Amelia Calani ed altri scritti

Part 4

Chapter 43,751 wordsPublic domain

La gente di contado, da gran tempo, ha preso a fluire verso le città, condotta o da impazienza delle fatiche rusticane, o da agonia dei súbiti guadagni: s'ella considerasse bene, conoscerebbe come per uno che si arrampica, mila stramazzano: diventa, per la più parte di questi nuovi arrivati, la città, un palio, che oggi chiamano _a campanile_, verso il camposanto, dove arrivano per la trafila del bordello, dell'ospedale, e del bagno; tuttavolta prima che la morte pensi a saldarne il conto nelle città ristagnano, e mandano malaria: molto più, che tu in coscienza li puoi reputare come altrettanti apostoli Bartolomei in mano al _capitale_. Ora questi santi Bartolomei del _capitale_ starieno anche peggio (conciossiachè all'uomo accada di potersi trovare peggio che scorticato, ed io lo so, che lo provai); laddove il lusso non si prendesse il carico di logorare tutto quanto i poveri scorticati quotidianamente producono. Parrebbe che i governi ci avessero a provvedere ordinando emissarii capaci a farli scolare o con le marine, o con le colonie, o rivomitandoli nelle campagne; dacchè la terra sia proprio la porta del Vangelo dove basta che tu picchi forte perchè ti venga aperto: adesso, qualunque sia la causa, che qui non fa caso ricercare, le campagne in parte appaiono deserte, mentre in altra parte hanno ingombro di soverchio; là i frutti non nascono, qui gli rubano. Corre il costume, che il capoccia, Romolo della famiglia dei contadini, ne sbandisca dal seno quei membri, i quali, lui invano opponente, menano moglie: ora questi banditi privi di podere moltiplicansi, lebbra delle campagne: se trovano, vanno ad opera, donde ricavano un salario, il quale in coscienza non si può dire che basti loro per vivere; piuttosto sarà vero affermare, per morire mezzo; se non trovano, diventano prima per necessità scarpatori, poi per usanza continuano, chè il mestiero del ladro, finchè glielo lasciano fare, loro par pasqua. Arte buona di Stato dovrebbe però giudicarsi quella, che attendesse a spartire meglio i villani per le campagne, allettandoli altrove con più maniere di eccitamenti onesti e di sussidii: forse anco la mezzaria incomincia a farsi vieta, e il podere che una sola e scarsa famiglia lavora basterebbe a nudrire più gente assai, se ci fossero condotte sopra migliorie con più sapienti pratiche, e spese maggiori: per modo, che se il podere non frutta quanto e' potrebbe, ciò deriva dalla repugnanza, se non si ha a dire aborrimento addirittura, del colono per le novità; al quale guaio aggiungi questo altro, che il contadino anche dopo avere spartito col padrone _metà della metà_ del raccolto trova sempre il verso d'incastrarci il debito, ed ogni anno aumentarlo, sia arte, o necessità; sicchè di farlo contribuire alla spesa non ci si raccapezza il bandolo. Quindi non mi arriverebbe inopinato se il Capitale _Briareo_ si pigliasse in mano le industrie agricole come ha fatto le manifatturiere, e adoperando nuovi modi di coltura, trovando partiti da cavarci migliore costrutto, sciogliesse il groppo o col produrre alimenti in copia maggiore e a prezzi più comportabili, e col ricondurci parte dei forviati nelle industrie urbane, o col nudrire sul medesimo spazio di terra più numero di contadini. Il tempo mena seco mutazioni mirabili, a cui la gente trascurata non bada: ma chi ci attende lo vede come dipinto davanti agli occhi. Così distratto dal fracasso delle opere diurne degli uomini tu nulla senti; nella notte poi quando il silenzio impera, ti molesta aspro gli orecchi l'indefesso rodere del tarlo, il quale ti fa manifesto come nel medesimo letto su cui giaci si consuma un lavoro di distruzione inevitabile.

Le querimonie che mandano i popoli intorno alle maledizioni della tirannide ormai hanno ristucco Dio e il Diavolo, per la quale cosa bisogna non ristarci un momento da ricantare loro le dieci volte, e le mille finchè non l'abbiano intesa, la tirannide insomma niente altro essere tranne una fungosità nata dal fracidume del servaggio. Il servaggio che ricava il quotidiano sostentamento dai vizii codardi, o ladri, dalle abiezioni tutte e in ispecial modo dal lusso:

«_Questo_ è la fiera con la coda aguzza Che passa i monti, e rompe mura ed armi; Ecco colui, che tutto il mondo appuzza»[7].

[7] Dante, — _Inferno_, C. XVII.

Nonchè possa sperarsi di vedere allignare repubbliche là dove questa mala pianta aduggia, nè manco si ha da credere che si possa reggere alcuno di codesti istituti nei quali s'immette dose più o meno larga di Libertà. Che Dio ci aiuti, o che vuoi tu stillare con un popolo presso il quale la povertà onorata reca vergogna troppo più del delitto? Fra noi come sei ricco non curano sapere, solo se sei, e di quanto, la rettitudine hanno in pregio di manto coi lustrini, buono a vestirsi dai regii ciurmatori quando saliscono le scene per recitarvi la parte di Agamennone. Qui il ladro, cui Fortuna sbagliando invece di agguantare pel collo acciuffò pei capelli, passa, e con le ruote della sua carrozza imbratta di fango il magistrato, il filosofo, e il poeta; più oltre un mercante scemo della forza di cinquanta cavalli, a cui cascò addosso l'opulenza come l'embrice sul capo di Pirro, passa, ed insulta col lusso di servi e di corsieri il soldato, che zoppo, per aver perduto una gamba combattendo per la Patria, pure va pedestre: breve; che montano esempi? La storia da tutte le sue pagine grida essere i popoli cresciuti in gloria e conservati liberi finchè le perverse arti del lusso ignorarono; all'opposto perduta l'antica parsimonia fatti prima mancipio della tirannide domestica, poco dopo della straniera; entrambe dolenti, e vergognose invero, ma la seconda fuori di misura dolentissima, e vergognosissima.

Le conquiste asiatiche, e il testamento di Attalo ferirono a morte la virtù romana, e parve provvidenza, che le spoglie di Re facessero alla Repubblica oppressora l'ufficio della camicia di Nesso. Valerio Massimo consentendo la ruina di Roma essere stato il lusso, discorda sul tempo, e in quanto a sè opina, che i costumi principiassero a contaminarsi dopo la disfatta di Filippo re di Macedonia: di vero allora furono viste le femmine romane spasimare a mettere in pezzi la legge Oppia, la quale vietava loro vesti polimite, e gli ornamenti che superassero la mezza oncia di oro: e dacchè come nei moderni ai tempi antichi accadeva, che quel che femmina vuole, Dio vuole, così riuscirono a sovvertire l'odiata legge; onde (mirabile a dirsi!) per modo irruppe disonesto il lusso, che trascorso breve spazio di tempo Lollia Paolina potè comparire a certa veglia domestica carica di perle e di smeraldi pel valore di settanta milioni di lire fiorentine, tenuto a calcolo il ragguaglio della moneta.

Ora immaginate un po' voi se dopo questi esempii, e dopo che le donne non più contente del mondo muliebre, quantunque sfoggiato, pretendono nientemeno che sedere presidi nei Parlamenti, e capitanare eserciti, ci sia verso di ricondurre i giorni nei quali un Egnazio Mecenio potè finire a legnate sul capo la moglie che bebbe vino alla botte, e averne non mica castigo, bensì loda, e stragrande, comecchè il fatto anche agli amici della virtù latina paresse un tantinello abbrivato: in quanto a me credo, che si debba appiccare all'arpione la voglia di rivedere le cugine dei re a veglia con le fantesche filare la lana come Lucrezia, e le gentildonne di casa Nerli e del Vecchio _starsi contente al fuso, ed al pennecchio_. Non è più tempo che Berta filava.

Narrasi di certa isola dove i malfattori per estremo supplizio dannavansi alla pena di portare campanelle di oro alle orecchie, e al naso... ahimè! cotesta isola si chiamava _Utopia_, e la immaginò la bell'anima di Tomaso Moro gran cancelliere d'Inghilterra, il quale per mantenersi giusto perse la testa.

Pericoli in mare, pericoli in terra, esclamava l'apostolo San Paolo, e noi con lui; male se stiamo fermi, peggio se camminiamo; e non pertanto molto può farsi di bene, o almeno sperarsi, parte mutando e parte vietando. Così, a modo di esempio, le donne romane non potevano entrare in Roma sedute su carra: questo concedevasi agli uomini di alto affare, vecchi, ed infermi, nella medesima guisa noi, non dico che dovremmo vietare le carrozze, bensì gravarle con isconci balzelli, gratuitamente concederle ai meritevoli soltanto; il lusso nei cavalli non pure permesso, ma promosso, e nelle armi, dacchè la gioventù senza distinzione avrebbe ad esercitare la milizia; e in pari guisa costumavano i Galli, e se ne trovavano bene, quantunque barbari, avendo sperimentato come il timore di perdere l'armatura di molto valsente rendesse i guerrieri più pertinaci a difenderla, epperò a sostenere la puntaglia. Nè io credo si farebbe manco guadagno se potessersi persuadere le donne ad usare vesti sontuose sì, ma ferme in una foggia, e di stoffe nostrali, imperciocchè quella gara, che vediamo conquidere le donne tra classe e classe, verrebbe per necessità a cascare: niente servendo meglio a mantenere viva questa agonia del comparire quanto la facilità di appagarla con la ostentazione di robe, che di per sè non sono di gravissimo pregio, ma che, rinnovate le ventine di volte in capo all'anno, spiantano. Avrebbe un bell'arrotarvisi sopra la bottegaia, tanto non le verrebbe fatto di procacciarsi una vesta di broccatello di oro, con rabeschi ricamati di perle e di gemme, come anticamente le gentildonne nostre adoperavano pei dì delle feste; e caso mai le avessero avute avrebbero loro pianto addosso: quelle vesti poi così doviziose passavan di madre in figliuole, e quando dopo parecchie generazioni si disfacevano, se ne ricattava oltre alla metà del valsente. Ma per avventura questo non saría buon consiglio; gioverebbe piuttosto mutare scopo al lusso, e screditato lo esterno su la persona, e i ninnoli in casa, mercè i quali i Francesi, che ce gli mandano, hanno l'aria di trattarci da bamboli eterni, rimettere in fiore, se ci fosse, un altro Luca Giordano che venisse a dipingere le volte delle nostre case, un Cellino a cisellarci i vasellami di argento, un Caparra a batterci i ferramenti, un Cervelliera a intarsiarci gli stipi, un Palladio ad architettarci i palazzi, un Buontalenti a disegnarci i giardini: meglio ancora suscitare il fasto, che per questa guisa s'imparenterebbe con la virtù di decorare la città con ginnasii, musei, basiliche, istituti benefici per educare la gioventù, ed ospitare la infermità, la sventura, e la vecchiezza: ma qui fo punto, imperciocchè io dubiti, che i partiti, i quali ho messo davanti, con altri più assai dei quali mi passo, non abbiano a parere pannicelli caldi, chè troppo più fuoco brucia nell'orcio: arrogi a questo, che essendomi riuscite così male le parti di consigliere, sarà prudente renunziarci per sempre. Conchiudendo dico, e questo abbiatevi per sicuro, che lusso e Libertà non possono accordare insieme: scempiezza contendere intorno alle forme del governo, chè Agide e Cleomene principi erano, e pure adoperandosi a spartire con tutti i cittadini le terre laconie soggiacquero all'avara crudeltà dei patrizii: parchi siate, temperati e modesti; non amate più la vita infame, che la morte con onore; bandite il sagrifizio, e fatelo; persuadete a benvolere, e adoperate benevolenza voi stessi, ed allora, così disposto il campo, voi vi potrete spargere la sementa che meglio vi garbi, e voi le vedrete venire su tutte a bene.

Côlta da infermità la contessa Amelia, non potè, come pure avrebbe voluto, dare forma a quanto aveva raccolto intorno alla educazione, e fu danno: nondimeno quanto ci avanza dei suoi Saggi, e delle sue lettere, basta ad avviare la mente degli speculatori verso lo svolgimento dei problemi, che importano la suprema materia della educazione.

Ci avanza adesso a discorrere degli altri scritti dalla donna egregia dettati, i quali comecchè di mole più lieve non appariranno di minore importanza come quelli che intesero sempre lodevolmente a promuovere qualche virtù, o a sopprimere qualche vizio. Primi tra gli altri vengono _i racconti del Parroco di campagna_, i quali si proponevano purgare le menti villerecce di molti errori di cui camminano ingombre: e più che altri per avventura non crede, ce n'è di bisogno, imperciocchè se non possono accagionarsi i Governi di fomentarli, nè anche si sbracciano a svellerli: inoltre, se in una parte diminuirono, in quell'altra crebbero, laonde nel sottosopra non possiamo rallegrarci di troppi avanzi: più presto si nota, che se illanguidirono quelli che si versano sopra credenze religiose pervertite, gli altri che si fondano sopra passioni cupide e avare rinverzicarono. Così quando il cappellano, o curato che sia, di Trequanda, per rincappellare su la Madonna di Arimino, che piangeva soltanto, si avvisò dare ad intendere, che quella della parrocchia sua ghignava, e piangeva, i villani a venti miglia dintorno dissero, che la cosa non poteva stare, perchè su questa terra donna che pianga e rida è giudicata matta; figuriamo in paradiso! laonde il gingillo, trovato appena, cagliò: per lo contrario il collegio onorevole dei vetturini empolesi per aizzare subbuglio in danno delle ferrovie saltano su a sobillare la gente, che il vapore gli è proprio quello che fa nascere la crittogama su l'uva, e i beoni sel credono, ma questi non bastano; allora i vetturini immaginano la Madonna volare di pruno in pruno per le siepi, a quella guisa che i beccafichi costumano, predicando la portentosa scoperta; e se non l'universale dei coloni, molti almeno ci credono: ancora, per ottenere numeri buoni al giuoco del lotto i contadini violeranno i sepolcri, complice un prete, e spiccato il capo ad un morto lo metteranno nel paiolo a farlo bollire recitando non so quali incantesimi. Che più? Oggi ventisette agosto 1856 interrompendo lo scrivere per leggere i diarii trovo nella Gazzetta di Ginevra riferito come un villano savoiardo travagliato da dolori reumatici, fatto sicuro che l'unzione di grasso umano gli avrebbe reso la salute, poichè gli venne manco la facoltà di procacciarselo altrove, presa una sua figliuolina la mise in tocchi dentro una pentola al fuoco, per cavarne il grasso desiderato[8]. Però gli uomini esperti di queste nostre miserie non poseranno un momento di guerreggiare lo errore quantunque faccia il morto: in vero guardate mo' le volpi, e guardate i gesuiti; all'occasione sdraiansi in terra a pancia all'aria, incrociano le zampe, e con un filo di voce chiedono l'olio santo: ma che è, che non è, in meno che si dice un _Amen_, eccoli su vispi, vivi, e più gagliardi che mai canzonare i filosofi e i cani. Questo, come savia, molto bene sapeva la Signora Contessa; quindi non dava tregua allo errore giammai, porgendo documento efficacissimo a coloro che vorranno approfittarne.

[8] La Gazzetta di Savoia smentisce quella di Ginevra, e nega il fatto; però _uno avulso non deficit alter_. La Gazzetta di Fionia racconta nel 26 agosto 1856 essersi giustiziato ad Asten un Olsen masnadiero famoso: sgorgando il sangue del capo reciso, due giovanette di 15 e 17 anni averne raccolto il caldo sangue in bicchieri, e bevuto. Condotte dal Magistrato, e da questo riprese rispondono: non meritare rimbrotto, perchè circa a prendere il sangue ne avevano la licenza (e qui buttano su la tavola un foglio firmato dall'Olsen, che regalava loro tutto il suo sangue, scapezzato che fosse); e intorno al berlo, egli Giudice, doveva sapere, che preserva dalla epilessia, dalla apoplessia, e da molti altri mali.

La _Palmira_ gli è racconto, che levò parecchi letterati a criticarlo con molta acerbezza; in quanto a me, duolmi dirlo, condannando i modi inurbani, non parmi dovere dissentire dalle critiche. Eccone il sunto: un barone Nericci va in cerca di un sacco di quattrini con una sposa, e li trova: poi vago di attendere ai giuochi, e ad altri consueti suoi passatempi, pianta in villa la moglie in compagnia di certo suo pupillo, giovane, lezioso, e vaporoso marchese: alla Palmira, negletta dal marito barone, vezzeggiata dal pupillo marchese, accadde quello, che in pari casi è solito accadere e che non importa raccontare. Il marito torna, e accortosi della ragia (anche la suocera contribuisce ad aprirgli gli occhi, ma non ce n'era bisogno) delibera vendicarsi, e in questa guisa vi si apparecchia: avvisato come certa contadina lì presso si travagliasse _in extremis_ per malignità di vaiolo, recasi a levarle la camicia ingrommata di putridume, e portatasela a casa costringe con minaccie e sacramenti la moglie febbricitante a vestirla: non istà guari, che il morbo anche nella povera donna imperversa di natura così trista e ria, che a grande stento ne scampa la vita, rimanendone però nel volto sconciamente deturpata. Il marito dopo la bestiale vendetta ridotto al verde dai disordini, e un tantino anco dal rimorso, muore, mentre la Palmira aveva già cercato ricovero (anche qui secondo il consueto) in Monastero. Intanto il pupillo marchese, che (adesso spupillato) aspettando meglio viaggiava, udita appena la morte del barone, gira di bordo e torna a tiro di ale a casa; poi, senza nè anche mutarsi la camicia, corre al convento, picchia, gli è aperto, va difilato al parlatorio, chiama l'amante sua, che anch'essa arriva di là dalla graticola, e per di più velata. Oh Dio! che novità è mai questa? L'amante non potendo ingolare quel boccone amaro _in primis_, come vuole ragione, muove urgentissima istanza affinchè per via di provvedimento i maluriosi veli alzinsi, od abbassinsi, talchè l'effetto sia il volto abbia a rimanerne scoperto: ricusa risoluta la donna, conquide smanioso l'amante, donde un flagello di pianti, rammarichii, singulti, ed ultimamente rimbrotti. — Ah! ora sì che comprendo il mistero, esclama all'improvviso l'innamorato marchese, tu vuoi serbarti ad un rivale! — La Palmira allora, chiusa fra l'uscio e il muro, _multis cum lacrymis_[9] si leva il velo... Urlo e svenimento del marchese, il quale a suo tempo tornato in sè, o piuttosto uscitone affatto, scrive alla donna: non fargli caso s'ella sia rimasta con un occhio solo, e con mezza guancia di meno; avere egli trovato rimedio a tutto; abbacinerebbesi, e poi così cieco avrebbesela presa per moglie, godendo nella immaginativa le note bellezze. La donna non gli dà retta, e fa almeno questa cosa di bene: arrogi qualche erbuccia di episodio, e termina il dramma. Povero dramma come vedi, senonchè il racconto serve, si direbbe, di trama per ricamarci sopra una sequenza di considerazioni circa lo stato delle donne sotto il giogo del matrimonio. Se le mogli con le ruinose grullaggini loro mandano a gambe levate la casa, se la empiono di vergogna e di scandolo, se la fede coniugale contaminano, di cui immaginereste voi che fosse la colpa? Ve la do a indovinare su cento. La colpa è tutta dei mariti, di questi tristacci, che calunniando dipinsero la donna che va a marito con la fiaccola nella destra tesa per davanti, e con lo uncino nella manca tesa per di dietro, come per significare che arraffando di casa al padre quanto più può, va a mettere in fiamme quella dello sposo; di loro, che ridotto a digesto il concepito maltalento misero in voga nel mondo i proverbii, che: chi mena una moglie merita una corona di pazienza, e chi ne piglia due guadagnasela di pazzia; di più: due essere lieti i giorni del matrimonio, quello in cui la donna entra in casa, e l'altro quando ne esce morta; con altri più assai, ch'è vergogna udirli, peggio raccoglierli, e poi da chi? Da un poeta, e da un marchese; e per sopra mercato darli al Lemonnier perchè gli stampi.

[9] Divitiacus multis cum lacrymis Caesarem complexus. — _C. J. Caes de Bel. Gal._

La Signora Sand, o come con altro più vero casato la si abbia a chiamare, parmi sicuramente letterata di polso; ma io confesso, che con quel suo difendere che fa a spada tratta la donna riversando tutte le malizie sul capo dell'uomo mi riesce mortalmente sazievole: oltrechè quel suo sempiterno chiacchierare di amore in tutte le chiavi, assai mi arieggia il convito della marchesana di Monferrato, da cima in fondo composto di galline, comecchè in molte svariatissime maniere le avesse accomodate il cuoco sagace. Non basta a questa valorosa donna ripetercelo a lettere da speziali più volte, che mercè gli scritti suoi ci ribadisce pur troppo nel cervello: l'amore, episodio della vita dell'uomo, formare il poema intero in quella della donna; ed io per me direi meglio, la cronaca, chè troppa cosa è il poema.

Ma, o credono queste benedette donne che i costumi in virtù degli scambievoli rimbrotti, si possano emendare? Con questo _dixit latro ad latronem_, la non finirebbe mai. Orsù, poniamo che la colpa abbia a ricadere tutta e sempre su l'uomo, che monta egli questo? Per avventura vorranno le donne desumerne il diritto di vivere disoneste? Da quando in qua il fallo altrui potè allegarsi ad escusazione del proprio? Quando il Corvo disse al Merlo: come sei nero! questi, secondo che affermano coloro i quali lo udirono, rispose: e tu non canzoni! Infatti nero di fumo ambedue. La donna e l'uomo sacramentano al cospetto di Dio portare insieme di amore e di accordo la croce della vita; immaginiamo adesso che l'uomo spergiuro, ritirata la spalla, si rifiuti più oltre al carico; quale delle due donne pensiamo noi che abbia a procacciarsi loda? quella, che scossa la croce a sua posta dalle spalle la lascia cascare nella mota, o piuttosto l'altra, che astenendosi dai rimbecchi se la reca intera addosso, e, senza porre mente se altri falla, intende a non fallire ella pure?

Questo poi io non vorrei che si pigliasse nello aspetto di pretendere condannata ad ogni modo la femmina peccatrice: mai no, ch'io non mi sento così atroce, e so che le passioni quando si avventano come fuoco sopra le anime umane le vincono, e carità ci persuase verso di loro Gesù Cristo dal giorno che disse agl'ipocriti additando la adultera: «chi di voi senza peccato le getti la prima pietra.» Tuttavolta tra scusa e loda corre la differenza grande: anzi, chi vuole correggersi non si deve scusare; lasci questa parte altrui; egli chiamisi in colpa, e pentasi della offesa fatta a Dio, e alla onestà del consorzio umano.

Lo scritto che non possiamo leggere senza sentirci profondamente commossi è l'elogio che la nostra inclita donna dettò per Andrea Cimoli, prode, magnanimo, e non pertanto oscuro soldato della civiltà: povero egli nacque ed umile in terra remota, su per erta pendice, senza maestri, senza libri, e senza facoltà di procacciarsene: esempio non infrequente di quanto possa questa nostra indomata italica natura: da sè s'istruì, i libri accattò, ed ape infaticata della scienza il mele raccolto nelle pertinaci vigilie deponeva ogni mattina amorosamente sopra le giovinette labbra: da sè imparava per insegnare altrui: ebbe il sapere pari alla carità, profondissimi entrambi; nè per sentirsi mancare la vita, rimise punto l'ardore che lo moveva a istruirsi e ad istruire, deliberato come era di rimanersi fino all'ultimo nel posto confidatogli dalla Provvidenza: donde accadeva, che con i consiglieri amorevoli suoi, i quali gli venivano persuadendo a posarsi alquanto per ripigliare con maggiore lena la via, quasi si adirava, ed è per questo che lo salutai forte soldato della civiltà.