Amelia Calani ed altri scritti

Part 3

Chapter 33,590 wordsPublic domain

Per ciò che concerne la educazione intellettuale delle donne, se male non mi appongo, dubito che le proposte della filosofia nostra non sieno per apparire di soverchio ambiziose, in ispecie a coloro, che non considerano come fosse suo intento rivendicare per la donna la comunione intera coll'uomo degli obblighi, dei diritti, e degli ufficii: sembrava a lei, che essendo le femmine dotate di organi pari a quelli dell'uomo per sentire e pensare, elleno e potessero e dovessero operare quello che da lui si opera; donde, secondo lei, ne veniva la necessità di uguali condizioni per ambedue i sessi. Antica ubbía femminile è questa, ma forse mai si affacciò tanto pretensionosa come ai tempi che corrono; e tu l'odi pestare i piedi impaziente dinanzi alle porte chiuse, e fremere a pugni stretti facendo le viste di romperle, ed allagare dentro scalando i pergami sacri per bandire la parola di Dio, e le tribune politiche per isbertare le leggi vecchie, e proporne delle nuove, sempre nuove, almanco una volta al mese. Le donne americane, come più avventate, venute di botto a mezza spada deliberarono a questi giorni di presentare alla camera legislativa dell'Ohio certo loro richiamo, che suona per lo appunto così: — Considerando come le donne dell'Ohio, quantunque reputate cittadine dalla costituzione, non godano le franchigie a cagione del sesso, noi domandiamo per l'ultima volta il diritto di votare, il quale diritto comprende in sè tutti gli altri, che senza ingiustizia espressa non ci ponno essere negati. Tutti nascemmo liberi ed uguali, e chi deve essere sottoposto alle leggi ha da prendere parte a formarle: però provvedasi, affinchè i cittadini quanti sono, senza distinzione di uomini e di donne, esercitino i legittimi diritti. — Intanto che aspettavano i diritti, le donne americane presero le vesti dei mariti; nè contente di trionfare nel mondo nuovo, la signora Bloomer varcò l'Oceano missionaria della religione dei calzoni presso le donne del mondo vecchio: non fece buona prova, e il marito per via di correzione a questa, e forse a qualche altra scappata, non infrequente alla vita dei missionarii femmine, sparatale una pistola nel petto, la stese morta. S'intende acqua, ma non tempesta! E nessuno discreto negherà, che per questa volta il soverchio rompesse il coperchio. Se la signora Bloomer aveva commesso nel mondo nuovo, ovvero nel mondo vecchio, alcune di coteste marachelle a cui le donne pretendono avere comune co' mariti il diritto (e non ce lo dovrebbe avere nessuno dei due), il signore Bloomer poteva castigarla con le mortificazioni, e via anche con le mani; alla più trista passi il bastone, ma pistole poi! Basta, a ogni modo la signora Bloomer per adesso è morta; _requiescat in pace_, e ritorniamo alle donne vive, le quali sono più difficili a contentarsi. Comecchè le creature umane, o vogli uomo o vogli donna, nascano uguali in diritto, e su questo non può cascare dubbio, tuttavolta non possono essere così in atto, per la differenza del fine a cui uomo e donna vengono destinati. Forse in verun periodo di tempo quanto in questo provammo vera la sentenza dello Ariosto:

«Le donne son venute in eccellenza Di ciascun'arte ove hanno posto il segno.»

Letterate e poetesse ammirande davvero, americane, inglesi, francesi ed anco italiane, buone ai commercii, alle faccende villereccie, perfino diplomatiche, e sottili così da tenere cattedra alle volpi, e al principe di Benevento; pittrici, scultrici eccellenti, ed oratrici più copiose in parole di un leggío, della patria propugnatrici magnanime, sicchè postergata ogni paura scesero in campo, combatteronvi, e vi rimasero spente. Dio glorifichi come meritano coteste anime sante! Nondimeno queste si hanno a reputare eccezioni, nè la natura della donna la chiama a ciò: uguale all'uomo deve stimarsi, ma di uguaglianza diversa, a mo' di corde della stessa lira, necessarie tutte all'armonia e non pertanto di suono diverse. La formazione della donna, le membra sue delicate, la trama nervosa soperchiante, le infermità consuete, la gestazione e l'allattare dei parti, le cure stesse della famiglia le tracciano una via distintamente propria. Se la donna s'immischiasse nei negozii dell'uomo, l'uomo non potrebbe del pari framettersi in quelli della donna; quindi nascerebbe da un lato eccesso, difetto dall'altro; ancora, questi due enti diventati emuli correrebbero rischio di prolungarsi paralleli senza incontrarsi mai, mentre all'opposto la natura creandoli ebbe in mira, che gli uni con gli altri si compiessero, e per le facoltà e mancanze scambievoli ricercassersi, supplissersi, reverissersi, e amassersi; e, seguitando noi la similitudine della lira, quale accordo ricaveremmo da due corde basse o acute? Una di due come inutile andrebbe levata via: ora pensate un po' voi se possa stare, che l'uomo o la donna sia per di più nella opera della natura! Regni la donna in casa: sua la domestica economia, sua l'allevatura dei figliuoli, la educazione prima di quelli sua: a lei confidato il carico supremo di apparecchiare forti e generosi cittadini alla Patria: a lei il tesoro dei buoni costumi in santa custodia; a lei il consigliare nelle dubbiezze, nelle avversità sovvenire, negl'infortunii confortare; ella áncora di speranza, ella fuoco di Santo Elmo. O che pretende ella di più? Faccia di compire questi uffici con tutto il cuore, la carità, e la tenerezza di cui pur troppo Dio la creò capace; e se le avanza tempo, torni a domandare, che le verrà assegnata la parte più larga.

Per certo discorderanno parecchi dalla chiarissima Donna anche circa all'ampiezza da darsi alla educazione muliebre, conciossiachè non vi sia maniera di scienze, arti e mestieri, a cui ella non la pretendesse prodotta: su di che occorre ripetere, ch'ella nelle Conseguenze si mantiene d'accordo co' suoi principii; ma noi che chiudemmo gli ufficii della femmina dentro a certi confini, che ci parvero meglio dicevoli, dobbiamo ritenere come la più parte di siffatte discipline tornerebbero alla vita donnesca inani e forse moleste.

Qui però casca il taglio di dire qualche parola sul modo di educare, parendo a certuni non pure utile ma necessario tenere l'alunno sempre per mano fino al compimento della scienza, mentre a noi si presenta questa pratica nemica allo incremento dello intelletto: però vorremmo piuttosto che la dottrina dopo avere accompagnato il giovane su la frontiera della speculativa, quivi gli allentasse le briglie, e palma battendo a palma, gli gridasse dietro: va! — A mo' di esempio, insegnata una volta l'arte di bene disporre le idee, e significarle con elegante acconcezza, vuolsi lasciare lo spirito in balia di sè solo per le regioni della metafisica, della politica, e della storica filosofia. Di vero, io avrei voluto conoscere colui che si fosse attentato insegnare a Niccolò Macchiavelli, a Giovambattista Vico, a Giordano Bruno, al Telesio, e al Campanella le discipline in cui eglino levarono grido. — Qui avvertasi, che si accenna, non si dimostra, onde altri pensandoci sopra veda se ci apponiamo o no.

Inoltre le qualità della moderna educazione hanno operato sì, che quanto si guadagnò in larghezza altrettanto si perdesse in profondità: molto procaccio è stato fatto di moneta spicciola da spendersi sopra ogni mercato, ma scudi pochi, rusponi punto, e di tal forma educazione che alla mediocrità maravigliosamente si accomoda, levano a cielo gli astiosi: affermano ancora di lei compiacersi la democrazia, ma io non ci credo, anzi credo piuttosto che i democratici magnanimi, i democratici veri non prendano in fastidio i re del pensiero, a patto però che questi tengano l'intelletto, il quale è dono di Dio, esposto in guisa da raccogliere come dentro uno specchio la sapienza eterna e rifletterla in raggi di amore sopra i fratelli: ad ogni modo a me vedere cervelli foggiati come mattoni caccia addosso il ribrezzo della febbre quartana: le casse da morto sieno tutte di una misura, chè io non lo contrasto, ma nel sentiero della vita ogni uomo stampi l'orma quanto ha lungo il piede. A rischio di mettere la mia fama di liberale in compromesso, su questo tasto io non mi adatterò a confessarmi democratico mai: delle due cose l'una, o renunziare ai Galilei, o adattarci ad averli radi: per me sto a possederne uno in capo a mille anni, ed a qualunque patto.

Merita lode non peritura la Filosofia nostra pel coraggio col quale si è fatta a combattere animosa la corrente, che impone il ballo e il suono come corredo necessario alla perfetta creanza femminile: e così vero si chiarisce a prova il suo giudizio, che tu ti trovi guidato quasi spontaneo a considerare che simili delicature dalle donne diventate mogli o continuansi, o tralasciansi: se bene esperte elleno le metteranno da parte, il meno che se ne possa dire sarà, che avranno buttato dalle finestre tempo e quattrini; e se all'opposto dureranno a esercitarle, comecchè a taluna sia per sapere di ostico, io lo vo' dire senza barbazzale, la strada che mena al bordello apparisce pavimentata più assai di tasti di ebano e di avorio, che di macigni di Montemorello. In verità io vi assicuro le tastiere dei cembali superare in infamia di naufragi gli scogli acrocerauni: per chi ce gli sa vedere, esse compaiono ingombre di frantumi di virginei pudori, e di fedi coniugali. Gli antichi così barbari come gli altri che salutiamo civili, ebbero in dispregio la musica e i musicanti, narrandosi che i Persi e gli Assirii gli annoverassero addirittura fra i parasiti: gli Egizii vietarono affatto lo studio della musica come allettatrice e quasi mezzana di viltà. Fra gli Ateniesi Antistene giudicò uomo di male affare Ismenia, solo perchè teneva in delizia certo trombettiere famoso; e Filippo, il quale di rei costumi non sembra che patisse penuria, udendo Alessandro cantare, e notando com'ei se ne compiacesse, lo garrì aspramente dicendogli: — vergognatene! Presso i Romani Scipione Emiliano e Catone bandirono i musicanti dannosi alla gravità dei costumi; servile arte la musica, e di uomini ingenui indegnissima: in seguito contaminate le pubbliche virtù, e volgendo ormai gli animi al servaggio, Augusto si attenta cantare; ripreso, cessa. Nerone solo ardì vantarsene; anzi presso a morte, di una cosa sola fu sentito rammaricarsi, ed era, che stesse _per perire un artista pari suo_[2]: ma sotto Nerone non si ha a cercare quale virtù se ne fosse ita via da Roma, bensì quale vizio non ci avesse diluviato dentro; e a petto delle altre immanità il vezzo di Nerone di volere passare per citarista poteva dirsi galanteria. Certo, i Pagani conobbero le Muse sonatrici, cantatrici, ballerine e mime, ma le si tenevano come fantesche in casa Giove; Pallade all'opposto, ch'era Dea della sapienza, si provò un giorno a sonare la tibia, senonchè presa da subita confusione la buttò via; nè in luogo alcuno di poeti, o in monumento qualunque, tu troverai, che Giove padre degli Dei sonasse o cantasse, comecchè troppo più spesso che non bisogni questo benedetto figliuolo di Saturno occorra intricato in certi bertovelli, che io passo sotto silenzio per due ragioni: la prima a causa di onestà, e poi perchè tutti gli sanno. La Chiesa cristiana, finchè ritenne angelica natura, nella sua santa purità maestosa aborrì ogni meretricio ornamento, sicchè apparve davvero discepolo di Cristo santo Atanasio, che ebbe in orrore i canti e i suoni peggio che il diavolo l'acqua benedetta; per converso santo Ambrogio li predilesse a braccia quadre: quegli li cacciò via dal santuario, questi ce gl'immise, ed ancora ci stanno: santi furono ambedue; per la qual cosa santo Agostino, ch'era un terzo santo, non sapendo che pesci pigliare, secondo il solito ciondola, e non dà in tinche nè in ceci. In quanto a me s'io avessi a dire la mia, urlerei tanto che mi sentissero: non pure scandalo, ma vituperio espresso essere, che oggi canti in chiesa su l'organo la sequenza della _Stabat Mater_, o il _Miserere_, quel desso, che cantò ieri sul Teatro la cavatina lasciva, e la cabaletta procace: mandarci poi fanciulli castrati, abbominazione romana. Anche la _Stabat Mater_ aveva a diventare truculenta in mano ai preti! Avendo i Romani in uggia il canto, immaginate un po' voi in qual parte dovessero avere i ballerini; laonde leggesi nelle storie come Sallustio, il quale non fu uno stinco di santo, rinfacciasse a Sempronia la perizia nella danza troppo più che ad onorata matrona si convenisse[3]. Gabinio e Marco Celio per la medesima causa ne rilevarono dai Censori un cappellaccio, che Dio ve lo dica per me, e quell'agro Catone fra gli altri misfatti apposti a Lucio Morena non dubitò accusarlo di avere ballato in Asia; e che la dovesse essere faccenda seria s'inferisce anco da questo, che Marco Tullio, il quale difese Murena, non trovando discolpa che valesse, abbracciò il partito di tirare giù buffa negando il fatto addirittura.

[2] Qualis artifex pereo. — _Svet._ in _Cl. Neron._

[3] Ecco il passo, che volgarizzo dalla Catilinaria: «In ballare e saltare perita più che si convenisse ad onesta, ed in altri esercizii parecchi per lei arnesi di lascivie, e però da lei oltre la fama e la pudicizia amatissimi: se più del decoro fosse prodiga o del danaro, pendeva incerto; libidinosa così, che non pure ricercata facile acconsentiva, ma ella stessa gli uomini ricercava.»

A me scrittore accadde essere testimone di un caso, che chiedo licenza di raccontare per edificazione delle anime buone. Convitato da personaggio che andava per la maggiore a certa sua veglia proprio coi fiocchi, ecco di repente comparirmi davanti una coppia di giovani, uno femmina, di salute potentissima e di bellezza, che venuta dal Brasile pareva avesse portato buona parte del tropico nel seno copioso; il suo colore era di olio lampante; gli occhi, le palpebre, i sopraccigli, e i capelli, neri lustri come bitume giudaico; nelle labbra tumide, semiaperte, e accese aveva il polso, e ci si vedeva battere; l'altro maschio, inglese e biondo fulvo come incoronato di sole; marino alle vesti e più alle sembianze; altro di singolare io non conobbi in lui, se togli l'irrequieto sospingere e ritrarre del piè sinistro, il quale rammentava l'onda che lambendo la riva ti ammonisce come da un punto all'altro può divenire cavallone, epperò ti badi. Ad un tratto scoppia la musica come la frusta del Diavolo; dove sono iti i miei giovani? Velli! velli! paiono comete, che scapigliate imperversino di giù di su a scavezzacollo nel firmamento; questo urtano e fannolo girare come vecchio arcolaio, quell'altro pestano sopra gl'incliti lupini, e cacciano via con la gamba levata soffiando in un canto; un terzo scaraventano a dare di picchio con le spalle nel muro; cotesto è un remolino, un mulinello, un vero turbinío; bada davanti! ed essi pur sempre avvolgevansi, volavano, ora apparivano, ora sparivano, naufraghi per mezzo ad un mare di piacere: non udivano nè vedevano più nulla; uno nella bocca dell'altro spingeva l'anelito grosso e fumoso: braccia aggroppate a braccia, dita incatricchiate a dita, capelli neri framessi a capelli fulvi, seno sopra seno palpitante:

«Ellera abbarbicata mai non fue Ad alber sì come l'orribil fiera Per le altrui membra avviticchiò le sue. Poi si appiccar come di calda cera Fossero stati, e mischiar lor colore, Nè l'un nè l'altro già parea qual era.»[4]

[4] Dante, — _Inferno_.

Ormai taceva l'orchestra, e quanti erano quivi danzatori per bene avevano già depositato con le consuete clausole notarili, voleva dire civili, nelle mani dei rispettivi babbi, mamme, o mariti, le rispettabili compagne loro: già l'onda della limonea più che mezzo aveva spento i discreti ardori, e cotesti due insatanassati giravano, giravano da sbrizzarne in minuzzoli, finchè all'ultimo ansimando trafelati cascarono di sfascio giù sur un lettuccio. Quello, che i babbi, le mamme, e i mariti convenuti là dentro pensassero, io non lo posso sapere, chè nei cervelli loro non ci entrai: in quanto a me, tutte le mie considerazioni, che non furono poche, andarono a mettere capo in questo proverbio contadinesco, il quale allora mi parve vangelo:

«Tre nebbie fanno una pioggia, Tre piogge una fiumana, E tre feste da ballo una.......[5].

[5] Nella raccolta dei Proverbi toscani del Giusti ampliata ed ordinata per cura del marchese Gino Capponi questo proverbio viene riportato in due altre diverse maniere; «Chi mena la sua moglie ad ogni festa, e dà bere al cavallo a ogni fontana, in capo all'anno il cavallo è bolso, e la moglie p.....» Si accosta meglio al riferito da me il secondo, ch'è veneziano, e predica così: «Tre calighi fa una piova, tre piove una brentana, e tre festin una p.....» Ma io l'ho inteso dire come l'ho contato.

Una che? Avendolo notato Dante nel poema sacro, e non credeste mica nello Inferno, bensì nel Purgatorio, parrebbe a me che lo potessi dichiarare anch'io, che non iscrivo niente di sacro; ma no signore, io non lo voglio dire, confidando che le mie ingenue leggitrici ci peneranno intorno a indovinarlo, ma poi lo troveranno; piuttosto io voglio dire quest'altra cosa, che i tre festini mi parvero troppi; e a mio giudizio, anche di un solo per fare l'effetto ce n'è di avanzo.

Se adesso qualche anima pietosa mi avvertisse: frate, tu predicasti ai porri: _Sapevamcelo, dissono quei di Capraia_, risponderei; chè già ho antiveduto come uomini e donne, in specie donne, per una ragione ch'io adduca sapranno contrapporne mille: così (mi pare di sentirle!) allegheranno il giudizio dei medici universale accordarsi ad assicurare come il ballo massimamente conferisca alla sanità del corpo, assottigliando il sangue, purgando gli umori, e sciogliendo le membra; anzi siccome sana non può mantenersi la mente, se sane non si conservano le membra, se ne inferisce che qualunque intenda riuscire buon matematico, buon principe, ed anche buon teologo, ha da ballare, e se più ne hai più ne metti. E' non ci è caso da perfidiare, io ve la dò per vinta: i medici giudicano da quei valentuomini che tutto il mondo conosce; e su le vostre labbra, donne, sta il vero; ma sentite, voi avete a fare una cosa; vi si concede saltare, correre, ballare, a patto però che ve ne andiate lungo le sponde romite del fiume, o in mezzo alle riposte ombre dei boschi: colà su i tappeti delle folte erbe, al casto raggio di colei che fu guidatrice di ninfe formose come voi, ninfa con ninfa menerete i lieti rigoletti, e procaccerete salute, bellezza, e gagliardia ai vostri corpi quanto la Natura vi consiglia; però i luoghi chiusi fuggite, avvegnadio colà l'afa della gente stipata, la vampa dei lumi, il calore e il sudore fruttino troppo più scapito, che guadagno: inoltre dalle vesti scollate esporre, lasciamo stare alla vista, ma al trapasso repentino dal caldo al freddo tanta carne ignuda, la quale cosa il Parini direbbe in poesia:

«...... e sì dannosa copia Svelar di gigli e rose;»[6].

[6] Ode a Silvia.

parvi ella da persone cui prema la salute sul serio? O che i reumi, i catarri, le flussioni, le tossi, e le corizze non usano più? O forse la punta e la scarmana considerando cotesto vostro seno (poniamo candidissimo) si periteranno d'infiammarvelo spietatamente a morte? Dite su, egli è per amore dell'ortopedia che stringete la vita e i piedi con tali arnesi, che il grande Inquisitore di Spagna si sarebbe, sto per dire, recato a scrupolo adoperarne altrettali in un estro di zelo cattolico, apostolico, romano? Sentiamo via, che cosa saprete contarmi in proposito. —

E le donne di rimando: voi dite il vero, magari lo potessimo fare! Ma sapete voi, quando ci triboliamo a presentarci ai vostri balli, qual passione ci muova? Animo deliberato al sagrifizio; però che amore del prossimo ci persuada a rammendare i vostri strappi, recando come per noi si può rimedio ai mali partoriti allo umano consorzio dalla insigne melonaggine, o dalla stupida cupidità vostra. Invero se non istessimo noi mai sempre all'erta fantasticando senza requie nuove bizzarrie per _consumare_, o come potrebbe vivere quel mostro insaziabile creato dalle vostre mani, e si chiama _produrre_? Chi scavò l'abisso della industria? La frivolezza nostra o l'avarizia vostra? Senza la febbre di andare ornate con foggie inconsuete, e vi concedo strane, gli _operai_ a migliaia morirebbero d'inedia; e voi _capitale_ con che vi saziereste voi? Per avventura col pane fatto di farina di scudi? Quando pertanto noi altre donne ci rassegniamo a comparire nelle veglie e ai teatri coperte di stoffe sfoggiate, di piume, di fiori, e di brillanti: quando spingiamo la carità fino a spiantare le famiglie, e struggere i mariti, voi avreste a decretarci la corona civica. Curzio che si buttò nella voragine per salvare Roma, in petto a quello che patiamo noi per amore del prossimo, bebbe una cioccolata. —

Eh! bisogna confessare pur troppo, che queste diavolerie di lusso, capitale, operai, e lavoro sono negozii serii, ma serii davvero; e la difficoltà, anzi di' pure la crescente impossibilità di assettarli con gl'istituti che ci reggono adesso; per modo che se vuoi, che le faccende camminino ti conviene dare un colpo al cerchio, ed un altro alla botte. I governi, la più parte almeno, non ci pensano: arte unica loro stringere e spremere: quando poi capitano i tempi grossi, non rifinano mai di maledire all'anarchia, alla demagogia e a tutte le altre tregende, che finiscono in _ia_, e pure non è così. Non vo' che paia strano, se l'umanità formando un complesso di uomini, io la paragoni all'uomo: ella cresce di mole, e, con la mole, di pensieri e di voglie, nè più nè meno come l'uomo costuma; ora che ti sembrerebbe di quel nuovo pesce, che s'incaponisse a volere mandare fuori il suo figliuolo giovine di venti anni vestito col cercine, e il guarnello, come quando era infante, e co' giocattoli stessi presumesse trastullarlo? Fa il tuo conto che molto non si discostino da cosiffatte gagliofferie quei rettori di popoli, i quali rifiutano allargare, e conferire le leggi e le istituzioni al procedere forse, e certo poi al mutare della umanità; donde avviene che questa crescendo dentro le leggi viete, come dentro vestiti vecchi, dapprima ella quanto più può stira su le costure, ed alla fine le scoppia.