Amelia Calani ed altri scritti
Part 13
E dell'Albo, di questo figliuolo della Vanità, che cosa abbiamo a fare noi? Dobbiamo lasciarlo perire come i parti mostruosi, o piuttosto, legatogli per filo e per segno il suo bellico, darassi a balia, e tirandolo su nel santo timore di Dio gl'insegneremo a leggere, a scrivere, e, come si dice, a procedere da galantuomo? Questo secondo fie il partito migliore, molto più che a levarlo dal mondo non ci si trova verso; nè egli dimostra indole tanto incocciata nel male, che con un po' di tempo e di pazienza e' non si possa ridurre in termini comportabili, anzi lodevoli.
Che vuolsi a ciò? Io l'ho già detto altrove; un po' d'imitazione di Cristo, ma di quella buona, veh! Pongansi giù le burbanze e gli spregi: fra i proverbii haccene uno, che si vorrebbe scrivere in oro, ed è questo: _amor fa amore_ Ognuno si metta con animo grato a lavorare intorno a questi Albi: io lo so bene, a dissodare di siffatta maniera campi costa sudori di acqua e di sangue, ma non ti hai a confondere, il cento per uno tu non lo puoi raccattare che dalla sementa della virtù. Invano tu ti affaticherai a trovare industria, la quale tanto valga a innamorarci di una creatura, o vuoi scienza od arte, quanto le accoglienze benevole, il soave conforto, e il conto che mostrano fare di noi gli uomini illustri e i maestri dell'arte. Di questo, come gentile spirito, si accorse il Ghirlandaio, il quale costumò raccomandare ai suoi scolari tenessero bene edificati coloro, che si mostrassero alla pittura inchinevoli, epperò non rimandassero indietro dalla bottega persona, fosse anche fantesca da paniere, ma si tutti con lieto volto accogliendo, le opere commesse accettassero senza troppo attendere se alla mercede corrispondesse la fatica. Laonde inestimabili crebbero in cotesti tempi presso l'universale l'amore delle arti, e nei maestri la conoscenza e la dignità di quelle. Bellissimo esempio di tale umanità somministrava ai tempi dei padri nostri Messer Marcello, uomo, secondochè attesta Giovambattista Gelli nei Capricci del Bottaio, non solamente buono ma la stessa bontà, il quale ad ogni fanciullino, che lo avesse domandato di qualchecosa arebbe risposto tutto quanto egli medesimo sapeva; desiderosissimo com'era di comunicare le virtù sue. E nè manco io vo' tacere, che sarebbe proprio peccato, della urbanità egregia di Messer Francesco Vettori, che leggendo filosofia, e veggendo talvolta venire a udirlo il capitano Pepe, il quale non intendeva la lingua latina, subito cominciava a leggere in volgare, perchè potesse intendere egli. Della quale urbanità, ond'io non paia perpetuo morditore dei tempi miei, giusta il costume di cui invecchia, io vo' pur dire, che in mezzo a molti malanni n'è rimasta la traccia in Firenze: appunto come, bevuto il vino, ne resta nella boccia l'odore.
Animo dunque, Pittori famosi, non isdegnate richiesti di ritrarre sopra i domestici Albi le immagini dei vecchi di casa, non mica perchè a me estraneo calga troppo contemplare la effigie delle madri, e molto meno quella delle ave defunte, ma sì perchè mi preme moltissimo penetrare se la persona, con la quale intendo stabilire amichevole commercio o vincolo altro più prossimo, sia ricordevole dei suoi morti e con pietoso affetto proseguendoli si dimostri divota alla religione della famiglia, dopo i parenti per sangue ponga il Pittore i ritratti degli illustri italiani, parenti in ispirito a tutte le anime bennate: certo io temo che pochi avranno ad effigiarne dei felici, e per converso abbonderanno coloro a cui mancò la fortuna non la virtù, onde sperando, e pure aspettando, meglio da questi trarremo presagi per le prove, che hanno ultimamente a riuscire avventurose; conciosiachè quello che Popolo vuole Dio vuole, a patto però che forte ei voglia.
E voi, Letterati, vergando le carte dell'Albo badate a non inquinarle con la loda della bellezza della donna, che a voi le presenta, però che spesso ella questa bellezza non abbia, e ad ogni modo suoni corrompitrice piaggerìa per colui che la fa, e fatua inverecondia in lei che la ostenta: può lodarsi la bellezza, meritamente essendo ella fiore caduto dai giardini celesti ad avvizzire sopra la terra, ma guardisi alle occasioni e ai termini: tuttavolta il meglio fie sempre lodare taluna delle virtù, e sia qual vuolsi fra loro; imperciocchè nella maniera medesima che le Ore dinanzi al Tempo menano il ballo tondo, tutte le virtù, come tutte le libertà, mani intrecciate a mani, girano intorno al soglio dello Eterno, che di sè balenando le innamora. O menti divine, o sacri ingegni, o tutti voi altissimi letterati e poeti, verbo di Dio fatto carne, attendete che come dai rami dell'olibano stillano lagrime d'incenso, delizia dei numi, così caschino dalle vostri mani sopra coteste carte ammonimenti per le diverse fortune, conforti alle moltiplici languidezze, lode ai felici, compianto ai miseri, onore a tutti: e, ciò che sta in cima ad ogni altra cosa, sensi immortali di amore, anzi pure di furore di Patria; — imperciocchè gli antichi nostri sapienti definissero il patrio entusiasmo una spezie di furore ispirato da Dio.
Io mi vado raffigurando un figliuolaccio del tempo nostro incamminarsi con pensieri obliqui alla dimora dell'amabile posseditrice di uno di questi Albi; suonare, aprirglisi, accogliersi e dirglisi tanto volere essere cortese di attendere alcun poco la signora in salotto: egli dopo avere scomposto e ricomposto le chiome, la barba e le vesti, come il capitano che ordina e arringa i suoi soldati prima d'ingaggiare l'assalto, facendosi lo indugio lungo e la pazienza corta, per fuggire la noia, visto il libro elegante, recaselo in mano, lo sfoglia e lo legge. Veramente a leggere non era venuto egli, ma tal bue, che crede andare a pascere, ara. La prima pagina, a quanto sembra, non gli va a fagiuolo, e la seconda nemmeno: schizza alla quarta, peggio: a mezzo, a due terzi, in fondo, sperpetua sempre: allora fattosi serio incomincia a pensare che e' potrebbe molto bene avere preso un granchio, non parergli cotesto terreno da piantare vigna, e, fatti i conti, tornargli meglio innanzi che trovarsi ridotto a riporre le trombe nel sacco, non le mettere fuori nè manco. In questa ecco uscire dalla camera la donna leggiadra, e sorpreso il giovane col libro in mano, commendarlo della occupazione e seco lui congratularsi, che di cotesti severi ammonimenti prendesse diletto, e poi pregarlo a crescere il tesoro della buona morale con qualche cosa di suo, e qui gli porge sorridente la penna invitandolo a scrivere. Oramai e' ci era, e sapendo che in compagnia dei lupi bisogna stridere, si mise come Saule, quando entrò in Rama, a profetare co' profeti. Tu l'avessi visto! con la penna in mano a scrivere sentenze di buona morale sopra a quel maledetto libro, pareva proprio il Diavolo condannato a recitare il _confiteor_. Ipocrisia! osserverà taluno; nè io vorrò negarlo, ma qualche volta la ipocrisia è omaggio del vizio alla virtù; anzi una volta ho sentito raccontare ai miei vecchi che la Ipocrisia si acconciò con la Virtù per battistrada, la quale le disse: «va, precorrimi se ti piace, purchè sia alla lontana, e la Vergogna ti seguiti.»
Io vorrei che l'Albo diventasse un Penate della famiglia; vorrei.... ma per fuggire la taccia dicendo parole non cose, di avere preso a nolo tutt'oggi la Rettorica, stringendo i miei voti in uno vorrei che l'Albo stesse depositato dentro le domestiche pareti come il Breviario della Virtù.
Da tale intenzione mosso, io non ho mai ricusato, comecchè talora mi sembrasse anzi che no fastidiosetto, scrivere quello che mi si affacciava alla mente negli Albi, i quali mi venivano di dì in dì presentati, e di leggieri confesso che altri mi avrà vinto nelle forme elette del dire, nella gravità delle sentenze; in amore di Patria veruno. Duolmi adesso averne disperso i ricordi, che assai costumo, come la Sibilla, sperperare i fogli, dato il responso: pochi me ne rimangono, e non so come superstiti a tanti naufragii. Se il mondo li conoscesse vedrebbe quanto nel cervello mi stava fitta e stia quella solenne verità: «_che se la piena del torrente stianta in un attimo, e manda sottosopra ogni cosa, anco la stilla perenne ha virtù di sfondare il granito_.»
Bastia, 15 settembre 1856.
LETTERA A PIETRO ELLERO
(Estratta dal primo fascicolo del Giornale per l'abolizione della pena di morte.)
_Mio riverito signore ed amico,_
La pena di morte è una questione intorno alla quale si sono piuttosto affaticate, che esercitate le menti degli uomini; e con quanto frutto non so; certo se ne dovessimo giudicare dal resultato, dovremmo dire poco; imperciocchè i Governi che in ogni altra cosa peccano del gretto, in questa poi procedono liberali, anzi spreconi; massime il Piemontese, che per la morte a piene mani nel suo codice largita si acquistò meritamente fama di munificentissimo.
Voi avete richiesto il mio parere su questa materia, e poichè non bastò a dispensarmene la scusa che l'autorità mia, in ogni altro argomento scarsissima, in questo poi non aveva importanza veruna, io antepongo espormi piuttosto ad essere reputato da altri di poco discorso, che da voi di poca cortesia. Esporrò parco e liberissimo quello che io ne sento; e voi nella discretezza vostra ne farete il caso che merita.
La quistione della pena di morte, per mio avviso, non si approfitta niente, anzi scapita mescendosi co' dommi della religione, e avviluppandosi con le astrattezze della filosofia. Di fatti supponendo che il nostro consorzio sia stato primitivamente composto per via di contratto, s'inferisce da ciò che veruno abbia potuto cedere diritti che non aveva: ora l'uomo manca per l'appunto del diritto di essere violento contro la sua vita. Pitagora prima, poi Platone, in seguito i padri della Chiesa, Ambrogio di certo, ed Agostino, parmi, uno dopo l'altro vanno ripetendo l'uomo essere quasi sentinella messa di guardia, a cui non lice disertare dal suo posto senza il comando del superiore. E qui noto innanzi tratto che le sentenze dei primi per noi cristiani hanno pregio come apotegmi morali: unicamente i santi Ambrogio ed Agostino valgono come autorità religiosa. Torno poi a considerare (però che io l'abbia avvertito altrove) come i ragionatori, quando messo da parte il modo dimostrativo danno mano alle similitudini, mi cadono in sospetto; ciò per ordinario significa che di ragioni si trovano proprio al secco. Valga il vero, o che ha che fare la sentinella con l'uomo? Alla prima furono trasmessi ordini chiari e precisi, e assieme con gli ordini le facoltà per eseguirli. Ma quali furono gli ordini dati all'uomo nell'uscire alla vita? Chi gli udì, chi gli lesse? Certo nessuno: ma, si dice, che bisogna argomentarli: e sia così; ma allora sapete voi che mormora il cuore se ci apponete l'orecchio pacato? Provvedi alla tua felicità; il fine della vita è il piacere; non già il turpe o volgare piacere, chè cotesto proviamo gravezza ed affanno, bensì l'uso delle facoltà nostre per procurarci la maggiore copia di diletti onesti quanto al fisico, e di diletti divini quanto allo spirito. Lasciate pur dire gli spigolistri essere questa dottrina epicurea, chè Epicuro non nocque mai, bensì Aristippo; e se questa dottrina ai nostri dì vediamo professata da chiarissimi e piissimi uomini, quali sono gli onorevoli amici miei barone Vito D'Ondes e cavaliere Emerico Amari, giudico non mi rechi disdoro a chiarirmene parziale ancora io. Quando pertanto le angoscie superino le gioie, massime poi allorchè le angoscie sole si accampino contro la tua esistenza _in acie ordinata_, come scrive il re David, e in modo irremediabilmente perenne, le ragioni del vivere ti verranno meno, o vogli pei fini della natura o vogli eziandio pel fine figurato dai filosofi e dai santi padri: imperciocchè lo sprofondato nei mali così del corpo come dell'anima, a che cosa abbia a fare la sentinella davvero non si comprende.
Occorre un'altra ragione, la quale è questa, che io chiamerò di ritorcimento. La legge vecchia come la nuova, base della nostra credenza, nell'Esodo, nel Levitico, e nei Numeri, e nel Vangelo stesso la morte o prescrive, o attesta come pena all'omicidio: ciò messo in sodo come possiamo supporre che la mente divina ordinasse all'uomo quello che per istituto di natura gli è vietato di fare?
Inoltre hassi ad avvertire che, favellando della umanità, non si hanno a confinare le ricerche dentro una parte più o meno numerosa della medesima, bensì a tutta. Quindi importa desiderare, e giova sperare che il cristianesimo un dì raccolga nel suo grembo le divise famiglie degli uomini, ma per adesso egli è mestieri dire che nè tutti nè la più parte degli uomini si confessano cristiani, invece neppure la frazione maggiore segue la dottrina di Cristo, bensì di Budda. Nell'Asia, che senza fallo fu cuna della razza umana, i sacrifizi di sè durano ancora, non mica abborriti; all'opposto dalla religione persuasi, e dai costumi promossi. Non è antico esempio quello del Bengala, dove avendo il Bentink, che vi governava presidente per la Compagnia delle Indie, voluto sopprimere le _Souttie_, a scanso di sommosse, ebbe a dire alle donne indiane: — poichè così vi piace, arrostitevi quanto volete, chè non dobbiamo guastare per questo la nostra amicizia.
Innanzi al cristianesimo (postochè questo vietasse la pena di morte come sequela del principio, che all'uomo non è dato disporre della propria vita) furono religioni di cui talune scomparvero, altre durano tuttavia. I Greci non pensavano fare cosa contraria alla religione uccidendosi: ho letto che i violenti contro a sè non potessero passare lo Stige; ma questo non sembra vero, però che Ulisse incontrava nell'Averno tanto Achille che rimase ucciso, quanto Ajace che si ammazzò; ed Ercole dal rogo sorse fra i Semidei: ad ogni modo coll'attaccare due fantocci ad una corda e dondolarli per un pezzo all'aria si rimediava a tutto. Rispetto ai Romani, non riputavano commettere peccato, uccidendosi; e taciuto ogni altro esempio, basti a persuadere quel mite e gentile Pomponio Attico, di cui la morte volontaria e i ragionamenti agli amici, che ne lo voleano rimovere, riferisce Cornelio Nipote con elegantissima narrazione. A Marsiglia si conservava nel pubblico tesoro certa composizione venefica, deliziosa al gusto, la quale largivasi a qualunque giustificasse dinanzi al Senato dei Seicento le cause che lo consigliavano a morire, e queste si cavavano così dalla prospera come dalla iniqua fortuna; ciò narra Valerio Massimo, ed afferma altresì, come cosa di cui fu testimone insieme con Sesto Pompeo, avere veduto nell'isola di Ceo praticato un siffatto costume; dove certa matrona, respinti i prieghi dei congiunti e dello stesso Pompeo, libò il veleno propiziando a Mercurio, che con lene viaggio la conducesse agl'Inferi. Io non ho letto i libri sacri degl'_Indus_, bensì trovo in parecchi luoghi affermato che s'incontrano non che vietati descritti vari modi violenti per lasciare la vita o col morir di fame, o col bruciarsi mercè il letame di vacca, o col seppellirsi nelle nevi del Tibet, o col farsi divorare dai caimani, o col fiaccarsi il collo sulle rive del Gange. Da Plutarco si ha di Calano, che molestato di dolori di ventre si bruciò secondo il patrio costume; e attesta che lo stesso pure fece un altro indiano in Atene dov'era insieme con Cesare. Apertamente poi ricaviamo che tale avesse ad essere la dottrina dei Bramani, quando narra che Alessandro avendo interrogato uno dei Ginnosofisti: fino a quando fosse buono vivere; n'ebbe in risposta: fintantochè non reputi il morire migliore del vivere. —
Io non so, nè altri, io dubito, sanno, quando e come questo consorzio umano accadesse, ma di sicuro quando per prova dolorosa gli uomini conobbero che con le forze riunite si potevano meglio difendere dalle ingiurie degli elementi, o tuttavia discordi o impazienti della frasca concordia, delle belve feroci, e da quelle dei loro simili non meno paurose: in questo periodo di tempo l'uomo sbigottito di sè poca cura doveva avere; affetto primo il tremore; e sotto il perpetuo spavento il pensiero impietrito. A paragone di vita così infelice poco più amara la morte; gl'Iddii quali potevano insegnare i terremoti, i diluvi o i vulcani; i sacrifizi conformi alle Deità; e poi, dalle proprie carni, che altro possedevano allora gli uomini da offerire sugli altari? Di qui i sacrifizi di sangue, e la truce fede, che quanto più caro a cui l'offeriva, tanto più accetto a cui era offerto, onde il proprio accettissimo. E questa fede come domina i primordi delle religioni, così s'insinua nei processi, quando la cresciuta civiltà le ammansisce. Il sacrifizio di Gesù figlio per placare la vendetta di Dio padre scende giù diritto da cotesta premessa di sangue: il medesimo mistero della Messa che adombra un Dio, il quale consentì ad essere sagrificato, anzi cibato mille volte il dì per isconto dei peccati degli uomini, non deriva da altro principio. Ben' è il sacrificio incruento, ma attesta il sangue; la spiga venne sostituita alla carne, ma la spiga è simbolo della carne. Ora riesce difficile sostenere che l'uomo non possedesse, o non estimasse possedere diritto sopra la propria vita nei primordi della società umana; se lo cedesse non so; so bene che al volere non gli avria fatto impedimento il non potere.
Considera altresì, che se all'uomo manca la potestà di consentire che la sua vita si disperda per modo subitaneo, molto meno avrà volere e potere di concedere che gli si tormenti con una sequela di dolori. Adesso io vorrei sapere che cosa mai sia la pena se non tribolazione? Lascio dei carceri penitenziali nella rigidità della prima invenzione, trovato del Demonio infermo del male di fegato: imperciocchè per essi si pigliava l'anima, e, tempratala a punta di acciaio, si metteva in mano alla disperazione, affinchè ne trapanasse i visceri dell'uomo: favelliamo degli altri sistemi, tossico più o meno annacquato, e pigliamo il più mite, non pertanto tu vedrai in tutti il corpo intristirsi, le infermità frequenti, l'anima farsi selvatica; spirito guasto in corpo guasto. Pel cibo non abbastanza nutritivo il prigione scema di peso; per l'aere chiuso, e le molecole maligne, ch'emanano dalle lane o dalle canapi filate dentro le celle, si dispone all'etisia, e a questo contribuisce anco e più il sangue sferzato dalla lascivia: io ho esaminato questi prigioni, tutti malesci, dipinti in volto con le sfumature di quanti verdi presentano l'erbe putrefatte pei pantani; gli occhi vitrei; appena usciti di carcere vacillare all'azione dell'aria com'ebbri presi dal vino. Quanto alla miglioria dello spirito, questa la vicenda, non altra, o stupidezza, o ipocrisia spaventevole. Hanno provvisto a nuovi concieri; e' sono novelle. Il lavoro comune, ma in silenzio, sembra il supplizio di Tantalo. E parvi poca pena tôrre la parola all'uomo? E reputate voi che scarso sia il danno che ne deriva? Per emendare l'uomo parmi strano, che gli si abbia a tôrre o a scemare l'attributo per cui si differenzia dalle bestie. La parola è la umanità, anzi la parola è Dio.
Qui mi fermo, e conchiudo che se il consorzio umano ha facoltà di affliggere, e co' dolori alterare e scemare la vita dell'uomo, la possiede eziandio per toglierla; ovvero se manca del diritto di spegnerlo, difetta eziandio dell'altro di tormentarlo.
E non mi muove neppure la considerazione che la pena non si abbia a proporre per fine la vendetta, perchè anzi io giudico che se l'abbia a proporre. Che vi abbiano di più maniere vendette si accorda; e che l'uomo ridotto a vivere in comunanza civile deve cedere il suo diritto a vendicarsi in mano al magistrato s'intende; come si capisce altresì che vi hanno vendette ingiuste o per l'affetto che le partorisce, o pel modo e per lo eccesso co' quali vengono eseguite, e queste tutte condannansi; ma la vendetta giusta, pacata, correspettiva alla offesa non si può condannare. In tutte le religioni, segnatamente in quelle che più governano il vivere nostro, massimo attributo della Divinità è la vendetta delle opere prave; anzi per la vecchia e per la nuova legge si ordina espresso che la vendetta si lasci a Dio e ai magistrati; nel linguaggio o sia filosofico o poetico o comune occorrono perpetue la idea e la parola della vendetta: il Monti sacerdotale, e in Roma, diceva:
«Sicchè l'alta vendetta è già matura, Che fa dolce di Dio nel suo segreto L'ira.....
Le pubbliche e le private sventure si apprendono per ordinario come castigo di Dio. Insomma la vendetta costituisce un compenso al male patito ed una difesa, perchè a danno nostro non si rinnovi, e quanto è feroce appetirla immane, altrettanto abbietto non cercarla onesta, e tale sentenzia anco Cicerone. Infatti:
«. . . . . la sofferta ingiuria Chiama da lungi la seconda offesa.
Il filosofo non si ha da gingillare con equivoci di parole, e tu il debito che contrae il colpevole verso la società, e l'obbligo che corre a questa di farglielo pagare, o chiami vendetta, o castigo, o in quale altro modo tu il chiami fie sempre il compenso al male fatto. Ancora io penso che se il singolo cittadino possiede facultà di perdonare, questa manchi al Magistrato, sia pure supremo; e vi ha chi disse la grazia bellissimo fiore della corona reale, mentre all'opposto è ingiustizia enorme. Le leggi barbare davano ai parenti dello ucciso e del mutilato un diritto, ed era il prezzo del sangue, che la legge indicava; il reo l'offeriva, e non poteva ricusarsi dagli altri; ciò parve enorme, ed era; perocchè nel delitto si abbiano a considerare due offese; una al cittadino e l'altra alla città; nè parve bene che, soddisfatto quello questa avesse a quetare; ora nei delitti nocivi alla sicurezza pubblica il perdono degli offesi non leva di mezzo l'accusa, e la città tira innanzi per conto suo; dunque per correspettività il magistrato (quando anco ne avesse procura dall'universo corpo dei cittadini) non può rimettere la ingiuria del privato. Qui mi cade a taglio avvertire come i Legislatori nel classare i delitti abbiano avuto meno in pensiero la gravità del reato, che il modo di commetterlo, ovvero la potenza di difendersene. Formidabile di fecondità è la famiglia delle truffe e degli stellionati, facile si propaga come la gramigna, ti s'insinua in casa coperta o palese; si larva con tutte le maschere, e più spesso con quella dell'amicizia, e tuttavia la truffa come delitto di azione privata con la rimessione dell'offeso si lascia impunita; al contrario il furto con frattura di serrame, o in altro modo qualificato per la quietanza dell'offeso non si perdona. Perchè questo? e sì che rompere una toppa parrebbe avesse a riuscire più agevole che abbindolare un uomo; ma poichè la truffa non accade se non giungi a ingannarlo, ognuno per naturale prosunzione sè reputa sicurissimo, altri per singolare semplicità deluso; mentre simile estimativa di superiorità non può riporre nella sua serratura, a meno che ei non sia di suo mestiero magnano. — La vendetta, afferma il Guicciardino, conserva la riputazione dei cittadini e troppo più degli Stati, la quale veruna cosa più spegne, che il cadere in concetto di uomini incapaci o per pochezza di animo, o per manco di volontà a risentirsi delle ingiurie, nè essere pronto a vendicarle. Cosa sommamente necessaria, non pel piacere della vendetta, bensì perchè la penitenza di cui ti ha offeso sia di tale esempio agli altri che non si attentino violare la legge. — Che se il parere di Messere Francesco, il quale certo non fu dolce di sangue, non vi andasse a genio, io conchiuderò con la sentenza di Plutarco giudicato dall'universale mitissimo dei filosofi: — ora, egli scrive, come l'arcatore insegnandoci ad arcare non ci vieta già di scoccare quadrelli, ma sì di colpire di riscontro, così non s'interdice la vendetta; solo tempo, e modo desidera. — Però ancora io credo che, se non solo, almanco uno dei fini della pena abbia ad essere la vendetta. —