Amelia Calani ed altri scritti

Part 17

Chapter 172,210 wordsPublic domain

Il perdono del Papa non fu egli concessione? — Non fu concessione. I Pontefici salendo al soglio costumano pubblicare indulto parziale o generale dei colpevoli, ladri, grassatori, bestie feroci insomma. Come se fosse soverchia la gioia che sentiva il popolo romano per l'assunzione di un papa, scatenavano cotesto flagello, che in breve faceva piangere; era acqua di dolore destinata a temperare il vino della pazza esultanza. Mastai non perdonò, adempì dopo qualche esitanza un dovere di cittadino e di cristiano. Se presso lui fosse stato delitto amare la Patria, non avrebbe proseguito egli la tirannide di Gregorio? La tirannide di Gregorio non poteva protrarsi più oltre: — dopo la enciclica contro i cattolici, la Chiesa di Gregorio si era fatta con le proprie mani uno sfregio sopra la faccia: — era caduta in ludibrio dei popoli.

Per le mani del suo vicario Cristo un'altra volta con la corona di spine, e lo scettro di canna, era stato esposto allo schiaffo delle Genti.

Meglio per la Italia se non avessero concesso nulla: o non ci saremmo levati a speranza, o ci saremmo levati più forti e più uniti. — Il comune pericolo, le comuni ferite, i dolori comuni avrebbero accordato i timidi e gli animosi: avrebbero chiuso il campo alla vanità, — _erba parietaria che presto si appiglia, e presto copre le anime leggiere o corrotte_.

Tutti quelli, che da tempo antico sono usi a militare sotto la insegna della Libertà, conobbero la Meretrice che ne assumeva la larva: per essi non hanno virtù le arti magiche di Alcina: conoscono tutti gl'incantesimi e i veleni della tirannide.

Le tanto allora vantate ed oggi irrise Riforme potevano paragonarsi al mutare della pelle che fanno le serpi in primavera: — la pelle muta, la serpe rimane.

Il dispotismo rimaneva sempre in trono come un idolo mostruoso degli antichi Messicani; le Riforme pareano gli anelli, i monili, le borchie, con le quali cotesti barbari reputando aggraziare lo idolo lo rendevano più deforme che mai.

Ma alle Riforme crederono tre maniere di gente, gl'ignoranti, i timidi e gli ambiziosi: questi si divisero dalla nostra schiera, mutandosi in barbacane del cadente edifizio.

Il popolo lo ricordi bene; giorno e notte se lo ripeta: _cotesti Sicofanti gli ribadirono le catene che era vicino a spezzare_.

Essi infusero nuovo olio nella lampada della Tirannide prossima ad estinguersi.

Quello che fu scritto è scritto, — quello che fu fatto è fatto: — non giova negarlo. Del passato non è padrone nè anche Dio.

Il meglio per voi sta in questo, che oscuri e inetti prima di morire i vostri nomi saranno dati in oblio. La storia aborre raccogliere immondezze.

Voleste instituire una forza per adoperarla ai vostri fini; e non vi riuscì concepire uno scopo, nè determinarlo con una forma qualunque; nè le mani vi bastarono a stringere cotesta forza; — voi fabbricaste un patibolo, e per non esserne vittime, consentiste a diventare carnefici. Voi sorgeste come una nebbia per adombrare il Dispotismo, ma appena ne riceveste i raggi diventaste quasi una aureola di gloria intorno al capo della Tirannide.

Fu allora che ostentando amore di Patria incominciaste il turpe soffocamento degli spiriti generosi che voi non conosceste mai, e spargevate paure di sopravvegnenti Austriaci; — come se una servitù non valesse l'altra: come se la servitù conoscesse specie, o famiglie diverse. La servitù è una come una è la Libertà, — come la vita e la morte, — come lo inferno e il paradiso.

E poi, campisanti eravamo, cimiterii con voi rimanevamo: — hanno essi paura i morti del sentirsi calpestati?

E un ministro, che forma tuttodì le delizie vostre, vi assicurava che gli Austriaci non vi avrebbero mosso guerra, e prometteva ancora un'altra cosa, che dove la guerra si rompesse egli e i figli suoi sarebbero volati contro il nemico.

Non importava che costoro volassero, bastava andassero di passo. I Tedeschi ci hanno rotto la guerra, o noi l'abbiamo rotta a loro. Dov'è il ministro dai vanti superbi, dove sono i suoi figli? La Toscana lo sa.

Ma questo poco importa. Quello che importa si è che i popoli avevano un concetto certo. I governi anch'essi lo avevano certo. I _Sicofanti_, gli svelti, gli eterni trecconi delle rivoluzioni si cacciarono in mezzo per imbrogliare.

Questi si fanno chiamare _moderati_, fingendo temperare gl'impeti del popolo e dei principi: in sostanza — libidinosi d'imperio senza possederne la capacità, vani di fama che si sentono disperati acquistare gentile, sopra tutto stretti dal bisogno o dalla cupidigia di possedere dovizie, si cacciano in mezzo per convertire la cosa pubblica in bottega di vanità o di pecunia. A loro poco, anzi nulla importa che vada in fiamme il mondo, purchè riescano a raccogliere qualche tizzo per riscaldarsi le mani intirizzite: — del cuore non parliamo, — essi non hanno cuore. Qualunque governo prevalga si studieranno sempre rimanere a galla; quando vi riuscissero considerateli come gavitelli che indicano i luoghi, dove giacciono le àncore: essi sopra una bugiarda superficie di Libertà ammoniscono che quivi sotto covano sempre e infamia, e viltà, e menzogna, e servaggio.

Il popolo intendeva dovesse essere Italia unita così che formasse stato solo sotto principe solo.

Questo non talentava a nessun principe; essi voleano rimanere come stavano; e proclamarono confederazione.

I Moderati eccoli entrare fra mezzo, e inventare la parola Unione. Giani dalla doppia faccia; ai popoli susurrano con una bocca dentro un orecchio: — siamo intesi; tutti vogliamo la Unità, ma a poco per volta; la Confederazione è un mezzo termine, una cosa transitoria per avviarci alla Unità; — ai principi con l'altra bocca mormorano nell'orecchio: — state fermi, egli è l'uragano dello Atlantico; ammainate le vele, mettetevi in panna; nel suo passaggio vi romperà qualche albero, vi strapperà il sartiame; col tempo e sartie e alberi voi rifarete più belli.

Il popolo intendeva essere la Italia Indipendente, cosicchè non un solo Tedesco rimanesse in Italia. I principi all'opposto per Indipendenza tenevano essere liberi dallo aspetto, non già dal patrocinio imperante dell'Austria. I Moderati si posero tra mezzo a immaginare la Guardia Civica; e dire al popolo: «ecco, tu hai le armi, con queste difendi i tuoi diritti e la tua patria;» e ai principi: «imponete a questa milizia per capi uomini provati per lunga servitù, o uomini inetti e tristi, falsi liberali, nostri amici, che noi vi garantiamo per capacissimi e dispostissimi a sostenervi; vinceteli con qualche carezza; non fanno mestieri le incantagioni di Circe per renderli vostri; già più che mezzo tramutati essi sono... Istituitela per modo che al generoso faccia imbarazzo il vano, o il tristo. I pochi prestanti stringete con la organizzazione come dentro pastoie di ferro. Poi andate a casa della Paura; è nostra amica anch'essa; v'insegneremo la strada; le scriveremo commendatizie per voi perchè vi presti uno spauracchio terribile che non ha forme e le assume tutte, vero Proteo della Paura; — ora ha sembianza d'incendio, ora di saccheggio, ora di stupro, ora di sacrilegio, ora di strage cittadina, — e dopo avere agghiacciato le anime di terrore, irridendo va via a guisa di tristo fanciullo, che si diletta spaventare per burla; — questo spauracchio ha nome ORDINE.»

Ahimè! madama Roland condotta al patibolo, inchinatasi davanti alla statua della Libertà, esclamava: — O Libertà, quanti mai delitti vengono commessi nel tuo nome santissimo! — A uguale ragione noi possiamo gridare: O Ordine, quante infamie, quante turpitudini, quanta tirannide si esercitano con lo spauracchio del tuo nome!

L'ordine sovente salva la Libertà, più sovente assai la perde. E qui tra noi — fin qui — parve la camicia insanguinata di Cesare scossa da Marco Antonio davanti agli occhi del popolo romano, onde perpetuargli la servitù.

Così noi abbiamo armi, ma non per la Libertà; — abbiamo armi, ma non per la Indipendenza.

E non le potevamo avere.

Perchè il principio che anima, o a meglio dire una volta animò i popoli, discorda dal principio del governo.

Pei popoli la guerra doveva assumere indole nazionale e di offesa.

Pei governi di provinciale e di difesa.

I popoli sentono, o, a meglio dire, sentivano la necessità del combattere la guerra comune, se comuni poi hanno da essere i benefizi e i destini.

I governi concepirono la mancanza di tornaconto in guerra tale, ove nulla guadagnano, molto scapitano. Il re di Napoli, come quello che guadagna meno e scapita più degli altri, stravolto dal turbine popolare, ha finto cedere. — La sua azione può rassomigliarsi a quella di Damosseno siracusano, il quale nella lotta con Creugante da Durazzo finse tirarsi indietro, ma il fece per percoterlo proditoriamente nel fianco, e penetrargli nel corpo onde straziarne le viscere[20].

[20] Pausania. _In Arcad._ Canova ha scolpito le statue colossali di Creugante e Damosseno.

Il papa non potè smentire il severo intelletto di Machiavello che lasciò scritto ai Posteri: i papi essere stati sempre la rovina d'Italia. Meglio per Pio IX se non avesse mai mutato le orme dal sentiero dei suoi predecessori. I popoli si sarebbero levati più tardi forse, ma più animosi, e solo fidenti nel brando romano, non già nelle infule del sacerdote. Roma ha da coprirsi il sacro capo dell'elmo, non già della tiara; imbracciare lo scudo, — lo scudo risonante di guerra, non il pastorale simbolo eterno di gregge, — e i popoli cessarono di essere greggi. Oh! perchè mai, Pio IX, salisti tanto alto nello amore delle genti, se ciò non doveva giovarti ad altro che a rendere più dolorosa la tua caduta? O Stella mattutina, come sei presto sparita dai campi dei cieli! Noi saremmo eternamente sconsolati, se al tuo venire meno non subentrava la levata di un sole che non tramonterà più dallo emisfero italiano, — il sole della Libertà. Invano il calcolo del mortale ti fanno i tuoi consiglieri nascondere sotto il manto del sacerdote; i preti re non trovano vantaggio in una guerra che non si combatte per loro, ma forse per proprio danno, commecchè lontano. Se la veste pontificale ha virtù di farti dimenticare i doveri di figlio, la pietà di padre, l'amore di fratello, il furore di Patria; la veste che indossasti, o Pio, potrebbe convertirsi in tappeto funerario del papato temporale; — e gioverebbe che fosse così; dacchè vediamo con gli esempii della storia che papi tristi riuscirono a bastanza prestanti re, i papi eccellenti poi tristissimi re. Come potevano non mostrarsi vere le cose sottilmente considerate da cotesti due fieri intelletti di Machiavello e di Dante? Corrono già cinque secoli che questi cantava:

Dì oggimai, che la chiesa di Roma Per confondere in sè due reggimenti _Cade nel fango, e sè brutta e la soma_[21].

[21] Purg c. XVI.

Roma dei Papi per tradizione antica la Indipendenza non ama nè la Libertà. E ve ne porgano testimonio Crescenzio, e Arnaldo, e Cola di Renzo, i Franchi, i Bavari e i Tedeschi chiamati, e per lei non istette se non venissero i Britanni, e barbari di ogni maniera. Alessandro per un momento si legò co' popoli contro a Federigo, ma subito dopo renunziò a cotesta lega come a cosa per lui snaturata. Ora via, italiani uomini, _gentil sangue latino_, che cosa aspettate più? Dite pur franchi a Samuele; _tu se' divenuto vecchio, — costituisci dunque sopra noi un re che ci giudichi, come hanno tutte le altre nazioni_, e il Signore ordinerà a Samuele: _acconsenti alla voce del popolo in tutto ciò ch'egli ti dirà_[22].

[22] Samuele, c. 8, n. 5.

Di Toscana parlammo, e indarno. Come Timante dipinse Agamennone col velo sopra gli occhi al sacrificio d'Ifigenia, ormai giova che tali ci veliamo noi; principe abbiamo di animo mite ma appunto per la bontà sua, per animo alieno a ingrandirsi, per la congiunzione alla casa che dovrebbe combattere, pel nessuno vantaggio, anzi pel danno inestimabile che risentirebbe a favorire uno stato, che amico lo rende vassallo, nemico l'opprime, non deve desiderare la guerra. Chi lo circonda fa quasi comparire sapienza la stupidezza di Claudio. Fra tanti tristi che cosa può fare il solo principe nel punto in cui abbisognerebbe pel maggiore scopo di uomini pronti e animosi? La discordanza del concetto fra il governo e la Nazione basterebbe sola, quando non concorressero come pur troppo concorrono altri semi pestiferi, a insinuare il languore nelle imprese guerresche.

Vinceremo noi, o cadremo per non risorgere più mai? — Intendete, uomini italiani, per non risorgere più mai! Le ossa degli antichi trapassati fremono dolorose nelle secolari sepolture, e voi non vi commovete! Carlo Alberto combatte solo. Noi non siamo amici di re, e meno di Carlo Alberto, ma chi siete voi che in segreto lo coprite d'infamia, mentre in palese, ginocchioni, a mani giunte come santo protettore lo supplicate? Forza è però dirlo; senza lui, a questa ora il becco dell'Aquila imperiale si pascerebbe delle nostre viscere.

L'Aquila di Savoia non si mostra Aquila generosa, — tutte le Aquile sono _rapaci_.

Il re di Savoja procede gagliardo sopra la guerra, — perchè difende la sua mercede; ella è troppo bella, perchè non si provi a tentare lo estremo di sua forza per conservarla.

Della Libertà non favelliamo. Noi l'abbiamo velata di nero. Così avendo mancato a noi stessi per colpa della maledetta stirpe dei codardi che hanno nome di _Moderati_, vediamo: la _Unità_ della Italia allontanata, la _Indipendenza_ in pericolo, le Libertà in procinto di tornare alla beata sua sede, ch'è il cielo.

FINE

INDICE

_Amelia Calani_ Pag. 5 _Dello Scrittore italiano_ » 79 _L'Albo_ » 195 _Lettera a Pietro Ellero_ » 213 _Ritratto morale di Leopoldo II_ » 241 _Racconto d'Erodoto, applicabile ai nostri tempi_ » 261 _Il Porto di Piombino_ » 267 _Sermide_ » 271 _I Moderati_ » 278

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (gran cancelliere/gran-cancelliere, agonia/agonía, còmpito/cómpito, pro/prò e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.