Amelia Calani ed altri scritti
Part 12
Or eccu la miò figliola Zitella di sedici anni, Eccula sopra la tola Dopu cusì lunghi affanni; Or eccula bestita De li so più belli panni.
Cu li so panni più belli Se ni vole perte avà: Perchè lu signore qui Nun la vole più lascià. Chi nascì pe' u Paradisu A stu mondo un po' imbecchià.
O figliola, lu to visu Cusì biancu e rusulatu Fattu pe lu Paradisu Morte cumme l'ha cambiatu! Quando eo lo vecu cusì Mi pare un sole oscuratu.
Eri tu fra le migliori E le più belle zitelle, Cumme rosa tra li fiori, Cumme luna fra le stelle: Tanto eri più bella tu Ancu in mezu a le più belle.
I giovani d'u paese, Quandu t'eranu in presenza Parianu fiaccule accese; Ma pieni di riverenza: Tu cun tutti eri cortese Ma cun nimmu in confidenza.
Nella jesa tutti quanti Dall'ultimu fino a u primmu Guerdavanu sola a te, Ma tu non guerdava nimmu, E appena detta messa Mi dicii: mamma partimmu.
Eri cusì stimmata, E cusì piena di onore, E poi cusì addutrinata Nelle cose d'u Signore: Altru che divuzione Non ti si truvava nel core.
Chi mi cunsulerà mai, O speranza di a to mamma, Avà che tu ne vai Duve u Signore ti chiamma? Oh! perchè u' Segnore anch'ellu Ebbe di te tanta bramma?
Ma tu ti riposi in celu Tutta festa, tutta risu, Perchè unn'era degnu u mundu D'avè cusì bellu visu. Oh quantu sarà più bellu Avale lu Paradisu!
Ma quantu pienu di affanni Sarà lu mundu per me! Un ghiornu solu mille anni Mi sarà pensandu a te. Domandendu sempre a tutti: La miò figliola dov'è?
Oh! perchè mi strappi, morte, Da lu senu a miò figliola, E perchè di più mi lasci Quinci a pienghie sempre sola? Cosa voi ch'eo faccia qui S'ella più nun mi cunsola?
Tra parenti senza affettu, Tra bicini senz'amore, S'eo cascu malata in lettu Chi mi asciuverà u sudore? Chi mi derà un gottu d'acqua? Chi nun mi lascerà more?
O cara la miò figliola, Pensu che sarà di me Becchia, disperata e sola, Quandu mai pudrachiù avè Un'ora di contentezza, Un mumentu di piacè!
S'eu pudissi almeno more Come tu se' morta tu, O speranza di u miò core, E po' anch'eo piglià all'insù E truvatti; e sta cun tecu Senza perderti ma' più!
Prega dunque lu Signore Che mi cacci via di qui, O speranza d'u miò core; Ch'eo non possu sta cusì: Altrimenti u miò dulore Un pudrà mai più finì.
[13] Gli Egiziani avevano il manéro insegnato per tradizione da _Lino_; cioè i Greci dicevano Lino quel cantico di lutto che _manéros_ dicevano gli Egizii. Fabr. B. G. I, c. XIV, 7.
Causa d'insegnamento perenne il teatro, come di lunga meditazione. Molti in varia maniera vi scrissero sopra, e certo i pericoli dello esporre le passioni domestiche ci parvero sempre gravi; egli è ben vero che per ordinario il poeta mette il segno a mostrarci come queste passioni, se trasmodate continuino la corsa scarmigliata, rovinino, e come o a mezza corsa contenendosi, e stornando in tempo ed anco fuori di tempo, valgano a confermare o restituire con la quiete dell'animo proprio la estimazione altrui; nè il poeta ai giorni nostri potrebbe adoperare diversamente, costumando gli uomini prendersi cura tenerissima delle apparenze, quanto più si discostano dalla sostanza della virtù; ma a che pro questo? La esperienza chiarisce che il sangue risente maggiore spinta al disordine dello spettacolo della passione sfrenata, che l'anima valore a contenersi dal pentimento di quella. Forse gioverebbe mantenere i drammi alquanto appartati dal vero, e per così dire dentro certe forme convenzionali: a ciò siamo condotti per analogia dal vedere come nelle arti che imitano la natura fisica dell'uomo ci percuota maravigliando lo aspetto di una statua condotta da valoroso maestro, e ci spaventi il simulacro di cera. Ora come succede questo? Forse rassomiglia il simulacro di marmo e quello di cera apparisce deforme? Al contrario perfetta è la riproduzione del vero nella immagine di cera, uguali i capelli, gli occhi, le labbra, niente manca, perfino le palpebre e il tessuto dei vasi linfatici; che più? lo stesso moto degli occhi. Invece la statua di marmo rammenta bene l'originale, ma tale e quale non lo effigia. Donde parrebbe potersi ricavare questa regola che come nelle belle arti il preciso ritratto del corpo infastidisce, così nella poesia drammatica il troppo puntuale sponimento della passione nuoca. Ancora, se vogliamo favellare col cuore in mano, lo scopo che affermano proporsi la commedia, ch'è quello di emendare, castigando, i costumi, se vogliamo favellare sincero, è precetto rugginoso, rimasto dentro le poetiche come un mangano dei tempi di mezzo in qualche museo di armi. Amore, e sempre amore, argomento dei drammi, il quale partorisce diletto più acuto quanto più si manifesta, o immane, o scellerato, o furbesco, di ogni maniera insomma, purchè fuori del consueto, e se non paresse troppo grande traslato, vorremmo dire _gladiatorio_. Fra tanto deviamento di scopo del poeta teatrale ci parve sempre degno di molta commendazione Vittore Hugo, il quale co' suoi drammi si propose persuadere una verità confortante davvero, ed è che alla creatura umana comunque sprofondata nel delitto e nel vituperio rimarrà sempre aperta la via della redenzione quante volte o conservi o le sorga nell'anima un alto e puro affetto. S'egli abbia conseguito sempre il suo assunto, o se altri il potesse più e meglio di lui ci asterremo cercare: a noi basti averlo proposto ad esempio. Presso noi il teatro, se veracemente intende assumere le parti di educatore (e se lo vuole lo può), badi a provvedere al massimo nostro bisogno: bisogno supremo nostro non istà nello ingannare zii avari, tutori gelosi, sbertare arcifanfani e via discorrendo; i vizi che adesso ci fanno guerra sono ipocrisia, viltà, frivolezza, ignoranza di domestiche storie, amore di patria nessuno, la turpe gara dei debiti e dei fallimenti con la ostentazione del lusso corruttore di ogni buono ordinamento vuoi domestico o vuoi pubblico.
Siccome queste parole s'indirizzano a cui, se vuole, saprà troppo bene comprenderle, così le cesseremo raccomandandogli sopra tutto a non disperare mai e a non fermarsi un momento: _Excelsior!_
Hanno detto che la Buona fede, bandita dalla terra, dovrebbe refugiarsi nel cuore dei re. Se fosse o no per trovarcisi ad agio anco dopo avere recitato _il Paternostro di San Giuliano_, ora qui non fa mestieri indagare; questo è certo però che la speranza, mandata fuori dall'anima del poeta nel dì del finimondo, vi ritorna col ramo di olivo; il giorno in cui non vi ritornerà più, le stelle chiuderanno le palpebre, e le tenebre si distenderanno su l'universo come il tappeto nero sopra la bara del morto.
L'ALBO
Al comune degli uomini fa specie considerare come gli antichi legislatori, esauste prima le virtù, mettessero mano anche ai vizii ordinandoli fondamento degl'istituti, che parvero loro più acconci allo assetto di questo nostro umano consorzio. Però chi attende ad addentrarsi oltre alla scorza nelle cose trova, che cotesti valentuomini, giudicati in vita e morti piuttostochè prudenti santi, se avessero potuto svellere dal cuore umano tutti i vizii, Dio sa se con voglie prontissime l'arieno fatto: se poi non lo fecero, si deve credere, che lunghe meditazioni gli abbiano condotti a inferire, tali vizii occorrere tessuti per modo sul telaio insieme all'anima nostra, che a volerneli sceverare verrebbe innanzi via il pezzo che la macchia. Allora, quei divini intelletti, ricercata sottilmente la materia, conobbero alcuni fra i vizii di natura così perdutamente maligna, ed al fine del sodalizio umano tanto nemici, che con le discipline e le pene li combatterono a morte; altri per lo contrario avendo sperimentato più maneggevoli e manco perversi mansuefecero, e vennero accomodando alle necessità.
Bacco prima che assumessero al cielo uomo fu, e i gesti suoi storia una volta per molta età diventarono favola, ma i pratici a scuoprire la dottrina antica sotto il velame dei miti, sanno come in simbolo di avere egli corretto gli uomini con gli spedienti medesimi gli fossero poste le tigri aggiogate al carro. Conciossiachè non si deva credere (che sarebbe errore) dagli antichi fosse tenuto in pregio Lieo pel dono del vino soltanto, che pure non sarebbe poco, ma sì ancora per barbarie doma, per forte civiltà diffusa, e per leggi bandite: laonde non mancarono uomini dotti, i quali con molta apparenza di vero sostennero Bacco e Moisè essere stati una stessa persona. Ma per tornare al proposito nostro, le passioni domate dalla rettitudine, e costrette quasi ancelle a compire i cenni di lei, che altro sono elleno mai che tigri aggiogate al carro di un Dio?
Adesso volgete la mente a quest'altra considerazione. Vittorio Alfieri nome che, nonostante la proterva dicacità del francese Janin, gl'italiani terranno caro in qualsivoglia fortuna; avvegnadio se felice lo gratificheranno per averli rigenerati nell'anima, se avversa lo invocheranno aiutatore contro alla viltà, Alfieri, dico, in qualche parte delle sue opere lasciò scritto: la pubblica virtù essere figliuola non madre di Libertà.
Questo apotegma, con la reverenza che devesi a tanto personaggio, per me non giudico vero, almanco sempre; come dai vizii pubblici deriva il servaggio, così parmi ragionevole la sentenza opposta, che dalla virtù pubblica abbia a nascere la Libertà.
Piuttosto parmi che intoppo più duro sia pensare come sotto pessimo principe la virtù si odii muto rimprovero alle scelleraggini sue, e quasi delitto di maestà si perseguiti: per la quale cosa, innanzi di avere agio a porgerne esempio, i cittadini avranno per bazza se assottigliandosi e nascondendosi impetrino vivere.
Ma voi avete a considerare, come per vedere esempio di tanta miseria bisogni risalire fin a Caligola, Nerone, Domiziano ed altri siffatti; e poi che anco sotto coteste bestie imperiali questi stroppi cascavano addosso a personaggi di conto, i quali percuotevano gli occhi del tiranno o per l'altezza dell'ufficio, o per una certa tal quale iattanza della virtù come successe a Trasea, che, uscito dal Senato giusta nel punto che si decretavano onori divini a Nerone pel parricidio della madre Agrippina, rovinò sè e non provvide alla Patria: che se ad ogni modo la sua natura non comportava vedere le iniquità, e starsi cheto, o avrebbe dovuto favellare prima (che sul principio del male qualche buon frutto poteva darsi che le sue parole avessero partorito), o tacersi sempre quando non ci era più rimedio: ma tanto è; conosce i suoi saccenti anche la virtù. Donde si conchiude che la virtù modesta sotto malvagio Principe anco in antico poteva vivere, e dare buon saggio di sè.
Questa abilità tanto più agevole ci viene fatta adesso, che tra la mitezza predicata da Cristo, i costumi meno truci, e quel tribunale che per mancare di sbirri, cancellieri e accusatori non pronunzia meno temute le sue sentenze, e chiamasi «_Opinione_», bene possono odiarsi i virtuosi, e veramente si odiano, ed anche perseguitansi, ma spegnere non si possono.
Adesso pertanto sarebbe desiderabile che i forti petti e gl'ingegni gagliardi rimettessero alcun poco della loro ritrosia, e direi quasi ferocia; si facessero umili; le imbecillità, le ignoranze, le debolezze umane non dispettassero, bensì tenessero in conto d'infermità della povera gente da Dio commessa alla misericordia loro: sminuzzassero insomma il pane dello intelletto sopra la mensa della carità. Di questo, come di ogni altra cosa divina, porse tenerissimo esempio Gesù Cristo quando ammonì i suoi discepoli: «_deh! lasciate che i pargoli vengano a me_», e già aveva salutato eletti nei cieli i poveri di spirito.
Questi pensieri mi scesero spontanei nella mente meditando sopra l'andazzo diventato ai giorni nostri universale di possedere libri di fogli tersi composti, con bei fregi rabescati, taluni ricoperti di velluto, e chiusi eziandio con fermagli di oro. =Albi= li chiamano, ed affermano con francese vocabolo, che io tale non reputando ho voluto adoperare, imperocchè se la nostra favella non lo possiede, lo conosce la latina in senso di _ruolo_ e di _matricola_: avevano ancora i Romani l'Albo ch'era il luogo dove si tenevano le leggi esposte agli occhi del popolo, e la Chiesa romana chiama Albo il libro dove segnano i santi: per tutte queste cose mi assicuro di non trovarmi accusato di maestà contro il paterno linguaggio, se mi giovo di questo nome a significare cosa nuova. Per legge latina tra genitori e generati non aveva luogo l'azione _furti_, bensì l'altra _rerum amotarum_; ma che fantastico io di mal tolto? Checchè altri possa pensarne, per me tengo inconcusso che non solo possa, ma deva quante volte gliene faccia mestieri la lingua nostra ricorrere a succhiare le mammelle della madre latina che la partorì.
Quando prima gli Albi vennero al mondo, i Letterati non se ne dettero per intesi, non potendo mai da lunge mille miglia supporre che avessero a fare con loro: gli reputarono faccende da sarta, tutto al più da crestaia; e qui come in troppe altre cose si trovò vero quel verso:
«Come lieve è ingannar chi si assicura!»
Non andò guari che l'Albo, a modo del fico indiano fatto di ogni ramo ceppo, di campo allargandosi in campo minacciò tutta ingombrare la repubblica letteraria.
Qui faccio punto, e ripeto repubblica letteraria perchè non ci caschi equivoco; e poi mi attento avvertire con la debita reverenza come siffatta locuzione gli Umidi, gli Alterati, i Cruscaioli ed altri Accademici senza paura d'impicci poterono usare sotto il paterno giogo di Cosimo I. Certo, e non lo nego, letteraria o no, potendo abolire cotesta parola di repubblica sarebbe un tanto di guadagnato, ma il male sta che su i vocaboli non si può dare di frego, pensate un po' se alle cose! e ultimamente avendo veduto che la bell'anima di Cosimo I non si scandalizzava delle parole «repubblica letteraria», ho pensato non ci fosse guaio di adoperarle anche al dì d'oggi. In ogni caso metto innanzi la buona fede, e mi protesto in tempo utile.
Le formiche trasformate in Mirmidoni, i denti del Serpente di Cadmo convertiti in guerrieri non sono niente di petto al subitaneo e pauroso crescere degli Albi. L'Albo diventò legione, si fece beduino, si mutò in croato e prese a correre, foraggiare, taglieggiare, svaligiare le case così urbane come rustiche dei Letterati, le stanze, gli alcovi, gli studii, le vesti da camera, e perfino i calzoni. I Letterati contemplando tante e tanto leggiadre donne armate di Albo giudicarono che il diavolo, come accadde a Santo Antonio, avesse assunto sembianze di femmina per tormentarli: come bufali (chiedo scusa del paragone), anzi peggio dei bufali trafitti nei giorni canicolari dallo assillo sotto la coda, presero a infuriare e sbuffando gridare: «Ohimè! ch'è questo mai? Ma che con questi benedetti flagelli non si ha mai da venirne a capo? Oh! non si era obbligato il Padre Eterno a lasciarci vivere, ed aveva fatto rogare il contratto al notaro Arco-baleno? E adesso come ci entra questo altro cholèra degli albi? Se Moisè conosceva questo coso dell'Albo poteva risparmiarsi tutte e sette le piaghe di Egitto con tanto sciupìo di miracoli; che a squagliare il cuore dell'acerbo Faraone avrebbe bastato la minaccia di condannarlo a scrivere una settimana su gli Albi delle gentildonne fiorentine, e ce ne sarìa stato d'avanzo. Se l'Albo fosse saltato fuori ai tempi di David, il profeta Natan recando la fame, la peste e la guerra al popolo d'Isdraele avrebbe creduto portargli pan buffetto; con gli Albi avrìa castigato cotesta moltitudine rea dell'adulterio commesso da quel poveraccio del re David, il quale, da alcune taccherelle in fuori, era, bisogna confessarlo, il fiore dei galantuomini pei suoi tempi. — Questo mostro infernale (sono sempre i Letterati che parlano) nacque dal matrimonio che il Re delle Pulci (di cui l'Hoffmann disegnò il ritratto) contrasse con la Regina delle Vespe a mediazione della Granduchessa delle Zanzare; e fu celebrato dal Grillo cantaiolo sommo sacerdote. —
Non senza che il sorriso saluti da lontano le mie labbra, ricordo che visitando un giorno quel venerato amico, il quale come è cima degl'intelletti toscani, così può salutarsi meritamente la immaculata fra le coscienze di cotesta terra, che a me diede i natali e gli affanni (e non importa il nome che la virtù lo palesa), mostrato ch'ei m'ebbe parecchi Albi e lettere dove ricercavanlo di epitalamii per nozze, di epitaffi per illustri defunti, dei quali la campana dei morti unica fece conoscere la vita, e perfino di un sonetto per festa villereccia, sbigottito, e lasciate cascare le braccia così mi disse: «ecco, io sono fatto l'Asino di Santa Verdiana; i fedeli accorsero a cavalcarlo per devozione, e la povera bestia in capo al terzo dì cascò morto!»
Ricordo ancora che, giovanissimo essendo, da certa patrizia genovese capitata a Livorno venne esibito a quel bizzarro umore di Carlo Bini, ed a me il suo Albo veramente magnifico, affinchè de' nostri scritti l'onorassimo. Manco male! Almeno le gentildonne quando impongono i balzelli non fanno a spilluzzico con le parole vezzose. Il guaio fu che entrambi noi avevamo in uggia la signora, e non _sine quare_, avvegnadio ci avesse istruiti la fama che, mentre il marito di lei gemeva allo Spielbergo reo di tal fatto, che da per tutto mena alla gloria ed in Austria alla morte, costei non abborrisse avvolgersi strepitosa per le città italiane lasciando la gente incerta se facesse maggiore spreco di pecunia o di onestà. Carlo mio, poichè vide tornargli corte l'escusazioni, tenuto tre dì l'Albo, lo rimandò con questo tratto: 10. 34. 52 _buoni a giuocarsi per l'estrazione di Roma!_ E sotto il suo nome in mezzo a egregi svolazzi lineari, chè assai egli fu valente di penna. Veramente non poteva immaginarsi sfregio più acerbo pari al merito: ma io considerando come l'anima nostra per ammonizione sbaldanzisce, e per disprezzo s'irrita, ond'è che picchiando nella iracondia quasi cembalo di donna folle ne leva rumore, il quale impedisce che la voce della coscienza arrivi a lei, tenni altra via, ugualmente severa, meno oltraggiosa, e sopra le bianche e lucide pagine segnai: _vade, et jam amplius noli peccare. Evan. Joan. c. 8 n. 11._ — Lì per lì le parole di Cristo al cospetto della patrizia non trovarono migliore grazia dei numeri dati per giuocarsi al lotto, anzi io so che si partiva da Livorno sbottoneggiandola peggio che se fosse stata terra di Lestrigoni: non importa, la freccia l'aveva ferita, nè per agitarsi, nè per bociare ormai poteva più staccarsela dal fianco. Ella, io non ne dubito, avrà stracciata l'esosa pagina dall'Albo, altra sostituitane tutta bianca; vani rifugi: gli occhi della sua mente ci avranno letto sempre la parola di Cristo non cancellabile mai, e suo malgrado avrà sentito quinci emanare una forza che costringeva la sua fronte a piegarsi, a vergognarsi, a pentirsi. —
I Letterati, mi reca angustia dichiararlo, sbagliarono nel comporre l'albero genealogico dell'Albo: si conosce chiaro che non consultarono l'Avvocato Passerini, quel solennissimo segretario dei campisanti, imperciocchè avrebbero saputo da lui, come la Vanità, la quale pari ai bacherozzi e ai moscerini non ha bisogno di contatto maschile per essere fomentata nella sua prodigiosa fecondia: _Lucina sine coitu_; la Vanità che mostra due volte tante le mammelle dell'antica Cibele per allattare le generazioni infinite dei suoi figliuoli, la Vanità, dico, avesse partorito anco l'Albo.
Ciò messo in sodo, voi avete ad argomentare così: puossi o no questa Vanità genitrice dell'Albo sbarbarsi dal cuore degli uomini, ed in ispeziale maniera da quello delle donne? Ella è di natura sua indomabile affatto, ovvero, ammansita che fosse, sarebbe capace di approdare la ragunanza umana? Insomma, dagli Albi ci è verso di cavarne qualche partito? Alle quali domande parmi non esorbitante nè strano rispondere.
I vizii e le virtù nascono più o meno parenti fra loro; così vero che da principio bisogna badarci bene per non iscambiare gli uni con le altre, tanto si arieggiano. Questo riconoscere tutti l'origine comune è gran che, e come dispone le prime, a sdrucciolare verso i secondi, sembra che del pari renda agevole avviare i secondi verso le prime atteso i vincoli del sangue. Qui si obbietterà, che essendosi vizii e virtù presi a inimicare da gran tempo, la è fisima pretta pretendere di accordarli tra loro a cagione della natura dell'odio, il quale s'invelenisce giusto a ragguaglio della prossimità dei sangui in cui si mescola. Questo obietto a me non reca, si può dire, amarezza, non mica che in sè io non lo abbia sperimentato vero, ma sì perchè gli è caso raro; nè su l'eccezioni hassi a fare fondamento: all'opposto i parenti per ordinario quanto più stretti meglio si amano, e scorrucciati più di leggieri impacciano, potendo sopra gli animi umani troppo più del transitorio rovello presente l'antica consuetudine dello affetto, la memoria perenne della benevolenza, il frizzore dell'odio, il desiderio dei pretermessi uffici, tali e così moltiplici essendo i vincoli, i quali uniscono i parenti fra loro, che non rimangono mai nè tutti nè per modo tronchi, che non trovino congiuntura da rannodarsi.
Senza ambage io confesso che la Vanità non possa torsi via, come quella che sostiene presso l'anima nostra lo ufficio, che fa la vena porta al cuore: sopprimerla torna lo stesso che soffiare su la vita, e spegnerla a un tratto: come poi, ancorchè si potesse, non si avrebbe a togliere, io mi apparecchio ad esporre.
Prendi la Vanità, e recatela sul trespolo, quivi valle attorno con amore, e con due sgorbiate, e un po' di scuffina scemala del soperchio; ora mirala: che ti par'ella diventata? Orgoglio. Bene, e questo ti hai a figurare essere avanzo, ed ecco come: la Vanità vacua essendo tanto va a sbalzi che tu non la puoi tenere, e talora cacciasi su per le gole dei camini, agguanta il fumo suo cognato, e incavallatacisi sopra galoppa a sfregiare il sereno dei cieli finchè si sperperino in dileguo ambedue: tale altra si arrampica ai campanili e scala le banderuole, si erpica su le croci, e con l'estrema punta del piede sta sul vertice dell'asta perpendicolare dandosi in balìa alla intera rosa dei venti che la travolgono in giro vertiginoso, finchè, colta dal capogiro caschi a sbrizzarsi sopra una nuvola che passa; dall'altra parte guarda l'Orgoglio, come inceda aggrondato, a muso tosto da disgradarne un metodista inglese: costui quando non fa dolere fa pensare; e dove arriva a intromettere un dito, ficca la mano. Anche l'Orgoglio non è fattura che approfitti; però da capo piglio agli arnesi; scalza di qua, costà arrotonda, eccoti fatto; che ne usciva? la Superbia. Lucifero per lei guastò le sue faccende; tuttavolta, benvenuta, imperciocchè la esperienza dimostri la Superbia essere balsamo, che in difetto di meglio preserva l'anima dalla putredine. Così gli Egiziani adoperavano profumi preziosissimi per imbalsamare i corpi; mancando i profumi ricorrevano all'arena arsiccia del deserto, e nel sottosopra conseguirono lo intento medesimo, che fu di felicitare i longinqui nepoti con le care sembianze delle mummie loro. Ma non cessiamo l'opera; compiuto il lavoro della raspa, adesso usiamoci la lima, la pomice e l'osso di seppia. Guarda, che n'esce? Ecco con maraviglia pari al contento tu miri avere cavato dalla Superbia l'Alterezza; ed io in verità ti dico, che per un poco più ti ci assottigli arriverai a scuoprire il nobilissimo dei sensi umani, la Dignità. Dunque non ti perdere a volere la Vanità soppressa; la quale, oltrechè ti resisterebbe invitta, tu, se sai, puoi accomodare ai nostri bisogni: con peggiori denti si mastica il pane.