Amelia Calani ed altri scritti
Part 2
Urge però, che la educazione sia universale, cioè compartita a tutti: questo di prima côlta apparisce, non pure difficile, impossibile; attesa la repugnanza delle generazioni, che sembrano benedette dalla natura con un pugno sul capo; ma non ci si vede proprio motivo come la Tirannide riesca a fare tante cose per forza a fine di male, mentre la Libertà o non sa, o non vuole fare anch'ella qualche cosa per forza a fine di bene; chè se per avventura fosse questo ch'io vado a dire, non tornerebbe in onore agli uomini, che godono fama di liberi; tuttavolta va detta. Il tiranno non dubita di mettersi allo sbaraglio in qualunque cimento, perchè sa che guadagnando non partisce; mentre i liberali non operando per sè, bensì per tutti, repugnano avventurare la posta grossa sopra una carta di cui non possono mettersi in tasca la vincita. Di qui nasce, che vediamo procedere gli ordinamenti per la Libertà dei popoli ranchettando come i rachitici, mentre i tirannici vanno via di galoppo, e dove mettono piè stampano l'orma. I governi assoluti hanno potuto imporre, che la gente s'inocchiasse il vaiolo, e ciò perchè premesse loro assaissimo avere uomini sani e gagliardi per trasformarli in mastini, fidati e mordaci custodi del trono: importava ai governi liberi inocchiare la ignoranza, affinchè i cittadini crescendo nella notizia della dignità umana non potessero essere plasticati mai più in arnesi di servitù, e non si attentarono a comandarlo. Base prima della educazione sia pertanto la universalità, e dove non ti venga conseguita per amore, tu conquistala a forza. Si capisce benissimo che di questa sorte spedienti non si possono pigliare senzachè si scateni un remolino di querele, di presagi sinistri, e di minaccie, che l'odierno vivere civile tracollando giù sul lastrone empirà il mondo di ruine: non vi affannate, di grazia; bene altri edifizii, che non è la bicocca della civiltà nostra, cascarono, e le moriccie di quelli servirono a nuove fabbriche più adattate ai gusti di cui le murò; e poi, che vale chiudersi le orecchie? Tanto, la voce dei tempi si fa sentire ad ogni modo, la quale avverte, che nonstante l'aborrimento degl'interessati nella immobilità, e malgrado i rimedii proposti talora peggiori del male, l'attuale civiltà ci traballa sotto i piedi: forse qualche subitaneo accidente potrebbe accelerarne il moto già rapido; e se ciò fosse bene, Dio sa; ma dove questo non avvenga, considera arguto e vedrai, che succederà negl'istituti nostri quello che accade nel pregio dell'oro, voglio dire, che ogni anno scapita l'uno circa per cento, sicchè andando innanzi di questo passo nel volgere di un secolo gli scudi tanto svisceratamente amati non avranno più valore. Ma sì! credere che ai tempi che corrono di qui a cento anni non capiti una rivoluzione, egli è come sperare le more a mezzo gennaio. Su via, giuochiamo a carte scoperte: senza dilungarci dall'argomento delle donne, vi par egli che meriti andare conservato questo consorzio dove il giudice stasera saluterà una femmina prudentissima, e savissima, di dentro e di fuori divina, e non ardirà contradirle, e domani le decreterà il curatore che l'assista a cagione del _sesso imbecille_ nella vendita di un fienile? Bugiarde le leggi, falsità nei costumi, magistrati ipocriti; e non si dice il peggio. Queste forme sociali pur troppo hanno da cascare; e più presto sarà, fie il meglio. Ad eccezione di pochi, mi pare sentire bociare dietro di loro quello che disse la botta all'erpice.
Lo so per esperienza, che quando si tratta di rifare i panni ad un popolo non è dato mica tagliare dalla pezza, bensì fa mestiere ire innanzi a suono di toppe, e rabberciare alla meglio; però nel concetto della educazione universale apparécchiati ad incontrare di molte maniere inciampi, e prima di ogni altro questo, se la dovrà essere gratuita o pagata: se pagata, il povero non potrà pagare per sè; e se gratuita, l'avrà a pagare per sè e per altrui. Contradizione apparente, non vera, laddove pensiamo, che i poveri formando la massima parte delle nostre comunanze, mercè il fascio dei balzelli che portano verrebbero a mantenere le scuole in preferenza degli abbienti, i quali sono i meno; ma qui contrapponi, che si deve trovare qualche spediente, affinchè il necessitoso di ogni cosa non paghi l'aggravio con un pezzo di vita, mentre l'opulento lo paga con una scheggia del superfluo. Ai dì nostri abbiamo veduto i signori procedere svisceratissimi delle pubbliche libertà, finchè sperarono guadagnarci sopra, segnatamente risparmiando le gravezze dei predii così rustici come urbani; ma accortisi poi, che toccava a loro a pagare i sonatori cagliarono affatto, anzi parecchi non rifuggirono da tramestare affinchè l'antico dispotismo si restaurasse come meno costoso. In qual guisa al tirare della somma trovassero errato il conto, e ci rimettessero il mosto e l'acquarello, ora non fa caso ricordare: basti bene, che la faccenda andò quale si accenna.
Ancora, se non ti pare o che il cuore ti basti, o che i tempi te lo comportino, di potere recidere con un colpo di accetta il male dalla radice, rimanti, che diversamente getterai via ranno e sapone. Qui ci bisogna davvero un atto di potenza simile a quello, che divise le tenebre dalla luce. Dire per quante generazioni urga dividere i figliuoli dai genitori, non torna facile; questo però è sicuro, che per la prima bisogna separarli affatto: dura legge, ma impreteribile se ti riprometti fare opera utile: in coscienza, che gioveranno le raccomandazioni e gl'insegnamenti prodigati nel giorno, se la creatura tornando a casa la sera senta le quotidiane turpezze, e veda i soliti esempi di ribalderìa? Si rinnuoverà su l'anima umana la tela di Penelope: nè darti a credere, che il male mescolando col bene sia per uscirne una tal quale poltiglia nè buona nè cattiva, da potercisi accomodare, chè le sarebbero grulleríe dei moderati. Così in morale che in politica questa illepida gente cacciasi fra mezzo a coloro che vogliono il sole e gli altri che chiamano la mezza notte, e ruminato un pezzo immaginano avere scoperto l'America sentenziando: — orsù, contentiamoci tutti del chiaro di luna, e viviamo d'accordo! — Aspetta di trovarti attraversato dalla finta pietà, la quale armata di lamento femminile dirà cose da farne strabiliare i cani circa alla ferocia di svellere i figliuoli dal seno materno, privarli della carezza, e dei baci. Dio vi perdoni! se frequentaste i casolari del povero, vedreste voi che carezze, e che baci. Le madri impotenti a porgere alle creature loro un latte, che scarso ed acquidoso non sia: la più parte del giorno lascianle sole, chiamate dalle faccende altrove; e per paura che caschino, le accovacciano su di un pagliericcio per terra, donde tanti casi funesti di creature guaste, e sovente divorate dagli animali domestici o salvatichi; e questo le buone: le cattive madri poi non latte, ma busse danno ai pargoli, ovvero latte per acredine di umori corrotti pestifero, per la qual cosa dall'universale quando coteste creaturine muoiono non compíto l'anno si dice: — Provvidenza! — Quella che dall'amore pei figliuoli si scompagna non è pietà; ora, volere ch'essi stentino, intristiscano, di anima deteriorino e di corpo, unicamente pel sollazzo di vederceli attorno, non si può chiamare affetto, bensì bizza dispettosa di tenerci chiusi in mano i balocchi. Vergogna! Voi, madri, perfidiate a tenere i figliuoli in casa, come il vostro uomo vuole il tabacco, per masticarselo oziando. Io per me giudico, che non occorrerà persona, la quale non reputi troppo più pietosa la madre, che si reca la domenica a godersi la figliuola bella, sana, e bene allevata fuori di casa, dell'altra che s'incapona a vedersela crescere in casa sozza, piangolosa, malescia, e fastidievole. — Non ti muoverà meno cruda guerra la cupidigia dei padri, la quale rivendicando il dominio del suo sangue ti dirà alla recisa, i figliuoli essere il suo patrimonio, averci fatto il suo assegnamento sopra: la roba sua avere ad essere ben sua, e volerne cavare quel migliore partito, che Dio, la Natura, e le Leggi loro consentono. Notate bene Dio, conciossiachè questi faceti mortali non abbiano anco smesso il mal vezzo di mescolare nelle miserie e più spesso nelle tristizie loro Dio, nè fanno le viste di volere smettere per ora. — Però tu risponderai alla cupidigia, che chi ha fatto la legge la può disfare, che Dio non ha potuto volere altro che il bene, e la Natura altresì, come quella che nasce da lui; che Dio, la Natura, e la Legge non patiscono che il padre vesta di mota il corpo del figliuolo, e l'anima di vituperio; che egli non ha da sfruttarlo come la bestia da soma; e alla fine, che in verun libro sta scritto potere togliere dal seno della Natura un ente per renderlo alla società arnese da spedale, o da patibolo.
Se la esperienza non ce lo avesse chiarito a nostre spese, sembrerebbe svarione solenne affermare che dei due mali, di avere popolo mezzo educato, o ignorante affatto, il meglio sta nel tenercelo del tutto ignorante: invero, la educazione compartita a spizzico cresce e perpetua il danno ch'ella proponevasi sradicare, la disuguaglianza dei cittadini. Gesù Cristo istituendo dodici Apostoli disse: — andate, e siate il sale della terra; — e come disse furono, ma i pochi educati penetrano come veleno dentro le moltitudini inculte; essendochè al manipolo degl'istruiti paia avere diritto a mutare stato; così la paterna scure, e l'ago, e la cazzuola recansi a tedio: per mediocre scienza prosuntuosi sè reputano sovraumani intelletti condannati a morire del male del tisico per astio di uomini crudeli; donde la nausea del lavoro, gli ozii irrequieti, e per ultimo (dacchè il senso morale dell'anima, quasi trama che sfilaccica sotto le dita, va di grado in grado sperperandosi fra le mani della necessità) il falsare del conio, e delle scritture, perchè il delitto ritenga quasi la impronta della funesta educazione che lo partorì. Il male poi che di natura sua è fecondissimo (infatti il diavolo si chiama legione), si allarga per guisa, che anco gli esclusi dalla educazione sentono germogliarsi nel cuore l'odio contro coloro i quali senza un merito al mondo furono privilegiati, e contro tutti gli altri, che senza causa plausibile cotesti elessero, essi rigettarono. Gli anfanatori dei nostri tempi a ciò non pensano; ma a che cosa pensano eglino? Sbracciandosi eglino a tutto uomo per ispasimo di levare rumore, e far sapere al mondo che ci erano, non fosse altro, come la polvere, entrando negli occhi, educando il popolo parzialmente e male, ne hanno reso pessimo lo stato, abbastanza già misero.
Ciò fatto, e non sarebbe poco, la Filosofia nostra va indagando quello che si vorria insegnare alla gioventù; e su questo non rimane punto perplessa: giusta l'antica sentenza _ab Jove principium_, ella vuole che lo ammaestramento incominci da Dio. Bene a ragione la illustre donna così prescrive, imperciocchè vi abbia chi di Dio dubita, e chi lo nega, ma tutti lo sentono. Ai tempi nostri le dottrine germaniche professate dalla massima parte dei novatori superlativi, cui danno nome di comunisti, procedono infeste alla nozione di Dio, affermando che da amaro seme amaro frutto nasce, e lo vediamo a prova: avere la paura creato Dio creatore, epperò ogni derivazione da quello andare ingombra di sgomento e d'ingiuria; così vero che gli scellerati, i quali pestano su i capi dei fratelli come su di uva matura, giurano desumerne il diritto proprio da Dio, e sè soli millantano plasmati a similitudine di lui. Di grazia mirate un po' come abbiano concio Dio; per mezzo ad ardua solitudine inaccessibile, assoluto, implacabile, diaccio più delle cime della Immalaja, e tuttavolta favellante co' fulmini: ministri al suo trono la morte, la peste e gli altri tutti flagelli della Natura; le sempiterne seti egli tempera alquanto con un sorso di sangue; con le carni di vittime, sovente umane, attutate così di tratto in tratto le fami, che non si saziano mai: alle immani froge divine odore solo gradito salisce il leppo; delle colpe gravi assegna castigo eterno, il fuoco; e delle lievi, anche il fuoco, comecchè a tempo; mette spavento rammentarlo; l'uomo casca paralitico a udirlo; vederlo è morte: di amore non si parla manco per ombra, bensì paura, e sempre e poi sempre paura di Dio. Quanti popoli, e sto per dire uomini, tanti Dii; chi se lo strappa da un lato, chi dall'altro; e perchè non si entri in troppe parole, i Russi respingono dai baluardi di Malakoff i Francesi, e te, Dio, lodano; più tardi i Francesi superano i contrastati terrapieni, e lodano te, Dio; e gli uni e gli altri cristiani: croce contro croce. Insomma chi dei due Dio? Quello dei Russi, o l'altro dei Francesi? Comechè questo abbaruffare di Dio con le sciempiaggini sanguinose degli uomini compaia, e sia, temerità grande, non è però la più brutta cosa ch'eglino sappiano commettere, considerando il nome di Dio strascinato in mezzo ad ogni loro frode, ipocrisia, slealtà, spergiuro, e ladronaia. Cancellisi dunque dalla mente degli uomini una nozione, che legittimò la tirannide, e fece il dispotismo sacrosanto: aboliscasi un ente il quale si rivelò sempre col male: tregua una volta alla sperticata ammirazione del creato: o che ci è egli da celebrare qui dentro? Sottile intendi, e vedi da una parte avara crudeltà, come nel tardigrado cui furono negate membra capaci a procurarsi senza grandissimo stento il cibo, e dall'altra scandaloso sprecamento, come nello scarafaggio in cui la notomía microscopica scoperse gli occhi composti con diciassettemila occhi semplici, e duegentottantaquattro muscoli. Le stelle! esclama Hegel stizzito, le stelle insomma che cosa elleno sono? Ve lo dirò io: _la rogna dei cieli_. Predicano necessaria la nozione di Dio come quella da cui deriva la speranza del premio, e il timore della pena, per la virtù negletta, o per la colpa fortunata nel mondo. Che importa questo? Chi vi assicura che il delitto nonostante le apparenze contrarie non sia di sè stesso carnefice? Veruno impunemente è iniquo: nè uomo si sentì mai lieto per misfatti; chè quando anco la coscienza taccia, la ingiuria chiama la vendetta, e il reo lo sa, e trema: ed è per ciò, che Dionisio tiranno di Siracusa non accoglie nel talamo la moglie se non frugata prima, e per sospetto del ferro fa scorciarsi co' tizzoni i capelli. In quanto a virtù, se la disposizione dell'animo a bene operare è mossa da desiderio, o da speranza di premio, tu giudicala traffico, non virtù, e ti apporrai. Orsù, che pretendete voi? (e questo pure dice Hegel), per avventura la mancia nell'altro mondo per non avere tagliato la gola alla signora baronessa vostra madre, o per esservi astenuto da ministrare l'acquetta al signor conte vostro fratello? La virtù di sè ha da piacersi, di sè soddisfarsi; se no, muti nome, e vada a iscriversi alla _Borsa_ accanto al quattro e mezzo per cento.
Non si può mica contrastare in coscienza, che qui dentro non covi qualche parte di vero; e lo sarebbe anco tutto, se non fosse venuto al mondo Cristo, il quale ci rivelò Dio essere padre degli afflitti, Dio avere creato gli uomini liberi, uguali, e volerli felici; piuttosto essi straccherebbonsi a offenderlo, ch'egli a perdonare; bastargli per tutta preghiera un sospiro; il saluto, che meglio gli tornerebbe accetto, essere: _padre delle misericordie_; sola una progenie aborrita in sempiterno da lui, quella dei tiranni. — Gesù Cristo (canta il vescovo Isaia Tegner nel poema della prima Comunione), ha insegnato la voce di Dio non favellarci nel terremoto, o nel fuoco, o nella procella, bensì venire a noi col mormorio delle brezze vespertine: amore essere origine della creazione, e sostanza di Dio: infiniti mondi riposare come pargoli sopra le sue sante braccia. Per amare, e perchè lo amassero, egli soffiò il suo alito sopra la polvere assopita, ed ella sorse, e postasi la destra sul cuore se lo sentì infiammato di fuoco celeste; bada, che questo fuoco non si estingua dentro di te, ch'egli è l'anima dell'anima tua: l'amore genera la vita, l'odio la morte. —
Senonchè, vedete, a simili concetti i filosofi tentennano sghignazzando il capo, e bisbigliano: — poesie! — e poi aggiungono: — fatto sta, che il cristianesimo sovvertiva l'impero romano, snervò gli spiriti guerrieri, e dispose i popoli alla mollezza vile, che fu invito alla ingiuria, donde poi da una parte oppressione, dall'altra rancore, e la alterna vicenda di offese e di vendette, che travagliarono e travagliano parecchi popoli, massime italiani. Anche Cristo sta co' battaglioni più numerosi; in nome proprio di lui, quegli che si afferma suo Vicario in terra ha bandito: — curvatevi, o popoli, e state allegri sotto il peso delle vostre catene; e se non volete starvi lieti, non piangete, o piangete sommessi perchè non monti in bestia il padrone. — E se essi non si vollero curvare, e, memori che Dio creò l'uomo perchè guardasse a viso alto nei cieli, levaronsi in piedi (orribile a dirsi!) il tristo prete gli maledisse in nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Nè qui sotterfugio giova; lo scrittore del Diario l'_Universo_ ha ragione da vendere: gli avversarii suoi sono gli azzeccagarbugli: ecco, egli squaderna la enciclica famosa di Gregorio XVI, ecco egli ributta in faccia agli imbroglioni gli esempi di Pio IX, e non ci è da ripetere verbo. Giù la fronte, svergognati calunniatori, Cristo e Libertà si vogliono bene come il fumo e gli occhi. —
A questi di tal razza filosofi non riesce punto malagevole rispondere, e lo farò, che non sono uso sbigottirmi per poco, e voglio le mie parole: una cosa è Cristo, e un'altra i preti; così vero questo, che il Vangelo di Gesù senza le chiose di Monsignore Martini Roma registra tra i libri proibiti, come se Cristo, il quale predicò alle turbe, e fece sua delizia i poveri di spirito, e garrì coloro che impedivano i pargoli si accostassero a lui, come se Cristo, che scelse fra uomini volgari e meccanici gli Apostoli suoi, avesse mestieri comento per essere inteso! Rispetto allo impero romano, e' formerà sempre massima delle glorie cristiane averlo sovvertito; imperciocchè fin dove arriva memoria di uomo, pensiero mortale non seppe mai immaginare, nonchè conseguire, così immensamente disperata e prepotentemente ingiusta dominazione. Cristo ruppe fra gli ugnoli dell'Aquila la immane catena, ora gli Avoltoi ne hanno grancito qualche anella, e le strascinano sopra la faccia del mondo. Lasciate passare: dove non valse la catena intera, pensate voi che possa bastare il troncone? Gli è poi falso del tutto, che Cristo insegni codardia, o costanza nel patire soltanto: amore, egli predica, vuolsi ricambiare con amore; ma dall'altro canto ammonisce espresso, ch'ei venne a mettere nel mondo non la pace, ma la spada; spada sul capo a cui non si contenta della terra che la Natura gli assegnò, spada nel cuore a cui contrista gli spiriti immortali, spada ai domestici tiranni, spada agli ascitizii, che con la frode, le proditorie stragi, e la corruttela sostentano l'aborrita rapina. Fratelli sì siamo, a patto che in questa fraternità nostra nessuno pretenda la parte di Caino; e poichè la gente Austriaca a noi è Caina, la maledizione del Signore scenda sopra di lei. Certo, Cristo prescrive rendersi a Cesare quello ch'è di Cesare; ma che spetta a Cesare? Il frammento del metallo, che ritiene la sua immagine, la qual cosa, spiegata come conviene, significa: butta in faccia al corruttore l'arnese della corruttela, e vivi la vita dell'anima, ch'è la Libertà. Dirittamente dunque la donna egregia raccomanda, che le fanciulle nelle dottrine del santo Evangelo ammaestrinsi, avvegnachè la parola di Gesù Cristo non pure non dissuada, ma all'opposto imponga espressamente combattere i nemici della Patria, e sopportare con animo forte gli esilii, le carceri, e le morti per la redenzione di quella.
Dopo Dio, o insieme con Dio, quello che più preme è la educazione morale: ma qual morale? Infelicissima condizione dei tempi, in cui ad ogni piè sospinto ti è forza rimanerti incerto sul cammino da prendere! Il comune degli uomini, io lo sento, farà le stimate dicendo: — o che su la morale può egli cascare dubbio? O che delle morali soncene due? Eternamente immutabile, la morale è quella che si accomoda meglio ai bisogni dell'umano consorzio. — Ciò detto, questi cotali dottori forbirannosi la bocca come se avessero pronunziato una sentenza da segnarsi col carbone bianco. Ora, quando avrai detto così, avrai detto niente. Infatti, civiltà che è? La romana stava nel vincere il mondo, e con romana mola macinarlo: civiltà lacedemone patire per essere invitti, commettere imbrolii per non restare superati in accortezza: civiltà ateniese fare e dire con elegante inverecondia ogni cosa, mettendo in opera sottilissima industria, affinchè la turpitudine comparisse onesta. Le altre civiltà, se mai ce ne furono, omettonsi. Quale fia pertanto la civiltà nostra? La mollizie del vivere scioperato, il lusso smagliante, le vivande squisite, le vie ampie e illuminate a gasso, la parola commessa al fulmine, i mari e i venti contenuti dal vapore, le meraviglie delle gambe alzate, e i delirii delle gole gorgheggianti, i febbrili spasimi del giuoco, e i governi che tengono il banco: queste ed altre cose di congenere natura appellansi adesso civiltà: per lo contrario la perizia nelle armi, dai Romani salutata unicamente _virtù_, siccome comprensiva di ogni altra virtù, e le armi stesse, si giudicano barbare; anche in pro della Patria impugnate, barbare sempre: nè questo reputisi punto immaginativa di cui scrive, chè forse sta fitto nella mente di molti come certo valente uomo di Stato arringando così spiattellatamente e dalla bigoncia dicesse: — congratularsi col suo paese per esperimentarlo senza rimedio imbelle, essendochè l'esercizio delle armi porga testimonio di barbarie nel popolo che ci si abbandona: — e il nemico ci era sopra le spalle menando strepito di catena!
Havvi pertanto una morale eterna, e ve ne ha un'altra mutabile secondo lo stato in cui si trova il paese: arduo somministrarne esempii, ed anco pericoloso; questo basti, che il fine della educazione italiana oggi ha da gittare l'áncora nel disegno di sovvertire dalla radice buona parte di quelle cose che come civili si vantano, imperciocchè mentre così noi duriamo l'Italia non possa presumere di presentare la faccia nel collegio degli uomini liberi. Come le stoffe smontate di colore hannosi a tuffare in tinta più scura perchè le ritornino in sesto, così, perchè non caschino di rilassatezza, bisogna di tratto in tratto riportare gli ordini civili verso i loro principii: sentenza in ogni sua parte vera, con l'autorità di Niccolò Macchiavello confermata, e rinvenuta efficace in quasi tutte le faccende umane. Epperò avverti, lettore, che se ti preme davvero che la Italia cessi di essere ludibrio delle genti, bada a ritemprarla tuffandola nella barbarie; se pure al tuo onesto ingegno parrà barbarie, che scompaiano per sempre le agonie dei súbiti guadagni, i lussi ubriachi, e i lezii sazievoli di quel tenerume abbiosciato, che vantano umanità. Umanità, disgraziati, sarebbe tendere le orecchie e il cuore al rammarichío che mandano come altrettante bocche aperte le ferite fatte dalle austriache palle nei petti italiani, e supplicano dalla religione dei vivi il suffragio della vendetta! Ma le orecchie civilissime vostre ritengono troppo delle melodiche voci delle cantatrici, onde non si sentano stonate da cotesti stridi. Ecco la educazione morale di cui adesso abbisogna la Italia: la camicia insanguinata dei traditi scossa su gli occhi dei figliuoli, finchè ei non abbiano compíta la vendetta. La vendetta ora è sacra, religioso il furore: però le donne hanno da crescere tali, che valgano a scolpire l'anima della prole al patimento, alla vittoria, o alla morte.