Amelia Calani ed altri scritti

Part 6

Chapter 63,586 wordsPublic domain

Della libertà; come sia definirla malagevole: in quante guise siasi intesa ed in quante fatta consistere, così appresso gli antichi, come appo i moderni; si esamina la indole della libertà nelle repubbliche greche, nella romana, in quelle dei tempi mezzani. Dove la esperienza insegna potere consistere la libertà. Se possano proporsi sistemi compiti di governo: inanità dei programmi ministeriali, ed insania di cui li pretende; se ne adducono le ragioni. Quello che ai ministri si deve chiedere, e del come e' si abbiano a badare. Della opposizione parlamentaria, e del sindacato. A cui spetti mettere fuori gli schemi di legge, e come li deva proporre. Necessità del fidarsi, e pericoli che l'accompagnano. Che giova più, leggi buone con uomini tristi, o viceversa? Delle forze politiche a cui bisogna che i governi si accomodino; indole, intenti e fini della politica quali. Parallelo del Guicciardino col Macchiavello. Se la libertà possa precedere i buoni costumi. Dei vizii, e del modo di giovarsene negli ordinamenti politici. I partiti estremi donde nascano, e perchè durino. Dottrina del fare ad ogni costo, anco male; parole gravi contro i fautori di quella.

Statuto quale abbia da essere, e modi di attuarlo: quali sieno le riforme che più durano, e che cosa si propongano. Gli statuti nacquero con la necessità di morire presto, o riformare quotidianamente: essi tolsero il còmpito di condurre con ordine la opera della rivoluzione. Querimonie di Carlo Botta sopra la libertà imposta alla Italia dai Francesi, e in che paiono giuste, ed in che no. Necessità che i governi dei varii popoli europei non discordino troppo fra loro, affinchè la libertà metta piede stabile in Europa. Quale forma di governo si addica adesso alla Italia. Se possa torsi via dagli Stati l'elemento aristocratico ora, e poi. Democrazia a cui giovi, ed a che nuoccia: Aristocrazia dove fa buona prova. Le democrazie pendono più che non si dubita alle monarchie, e vivono d'accordo: esempi della proposta. Quale forma di governo appaia più idonea a sostenere la guerra, scopo massimo degl'Italiani. Opinione del Palmerston erronea; quanto più liberi i popoli, tanto più pugnaci. Milizie delle repubbliche del medio evo, ed in che si rassomiglino alle moderne inglesi: eserciti di Stati liberi confrontati con quelli dei dispotici. Necessità di conservare gli elementi monarchico ed aristocratico forse lungo tempo; l'aristocratico sempre. Parlasi dello elemento monarchico nelle antiche repubbliche, ed anco nelle moderne. Assurdo di popolo chiamato una volta a farsi il re, e poi servire sempre. Logica della dottrina della legittimità: pericoli delle monarchie ereditarie. Quale possano avere durata le monarchie miste: _sempre_ parola scritta dalla Follia nel dizionario delle lingue umane, e cancellata dal Senno.

Delle cautele da prendersi nei governi rappresentativi, e necessità di studiare le provvidenze adoperate dagli antichi Stati italiani. Queste cautele nel 1848 o non si seppero, o non si presero. Si cerca e si chiarisce la ragione per la quale i ministri della Corona, da qualunque partito si cavino, eletti appena pendano allo stringato. Proponesi nuova e più razionale maniera di eleggere i ministri. Legge intorno ai reati ministeriali; difficoltà di farla eseguire. Sindacato perchè sia efficace come deva istituirsi, e da cui praticarsi: facile azione del sindacato, come quella che non implica accusa nè colpa, mentre l'accusa suppone sempre il delitto.

Ragioni con le quali si dimostra la breve durata dei ministeri profittevole alla cosa pubblica: obiezioni e repliche.

Se lo esercito nei governi costituzionali deva commettersi al potere esecutivo; massime educato nella dottrina della obbedienza cieca e passiva. Dissertazione intorno alla natura della obbedienza del soldato. L'esercito per lo scopo dell'azione deve dipendere dal Parlamento; quanto al modo di operare, dal potere esecutivo. Chi dispone a suo senno delle armi quegli è tiranno. Sentenza del Foglietta sopra Andrea Doria, che predicava avere restituito Genova alla libertà, e riteneva il dominio delle galere.

Obbligo imposto ai soldati di ammazzare i commilitoni colpevoli quanto ingiurioso alla onorata milizia. Obietto della necessità di valerci dello esercito nei casi subitanei senza consultare il Parlamento confutato.

Non si potendo abolire l'aristocrazia, in qual modo la si abbia ad accettare. Emulazione dentro certi confini mantiene vivaci le forze dello Stato, trasmodando le sperpera. Confronto della ingratitudine dei popoli con quella dei principi: si dimostra con gli esempii come talvolta sia necessaria, e non pertanto partorisce la rovina degli Stati. Ordine senatorio opportuno ad ovviare i mali della ingratitudine, ed esame di un concetto del Sieyes. Prerogative ed importanza del Senato.

Deputati come si devano eleggere: fallace fondamento elettorale su cui si basarono gli statuti italiani, ma non si poteva fare a meno sul principio: chi ebbe modo di riformarlo in processo di tempo e se ne astenne o non sa che cosa sia governo, o fu ignavo, forse anche peggio. Come si voglia chiamare la democrazia a prendere parte alle elezioni. Dei brogli dannosi alla libertà, e partiti per prevenirli. Della plebe, e perchè ributtata dagli uffici pubblici, e mantenuta ignorante favorisca la tirannide. Opinioni contrarie intorno al pregio della plebe; fatto sta ch'è piaga, e piaga dura perchè così si vuole. Partiti per immegliare le plebi persuasi dalla ragione di Stato del pari che dalla carità cristiana: intanto che le plebi si srugginiscono come le dovrebbero essere rappresentate nei Parlamenti. Degli avogadori nella repubblica veneziana, e degli abati del popolo in quella di Genova.

Dimostrasi la suprema necessità che i deputati ricevano stipendio dai Comuni che rappresentano; cause che informarono lo Statuto toscano in proposito. Mandato gratuito dannoso alla bene ordinata democrazia: quello che sentisse e quello che disponesse su questo particolare il generale Paoli, uomo copioso di senno pratico sopra ogni altro italiano.

Della opposizione parlamentaria, e di quante specie ella sia: quale non debba patirsi; però dove cessi il governo rappresentativo intisichisce.

Deputazione è ufficio solenne; il deputato che senza congedo ottenuto e senza causa chiarita non risponde tre volte all'appello deve irremissibilmente cassarsi.

Deputazione a mo' dei benefizii curati esclude il cumulo; si espongono le cause per le quali sembra non pure logico ma onesto che i salariati dal governo devano rimanere esclusi. Governo che non attende con ogni diligenza a procurare sincere elezioni crea il paese _legale_ diverso, e talora anche contrario al paese _regale_ con manifesto pericolo della libertà. Il governo che vizia l'elezioni è pari al pilota il quale incomincia la navigazione buttando in mare la bussola.

Legge che sia. Cicerone la definisce meglio degli altri; tuttavolta si mette avanti una nuova definizione e si spiega. Parlasi dei fini a cui mirano le leggi. Ragione di agire delle forze fisiche e morali dell'uomo di fronte al soggetto sopra il quale si versano. Distinzione prima delle leggi in due sorti; a cui spetti proporne sì le une che le altre. Modi pessimi di discutere le leggi, e quali parrebbero ad usarsi più dicevoli; che ne pensasse il generale Paoli, e come provvedesse.

Del sorteggio adoperato dagli antichi, e se possa praticarsi dai moderni.

Se si abbiano a desiderare leggi stabili, o se considerare ponti da muratori, che levansi dal muro, e si fissano più in alto di mano in mano che la fabbrica avanza.

Da capo dei vizii, e come possano adoperarsi per argomento di leggi: in qual modo abbiano saputo approfittarsene gli antichi.

Considerazioni sopra il concentramento degli ordini amministrativi. Parlasi di Federigo re di Prussia e di Napoleone I; differenza del principio e delle conseguenze dei sistemi loro. Il primo spinse la necessità dello Stato, e bene si mosse, meglio andò, sapientemente stette, sè ed i popoli avanzando mentre visse, felicitandoli nello avvenire: non così Napoleone, spinto più che altro da indomata improntitudine. Il concentramento comecchè in certe occasioni utile partorisce sempre la rovina della libertà: si chiarisce falsa la opinione, che sopra ogni altro ordine esso basti a governare gagliardamente; dove arriva taglia, ma a tutto non arriva; anzi troppo più che non si pensa lascia di fuori. Ciò che nocque massimamente al governo degl'Inglesi nell'India fu l'amministrazione di soverchio concentrata: moniti di Enrico Russell con superbia molta e consiglio poco respinti. Governi concentrati in Italia esosi allo universale; prosperità mirabile dei nostri Comuni italiani donde muovesse. I governi concentrati nuocono alla libertà, ma i larghi disordinati apparecchiano la tirannide: assunto supremo sta nel dare buono assetto ai governi larghi purgandoli da' vizii che gli rovinano. Come si possano condurre due Stati ad accordarsi di formarne un solo. Statuti nostrani antichi non consultati nella composizione dei nuovi. Statuto del generale Paoli. Statuto di Leopoldo I. Ricercasi se lo Statuto Leopoldino sia stato, come Carlo Botta spaccia, _una spiritosa invenzione_; prove della sua verità somministrate dal senatore Gianni e dal granduca Leopoldo II. Ricercansi le cagioni del primo Statuto toscano, e di quello del Paoli, e come dovrebbero adattarsi agli Stati italiani. — A che cosa Leopoldo I i beni della religione di Santo Stefano destinasse; quello che egli sentisse degli eserciti stanziali, e come volesse possedere le milizie. Distinzione tra milizie civiche e soldati volontarii; con le milizie civiche possono ottimamente vincersi le guerre, e se ne adducono esempi. Ordini egregi di Leopoldo I intorno alle fortezze dello Stato. Del castello di San Giovambattista, del duca Alessandro, e di Filippo Strozzi. Provvidenze dell'inclito principe circa alle cariche pubbliche, ai benefizii ecclesiastici, alle pensioni, alle promozioni, ed alle esclusioni, le quali apparvero tali, che nè anco i repubblicani saprebbero immaginarle nè maggiori, nè più libere: per ultimo Leopoldo I, volendo accertarsi che le assemblee rappresentassero il paese davvero, prescrisse avessero a rimanerne esclusi gl'impiegati, gli ufficiali di corte, ed anco i semplici pensionati.

Trattasi della prima rivoluzione di Francia, e delle cause che la spinsero a commettersi in balìa di un soldato. Quale fosse l'animo di Napoleone giovane, e come indi a breve mutasse consigli. Ragioni della comparsa e della durata del primo impero: ragioni della sua decadenza. Napoleone presentendole si appiglia a più maniere partiti per ovviarle. Delle pratiche di Erfurt, e cagioni per le quali si possono credere vere: riscontri storici diligentemente raccolti: s'indagano le cause che secondo la verosimiglianza fecero capitare male coteste pratiche col Russo. Napoleone le aveva tentate innanzi con la Inghilterra, e del pari senza pro. Concetto napoleonico in che cosa pari, ed in che disforme a quello di Alessandro Macedonio, di Carlomagno, Carlo V, e di parecchi altri conquistatori. Fine della guerra russa, il quale avrebbe sortito Napoleone, se non gli ostava la Provvidenza.

Trovati dei dottori politici per ritemperare la monarchia di diritto divino con certe arguzie di libertà annacquata, che non attecchiscono. Cortigiani e clericali imbaldanziti presumono restituire gli ordini vecchi; mettendosi al cimento delle ultime prove se perdono, e con esso loro la monarchia di diritto divino.

I dottori accaparrano la monarchia popolesca, e la circondano di nuovi arzigogoli idonei a spingerla verso il precipizio, e presto: inettezza suprema dei pretesi moderati a reggere gli Stati chiarita a prova. Il pessimo dei concetti nei governi sta nel non averne alcuno, e dondolarsi su tutti. Quello che puoi fare procura che torni in benefizio de' più, poi fallo fino in fondo e presto; altrimenti i popoli si disamorano della libertà, e ricascano sul vecchio, e talora anco peggio.

Mette capo la seconda repubblica in Francia, ma bacata dalle dottrine dei perpetui dottori che l'entrano in corpo. Si dimostra come non fosse Luigi Napoleone quegli che spense la repubblica: ogni partito tirando ai proprii interessi, non si sa perchè dovesse egli astenersi di fare i suoi. Esame degl'intendimenti del popolo di Francia, e se meritino biasimo o piuttosto lode. Quello che il popolo francese restituendo lo impero si proponesse. Indagasi con pacata disamina se lo eletto del popolo all'aspettativa di lui abbia corrisposto; suoi concetti e sue opere così dentro come fuori, e quali razionalmente argomentando sarebbero le seguenze del suo operato per la Francia, per la Italia e per la Germania.

Se i presunti concetti dello imperatore di Francia offrano probabilità di riuscire, e riusciti se di durare; quali i fatti che avranno virtù di attraversarli.

Delle storie ed importanza loro; come le si abbiano, e da cui si abbiano a scrivere. Quello che gli scrittori italiani dovevano fare e non hanno fatto: abbietti scartafacci dei tempi nostri, che la vergogna vieta di appellare storie. Dei libri dei moderati, e di quelli dei repubblicani. Se la verità, la decenza e la reputazione del paese, che pure si compone di quella dei suoi uomini, sia rimasta offesa più dalle sfrontatezze dei nostrani o da quelle dei forestieri. Se la storia deva ingolfarsi nei gineprai di trattare per minuto delle guerre, delle paci, dei trattati e simili, ovvero chiarire qual popolo nel cammino dei secoli stornò e per quali cause, e quale altro progredì sempre retto, ed in grazia di quali sussidii: chi fu più fecondo di opere grandi, e chi ebbe copia maggiore di cuori generosi e d'intelletti divini. Conoscere la virtù alma generatrice di quanto sublima la nostra natura, dimostrarla, promoverla, alla venerazione del secolo additarla, e con essa le sue divine compagne la Risoluzione e la Speranza compiono l'assunto massimo dello scrittore di Storie.

Dei giornali: _apotete_ degli ingegni gobbi, ed anco dei fatti bene pur troppo: scuole di errore e di arroganza: rovina ultima della favella italica; i libri sotto questa pianta parassita prima di nascere muoiono.

Questi a un di presso sono gli argomenti che ci studiammo trattare nel nostro scrittore italiano. Chiunque legge comprenderà agevolmente come non potrebbe desiderarne altri i quali fossero o più gravi per la materia, o più opportuni per la necessità, o più palpitanti[11] d'importanza a cagione delle fortune nelle quali versiamo; certo egli dubiterà del nostro valore ad esporli in guisa che la patria se ne approfitti, e a parlare schietto questo timore travaglia noi quanto lui, e forse anco più: ad ogni modo è forza dire prendendo consolazione nel riflettere che una di queste tre cose non ci può venire meno: o qualche utile verità troveranno chiarita, e tale da avvantaggiarne la Patria, e tanto ci tornerà a premio oltre la speranza: o tutto lo scritto apparendo erroneo ecciterà altri a indagare le cagioni del vero, e per benefizio universale dichiararle, ed anco questo fie che a noi piaccia: o per ultimo quando il libro ad altro non fosse buono che a porgere testimonianza come l'ultimo pensiero che prima di pigliare sonno lasciamo sul capezzale è la Italia, e il primo che ci troviamo svegliandoci sia parimente la Italia, giudicheremo avere dato esempio buono alle generazioni che crescono, e procurato a noi desiderabile incremento di fama.

[11] Rassicurinsi i pedanti, che si sono gittati su la bella Firenze come su bestia morta, e colà parlano di lingua a mo' che i dannati ragionano delle glorie del paradiso: per giustificare il _palpitante_ per siffatta guisa adoperato, ci sovviene l'autorità del Bembo negli _Asolani_.

I.

Pietro Giordani fu scrittore pei modi forbiti del dire preclaro, e per concetti eziandio commendevole assai: veramente gli nocque non poco alla facile eleganza del dettato quel suo volere ormare la favella italica sopra la greca, come recò pregiudizio al Boccaccio, e a quasi tutti i suoi alunni, massime cinquecentisti, la imitazione soverchia delle forme latine; imperciocchè dovrebbe pure capirsi, che la lingua nostra non ha da essere latina o greca bensì italiana, e ritenere, quantunque derivata in parte da quelle, indole propria; sentenza, che vale per il nostro come per ogni altro idioma. Ancora, alla copia del sapere il quale possedeva diverso e moltiplice il valentuomo, fecero impedimento due cose secondochè sembra potersi giudicare: primieramente il cervello educato a pascersi ogni dì con letture eccessive; per la quale usanza pessima osserviamo gli spiriti spossarsi nel digerire, così che quante volte presumano poi mettersi alla opera della meditazione vengono meno al prefazio: secondamente lo spesso e troppo lungo starsi a crocchio. Ed in vero se da una parte sarebbe peggio che inurbano, negare, che dalle veglie piacevoli nasca seguenza stupenda di beni come a modo di esempio sarebbero gentilezza di tratto, cortesia di espressioni, avvicendamento di uffici benevoli, rettitudine di giudizi, copia di notizie, ed altre più cose tutte care e gioconde, che troppo menerebbe in lungo riferire, dall'altra poi bisogna confessare, che abitua gli animi al dissipamento, e ad una certa compiacenza infeconda di vincere l'avversario nella disputa, piuttostochè a cercare e a rinvenire la verità, alla lusinga della lode casereccia, anzichè provvedere ad acquistarsi la pubblica, e per ultimo a versarsi per entro cerchio ristretto di pensieri ed anco di affetti.

Però se vorremo giudicare dirittamente dalle opere che egli ne lasciò, ci è dato conoscere quale e quanto fosse lo ingegno di lui: conciossiachè se da piccola materia egli seppe cavare scritti notabili per erudizione, per filosofia e per politica, o come non gli sarebbe riuscito di poggiare più in alto trattando materia di polso maggiore? In cosiffatte discipline proviamo come gli argomenti più gravi spesso non sieno i più ardui: all'opposto i leggeri spiombano, i solenni prestano ala allo ingegno: i miseri è d'uopo levare da terra, e con prodigii d'industria renderli notabili. E tanto intorno alle qualità di Pietro Giordano basti; del quale parve bene favellare nel modo con che e' fu fatto per reprimere (se pure fie possibile mai) la temeraria parlantina di parecchi sciagurati, che reputano bello levarne i pezzi adesso ch'è morto. — Pietro Giordani vivendo fece a molti il viso dell'arme, e si mostrò stizzoso troppo più che a filosofo vero non convenga, ma ciò invece di somministrare motivo per procedere ingiusti contro la memoria di lui deve persuadere i discreti a compassionare e sfuggire le debolezze umane.

Chiunque si affatica con coscienza intorno all'arte ardua di dettare non ingenerose scritture, quegli apprende a rispettare coloro che lo hanno preceduto: certissimi segni d'ignoranza la prosunzione e lo sprezzo; nè qui si arrestano i suoi rei portati, chè per ultimo, e di tutti peggiore la ignoranza mette al mondo la ingratitudine: famiglia infame, che la eletta gioventù italiana torrà, come merita, in abbominio.

Pietro Giordani pertanto scrivendo lettera nobilissima al signore marchese Gino Capponi intorno alle ragioni dello scrittore italiano parecchie cose gli viene esponendo degne certo di molta lode, comecchè congiunte insieme non paia che formino quella pienezza di facoltà necessaria a tanto ufficio, nè taluna sembra, che faccia al caso: tutte poi non si presentano meditate convenientemente al soggetto: così vero questo, ch'egli stesso le propone per via di sommario di trattato il quale si augurava svolgere in un libro che stava per dettare, e non compose mai, piuttostochè materia ordinata e digesta.

E poichè l'argomento apparisce di suprema importanza, vale il pregio che ogni uomo ci eserciti sopra lo ingegno meno come prova di sapienza, che per debito cittadino; e di tanto sembra, che egli debba andare sicuro, che offerendo l'obolo alla santissima opera se non gli si potrà tenere conto dell'utile, ad ogni modo sarà accetta l'ottima mente.

Donde nasca e da cui venga lo scrittore italiano poco rileva: fra le domande che a diritto gli si possono volgere non pare che deva avere luogo quella che fece Farinata a Dante nostro: «chi fur gli maggior tui?» Solo sarebbe desiderabile che possedesse roba non tanta da generare superbia ed ignavia, nè tanta poca che lo costringesse a sottomettersi altrui; estremo danno la servitù antica per la quale l'uomo veniva a forza ridotto in potestà di altro uomo, e tuttavolta più trista la odierna assai, come quella che lo induce a compiacere in grazia del salario le voglie del padrone. Quella vinceva il corpo, questa il corpo, e l'anima per giunta: la prima dava di tratto in tratto qualche Spartaco, il quale convertite le catene in ispada periva in battaglia, la seconda partorisce, ed anco di rado, Seneca, che muore svenato dentro un bagno caldo: quegli finisce col ferro in mano, questi con ciancie di filosofia su la bocca. Non vuolsi affermare tutte, che non sarebbe vero, ma quasi tutte le laide o scellerate cose derivano dal bisogno; però laddove lo scrittore cammini scusso della molta roba, e della poca metta principalmente ogni suo onesto studio a farla. Ai consigli dissennati non badi, chè se turpe si deve reputare l'agonia della incontentabilità, e miseria degna più di compassione che di ribrezzo l'avarizia, trovasi onore nel procacciarsi sostanza. Quali i concetti e le opere di Catone Censore in proposito nessuno ignora: da lui stimasi atto da figliuolo di donna vedova sminuire il censo paterno, e disdoro espresso non lasciarlo, dopo lunga vita, cresciuto agli eredi; nè diverso da Catone adoperò Marco Bruto, ultimo dei Romani, il quale si dette con molta alacrità a ragunare pecunia per sopperire alle imminenti distrette della Patria. Intendimento disperato, e quasi sempre infelice, imperciocchè spente le virtù prische, male si presuma restaurare le fortune pericolanti della Patria co' vizii e le loro sequele: così ai dì nostri argomentano co' guadagni avanzati ai convegni della vanità e della corruzione alimentare gl'istituti di carità, e si risolvono in maschere di decenza che la ipocrisia fabbrica sul peccato, e la carità non se ne avvantaggia o poco. Vezzo plebeo e volgarissimo intento è trarre a dileggio quanto esperimentiamo nella vita degno di esempio, e però non mancheranno di proverbiare lo ammaestramento, che primo s'indirizza allo scrittore italiano, e che consiste nel procacciarsi civanzo; ma tu, giovane, pon mente a questo: nessuno scoglio al mondo più del bisogno è pauroso per miserabili naufragi di coscienze umane, e se colui che impropera lasciò il bisogno annidarsi in casa senza tentare gli estremi conati per cacciarnelo via, tieni per ferma di queste due cose l'una, o ch'egli è un vile, o che già si trova sul cammino per diventarlo. Nei libri dei Latini si legge avere la necessità comune l'epiteto con le Furie, e questo era _diro_, che suona _empio, crudele_: adesso chi fie che presuma vincere i Romani nel senso dello indomato decoro?