Amelia Calani ed altri scritti

Part 16

Chapter 163,805 wordsPublic domain

Riassumiamo. Il granduca senza ragione disertando dal paese lo espose agli orrori della guerra civile e dell'anarchia; e ciò nel punto in cui stava per combattere la seconda impresa italiana; pretesto la Costituente: causa vera, starsi a cavallo al fosso per vedere dove l'andava a parare, e godere i frutti così della vittoria come della disfatta; a cui salvò il paese dagli orrori a cui lo esponeva egli, dava in mercede l'esilio, la quinquenne carcere, l'oltraggio della condanna infamante, la inopia e l'avvilimento; cui troppo si fidò della sua giustizia espose al ludibrio delle genti, al rimprovero di avere condotto al macello la patria, all'amarezza di essersi in mal punto ingannati, e ad altre più cose che a noi fia bello tacere. Il paese innocentissimo funestò con le stragi, avvilì con la occupazione straniera, spiantò con gl'imprestiti per pagare il boia che lo frustasse, empì di miseria e di lutto con le frequenti condanne per cause politiche; tentò più volte consegnarlo in mano degli esosi gesuiti, le libertà calpestava, i giuramenti tradiva, insultava la cittadinanza toscana ostentando assisa austriaca senza bisogno alcuno, e predicandola stupida e ignorante al mondo; s'ingegnò fulminare con le artiglierie Firenze, spinse i nati di una medesima terra a sbranarsi. Alla perfine rifuggì presso il nemico, anzi nella sua medesima casa ei riparò: i figli suoi nello esercito austriaco comparvero solo per dimostrare che, rinnegato il paese dove pure avevano aperto gli occhi alla luce, quando avessero potuto, lo avrebbero con le proprie mani messo a pezzi.

RACCONTO DI ERODOTO APPLICABILE AI NOSTRI TEMPI

SOMMARIO.

Si confortano i Lombardi a perseverare animosi, ed a non ispogliarsi leggermente della libertà.

Narrasi da Erodoto nel libro settimo delle Storie intitolato a _Polinnia_ come: — «i Greci, instando Serse con l'enormi sue forze terrestri e marittime, si adunassero insieme in un medesimo luogo, e, datasi fede scambievole, deliberassero prima di tutto _riconciliarsi e far pace delle ingiurie passate_; conciossiachè la guerra durasse allora vivissima tra diverse città, e segnatamente tra gli Ateniesi e gli Egineti».

«E decretarono eziandio inviare legati ad Argo, a Gelone figlio di Dinomene, a Corcira e a Creta per istringere alleanza con gli Argivi, i Siracusani, i Corciresi e i Cretesi contro i Persiani, e sovvenire ai Greci nelle angustie presenti. — Intendimento loro era di assembrare, se la cosa poteva farsi, il corpo ellenico, e con supremi e concordi conati vincere i pericoli sovrastanti a tutta la Grecia. Grande si presentava in quei tempi la potenza di Gelone, e non occorreva stato nella Grecia che superasse ed uguagliasse il suo».

«I legati Greci giunti al cospetto di Gelone favellarono in questa sentenza: «I Lacedemoni, gli Ateniesi e gli alleati loro noi commisero verso te ambasciatori per confortarti a unire le tue alle nostre forze contro i Barbari. Tu per certo hai inteso il re di Persia in procinto d'invadere la Grecia, e gettato un ponte sopra lo Ellesponto, seco menando quante ha forze l'Oriente, sul punto di assaltarla. Sotto pretesto di vendicarsi di Atene egli disegna ridurre la universa Grecia in servitù. Tu sei potentissimo re, e la Sicilia che tu governi forma parte non piccola della Grecia. Sovvieni pertanto i vendicatori della libertà, e unisciti a noi per conservarla. Dove la Grecia tutta colleghisi, noi comporremo potenza capace per combattere il nemico che sta per assalirci; se poi alcuno di noi tradisce la patria, o ricusa sovvenirla, — se la parte più valida dei suoi difensori si astiene da imprendere la guerra, noi presagiamo sicuro lo eccidio di noi. Armati di provvidenza avanti. — Noi soccorrendo procaccerai la tua propria salvezza. Le imprese prudentemente concertate riescono a prosperevole fine».

«Greci, — rispose Gelone concitatissimo, — e con qual fronte me confortate ad aggiungere le mie forze alle vostre incontro ai Persiani, mentre io quando vi pregai di sussidio nella guerra Cartaginese, ed implorai il vostro ajuto per vendicare la morte di Dorieo figlio di Anassandride contro gli abitanti di Egeste, voi, nonostante le mie profferte di affrancare i porti per voi sorgente di comodi e di utilità grandissime, non solo rifiutaste sovvenirmi, ma eziandio negaste vendicare meco la strage di Dorieo? Per voi non istette pertanto che questo paese non cadesse pienamente in preda dei barbari; ora le cose mutarono aspetto, e adesso che la guerra vi sta sulle porte, anzi pure in casa, vi ricordate alfine di Gelone. Io però non voglio imitarvi; manderò a sostenervi 200 triremi, 20,000 opliti, 2000 cavalli, 2000 arcieri e 2000 frombolieri; ancora provvederò di grani tutto lo esercito fino a guerra vinta, a patto che io ne sarò condottiero; diversamente nè io verrò alla guerra, nè vi spedirò veruno dei miei sudditi.

«Siagro male frenando lo sdegno soggiunse: Gemerebbe l'ombra onorata di Agamennone se sapesse come gli Spartani avessero consentito lasciarsi spogliare del comando da un Gelone e dai Siracusani. Se vuoi soccorrere i Greci, obbedisci ai Lacedemoni, se ricusi, tienti le tue milizie, noi sapremo farne a meno».

«Gelone, considerando cotesta repugnanza insuperabile, di nuovo riprese: «Spartani, la ingiuria profferita contro gente animosa muove a sdegno; ma la vostra tracotanza non mi dissuaderà dal rispondervi pacato. Se tanto alligna in voi desiderio di comando, naturale cosa è che io più di voi lo pretenda, imperociocchè io manderei maggiore copia di milizie e di navi che voi non avete. Ma poichè la mia proposta v'irrita componghiamo fra noi. Se voi assumete il comando delle forze terrestri, sia mio quello delle navi, o se voi scegliete le navi, a me le milizie di terra. Accettate una di queste condizioni, altrimenti partite, e fate a meno di me.»

«Tali furono le offerte di Gelone. Il legato di Atene prevenendo lo Spartano così favellò: «Re di Siracusa, la Grecia non abbisogna di Capitano ma di forze, e noi verso te deputava per domandartene. Però tu neghi concederle se noi non ti eleggiamo Capitano; tanto in te arde la libidine d'impero. Finchè chiedevi l'universale comando, noi tacemmo persuasi che il legato di Sparta risponderebbe per ambedue. Rigettato dalla condotta universale ti se' ristretto a quella delle navi. Adesso sappi che, dove te la consentissero gli Spartani, noi negheremmo: perchè dopo loro spetta a noi. Se i Lacedemoni intendono capitanare le navi, noi nol contrasteremo, ma non cederemo altrui. Noi che possediamo la massima parte delle navi greche, e ci vantiamo popolo antichissimo fra i Greci, abbandoneremo il comando ai Siracusani? noi che soli dei Greci non mutammo mai suolo, noi che fra i compatriotti nostri annoveriamo il capitano che navigò allo assedio di Troja, e per testimonianza di Omero fu peritissimo ad ordinare lo esercito e schierarlo in battaglia! — Forti di questa testimonianza noi senza inverecondia possiamo celebrare la patria nostra».

«Ateniesi, replicò Gelone, voi non di capitani ma di soldati difettate. Or via, poichè siete così ostinati, tornate in Grecia e dite ch'essa delle quattro stagioni dell'anno si toglie la primavera».

Gelone negò i sussidii e mandò Cadmo di Coo a Delfo con tesoro grande e parole di pace, istruendolo che stesse ad osservare, e se il re vincesse lo presentasse del danaro, e la terra e l'acqua per tutto il suo stato gli offerisse; se all'opposto superassero i Greci, se ne tornasse in Sicilia.

I Greci senza i soccorsi di Gelone vinsero i Persiani sul mare a Salamina, su la terra a Platea.

Così i Greci, avendo a fronte uno esercito di un milione e settecentomila fanti e di ottantamila cavalieri, ed una flotta di milleduecentosette galere, non disperarono. Ai Lombardi stanno contro forse quarantamila combattenti, e si avviliscono. Contro ai Greci stava un Re potentissimo, signore di contrade vaste 165,300 leghe quadrate, copiose di pecunia, abbondanti di biade, capaci a mettere in piedi nuovi eserciti, e non disperarono. Contro ai Lombardi sta un reame stremo di danari, cadente, commosso da interne perturbazioni, diviso e già precipitante allo estremo esizio, e si avviliscono. I Greci convocarono un congresso di popoli amici allo istmo di Corinto, e quantunque i Cretensi e i Corciresi mancassero alla posta e gli Argivi tradissero, non disperarono. I Lombardi vedono accorrere da tutte le parti d'Italia uomini armati per la comune difesa, e si avviliscono. I Greci non consentirono cedere a Gelone neppure una parte del comando in mercede degli aiuti promessi; i Lombardi renunziano alla libertà in premio del sussidio sperato. Così i Lombardi si mostrano vogliosi meno di libertà che di mutare signoria, e così mostrano che noi anime pallide d'oggidì rassomigliamo i grandi avi nostri di Pontida e di Legnano quanto un verme nato dalle viscere del cavallo morto e corrotto rassomiglia al feroce destriero, ch'empie le campagne del potente nitrito, drizza la criniera, e spumante e fumoso si precipita nel folto della battaglia quando la tromba guerriera suona l'ora in cui i magnanimi o vincendo o morendo si rendono immortali.

IL PORTO DI PIOMBINO

Intorno alla necessità di ristaurare il porto di Piombino, che tuttavia dura; e provvedimenti ministeriali censurati.

Io me ne stava seduto sopra un mortaio di bronzo napoleonico alla Stella (la quale per parentesi non era la _Stella di Venere_, ma la fortezza ove il 9 gennaio dalla salutifera incarnazione 1848 mi trasportarono), e, quantunque non paresse, aspettava con impazienza la barca della posta. Da gran tempo era trascorsa la ora consueta dello arrivo, e non si vedeva: parevami il tempo buono e non sapeva persuadermi del ritardo. Guardava il Fanalaio, e poi il Capo, e dal Capo riportava gli occhi sul Fanalaio, ma egli non segnalava la barca. Finalmente ruppi il silenzio e domandai al Fanalaio: o come avviene che non giunge la posta? Non soffia favorevole il vento? — Soffia, rispose, ma, quando il mare è niente grosso, nel Porto di Piombino non si entra nè si esce. — E da Portoferraio? — Si entra e si esce con tutti l venti: cosa che piacque poco anche al Diavolo onde depose il pensiero di farsi marinaro. — Se invece fosse stato nel Porto di Piombino... — A questa ora il Diavolo sarebbe Ammiraglio!

Simile discorso mi condusse, secondo mi persuade la mia natura curiosa, a ricercare un po' sopra le ragioni del Porto di Piombino, ed ecco quanto mi venne fatto trovare. Il Porto presente di Piombino pur troppo offre le comodità celebrate dal Fanalaio, ma mezzo miglio lontano poco più poco meno tirando verso levante si trova il Porto vecchio, che fu Porto Pisano. Adesso è interrato, ma di leggieri si potrebbe affondare. Il regio architetto Caprilli a cui venne ordinata la perizia fece ascendere la spesa a L. 170,000 e il Principe l'approvò con Rescritto.

I Piombinesi reputarono avere toccato il cielo col dito, ma ebbero a sperimentare la verità del proverbio che tra il detto e il fatto corre un bel tratto; e di vero continuano a possedere lo egregio porto, ove e d'onde anche in tempo buono non può entrare nè uscire una barca.

Questa impresa meriterà la grave attenzione delle Camere come urgentissima, poichè Portovecchio essendo posto nel Canale di Piombino presenta opportuno ricovero ai bastimenti che vanno a caricare alla Torre del sale, a Follonica, a Torre mozza, a San Vincenzo e a Bibbona, e comodo rilascio alle navi che veleggiano per levante quando imperversando il vento mezzogiorno-ponente non possono proseguire il cammino a ponente nè a levante, nè ripararsi a Longone, nè a Portoferraio.

A dimostrare la importanza di cotesto porto, basti sapere che i Genovesi assumevano la spesa dello affondamento a patto di averne la privativa per 20 anni: pretensione smoderata, che non poteva concedersi ragionevolmente (il che non toglie per parentesi che in Toscana non si concedesse), e come a Dio piacque non lo fu. Tuttavolta Piombino ha il porto ove non si entra, e donde non si esce a tempo buono, il Portovecchio rimane interrato e non giova a Toscani, nè a Genovesi, nè a nessuno.

Altre volte dimostrai la inanità delle strade ferrate per la Maremma paralelle al mare: queste dichiarai impossibili nonostante lo schiamazzo, il frastuono e il brulichio degl'interessati a smentirmi. Più riposato consiglio mi dava ragione. I provvedimenti in quanto a strade per promovere la prosperità delle Maremme consistono nel praticare strade perpendicolari al lido, e quivi erigere porti comodi e sicuri. Insomma stringere gl'interessi e i commerci della Maremma con Livorno. All'opposto il Ministero Toscano ogni dì più s'ingegna a segregare Maremma da Livorno, e ciò si manifesta dalla Legge 9 marzo 1848 che toglie Guardistallo, Montescudaio, Casale, Bibbona e tutto il Vicariato di Rosignano dalla giurisdizione del Tribunale di Livorno, allontanandone così gl'interessi, le cause di frequenza e le occasioni di concertare negozi. — Per fare così male come il Ministero toscano, ma per Dio santissimo bisogna avere proprio sortito dalla natura un genio a posta!!!

SERMIDE

Padri, madri, spose, figli, sacerdoti, campagnuoli, cittadini, ricchi e poveri, uditemi tutti; io vi parlo la voce della patria, — la voce di Dio.

Voi lo sapete, Sermide, terra confinante col Modanese fu presa e arsa; vi si commisero stragi e stupri tali da fare inorridire la faccia mansueta di Cristo. La mezza luna di Maometto non apparve mai tanto insanguinata quanto gli artigli del giovane duca di Modena. Dal frutto riconosco l'albero. I Turchi adesso si fanno pietosi udendo le immanità dei Cristiani esercitate sopra teste battezzate.

A Peschiera venne ucciso un ulano; o sacerdoti, sapete voi che cosa gli fu trovato nel sacco? Una pianeta, e _una pisside_.

A Cremona non si contentano mettere il popolo nello strettojo e spremergli moneta; ma strappano tutti gli uomini validi di 18 a 40 anni da ogni cosa più caramente diletta, per mandarli dove? — A coltivare forse i campi boemi o croati: essi bagneranno dei loro sudori una terra che produrrà frutti per padroni spietati; la condizione nostra diventerà peggiore degli iloti e degli ebrei sotto Faraone. — Le lamentazioni di Geremia parranno suono troppo fievole per esprimere le nostre miserie. O Dio, perchè hai rivolto altrove i tuoi giusti occhi?

O piuttosto gli mescoleranno nelle loro milizie, e li costringeranno con mano parricida a trarre contro i loro parenti. Noi credevamo che simili pensieri allignassero appena nella mente di Satana; spettava a noi vedere che da Cristiani concepisconsi, e da Cristiani mandansi ad esecuzione.

E i Tedeschi si dolgono se da noi si chiamano barbari! Certo, il nome di barbari è troppo poco per loro. E questa arte iniqua non è nuova per essi. Federigo svevo assediando anticamente Tortona appese prigioni alle torri che moveva ai danni delle mura, onde gli assediati non vi avventassero dardi e fiamme. Così i Tortonesi o dovevano lasciare che illese le torri alle mura si accostassero, o combattendole correre pericolo di mandare in brani le membra di fratelli, di patri e di figli. Erravano mugghiando cotesti forti infelici per angoscia lungo i ballatoj, ma la pietà della patria gli rese spietati contro il proprio sangue... quello che facessero, — io non lo posso dire.

O lettori, il palpito del vostro cuore ve lo ha già detto abbastanza!...

Tali furono e tali si mantengono i Tedeschi, per cui dai nostri incliti uomini cotesta loro crudeltà gelida e calcolata era detta _tedesca rabbia_[19].

[19]

. . . . E ben delle Alpi schermo Fece tra noi e la _tedesca rabbia_.

PETRARCA

O voi gente del popolo, o voi campagnuoli che vi reputate stranieri a questi strazii e andate dicendo; «_che importa a noi?_» Io vi domando: non preme il vostro sangue a voi? Voi dalla necessità siete incatenati nella terra che vi vide nascere: i ricchi possono tramutarsi altrove. Ora dunque considerate come la barbarica invasione deva premere piuttosto a voi che a loro.

E dico: deve premere più a te, o popolo povero, che ai doviziosi, perchè tu, o popolo, possiedi un tesoro solo, — quello dei tuoi affetti. —

Ma poveri e ricchi formano un popolo solo; tutti hanno occhi per piangere, cuore per gemere, e mani per difendersi. Silenzio agl'infami clamori! Stringiamoci a disperata difesa.

Adesso uditemi bene. I Piemontesi o male contando le proprie e le altrui forze, o non soccorsi come fidavano, o abbandonati come non si attendevano, o trattenendosi per impotenza, o come pure piuttosto per cupidi consigli, hanno dovuto ritirarsi dall'Adige e dall'Oglio. Adesso stanno a Lodi: dicesi che re Carlo Alberto voglia chiudersi in Milano, e, prima che rendersi, seppellirsi sotto le sue rovine. Sangue italiano è Carlo Alberto, e noi lo estimiamo capace di farlo. Se tale fu il suo proponimento io gli presagisco due cose: che nè egli morrà, e che prima volga il presente anno al suo termine la corona di Monza premerà le sue chiome reali.

La Francia interverrà o no nelle cose d'Italia? Considerando la materia, parrebbe avesse a moversi e tosto. La Francia è odiata in Europa. Di là emana la luce che illumina il mondo e spaventa i tiranni. Di là lo esempio e i conforti dello agitarsi inquieto dei popoli anche sotto la verga: 34 milioni di uomini aborrenti da ogni dispotismo nello ombilico della Europa la commovono sempre come donna soprappresa dai dolori del parto; — e il portato è la libertà, che già maturo vuole e deve prorompere anche a pericolo della operazione cesarea. Sbigottiti per ora, i patroni dello assolutismo le appresteranno una cintura di bajonette. Se la Francia ci lascia perire, dove andrà a cercare i suoi ajuti? Forse tra i morti?

I morti hanno voce e braccia, ma non l'ode, nè le vede altri che Dio per vendicarli di coloro che gli hanno traditi. Ed oltre questa ecci un'altra ragione. Il popolo di Francia venne concitato a non comportabili speranze: adesso con la forza si costringe a starsi contento: ma la forza si consuma, e si assomiglia a un argine lungo di fiume riottoso. Guai se in un punto solo l'argine s'indebolisce; le acque allagano e annegano tutto il rimanente, comunque rimasto illeso! Arte di Stato li consiglia a fare sì che egli sfochi le ardenti voglie altrove, ad allontanarlo dai luoghi che ravvivano in lui memorie, dolori e desio di vendetta, a convertire in gloriose le feroci passioni, — insomma a mandarlo alla guerra. Conciossiachè in tutte le rivoluzioni si sviluppi un soverchio di energia, il quale è forza o che prorompa in guerra straniera, o scompigli internamente il paese. E questa per avventura mi sembra la ragione per cui Austria inferma e cadente comparisca come provveduta di sangue nuovo ai nostri danni. Forse se l'Austria rimanevasi quieta mancava in lei la energia insolita che le abbiamo veduto esercitare. Quando i politici non avevano anche pensato alla fratellanza dei popoli dicevano: un popolo in rivoluzione sta più presso a conquistare che ad essere conquistato. Adesso quest'altra sentenza è vera: _i popoli insorti per la libertà hanno a soccorrere la libertà degli altri popoli sotto pena di vedersela spenta in casa_. La Francia di Luigi Filippo lo conobbe a prova.

Dunque per me credo che i Francesi scenderanno, e ne abbiamo notizie che pajono sicure; ma se non venissero, commetterebbero errore insanabile. E se Carlo Alberto accettasse mediazione prima che un tedesco non cessasse di calcare la Italia, la sua stella tramonterebbe dietro un protocollo per non rilevarsi più mai.

Ora i Tedeschi possono venire in due maniere tra noi, o grossi, o scarsi di numero.

Non temo grossi perchè nel sospetto che i Piemontesi si riordinino, i Francesi scendano, i Lombardi soccorrano, non vorranno distrarre grossa mano di esercito dissipandola in presidii senza prò, e, non sicuri alle spalle, non si potrebbero avventurare innanzi.

Potrebbero molto bene venire in poco numero a imporre taglie, a rapire uomini e straziare il paese; a mo' di fiera azzannare una preda e andarsene a divorarla a bello agio nella caverna. A questa _razzia_ da beduini molto bene, pure che si faccia presto, possiamo riparare noi.

Facile è la difesa degli Appennini. Dodici mila uomini e venti pezzi d'artiglieria bastano per respingere il doppio con molta agevolezza. La guerra pei monti non si fa ordinata, e vi si adattano ottimamente persone use a poca disciplina. Uniamoci per tanto al principe, preghiamolo a darci un ministero di fiducia comune, e che talenti allo universale; si abbandoni senza riguardo nelle braccia del popolo; di che cosa teme egli? Getti via il sospetto che gli hanno insinuato nel cuore. Noi non lo abbiamo mai confuso nelle colpe e negli errori dei suoi ministri. Egli lo dovrebbe sapere. S'egli sta con noi, e noi con lui, non possiamo essere vinti. La salute nostra è a questo patto. Uomini impopolari, già più che mezzo logori nella pubblica opinione, se non torranno affatto la fiducia nel principe, ne differiranno il ristabilimento; — la quale cosa sarebbe nelle attuali necessità supremo pericolo.

I MODERATI

Tu vedi, lettore, se i Moderati del 1848-49 sieno, ed in che disformi ai Moderati del 1859-60.

Allora possiamo augurare bene della Libertà, quando almeno gli uomini ardiscono aprire i labbri al vero; non protervo, non petulante, ma pure dignitoso e schietto.

Noi non vediamo, e con dolore inestimabile il diciamo, che ai tempi nostri si porga testimonianza alla verità. Alcuni piaggiando, una cosa pensando ed un'altra manifestandone, si avvisano per virtù di arte giungere al segno; altri si ravviluppano in cupissime ambagi, donde, non che ad altri, a loro stessi non riuscirebbe poi ripescare il proprio concetto.

Pessimo principio pei Popoli nuovi nel cammino della Libertà, che avendo speranza rinvenire ingenua la forma ai concepiti istinti, consultano gli scritti dei pubblicisti, e non vi trovando quello che cercavano, smarrisconsi o sconfortati cadono nel dubbio, — il dubbio, verme dell'anima!

Affermarono alcuni che le condizioni presenti mossero dai Monarchi; questo è falso. — I Monarchi si valsero dei Popoli come leva a rovesciare il temuto loro tiranno Napoleone. Non essi lo vinsero, ma la Libertà che promisero ai Popoli; e poi li tradirono. La storia è lì per provarlo a cui nega. I bisogni e i desiderii dei Popoli conoscevano dunque di lunga mano i Principi; si erano eziandio obbligati a soddisfarli, — leggete i proclami dei tempi. Come ai giuramenti adempissero — leggetelo nei trattati di Vienna.

Immersi negli ozii deliziosi delle ville e dei palazzi sovente giunse a sturbarli un suono lontano come di mare in burrasca, e domandarono ai cortigiani: ch'è questo? I cortigiani risposero: Nulla; — è il rumore del Popolo che piange....

Come le acque del diluvio crebbe il tesoro dell'odio del Popolo, e un giorno venne fremente a battere alla soglia della Reggia, — Ch'è questo? domandò il Re, e i Cortigiani: Sire, è il Popolo che minaccia. — Minaccia? — Mandategli contro i miei fanti e i miei cavalieri, stringetelo di catene, gittatelo nelle caverne, cacciatelo sotto terra a scavare le mie miniere. — Sire, sotto i piedi del Popolo si vede una massa informe di fango insanguinato, — cotesti sono i tuoi fanti e i tuoi cavalieri. — Gittategli dunque i rilievi del mio festino reale, — apritegli gli atrii e i giardini, — versategli vino, inebbriatelo.... — Sire, il Popolo ha sete, ma non di vino; — il Popolo ha fame, ma non dei tuoi rilievi.... — Or dunque che pretende egli? La mia corona forse? Ebbene, a voi, ecco la mia corona, lanciatela fuori del balcone alla furia del Popolo. — Sire, la tua corona non basta...!

Quando sotto la impressione del terrore si adempie in parte la prepotente volontà altrui, — questo non si chiama concedere.