Amelia Calani ed altri scritti
Part 9
Le lettere mirano indietro come colui che piglia campo per avventarsi più abbrivato nell'avvenire; vita, speranza sono le lettere, e avviamento certo a quella perfettibilità alla quale consentirono i cieli che l'uomo pervenisse quaggiù come ragione del vivere e ricompensa della fatica.
VI.
Non tutto concedesi a tutti, ed è parte di sapienza non piccola credere così, e chiamarsi soddisfatti che così sia; imperciocchè laddove all'anima i desiderii donassero ali sarebbe piuttosto colpa che viltà astenersi dal volo, il quale con le sue ampissime ruote comprendesse quanto uomo può sapere, ed anco più oltre. Questo la Provvidenza non volle; però battere col desiderio ad una porta che non si aprirà mai, è tale agonia che mena alla demenza od alla disperazione.
Difficile sopra modo penetrare gli arcani di Dio, però quanto più l'uomo si terrà lontano da siffatta prosunzione tanto meglio farà, e tuttavolta se disegno di lui fu che gli uomini uno dell'altro abbisognassero affinchè il consorzio appetissero, per gli scambievoli offici si ricercassero e prediligessero, certo non senza alto consiglio era creata la varietà degl'ingegni e dei talenti, affinchè dove quegli mancava questi supplisse.
Non per ciò si deve intendere che l'uomo si mantenga tanto chiuso nella sua arte o scienza che le altre dispettoso ripudii; mai no, bensì s'intenda in questo altro modo che ponendo egli il fondamento in una cosa le altre più o meno da lontano saluti, o tanto cerchi, quanto conferiscano a somministrargli migliore notizia della sua. Inoltre occorrono certe maniere di arti e di scienze che arieggiano fra loro come figliuole genuine dei medesimi parenti: arti e scienze di cui una non può levare la voce senza che l'altra non vi risponda, e queste talora vedemmo ospitate sotto un medesimo tetto, e con santo amore e pari prestanza coltivate tutte. Fra gli artisti Michelangiolo le universe arti, che chiamansi belle, esercitando lasciò incerto il giudizio dei posteri in quale primeggiasse. Lionardo da Vinci oltre a questo lasciò libri su la pittura, intorno alla statica, e delle cose fisiche molto scrisse o poco noto ai suoi tempi, o affatto ignorato, e per virtù sua da lui solo conosciuto; inventò strumenti nuovi e musicò egli stesso soavissimamente. Terribilissimi per moltiplice e svariato sapere, come lo furono coi fatti, anco i frati tra noi, massime Tommaso Campanella e fra Paolo Sarpi, storici, matematici, di ogni arcano di natura ricercatori solerti e scuopritori spesso felici; e per non dilungarci troppo basti allegare per tutti Giovanni Pico della Mirandola.
Ma se comparisce naturale che in messere Francesco Guicciardino e in Niccolò Macchiavello il maneggio dei pubblici negozii accenda l'attitudine a bene comprenderli e l'arte di vestirli con accomodate parole, può parere in altri ostentazione di talento, e diremmo quasi d'jattanza, sciorinare opere fra loro disparatissime. Così non troviamo niente a riprendere alloraquando Goethe canta inni su tutte le corde della lira alemanna, e tesse drammi a foggia di quante scuole comparvero fin qui; taluni, nuovi, ricavati dal proprio intelletto e detta romanzi e memorie; regge teatri ed amministra lo Stato; ma sembra che non isfugga allo spruzzo di vanità quando egli imprende a trattare di mineralogia, e, secondo che ci affermano, anco di anatomia. Nasce dubbio eziandio, che talora il versarsi in discipline troppo diverse sia segno di mente piuttostochè ampia, sformata, come a modo di esempio ne comparisce quella dell'Hoffmann, il quale sedeva giudice in tribunale e immaginava racconti di cui la creazione contendonsi le Muse e la Pazzia, dipingeva vôlte, intagliava modelli di smerletti, e presiedeva alla orchestra di teatro. Però badisi che non senza disegno qui più che altrove si adoperarono formule dubitative, conciossiachè se vanità espressa o follia questo moltiplice trasformarsi si ha da reputare nei mediocri (com'era quel tale giureconsulto che, conferendo col Montaigne, invece di parlare di leggi gli tenne discorso continuo di fortificazioni), la esperienza e l'ossequio in cui meritamente si devono avere gl'ingegni rari ci renda rispettivi a giudicarli; chè la temerarietà è quasi vaiolo, il quale se incolga ai giovani, stante l'avventatezza della età, non si giudica mortale, diversamente negli anni maturi: tuttavolta si può riputare provato che chi troppo si spande meno si addentra, e ne abbiamo prova nel Brugham, il quale non pago alla gloria di avvocato chiarissimo, di uomo di stato insigne, volle esercitarsi nelle discipline pedagogiche, nella chimica, nella fisica e via discorrendo: per modo che in taluna gli avvenne di mostrarsi meno che mediocre, e non poteva fare a meno. Imporre limite al corso dell'umano intelletto non sarebbe prudente, poichè quello a cui non arrivò una generazione pervenne l'altra; e quantunque anche a questo corso presentiamo un fine, pure ci torna difficile determinarlo, onde fie meglio non assegnargli limite alcuno, massime perchè non sapremmo come si potesse impedire all'uomo di oltrepassarlo quante volte gliene pigliasse vaghezza: lasciando pertanto liberissimo il corso alle inquisizioni della umanità, fie senno appunto per renderle più efficaci che l'intelletto del singolo uomo, piuttostochè sperperarle in troppe più cose che la sua natura comporti, si affatichi virtuosamente ad approfondire uno o due dei problemi, che tanti e tanto difficili si vanno di giorno in giorno moltiplicando intorno al suo miglioramento. Questa dottrina umilia la presunzione di parecchi, ma non è da farne caso, imperciocchè la prosunzione indichi la presenza della ignoranza, come l'odore dello zolfo una volta quella del demonio: gli uomini umili di cuore e sapienti di spirito assai di leggeri si persuadono non essere ognuno di loro libro compito, bensì tomo scompagnato di tale opera a cui non sarà dato fine che coll'ultima vita della umanità.
VII.
Agitarono un tempo con molta caldezza nelle scuole la questione se deva prima attendersi allo studio delle arti della parola, ossivvero all'altro di acquisire e di ordinare le idee: fra tutte le oziose dispute oziosissima questa; dacchè le idee nella mente umana sorgano delineate dalla parola, come gli oggetti sporgono fuori dall'ombra contornati per virtù della luce. La idea scevrata dal modo di significarla noi non sapremmo concepire, eccetto che come un dolore del cervello, e sarebbe peggio della moneta nell'arca dello avaro; imperciocchè la moneta quantunque chiusa possederà forma, contorno, e la sua testa e l'arme, ma la idea sarà meno che embrione; la prima, aperto il serrame, uscirà a fecondare dei commerci qualunque tocchi; la seconda, per quanto tu volga la chiave, non spillerà fuori della conserva. Nè possiamo separare nella nostra mente la vita dalla parola, o almanco dalla voce, e per ciò dalla idea; e questo così nell'uomo come nella bestia, restando omai posto in sodo presso lo universale che le bestie, per possedere organi più difettivi dei nostri, non perciò furono dotate meno del talento di manifestare gl'interni moti dell'animo giusta le loro necessità. Quando Dio animò l'uomo certamente gli disse quello che Michelangiolo dando del mazzuolo sul ginocchio a Moisè gridava: _parla!_ Chè a ragione nel concetto di quel divino ingegno la vita si comprendeva nella parola. E forse senza paura d'inciampare potrebbe arrisicarsi di più, affermando che Dio stesso per rivelarsi ai mortali diventò parola: _Deus autem erat verbum._ Ma ciò poniamo per buoni rispetti da parte, e da parte mettiamo altresì quello che da altri egregiamente, e da noi nella guisa che potemmo migliore, fu detto intorno alla dignità, virtù e potenza della lingua, contenti di aggiungere questo che parrà a taluni soverchio e non pertanto si trova verissimo: valere la lingua a conservare la nazionalità dei popoli, meglio dei pensieri; anzi i pensieri conferire a dissolverla, quanto a stabilirla la favella; di vero i pensieri sono cosmopoliti, e corrono corrono senza guardarsi mai addietro, riuscendo magnifici e copiosi quanto più si allontanano dalla sorgente, mentre all'opposto le lingue compiaccionsi dell'aria paesana, e sovente per ritemprarsi amano di ritornare ai loro principii.
Qui vuolsi considerare la lingua come strumento, e sotto questo aspetto mirate un po' come il muratore prima d'imprendere il suo lavoro apparecchi la cazzuola, la squadra, l'archipendolo, la calce e i mattoni; lo scalpellino, i mazzuoli e le subbie; altri, altri arnesi; ora lo scrittore per chiarire gl'interni sensi non dovrà fare procaccio di buono e fido arnese com'è per lui la favella? Il gran-cancelliere d'Inghilterra Francesco Bacone insegnò con la profondità che in esso era natura, che l'uomo il quale sa tutto compendia tutto: adesso come potrebbe egli arrivare a questo se non conoscesse nelle più riposte viscere il valore delle parole per appropriarle alla più breve, efficace potente manifestazione del suo pensiero?
La sapienza umana, per quello che spetta all'uso che si può fare di lei, somministra strumenti, i quali forse non tornerebbe inopportuno distinguere in primi e secondi, a cagione non tanto della genesi quanto della importanza loro, e fra i primi pare che si possano riporre la lingua e la logica, nei secondi la religione, la poesia, le scienze fisiche e morali, la politica, il commercio, le industrie, seppure questi studii non devano, come si ha da credere, comprendersi nella denominazione generica di scienze fisiche e morali.
Non reca punto di maraviglia pertanto se la massima parte delle scritture italiane compaiano arruffate, e quasi diremmo orride, se gli studii della favella non solo si trascurino per negligenza, ma a disegno detestinsi; piuttosto dovremmo maravigliarci che non si mostrino peggiori. Appena poi reputiamo necessario avvertire che la retta intelligenza delle parole, quantunque ne sia massima parte, non costituisca però lo intero studio delle lingue; questo studio consiste eziandio nel venusto formare delle locuzioni, nello svariato ed elegante trapasso di periodo in periodo, di membro in membro e d'inciso in inciso; simili aggiuntature di periodo danno più fastidio che altri non pensa agli esercitati, per gl'imperiti poi sono disperazione addirittura; adesso importa sapere come si possa limpidamente abbreviare la orazione, ora come si deva con onesta pompa dilatare, e nell'uno e nell'altro stile come si conservi la chiarezza, suprema dote dell'arte dello scrivere e del dire. Lo studio della lingua consiste massimamente per ultimo nell'arte di studiare le opere degli scrittori dei varii secoli, da tutti cernendo, e non imitando da alcuno, però che lo stile importa che sia cosa tua come la seta appartiene al bigatto, il mele e la cera all'ape, pasciuta che il primo abbia la foglia e la seconda succhiato i fiori. Quando si legge delle lunghe ed assidue cure che gli scrittori dell'antichità, non mica dozzinali bensì principi, come Cicerone e Demostene, ponevano per venire a capo di possedere l'arte della parola; i travagli che duravano, e perfino i viaggi che imprendevano, parrà non pure nuovo ma forte che senza viatico di sorte oggi taluni possano mettersi in cammino, sostenendo che le lingue non hanno già a considerarsi mummie, bensì spiriti viventi e ambulanti; formare il popolo le lingue; e tornare bene scrivere come si parla; perchè a fine di conto scopo dello scrittore è che lo intendano. Di queste sentenze parte errori, parte vero mescolato con molto falso. Il popolo e l'uso compongono le lingue, però il popolo perito e l'uso retto, altramente ti avverrà in lingua quello che partorisce in politica il suffragio universale presso un popolo ignorante e corrotto; colà ti deturperà l'idioma con ogni maniera sconcezze, qui ti eleggerà il tiranno. Scrivi pure come parli, a patti però che tu parli bene, e allora buon per te, se come pretendi sai; che se non va così, appunto per essere capito da tutti importa tu ti sviluppi dal mal'abito tuo o della tua terra, chè tu non iscrivi per Genova, Torino, Girgenti o Roveredo, bensì per la universa Italia; e se il cielo ti arride, non per gli uomini del tuo tempo unicamente, ma a quelli eziandio che lo chiameranno antico. Posa l'animo, in tutto e sempre troveranno gli uomini un fiore, una qualità scadente ed un'altra pessima, nè il fiore sarà mai patrimonio dei troppi, la quale sentenza significata in altri termini vuol dire che gira e rigira, tu non potrai levare l'aristocrazia dell'ingegno, e per conseguente l'aristocrazia di rivelarsi con modi ottimi. Puossi torre a Dante la patria, la facoltà del canto non si può. Re senza regno ne furono visti e parecchi, e o Dio! come grami, e nonchè serbassero parte alcuna di regio, appena parevano uomini, sicchè il senso che ispiravano non era già disprezzo, e nè manco ira, compassione bensì. Omero separare dalla sua Iliade non si può; dovunque vada, a qualunque età pervenga, sempre appare come è pur troppo re:
E va dinanzi agli altri come Sire.
Guaio grande allo studio della lingua consideriamo questo, che essendo il trattarne difficile, riesce più che in altra materia spropositarne agevolissimo. Onde gli uomini di alto intelletto, quale l'argomento richiederebbe, volentieri lo adoperano in opere più illustri non però più utili di quello che sia la filologìa, e poichè le aquile lasciano questa preda vi si affollano i corvi. La è proprio esultanza quando vediamo Dante volgere la mente a discorrere le ragioni della eloquenza volgare, e il Macchiavello impiegare nelle faccende della lingua l'acume di che fece prova in quelle di Stato; e degli antichi tacendo, documenti bellissimi sopra il soggetto arduo lasciarono Monti, Perticari, Giordani, Leopardi, Tommaseo, Niccolini, Manzoni ed altri, che pure dovrieno nominarsi, e che si passano non già perchè demeritino onore, ma per istudio di brevità. All'opposto angustia l'anima l'aspetto di non pochi (e comecchè degl'insetti umani fastidiosissimo provammo sempre l'insetto pedante, ad ogni modo vuolsi dire apertamente), i quali ai dì nostri più che altrove a Firenze si versano in lavori filologici con pretensione molta e senno poco, sia dettando regole, sia rivendicando alla meritata polvere quisquilie, che per dirne meno fanno perdere un tempo del quale dovremo rendere conto a Dio. Questo non vorremmo noi, che così adoperando costoro ci sembra voglianci mettere al pane bollito; dacchè se ci mostriamo teneri alle belle parole, volentieri poi consentiamo che le parole senza concetto suonano rumore vano; anzi non ci pare bella la parola se adoperata a esprimere ree o futili cose. Checchè se ne sbottoneggi, torna più facile mettere in canzona l'Accademia della Crusca, che farne a meno; non badisi ai termini nei quali adesso la vediamo condotta; supponiamo che ci fossero chiamati partecipi quanti con amore e felicità coltivano le lettere italiane, e per legge dello istituto e più dall'animo benevolo venisse loro imposto il doppio obbligo di specolare il passato ampliando e correggendo dirittamente l'antico vocabolario, ed il futuro naturando i segni co' quali i nuovi trovati si appellano, questo sarebbe massimo benefizio alle lettere italiane, e quandochesia sarà fatto; le fortune delle cose grandi come delle piccole in Italia si tengono per mano a mo' delle Ore: e il Tempo, deposta la falce, si recò su le ginocchia la lira, e musicando ne affretta la vicenda.
VIII.
Taluni dei nostri vecchi costumarono dire: _nihil de Deo, parum de Principe;_ altri rovesciando ammonivano _nihil de Principe, parum de Deo_. Omettendo decidere quale dei due avesse ragione, rimane vero che a senso loro di teologia e di politica si avesse a tacere: ai giorni nostri per lo contrario molto si favella dell'una cosa e dell'altra, come quelle che importano massimamente alle nostre sorti presenti e future. Di ciò porge testimonianza il ragguaglio delle opere esposte in vendita alla fiera di Lipsia, dove le teologiche superano di gran pezza le altre, e nel 1826, a mo' di esempio, le prime sommarono a 327, mentre, fra le altre facoltà, le arti meccaniche che andarono innanzi a tutte toccarono appena la cifra del 200; ed è ragione, imperciocchè quanto maggiore distende l'uomo l'ala della mente, tanto più in lui si agita l'agonia di conoscere quello che gli si serba nel secolo immortale, parendogli questo, com'è veramente, transitorio troppo e caduco.
Però andrebbe errato chi credesse che i libri teologici che appaiono per le stampe in giornata promovessero tutti la esistenza di Dio; all'opposto molti si affaticano a negarla; nè basta, chè oltre procedendo intendono a dimostrare con supremi sforzi la ragione del nego.
Nel passato secolo i filosofi francesi, considerando di quanti mali fosse stata origine la religione per colpa dei tristi sacerdoti, reputarono savio rifarsi alla radice del male, epperò non pretermisero industria capace di sovvertire la religione cristiana. Gli alemanni, adesso più universali, ed anco nello errore più logici, contemplando come sacerdoti crudeli, ipocriti, seminarii insomma di errore non fossero privilegio del cristianesimo soltanto, bensì ogni religione annoverasse i suoi, e tutti tinti nella medesima pece, si avvisarono prendere le cose più dall'alto negando Dio addirittura; e parve loro bel fatto, dacchè le viscere della filosofia non si hanno a commovere partitamente pel cristiano, l'ebreo, il maomettano, il buddista, l'idolatra, e per gli altri cultori di religioni quante ve ne ha diverse sopra la terra, bensì per la universa famiglia degli uomini.
Tornerebbe sazievole riportarne i molti ed irti ragionari; basti dirne ciò che meglio cade in acconcio al nostro concetto: virtù fiacca quella che per operare il bene ed astenersi dal male abbisogna del prospetto del premio e della pena, anzi nemmeno virtù, perchè governata dalla paura o dalla cupidità: inoltre incerta, perchè dove la paura cessi, od altra passione più veemente di lei sospinga, l'uomo irromperà al misfatto e al peccato. Non su la fede, dubbia cosa sempre, ma sopra fondamento invariabile aversi a basare la morale umana. Doversi e potersi trovare una specie di abbaco, un'aritmetica, per così dire, alla mano di tutti, con la quale riuscirebbe agevole formare un bilancio esatto dello scapito che fruttano le male azioni, e del benefizio di quiete d'animo, di estimativa universale, ed anco di sostanze che deriva dalle buone; onde la pratica della virtù sarebbe persuasa alla gente come vantaggioso affare. Difficile a concepirsi la esistenza di Dio, impossibile comprenderlo nei suoi attributi, epperò disperato formarne regola, sopra la quale ormare le azioni umane; e così di seguito.
Incominciando di fondo, si risponde: certo difficile la comprensione della esistenza di Dio, ma troppo più difficile quella dell'ateismo, appunto perchè l'uomo non avendo facoltà, per quanto astragga, perdere di vista i sensi donde in lui derivano nozioni ed idee, non potrà mai concepire fattura senza fattore. Gli speculatori devono volgere i pensamenti loro su cose fattibili, su le altre no, chè allora non si chiama filosofare, bensì svagellare: ora svellere dal cuore dell'uomo Dio è tempo perso; nè sostituirvi la ragione unica e schietta potrai. Per quanto ti ci travagliassi dintorno, non giungeresti a impedire che negli uomini l'affetto soverchi il raziocinio; sentire è palpitare, e ogni uomo palpita; argomentare è arte d'ingegno educato; e torre via col tardo lavorìo del cervello quello che il cuore di slancio per tempo sentì non sembra impresa da tentarsi nemmeno. Invece di combattere non vincibile battaglia (lasciamo da parte se empia), liberate la fede di Dio dalla caligine di che l'hanno circondata gli uomini, adoperate sì ch'ei splenda archetipo di verità e di giustizia ai mortali.
E questo fie massimo fra gli assunti del letterato italiano.
Molte le male piante che si abbarbicano intorno alla religione: principali fra queste la indifferenza, la superstizione, l'ateismo e la empietà; ma quale istituto, quantunque nella sua origine santissimo di perfezione, non partorì nelle mani dell'uomo immani sequenze? Qui intanto occorrono maggiori gli abusi in quanto questo negozio così nella vita dei popoli come in quella dello individuo tenga parte primaria.
E' non vi ha dubbio comprendere Dio nella sostanza e negli attributi suoi noi non possiamo. Le nostre facoltà trovansi corte a tanto concetto: sarebbe bene che la faccenda fosse diversa, ma noi non nascemmo a tribolarci nel desiderio di cose vane, bensì a trarre il maggiore profitto dalla condizione in cui ci collocò la natura. A Dio assegninsi pure attributi quali alla nostra mente paiono grandi, e soprattutto buoni pel tempo e le opinioni che ci si volgono dintorno: più tardi potrà darsi che i posteri gli sperimentino insufficienti; spetterà a loro in quei giorni accomodarsi lo stadio che avranno a percorrere; a loro stringersi dove meglio gli tornerà la cintura. Gli attributi di Dio dovrebbero essere quelli, che imitati adesso avrebbero virtù di generare maggiore copia di bene alle presenti generazioni. Se nelle religioni che ci precederono su questo suolo latino si potesse sceverare il concetto della divinità speculato nella mente dei fondatori di quelle, dalla frasca sacerdotale forse vedremmo la progressione della idea di Dio, che da principio materiale affatto diventa spirituale e materiale. Apollo è nume propizio, libera la terra dal serpente, sana i morbi, gli animi ferini ingentilisce co' sodalizii delle Muse, come un mortale ama, e peggio troppo come un mortale odia. Cristo ama ed odia come un Dio, non ammazza belve, ma conquide ipocriti, non iscortica Marsia, bensì minaccia della geenna gli oppressori; non allieta i mortali co' canti delle Muse, ma ne rigenera le anime, le chiama sorelle, figlie di un medesimo padre che è ne' cieli, schiude alquanto le porte del paradiso, e quinci prorompe un raggio, non di voluttà, ma di suprema intelligenza e d'infinito amore; Cristo ha vinto il paganesimo, ma non ha compite le sue conquiste: con esso in mano i popoli possono camminare ancora per secoli nei sentieri del meglio. Sì in verità lo possono, ma con Cristo solo.