Amelia Calani ed altri scritti
Part 5
Altri si abbia le pompe superbe e i trionfi, rumore di un giorno per tacere eternamente; il nostro cuore trema di tenerezza quando assistiamo con la immaginativa ai funerali che fecero a cotesto uomo dabbene i montanari apuani insieme ai loro figliuoli alunni del Cimoli, chè prole propria per natura, pure volentieri essi la riconoscevano per amore comune con lui, ed in luce di spirito unicamente sua. Per mezzo di una giornata rigida d'inverno camminando per parecchie miglia nella neve, molestati da incessante nevischio, essi tutti lo accompagnarono all'ultima dimora con pianti, e con affettuose parole, non si saziando di raccomandarsi al caro capo come se potesse udirli, e fosse pur vivo, e di dirgli addio. Nè si rimasero a codeste onoranze, chè di prontissima voglia, quantunque di averi piuttosto poveri che scarsi, collettando fra loro danari, tanti ne raccolsero che bastarono a dargli onestissima sepoltura. Adesso sopra codesti gioghi possiede il Cimoli assai lodata memoria, ma non si nega che di marmo la potrebbe avere più bella; però nè più bella nè più laudabile, nè più onesta altri ed egli stesso potrieno averla di quella che la gente apuana gli innalzò nel proprio cuore.
La morte, come ordinò Natura, presto o tardi ti capita addosso a chiarire se fosti virtuoso davvero o strione di virtù, e alla nostra Filosofa incolse appunto in quella, che giunta agli anni virili, in lei raggiava la pienezza delle sue facoltà spirituali; e giocondata si godeva la vita pel consorzio di gente illustre sbattuta come grano di spelda per le italiche ville dalla fortuna, ai virtuosi sempre nemica: nei consorzii di quei valentuomini come in palestra di filosofia ella s'ingagliardiva: contenta chiamavasi, ed era, del diletto consorte Conte Mario Carletti, in cui pendi incerto se tu debba maggiormente ammirare o la modestia o la bontà; doti, pei tempi che corrono, diventate più presto uniche che rare; e nondimeno ella fece liete accoglienze alla morte.
E qual morte! Non credasi già che l'assalisse improvvisa, e seco la portasse immemore delle cose dilette che lasciava: ahimè! no: a lei fu di mestieri assaporarla a centellini; e' fu una di quelle delle quali mostrò compiacersi tanto Caio Caligola quando ai carnefici suoi ordinava che i condannati straziassero per modo, che _si sentissero morire_[10]. Infatti la infermità le strinse la gola, che prima sofferse trangugiare cibi molli, poi liquidi soli, ultimamente nulla. La sola parola rivelatrice di sensi preclari quinci trovava il varco: tirocinio di divinità era cotesto, oggimai schiva di ogni sustanza, che corporea fosse. Quando dal digiuno attrita e dalle veglie, il suo spirito stava sopra la soglia dello infinito, a tale che la confortava a bene sperare rispose: «se mi accostaste alle labbra una tazza colma di vita, io non la berrei: non vale il pregio rivivere:» e questo disse Tito Pomponio Attico, cavaliere romano elegantissimo non meno, che integro amico di Cicerone, il quale per quanto scrive Cornelio Nipote, si lasciò morire d'inedia per tedio di vita: nè in questo solo apparve pari a Pomponio Attico, ma bene in altri particolari, così nella vita, come nella morte, specialmente nei gravi ragionari sopra le materie più scabre della morale filosofia. Perchè poi ella, a cui sì dilettabile sembrava che scintillasse la vita, dimostrasse siffatta vaghezza di morte, non rimase ai suoi familiari nascosto. Dopo tanta speme di Libertà goduta negli anni 1848 e 1849, adesso il suo cuore fra questa caligine maledetta di tirannidi, ascitizia, e nostrale, si sentiva oppresso; quell'anima gentile strascinava le sue speranze, come la colomba le ali ferite, nè per quanto ci si affaticasse d'intorno con immenso affetto le riusciva levarle a nuovo volo verso le regioni dello entusiasmo, genitore di concetti e di atti divini. «Che fai? che pensi? Anima desolata, a che ti stai? Sovente, quasi garrendosi, diceva. — Come dal banchetto levarsi non sazii ancora, per giudizio dei fisici, molto si confà alla salute del corpo, così abbandonare tempestivamente la mensa della vita contribuisce assaissimo alla salute dell'anima, conciossiachè quantunque la morte costringa come necessità inevitabile, tuttavolta sentendoci sempre in termine di gioventù e gagliardi condotti all'estremo, sembra a noi che lo andare o lo stare sia lasciato nello arbitrio nostro; e l'apparenza della volontaria elezione rinfranca l'anima al trapasso: tempo è di andarcene; abbastanza vidi, onde io senza amarezza lasci la vita; più tardi potrei maledirla; partiamo adesso, che io mi separo da lei come da un amico che non amo più, ma che non odio ancora.»
[10] Ut sentiat se mori. — C. TACIT., _Hist._
Ella moriva con l'anima trafitta dalla spada del dolore, contemplando più e più sempre montarle dintorno il diluvio della viltà universale. Certo non si può mettere in dubbio; se la Patria avesse posseduto parecchi uomini pari a questa una donna, o non sarebbe serva, o qualche scheggia appena troverebbero adesso di lei dopo molto cercare sotto un mucchio di cenere.
Immensa, oscena, senza fine turpe viltà, che affoga il vulgo patrizio nel paese a cui basta la fronte per iattarsi l'Atene d'Italia. Qual gente in questa o in altra terra può mettersi in paragone di lui? Io non ce ne vedo alcuna, a meno che non fossero i Lazzeroni di Napoli; e non in tutto, conciossiachè i Lazzeroni non sieno vili, e lo hanno fatto vedere.
Nel vergare le ultime linee di questo scritto, ecco mi accorgo avermi fatto scannello di un volume delle Vite di Plutarco: però recatomelo in mano, e fissamente consideratolo, dal profondo del cuore dico, come se mi fosse dato di favellare al simulacro comparsomi davanti di questo uomo dabbene: «Oh! quanto, bennato spirito, avesti a patire amarezza, e sopportare fastidio dettando queste carte! però che gli uomini di cui riportavi le inclite geste oggimai fatti erano polvere, nè la Patria inferma e vecchia dava speranza alcuna di partorirne altrettali; ora è questo, in fede di Dio, il tristo mestiere, raccogliere le foglie secche dell'albero morto per iscaldarcene anco un tratto le mani intirizzite e morire. Infelice diletto davvero lanciare nello speco dei tempi un grido, il quale tornerà strepitoso, e non pertanto infecondo, a piombarti su l'anima! Ormai deserta la libertà latina, tu avevi visto ad Augusto succedere Tiberio, e, precipitando, la romana gente sopportare Caio Nerone, e perfino Vitellio; e la tua fronte serena si era declinata verso terra, pure pensando che Tito Quinto Flaminio consolo, e Nerone imperatore due volte aveano affrancata dal servaggio la Grecia, e fatta libera mai. Dopo la ingiuria di essere ridotti in servitù nessuna maggiore ignominia può toccare ai popoli oltre quella di essere restituiti in libertà dalla mano dei tiranni. Libertà mendace, e della libertà vera sorella bastarda, non ignota agli antichi, e da loro meritamente avuta in dispregio. Così vero, che quando allo schiavo erano sciolte le catene da mano nemica, non diventava già libero, bensì liberto; mentre all'opposto ingenuo ridiveniva veracemente colui, il quale con le proprie mani le rompeva. Perchè scrivesti? Temistocle, dopo le giornate di Maratona, Salamina, e Platea, a colui che gli si profferiva insegnargli un metodo di ritenere a memoria le cose, ebbe a dire: — Deh! perchè non m'istruisci nell'arte di obliarle? — Con quanta maggiore ragione non dovevi, o Plutarco, giovarti della esperienza del figliuolo di Nicocle?»
Pronunziate le quali parole, mi parve che i fogli del libro, strepitando, mi fremessero fra le dita, e poi mandassero fuori una voce corrucciata, che diceva così: «E tu perchè favelli? Tu che trascini la vita traverso i tempi fra i pessimi i peggiori? E tali non già perchè le terre italiche vanno tutte piene di tiranni; o perchè le angoscia il servaggio più duro, dopo le prime benedizioni della libertà. Tempi acerbi non tanto per la guerra combattuta con fortuna infelice, non per il sangue sparso invano, non per lo oltraggio e gli assassinamenti stranieri; non pei gemiti che prorompono dai pozzi dove le vittime accatastate dalla tirannide pregustano l'inferno; non per la gente ausonia sparsa sulla faccia della terra come le ceneri della prima eruzione del Vesuvio; cose tutte veramente dolorosissime, e piene di molta pietà; ma ahi! troppo più a cagione degli ignavi, e dei codardi, i quali alla paura diedero faccia di prudenza, cauti celebrarono i consigli avari od inetti, o invidiosi; arguti trovatori dei ripostissimi sofismi della viltà: senza ire per la tirannide; conciliatori insensati degli agnelli e dei lupi; consiglieri di tranquillo vivere tra ugnolo e ugnolo del rapace uccello. Gli sdegni magnanimi loro, le facili ire, i securi latrati, le calunnie, gli anatemi che in frotta loro sospinge alla bocca la sterile e prosuntuosa parlantina contro chi morde il freno, e grida, che ha da tacere di Patria e di Libertà chiunque non si sente capace da mettere in isbaraglio la vita per quelle. —
«Ecco, per questi vigliacchi, la ragione del futuro è manomessa; a causa delle parole ignave, il tesoro della vendetta disperso, le anime, invilite co' precetti e con gli esempii; dallo sbadiglio in fuori altra potenza non lasciano: poichè la Libertà diventò popolesca, la Tirannide ridivenne gusto patrizio. Libertà vollero, ma non cercarono, finchè suonava per loro partecipazione del comando; e servi, si offrono tuttavia al mercato per dominare. Il Popolo stesso giace sbigottito, imperciocchè tema di essersi ingannato, e d'ingannarsi, nè alcuna stella in cui possa fidare scintilla per lui: egli va tentone, si perita far male restando, peggio andando, e poi dove? e come? Dopo che tutti lo blandirono, gli dissero fratello, chiesero il suo sangue, ed egli lo mescè attorno generoso come vino alle mense ospitali, tutti lo rinnegarono più tardi, e sputandogli in viso, lo chiamarono _raca_: però egli si avvolge torvo nelle sue sventure, nei suoi sepolcri si strugge, e non fa motto: non piange ma tace, guarda sospettoso e non dà retta a persona.
«Dunque a che le memorie? Qual pro rammentare la virtù dei morti se non se ne giovano i vivi? Se nè anche ci attendono.... anzi, se la pigliano a tedio? Carità e pudore persuadono lasciarne in pace le ceneri.»
Ma il savio di Cheronea la pensò altramente: Egli, meditando, toglievasi al senso dei mali circostanti, e l'anima sollevava alla contemplazione del bello morale: seduto sopra le tombe dei suoi eroi, sorrideva alla immagine della vita futura dove lo spirito combattuto avrebbe quietato nella grande anima di Dio, di cui particole furono Aristide, Fabio, Temistocle, Marcello, Scipione, Milziade, e gli altri che
«. . . . . . . . non saranno senza fama Se l'universo pria non si dissolve.»
E che dunque premevagli se a nessuno giovava il suo dire? Che cosa, che veruno lo ascoltasse, od anco ascoltandolo lo deridesse? Narrasi da Valerio Massimo che Antegenida musicante allevò con infinito amore nell'arte di suonare i flauti certo giovanetto, confidando ritrarne non mediocre onoranza; vedendo poi il giorno che lo espose sul teatro, come gli Ateniesi, ormai guasti dalle lascivie dei modi lidii, lo dispettassero, lo tolse per mano e, senza ira, senza cipiglio, anzi dolcemente gli disse: «fa core e suona per le Muse e per me.»
Ma no: piccolo conforto è cotesto, ed io lo rifiuto: palpita eterna la speranza nel cuore, e moriranno insieme, o piuttosto la speranza chiuderà gli avelli, ma non iscenderà co' morti là dentro: ella aperse gli occhi alla prima alba, ella deve chiudergli all'ultimo tramonto; seduta su la lapide delle generazioni che passano, rinnoverà la sua prece, finchè Dio non la esaudisca.
Che se taluno osserverà, nè pietoso nè savio essere stato il consiglio mescere tanto odio nel discorso funerale di mitissima donna, io gli rispondo a viso aperto: pietoso e savio, la mia religione m'insegna acuire, sopra le tombe, sopra gli altari, su i fonti battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine affrancare la Patria dallo aborrito straniero. Catone il Censore costumava, sia che il soggetto lo richiedesse o no, conchiudere ogni sua orazione col motto: _vuolsi sovvertire Cartagine_: sicchè poco prima che spirasse, la sua anima esultò delle puniche fiamme; così gl'Italiani a posta loro finiscano prece, lettera, orazione, predica, confessione, insomma tutto, con le parole: _fuori stranieri_; e gli stranieri sotto lo indomabile odio andranno dispersi. Allora poi favelleremo di amore.
DELLO SCRITTORE ITALIANO
Avendo meco stesso considerato questa materia dello italiano scrittore con quella gravità che il mio intelletto mi consentiva, tale e tanta ella venne ad allargarmisi per mano, ch'io la conobbi argomento di nobilissimo volume. Di vero nessuno speri vedere il tempo della messe, se quello della seminatura non preceda; ora, in questo verno apparente del mondo, spetta allo scrittore ammannire la lieta stagione; imperciocchè a cui bene intende nel gennaio sta la ragione del luglio. Volendo pertanto fare cosa profittevole, non era dato conseguire lo scopo mettendo fuori lo scritto a brani, e ad intervalli di tempo non brevi; chè il nesso dei raziocinii si smarriva, e forte correva pericolo di comparire avventata, e peggio una proposizione disgiunta dalle sue premesse, la quale, unita a quelle, i lettori avrebbero accolta come naturale; forse anco necessaria. Cessiamo per queste cause la pubblicazione della opera in frammenti, e ci riserbiamo a farla tutta di un tratto, parendo a noi, che i tempi desiderino di questa maniera libri. Gli anni crescono, la libertà diventa adulta, e gli uomini dei liberi istituti stannosi sempre al _pappo_ e ai _dindi_: perchè poi altri giudichi se come sembra a noi il libro meriti uscire alla luce, porremo in termini stringatissimi gli argomenti, che abbiamo preso a discorrere.
Come, ed a che fine le scienze fisiche si abbiano a studiare; quali vantaggi ne attenda la Patria: sapere in parte è ritrovare, ma oggimai non possiamo più perdere, nè rinnovamento di barbarie vuolsi temere.
La economia politica, ora fa pochi anni negletta, oggi massimo assunto di scienza: il fine della vita umana è la ricerca del meglio: non si può contrastare, che i garbugli piacciano ai malestanti, donde deriva nei prudenti la necessità di torne via le cause. Lo scopo delle rivoluzioni comparisce ordinariamente moltiplice, ma in fondo ci si agita sempre l'interesse; massime ai giorni nostri: si dimostra la materia. La Francia nel sovvertimento degli ordini politici nel 1848, ebbe in mira mutare gli economici; riuscita a male la prova, oggi s'industria, dacchè forza non valse, venirne a capo con la pazienza. Il debito pubblico fa l'ufficio di vincolo estremo, che tiene uniti gli Stati decrepiti, essendo ogni altro legame caduto in pezzi. Della indifferenza dei popoli agl'istituti liberali qualora gli sperimentino inetti a fruttare copia maggiore di beni. Incapacità su tale proposito degli uomini di Stato, e non italiani soltanto. Dimostrazione del come il dispotismo non possa partorire altro che danni.
Paure di governi artatamente esagerate: nel moto consiste la vita; ogni secolo si trova sospinto da speciale corrente, cui contrastare è temerario e vano, provvedere che proceda ordinata, prudente ed utile: secolo oggi va composto di 10 anni.
Le scienze economiche tollerano meno delle altre i parabolani, e sono quelle dove ne occorrono più. Le teorie come e quanto ingannino: errori intorno al debito pubblico: errori su la libertà del commercio.
Sventura massima della facilità di sbagliare non solo nella economia politica, bensì in tutte le scienze le quali si versano sul reggimento degli Stati, donde avviene che le riforme non giovino, anzi nuocano. Si discorrono alcuni errori circa alla libertà della educazione, e circa la libertà della stampa; ancora degli errori su l'autorità dittatoria, e su la magistratura immutabile. Come siensi provati i giudici la più parte avversi ai liberi istituti, e perchè. Digressione intorno alla qualità delle leggi, alla condizione dei tempi, ed all'ufficio in che abbiamo veduto spesso adoperata la legge. Errore rispetto al modo di esercitare il suffragio universale, ed errore anco più grave, intorno alla efficacia e potenza di quello.
In che cosa consista la pratica dei negozii, e quale possa meritamente appellarsi uomo pratico.
Scopi delle scienze economiche rispetto al governo dei popoli sono questi: giungere in virtù di legge a far sì, che i pesi nei bacini della bilancia pareggino, o di troppo non differiscano, o con perpetua altalena si alternino; poichè la somma dei beni a tutti non basta, voglionci istituti, che da un lato promuovano la parsimonia, dall'altro agevolino l'acquisto. Lusso, flagello economico e morale dei popoli: i buoni costumi rimediano meglio alla ulcera del lusso; le buone leggi rimediano meglio alla difficoltà di acquistare. Esempii di leggi a questo fine adattate, e di altre no.
Esame del sistema delle tasse quanto alla indole loro, al modo di repartirle, e al modo di esigerle: importanza del modo di repartirle: danni derivati dal modo di esigerle, praticato fin qui. Quanto ardua la distribuzione della imposta; se giovasse aumentare la prediale; le gravezze spartite in ragione geometrica, odiose, e causa di subuglio. Balzello improvviso sopra il lusso pericolosissimo a motivo delle industrie urbane cresciute a dismisura in danno delle agricole. Guai nati da siffatto squilibrio; necessità e difficoltà di rimediarci.
Se possa farsi a meno di classi privilegiate negli Stati, e quali queste classi sieno. — Innanzi tratto ragionasi delle cause di alienazione dei cittadini dai carichi pubblici, e perchè la famiglia sia divenuta ostile alla comunanza. Propongonsi i rimedi, e si discorrono i benefizii così morali come economici che ne hanno ad uscire. Di qual maniera la operosità generi la operosità, e della vita pubblica e privata degli antichi.
Sacerdozio presso gli antichi che fosse, e se potesse rinnovarsi fra i moderni. — Se i cittadini possano e devono decidere i piati civili: assurdo del reputarli capaci a giudicare i commerciali, e i civili no: assurdo peggiore del proporli a giudicare della vita, e ributtarli dal decidere degli averi degli uomini. Delle leggi, e quali il mondo le aspetta.
Si cerca se possano risparmiarsi gli eserciti stanziali, e, potendo, se di qualunque maniera armi: posto che di tutte non si possa, con quali modi si abbiano a comporre gli eserciti. Considerasi la soppressione degli eserciti stanziali rispetto alle economie, alla morale, alla salute del corpo.
Come sia in parte vero, ed in parte no, che i moderni trovati della scienza nuocano, o almanco nulla giovino alle classi bisognose. Degl'istituti di credito; e scopo vizioso ed utile di questi; però siffatta spuma di denaro sbattuto al povero non giova o poco, e di rimbalzo. Che cerchino i prestatori; e si dimostra essere quello che esclude per necessità la chiesta del prestito. Il capitale va in traccia del capitale vero o presunto, la probità non cura, o poco; e sola ordinariamente non basta. Si chiarisce come con piccolo soccorso le popolesche industrie si alimentino. Si propone base più razionale per le banche di credito: disegno di una banca ordinata per provvedere ai bisogni del popolo, come abbia ad amministrarsi, e su che fondarsi; quali benefizii se ne possano sperare.
Educazione considerata rispetto alla economia: educazione universale efficace; la parziale nociva; deve imporsi però che la vaccinazione della ignoranza prema per lo meno quanto quella del vaiolo. Errore della educazione gratuita; vuolsi pagare e da cui. Come hassi a compartire ai figliuoli del popolo perchè approdi. La libertà dello insegnamento giova nei governi novelli costituiti con forme opposte al governo vecchio? La uniformità della educazione nuoce al fine ch'ella deve proporsi? Ragioni per le quali si chiarisce come, almeno nei primordii, ella ha da ritenere del monastico e del soldatesco. La educazione primaria come sia spada a due tagli; necessità che la educazione sia congegnata in guisa che le parti stieno bene insieme e disgiunte, così che ognuna sia in sè completa, e non dimanco porga l'addentellato alle altre. Chi più sa, più può; per questo la educazione da un lato cresce il capitale, dall'altro ne impedisce lo sperpero; si dimostra la verità della regola per via di esempii ricavati dallo esercizio di arti e mestieri.
Della guerra, e perchè, dopo avere figurato fra le scienze fisiche, ripongasi fra le morali. Se ambiziosa pretensione sia la _filosofia_ della guerra, ed in che consista quanto alla indole della impresa che combatti, alla qualità delle genti che capitani, e delle altre contro cui ti muovi, ai popoli amici o avversi in mezzo ai quali ti avvolgi, alla disciplina, al modo di campeggiare, all'annona, alla notizia dello ingegno del capitano avversario. Della pace universale; e si dimostra possibile con ragioni ed esempii. Se ad uomini che non fanno professione di soldato si addica trattare di cose militari. Del Macchiavello e del Clerk d'Eldin. Dignità del soldato e sue lodi: temerarie parole del gesuita Curci contro la virtù militare.
Scuole di politica quante. Dei metafisici, degli eclettici e degli empirici. Se i partiti buoni emendino il cattivo indirizzo, o se il buono indirizzo giustifichi i partiti rei, e fatti storici esaminati. Difficoltà della politica; quali e quanti gli scopi di lei. Si discute sotto parecchi aspetti la quistione della unità: considerazioni intorno alla forma tellurica della Italia, alle origini dei popoli che l'abitano, ai reggimenti diversi; anco il dispotismo, non essendo raccolto in una mano sola, ebbe andatura ed effetti varii. Dei municipii, e beni e mali di questi. Repugnanze dei popoli a mescolarsi. Partiti per la unità d'Italia. Se possa attuarsi il suffragio universale, e, potendosi, se tornerebbe favorevole alla unità. La forza interna spegne la libertà, se esterna la indipendenza, durando poco, se molto anco la naturalità. Fatti storici esaminati. Del concetto di Dante Alighieri su la unità d'Italia. Ostacoli per unire in fascio i popoli membri della stessa famiglia. Indagini intorno alla unità della Francia. Se possa accettarsi lo Stato federativo come forma transitoria, e se pregiudichi irreparabilmente le ragioni dell'avvenire: ostacoli incontrati per lo addietro da questo partito, e se sarebbero da temersi adesso sì dentro che fuori. Principi quanto sieno più previdenti dei popoli. Qual corra obbligo alla Francia di riparare ai danni recati alla Italia. Francia ed Inghilterra poco amiche fin qui alla unità d'Italia, e perchè; a partirla in tre Stati le proveremmo forse benevole. Condizioni della politica italiana. Quanto sia magnifico scopo la unità, e nondimanco il maggiore impedimento verrebbe dagl'Italiani, eziandio a partirla in tre Stati. Digressione su la Sicilia ed i Siciliani. Teoria del Gioberti, che la nazionalità non patisce discussione; s'illustra questa dottrina, e si chiarisce come la si abbia ad intendere. Ragionamento intorno ai gravami messi in campo dai Siciliani in odio dell'amministrazione di terraferma.