevarsi interamente dall'oppressione del brutto esordio.

Al domani, avvezza a levarsi oramai all'alba, fu in piedi prestissimo; aveva un mondo di cose da fare--diceva--quando ebbe dato il miglio e l'acqua fresca ai canarini, e messo in ordine la guardaroba, si guardò intorno, non trovò più faccende. Prima del mezzodì fu costretta a spolverare vecchi fascicoli di musica ed a risvegliare gli echi sonnacchiosi del suo pianoforte rauco. Dopo il mezzodì, si buttò disperatamente sul divano e chiese un'altra porzione di sonno. L'ottenne, ma fece i sognacci, si risvegliò di malumore. Allora ricordò i suoi libri, frugò negli scaffali, squadernò alcuni vecchi romanzi, lesse alcune pagine cogli occhi, senza comprendere, e finì col farsi commentare da Olimpia il programma del desinare. Insomma fece tanto che mentre al mattino meditava il modo più naturale di risparmiarsi la seccaggine della inevitabile visita del dottore, dopo il desinare si sorprese più d'una volta a guardare l'orologio ed a trovare che il dottore tardava più dell'usato. E quando finalmente venne, gli mosse incontro giubilante.

Agenore avea momenti di furberia sopraffina; quel giorno comprese che la bella si annoiava, e credette di aver trovato la tattica vera per arrivare al _capriccio_ di quella donna.

Ernesta, a parer suo, era una di quelle nature battagliere, che, combattute con qualunque arme, resistono, ma abbandonate a sè stesse, lasciate inoperose e passive, si arrendono. La nuova strategia del dottore si compendia in una parola: _la noia_.

Il terzo, il quarto, il quinto giorno Ernesta si annoiò, con minori spasimi e più metodo, ma non meno profondamente del primo e del secondo. Ed il dottore venne ad ora fissa a levare il suo sassolino che allargava quotidianamente la breccia.

Qualche volta la bella apriva le finestre che mettevano in giardino e passava un'ora in contemplazione, astrattamente, senza diletto, e se le avveniva di fermare l'occhio sull'ippocastano e sulle brevi aiuole e di averne coscienza, usciva invariabilmente in un confronto dispettoso tra il campione della natura riveduta e corretta dall'uomo e tutta la natura semplice e grandiosa, come le si mostrava a Bellagio. Invano le rondini la salutavano nel passare. Invano i passeri la chiamavano a nome dalle grondaie, invano l'usignuolo esauriva il suo repertorio d'ariette; le frondi, il venticello, gl'insetti le parlavano all'orecchio invano.

E passavano i giorni, tristamente monotoni, lunghi, pieni d'angoscia senza nome. Il dottore, a forza di staccar sassolini allargando la breccia, si era fatto un mucchio di rottami dinanzi: la diffidenza, la beffa leggiadra, lo spirito, potenti ostacoli prima, erano diventati nulli. Ernesta si lasciava indovinare la noia nel viso; si lasciava leggere negli occhi il piacere immenso che provava vedendo Agenore, l'unico amico suo. L'_altro_, lo spirito famigliare, l'aveva abbandonata; più volte essa aveva voluto interrogarlo, trattenersi con lui, ed era invece venuto a porla in croce, con risposte inaudite, lo spiritello buffone di un anonimo, a cui aveva ogni volta imposto in nome degli spiriti superiori d'andarsene pe' fatti suoi.

Un giorno, presa dalla disperazione, sentì la curiosità di penetrare nella camera di Leonardo.

Non v'era entrata quasi mai e ne serbava una memoria confusa; come vi fu, si tenne in mezzo della stanza, si guardò intorno curiosamente come un fanciullo e per poco non battè le mani per la piacevole commozione; era un'ora da occupare illegittimamente, lo diceva essa pure, ma in modo piacevole.

Si aspettava mille rivelazioni curiose, non ne trovò una; fruga e rifruga in cassettoni ed in cassettini, le sole reliquie che potè raccogliere, non prive d'un certo significato, furono il ritratto della B.... prima ballerina assoluta _di rango francese_, una donnetta come ce ne sono tante, ed un mazzolino di fiori dissecati. Il ritratto portava una dedica _a' suoi ammiratori_, non priva d'ingenuità o di spirito, priva però d'un'_emme_; il mazzolino poteva essere un furto ad una bella, se pure non era uscito dal paniere d'una fioraia.

Le avventure di Leonardo o non erano dunque degne di nota od erano di quelle che non lasciano traccia; rimaneva Leonardo. Eccolo, in piedi quanto è lungo, che minaccia d'uscire dai margini del ritratto di gabinetto. A vederlo così pare proprio un bell'uomo, un po' patito, ma con una faccia espressiva, e con due occhietti vispi e lucenti da non potersi credere destinati ad un intorbidamento caterattoso corticale.

Ernesta stette un pezzo con Leonardo fra le mani; pensava.... a che pensava?

Finalmente ripose il ritratto nell'albo, cacciò la prima ballerina _di rango francese_ sotto il monte di libri, da cui l'avea disseppellita, chiuse le finestre come le aveva trovate, ed uscì sulla punta dei piedi.

La sera il dottor Agenore venne e staccò il suo sassolino.

Tornò il domani, e l'altro, e l'altro. Ernesta lasciava fare. Ma un giorno le fu annunciata la visita della cuginetta.

--Non sono in casa,--disse ad Olimpia.

--Ho già detto che ci è, non sapevo....

--Ebbene, di' che hai sbagliato e che non ci sono.--

Olimpia tornò poco dopo a dire che la signorina Virginia la pregava di aspettarla in casa il giorno successivo all'una dopo il mezzodì.

Ernesta non rispose; il giorno, la sera, la notte parve distratta al solito, e il domani all'alba fece fare le sue valigie. Alle dieci e 35, lieta, giubilante del tiro fatto alla cuginetta dalla testa di bambola, ripartiva per Bellagio--e con lei Olimpia, il cuoco ed i canarini.

IX.

In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta.

Passò un mese. «L'amico Leonardo non è tornato....» aveva detto il dottor Agenore quindici giorni prima; Ernesta si era accontentata di levare gli occhi e di lasciarsi uscire di bocca sbadatamente: «Ah!»--«L'amico Leonardo non è ancora tornato:» aveva ripetuto il dottore la settimana innanzi; Ernesta non aveva più risposto nulla. Questa volta il medico non fiatava in proposito e la bella non voleva interrogare. Il fatto è che, dopo un mese, ancora Leonardo non era tornato dai bagni.

In questo tempo la strategia del dottore aveva dato gran risultati; oramai la breccia, per cui egli doveva entrare da conquistatore, era molto più che una breccia; ancora un poco, e diveniva un arco di trionfo. La virtù di Ernesta pareva diventata una di quelle virtù in agonia, delle quali si dice: «sarà per domani.» Non era lontano il giorno, in cui doveva spirare fra le braccia del medico. Così almeno diceva a sè stesso il medico.

Questo trionfo gli era costato un tesoro di sapienza e di perseveranza; fortunatamente, per un filosofo materialista la parola _apostasia_ non ha significato, perchè altrimenti Agenore non avrebbe saputo come legittimare la falsa credulità con cui aveva accolto certi fenomeni soprannaturali. Per esempio che gli stornelli possano o no recare le ambasciate degli spiriti superiori, sarà vero o non sarà vero--io non lo so--ma al dottore Agenore doveva parere incredibile. Invece no; ci metteva ancora qualche dubbio, perchè la bella missionaria mettesse più fervore e nel fervore dimenticasse la severità verso alcune arditezze dell'innamorato--ma concedeva questo fenomeno ed altri, ed altri; era disposto a concedere l'impossibile.

Naturalmente egli non sospettava che tiro gli giuocasse, all'alba ed al tramonto, quella birba di stornello incaricato dell'ambasceria; egli non l'udiva nei due crepuscoli ripetere con quanto fiato aveva in gola; «non è lui, non è lui!» parlando appunto di lui, altrimenti.... La bella, che lo stava ad ascoltare estatica delle ore intiere, vi attingeva non so qual forza virtuosa di tirare in lungo, di dire ad ogni volta: «non oggi, non oggi.» E il _non oggi_ doveva essere scritto a grossi caratteri nel sorriso di Ernesta; le occhiate, i silenzi, le strette di mano, dovevano ripeterlo con un accento che gettava brividi di voluttà nelle vene del dottore, perchè costui non guastò mai la strategia con una mossa troppo arrischiata o con un assalto repentino. Era uomo metodico il dottore, se ne vantava; una volta venutagli l'idea dell'arco di trionfo, egli lo trovava non solo più comodo della breccia, ma più in carattere colle proprie dottrine. Aspettava rassegnato, paziente, assiduo. Quel giorno Ernesta fu la prima a chiedere di Leonardo.

--Non è arrivato,--rispose il dottore colla sua voce melliflua;--avrà trovato modo di darsi spasso, si darà spasso. Vorrà fermarsi a Spa tutta la bella stagione; quest'anno doveva esservi un'esposizione di rose, non avrà voluto perdere l'esposizione di rose; erano anche aspettate le dame Viennesi per dare concerti al Casino, non avrà voluto perdere le dame Viennesi; ve n'ha delle belline fra i violini.... Un caro matto il mio amico Leonardo, un caro matto!--

Quel giorno come gli altri, il dottore si credette giunto al possesso sospirato, ma quel giorno, come gli altri, lo stornello si pose di mezzo, e la bella dopo essere rimasta pensosa ad ascoltare la solita ambasciata, finì a dire con un sorriso, con una stretta di mano e con un'occhiata: «non oggi.»

Passarono così molti giorni, spesi nello stesso modo, quando nella bella monotonia di quel cielo senza nubi scoppiò la folgore all'improvviso--tornò Leonardo... cieco!

Il dottor Agenore ne diede la notizia ad Ernesta senza preamboli; secondo lui l'intorbidamento caterattoso corticale si era felicemente mutato, per effetto d'una granulazione, in cateratta bilaterale perfetta e vicinissima alla maturità....

