Amelia Calani ed altri scritti
Part 11
Quante volte comparisce un libro di poesia fra noi lo dobbiamo salutare stella mattutina promettitrice di giorno glorioso; e laddove il libro parli di amore, deh! non vi dia fastidio l'abbondanza di amore, conciossiachè ben comincia chi su l'alba del suo ingegno arde qualche grano d'incenso su l'ara della Venere celeste; lì presso vivono le Grazie, ed egli verrà propiziandosele per via di quel suo sagrificio offerto con mente pura: ora chi non ha amiche le Grazie non presuma salire in fama qualunque scienza intenda coltivare, fosse anco quella di Euclide. Trista però è la stella che nasce e tramonta nello emisfero dello amore; a mano a mano che salisce l'erta dei cieli, forza è che raddoppiando colla luce il calore più largamente e più intensamente illumini e scaldi. Poche poesie liriche abbiamo noi altri Italiani che parlino di altro che di affetti femminili, e fra queste le famose scarsissime: a parte la miseria delle condizioni pubbliche, la quale in tempi barbari seppe ispirare persino ai rudi monaci sassoni lamentazioni da non disgradarne a petto di quelle di Geremia; qui male si fanno parlare le Muse di famiglia, di fortune private, di necessità, di malattie spirituali; di tutto quanto insomma agita l'umano consorzio. Giuseppe Giusti dotò il paese di liriche satiriche ed accrescendo il nostro retaggio di poesia aperse nuovi e fecondissimi sentieri: a noi però non apparisce la ragione per la quale altri non ce lo abbia seguitato. Forse atterrì l'altezza alla quale egli seppe condurre questa maniera di poesia e il terso stile; però il cerchio del poeta comparisce adesso dilatato, che i casi succedentisi di giorno in giorno dissuadendo il riso si accostano al gemito di Geremia, per quindi trascorrere al furore di Ezechielle, od allo entusiasmo dell'Apocalisse, conciossiachè parrebbe che non dovesse farsi attendere troppo il tempo in cui l'angiolo con voce magna griderà al figlio dell'uomo che siede incoronato sopra il suo trono tenendo in mano una gran falce acuta: _mena giù la tua falce e mieti, che l'ora del mietere è venuta, e la messe è secca davanti la faccia del sole_. E per la parte dello stile, quantunque il Giusti molto abbia fatto ricercando argutamente l'eleganze dello idioma materno, ciò non toglie che non si possa fare anche più, apparendo or qua or là in taluna delle sue scritture un certo tal qual intralciamento; chè la semplicità in lui non era spontanea, bensì con indefesso studio conseguita: e per fermo se da un lato senza molto studio non si arriva all'eccellente nelle arti, dall'altro però bisogna dire che il soverchio lascia vestigia di stentatezza nelle opere; così, comecchè magnificentissime apparissero le orazioni di Ortensio e di Crasso, tuttavolta fino dai loro tempi per testimonianza di Cicerone solevano dire che sapevano di lucerna. Altri molti virtuosamente in altre maniere si adoperarono, ma mentre la nostra letteratura, mercè lo eloquio soave dovrebbe essere ricca di tale poesia, non solo al paragone degli altri popoli, ma in astratto apparisce oltre ogni credere grama. Gl'Inglesi, i Tedeschi, gli Scandinavi, gli Spagnoli possiedono a ribocco illustri canti così antichi come moderni di avventure, di gesti eroici, di casi fortunosi, i quali hanno virtù di commovere altamente il popolo che ne fa sua delizia. Presso noi niente di questo: pii deliri paionci quelli di rimettere in onore gl'inni di san Francesco e le seguenze d'Iacopone da Todi; ma lasciamo di loro, e che dovremo dire di Guittone di Arezzo, di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di altri cotali; anzi pure delle canzoni dello stesso Alighieri? In cotesti versi tutto parla, la teologia, l'astronomia, la fisica, la metafisica e via discorrendo; una sola cosa per ordinario vi tace, il cuore e quel verace ridondante affetto che trasportando sublima: però i popoli li tengono a fastidio, e gli studiosi nel prenderne notizia hanno a combattere un senso di sazietà che s'impadronisce di loro. Gl'Inglesi e gli Americani vantano poeti pastori, fabbri, calzolai, i quali non già come tra noi, indossata la giubba del dì delle feste, si recano in Parnaso, diventando coda di leone da capo di botta che erano prima: bensì convitando le Muse nelle loro officine, con molte lusinghe le inducono a trattare gli arnesi fabbrili con le mani nudrite d'icore celeste. La libertà del commercio destò uno stormo di cigni popolani, un altro la riforma elettorale; forse un terzo sta per destarsi a cagione del taglio dello stretto di Suez avversato dal Palmerston con più caparbietà che sapienza. La Musa italiana procede schifiltosa, teme scottarsi e bruttarsi le dita toccando gli arnesi del fabbro; anche in campagna ostenta modi non pure urbani, ma cortigianeschi, nè sa cantare un rispetto villereccio se non lo spolverizza col fiore di farina comperato alla canova della Crusca. Che se vogliamo trovare qualche cosa da contrapporre a queste poesie civili, ecci mestieri ridurci in qualche alpe remota dove prorompono dal vivo masso poesie ed acqua del pari schiette e del pari ignorate, o in qualche paese lontano che non piegò la testa sotto le forche caudine della nostra pretesa civiltà.
Come nella vita attiva un fatto vale più di cento parole, così nelle discipline speculative un esempio vince in bontà qualsivoglia insegnamento, massime nelle poetiche, dove per precetti non riescirai mai a esplicare intero il tuo pensiero, nè altri potrà concepirlo; ond'è che per noi si domanda licenza di raccontare un caso, il quale confidiamo che, come atto ad allietare l'aridità dei raziocinii, così conferisca a farci comprendere meglio che non ci verrebbe concesso in diversa maniera.
Immaginate due archi congiunti insieme con una delle parti estreme, e questi archi dilatarsi di parecchie miglia, voi avrete idea di due seni che l'isola di Corsica fa dirimpetto alla Italia, l'uno a sinistra termina con la punta del Capo Sacro, quello a destra con la foce del Golo, di qua il Capo Corso rigido per ardui colli, brulli in cima, da mezza costa in giù chiomati di olivi di ombra mesta più che altrove, fitti, intricati nei moltiplici rami così da diventare paurosi come altrettanti capi di Medusa seminati costà; e casolari sospesi a scogli, dove parrebbe non si potessero reggere a brucare le capre: ville più popolose immerse quasi nella marina, talchè dalle finestre di talune si pesca: di là la inamabile città di Bastìa, e dietro la Bastìa, la bella pianura di Biguglia, i colli placidi, lo stagno immenso di Chiurlino, clima beato, suolo fecondo, e che potrebbe per molti conti tenerci luogo di paradiso terrestre se non si opponessero la poca solerzia (chè dire trascuranza degli uomini da un pezzo in qua non sarebbe giusto) e l'aere pestifero che esala lo stagno: il punto nel quale si congiungono gli archi forma quasi un promontorio quinci e quindi battuto dal mare, e sul promontorio sorge una casa isolata, asilo maraviglioso ai cuori feriti se avesse copia, come pur troppo patisce scarsezza di ombre e di acque; molto più che dinanzi a lei stanno l'Elba, Montecristo, la Capraia ed altre isole minori, a mo' di branco di foche che si spassino nelle acque tirrene: più oltre in anfiteatro le vette dei colli etruschi e dei liguri, donde ne viene il presagio dei tempi foschi e dei sereni.
Su la terrazza di questa villa, certa sera di state stavano raccolti taluni toscani e taluni côrsi lasciando vagare lo spirito loro in balìa di vari ragionamenti, come le nuvole che in quel momento dondolavano ai fiati vespertini per lo azzurro dei cieli. Di cosa in cosa il discorso venne a fermarsi sopra la povertà dei lirici civili in Italia, e sopra le cause di questa inopia; quindi con naturale trapasso l'uno l'altro interrogava quale fosse per suo avviso la migliore lirica che da lui si conoscesse.
Il primo, cultore appassionato del Byron, così rispose: — Cose note favello, ma se non so dirvene delle nuove non è mia la colpa. Voi rammenterete i colloqui del capitano Medwin avuti col Byron, quando ei si condusse a visitarlo a Pisa. Or be': fra loro ed altri compagni certa volta accadde di ragionare sul proposito che adesso ci è capitato dinanzi; chi dava la palma a Coleridge, chi a Moore, chi a Campbell; il Byron affermò non conoscere oda che superasse quella composta da incerto poeta intorno la morte di sire Giovanni Moore, e la recitò agli amici, i quali veramente la trovarono quale _quel re del canto_ l'aveva giudicata. L'oda diceva così:
IL FUNERALE DI SIRE GIOVANNI MOORE.
Non fu sentito un tamburo, non un canto funerale, mentre noi trasportavamo anelanti il suo cadavere su i baluardi: non soldato scaricò l'ultimo addio sopra la tomba dove seppellimmo il nostro eroe[12].
[12] Per bene intendere questa oda, è mestieri che il lettore ricordi come gli Inglesi, cui premeva assai che la Spagna sostenesse la guerra contro la Francia, mandarono in aiuto degli Spagnuoli sire Giovanni Moore, generale di buona reputazione, con 30,000 uomini. Intento il governo inglese, secondo il vecchio costume, a fare il maggior guadagno possibile con la minore posta possibile, lasciò Castanos e Palafox avventurarsi soli su i piani di Tudela, dove furono disfatti; allora il Moore, il quale non si era inoltrato tanto da soccorrerli efficacemente, nè tanto poco da ritirarsi senza pericolo, stretto da Napoleone e da Soult, disegnò, traversata la Gallizia, ridursi in Corogna dove lo aspettavano le navi onerarie. Comecchè parecchi gesti illustrassero questa ritirata, ella fu disastrosa oltremodo, avendoci perduto gl'Inglesi meglio di diecimila uomini, e fu anco infame, avvegnadio inaspriti dalla sventura eglino commettessero a danno degli Spagnuoli di ogni ragione eccessi. Sopraggiunto dalle forze del generale Soult, il Moore conobbe che non poteva effettuare lo imbarco eccettochè in virtù di capitolazione, o per forza di arme: scelse l'ultimo partito, e bravamente combattendo fu colpito a morte, mentre animava i montanari del quarantesimosecondo reggimento con le parole: «Rammentatevi dello Egitto, dove mancando i cartocci adoperaste le baionette.» Lo seppellirono su i baluardi, e intanto che gli uni ributtavano i Francesi, gli altri s'imbarcavano. L'oda poi non fu composta dal Byron come il Medwin sospetta, bensì da Carlo Wolfe.
A mezza notte squallidamente lo seppellimmo, scavando la terra colle baionette, al dubbio lume della luna velata di caligine, al fumoso chiarore delle lanterne.
Noi non chiudemmo il suo cadavere dentro inutile cassa; bastò un lenzuolo: egli giacque come dorme il soldato, avvolto nel suo mantello di guerra.
Brevi le preghiere che proferimmo, verun rammarichio proruppe dalle nostre labbra; solo fissammo i nostri occhi su la faccia del morto, e pensammo amaramente all'indomani.
Pensammo, mentre lo componevamo nella stretta fossa ed acconciavamo il suo solingo guanciale, che in breve calpesterebbe la sua testa il nemico straniero, e noi pressava la necessità di allontanarci sul mare.
Egli dirà vituperio a cotest'anima che aperse le ale; egli ne oltraggerà le fredde ceneri: lui avventuroso! se lo lasceranno dormire tranquillo nel sepolcro dove i suoi compatriotti lo hanno deposto!
Appena avevamo compita la metà del nostro ufficio che suonò l'ora della partenza, ed il rombo del cannone ci fece accorti che il nemico veniva per assalirci alla sprovvista.
Tristi e dolenti ci affrettammo a coprire di terra lo eroe insanguinato e rapito ai campi dei suoi gesti: non gli tracciammo un motto, non gli levammo una pietra: noi lo lasciammo solo con la sua gloria.
L'ora del tempo che imbruniva contribuì a dare risalto alla profonda melanconia di cotesta oda; però non istette guari che un altro degli amici, commendando come meritava la poesia, pretese poterle contrapporre un altro canto, il quale, secondo lui, lo superava, o alla più trista, gli reggeva il paragone: aggiunse venirci d'oltre Oceano, figlio di Musa americana, e avere per titolo: _L'orologio di per le scale_. Invitato a palesarlo, recitò:
Poco innanzi al sentiero che mena al villaggio si trova il vecchio castello: altissimi pioppi di qua e di là ne guardano il portone, e l'orologio antico posto sul pianerottolo della prima scala visto di su la soglia pare che dica a cui passa: _Sempre e mai_.
Eccolo lì in capo della prima scala con le sue lunghe dita di ferro di dietro alla grave cappa di quercia alterna cenni misteriosi come il frate, il quale per di sotto la veste di bigello si fa il segno della croce e sospira: poi con suono lugubre saluta i passaggeri: _Sempre e mai_.
Mentrechè il giorno dura, l'antico orologio manda fuori la voce abbastanza soave, ma durante la notte casca giù con misura avvicendata, come un passo che alternando desti l'eco nelle sale solitarie. Pei soffitti, su i pavimenti cotesto passo corre, e da per tutto. Alla porta di ogni camera si accosta, e pare che dica: _Sempre e mai; mai e sempre_.
Traverso i giorni della gioia e dello affanno; traverso quelli delle nascite e delle morti; traverso le fuggevoli vicende che il tempo muta perpetuamente, egli solo invariabile ripete senza posa le parole solenni: _Sempre e mai; mai e sempre_.
Un dì in questa casa l'ospitalità aveva messo stanza: immensi fuochi dentro il focolare crepitavano; qualunque straniero vi capitasse sedeva a mensa convitato; ma pari allo scheletro dei festini di Babilonia, questo simbolo del tempo che consumandosi consuma avvertiva irrequieto: _Sempre e mai; mai e sempre_.
Costà gruppi di bimbi folleggiando ruzzavano: là le ragazze porgevano ascolto pensose ai lusinghieri favellii dei dami: da questa camera uscì nella notte nuziale la sposa bianco vestita: giù in quello androne muto stettero distesi i morti ravvolti dentro il lenzuolo di neve: poi, in mezzo al silenzio che tiene dietro alle preghiere dei morti, si faceva sentire la voce del vecchio orologio: _Sempre e mai; mai e sempre_.
Tutti adesso andarono dispersi; chi si accasò, chi morì, e quando nel fondo del cuore amareggiato io domando: dove e come si troveranno essi? Vedremo tornare un'altra volta i giorni che passarono? Il pendolo antico risponde: _Sempre e mai; mai e sempre_.
Quaggiù _mai_, e _per sempre_ lassù dove non sono cure, nè affanni, nè tempo che separa, nè morte che distrugge. _Sempre_ lassù; quaggiù _mai_. L'orologio dell'eternità batte indefesso: _Sempre e mai; mai e sempre_.
E il terzo amico a sua volta favellò: belli questi canti, anzi divini per copia di passione e d'immagini, comecchè svariate congiunte strettamente al soggetto, ed a questi che ricordaste del Wolfe britanno e del Longfellow americano potrebbonsi aggiungere a cento a cento altri non meno portentosi; però importa che voi notiate che se i Sassoni non lasciarono agl'Inglesi la loro lingua intera, che questa ebbero a spartire co' Normanni; quanto a sentire, il sangue sassone primeggia; e in ogni caso anco i Normanni venivano da tramontana: ond'è che se per affetti ed eloquio derivano dalla contrada immensa che si chiama Alemagna, non vi parrà cosa strana nè forte se io vi affermi cotesta terra possedere due cotanti più poeti lirici così antichi come moderni, varii, moltiplici e tutti sublimi: ve ne ha taluni aerei quasi fiocco di nebbia che scivoli traverso il disco della luna, ve ne ha dei caldi da digradarne il reverbero del sole su le sabbie del deserto, ve ne ha dei precisi quanto le pitture domestiche dei fiamminghi; insomma vasche piene di diamanti quali appena s'incontrano nelle _Mille ed una notte_; io ve ne dirò una del conte Alessandro d'Aversperg austriaco, notabile, a parer mio, pel modo nuovo col quale ci dipinge la storia di trent'anni di vicissitudini che capovolsero il mondo: udite; questo canto si chiama l'_Invalido_, e suona così:
Nel prato dirimpetto all'osteria siede il povero veterano; colà ei narra sovente battaglie e vittorie, e qualche volta canta una canzone scarmigliata.
La gioventù turbolenta del villaggio lo circonda seduta su l'erba: le zitelle dalla guancia vermiglia badano a tenergli sempre pieno il bicchiere.
Un ragazzo gli sta cavalcioni sopra le ginocchia e si trastulla co' capelli grigi e le basette di lui: due altri montano la guardia col bastone e la sciabola che hanno preso al veterano.
Il maestro di scuola del villaggio, il Dionigi tiranno dei fanciulli, antichissimo compagno dello invalido, siede a sua posta allato del vecchio amico.
Di un tratto il veterano si tira su le maniche del vestito, e dice: orsù io vo' raccontarvi una storia, date retta, ragazzi! E i ragazzi, vedendo il braccio ignudo, strepitosi schiamazzano intorno al vecchio: Oh! le brutte bruciature che tu hai sul braccio!
Ed io mi fo capace di spiegarvi questi segni che vi ammonisco a rispettare, però che essi, vedete, raccontano una buona metà della storia del mondo.
Io passai i primi anni sul margine della Loira tutto fiori; colà un dì la pace parve che mi volesse sorridere giocondamente sopra la faccia bella della donna mia.
Conciossiachè sul margine della Loira tutto fiori, voi avete a sapere che una donzella leggiadra mi promettesse amore: allora io feci incidere per bene questo coricino sul mio braccio e circondarlo da due nomi.
In quel torno andando fino a Parigi riconobbi di colta il Re, quantunque io non avessi contemplato la sua degna faccia, eccettochè sopra i baiocconi di rame.
Più volte m'era venuto fatto di domandare a che diacine rappresentassero del Re su i baiocconi la testa sola. E poichè veruno me lo sapeva dire, pensava fra me: _gatta ci cova_. Chi avrebbe detto allora che io sarei stato profeta!
Un giorno per valli e per monti rimbombò il grido: _alle armi!_ E la gente mezzo ignuda, tratta fuori di sè, corse sotto le bandiere!
E dimenava i berretti rossi come lingue di sangue in cima a lunghe picche urlando inebriata: _Libertà! libertà!_ A cui centinaia di migliaia di voci rispondevano urlando: _Libertà! libertà!_
Il suono di questa parola mi solleticò forte l'orecchio, onde io mi resi soldato: allora in gaggio di amistanza m'impressero col ferro rovente sul braccio questo berretto vermiglio.
Un altro giorno poi passò davanti alle nostre file certo uomo pallido e arcigno, il quale ci chiese se gli volevamo obbedire: noi non gli rispondemmo sì nè no: egli prese a comandare, e noi gli andammo dietro.
Sopra la destra potente egli portava un'aquila orgogliosa, e dopo avercela mostrata gridò con voce che ci parve un tuono: _per la patria e per la gloria!_
Ci garbò il grido, e con immenso ululato ci precipitammo dietro i passi di lui; egli trascorreva così veloce che qualche volta credemmo lui stesso trasformato in aquila.
L'aquila incominciò ad aliare da mettere spavento: appena si posò un attimo in Africa su le piramidi, in Russia sul palazzo delli Tzari, in Vienna sul campanile di Santo Stefano, in Roma sul Vaticano: ma dove più le piacque fermarsi fu in cima alle torri di Nostra Donna a Parigi: quinci tuffava giù gli occhi sopra il fiume dei popoli — fiume dalle onde senza fine.
Fra lo strepito dei cannoni, dei comandi sul campo e dei canti trionfali nelle città, io incisi con la punta della spada quest'aquila sopra il mio braccio.
L'aquila dalle ali poderose un bel giorno ci sparve davanti. — Ohimè! noi non la rivedemmo più; l'aquila sparì per sempre.
Subito dopo turbe di stranieri ci calarono addosso da tutte le parti e fu quasi un diluvio di nemici, — e non pertanto da galantuomo! io li conosceva tutti da un pezzo — ci eravamo veduti spesso su i campi di battaglia a mezzogiorno, a levante ed a tramontana.
E tutte queste turbe raccolte insieme andavano urlando: pace! Correvano anni parecchi che questo grido usciva da casa loro; ma allora ce lo rinnovarono con tale suono di voce che ci parve curioso.
Perchè bene essi urlavano: _pace! giustizia!_ ma intanto mandavano in fiamme le nostre città e disertavano le campagne.
Costoro con la punta insanguinata della spada gettavano all'aria copia di palme, e dalla gola dei cannoni ci lanciavano nuvoli di gigli bianchi.
Uno di cotesti gigli infiammato mi cascò sul braccio, e, come vedete, da indi in poi non se n'è andato più via.
Per questo modo io porto sul braccio metà della storia del mondo. Questo cuore, questo berretto, questa aquila e questo giglio ve ne porgono testimonianza fedele.
Il berretto da molto tempo fu messo in brani: l'aquila se n'è salita diritta al sole; i gigli anch'essi appassirono nel modo istesso che questo coricino un certo giorno mi scivolò per terra e si ruppe.
Adesso istituisco mio erede il Re: egli rederà questo braccio rabescato di figure strane; gli raccomando a custodirselo dentro uno stipo di oro, nè più nè meno di quello che ho inteso costumasse fare Alessandro dei poemi di Omero.
Alessandro è fama non preterisse giorno senza leggerne un verso; io raccomando al mio Re adoperare lo stesso col mio libro di storia che gli lascio.
E adesso, maestro, che ti par egli del mio libro di storia? — Eh! rispose il maestro, purgato e corretto mi pare adattato _ad usum Delphini_.
Certo vecchio Côrso, cultore felice e innamorato della Musa italiana, dacchè la dea non senza molto rammarico lascia cotesta isola, e gettandovi dietro uno sguardo infuocato ne accende di tratto in tratto qualche anima degna di sentirla e di significarla, pianamente favellò:
— Certo cotanto non ardì la Musa nostra, e nuovi modi mi paiono questi, degni veramente di molta considerazione. Però non è vero che di questa maniera poesie difettiamo noi, piuttosto è vero che delle note ne possediamo poche e delle notissime anco meno: ciò in parte colpa dei poeti che schivano esercitarvisi, parte, come credo, per la soverchia schifiltà della lingua, il verso troppo breve, la rima tiranna. Fra le note pongo il _Cinque Maggio_ del conte Manzoni, ed a ragione non diventò notissima perchè arduo a comprendersi il principio, e compreso invenusto, parole lontane dall'uso del popolo, anzi dalla lingua italiana, così ch'egli ebbe o volle mutuarle dalla latina, e qua e là immagini, se non nel concepimento, certo nella espressione contorte: senza queste mende la si potrebbe contrapporre a qualsivoglia oda straniera, sicuri di non restare vinti al paragone: ma che andiamo noi cercando altrove? La poesia popolare cerchisi fra il popolo, e presso di lui anche noi la troveremo; ed io vo' che sappiate che se un ingegno arguto si accingesse a siffatta raccolta, noi altri Côrsi saremmo primi o fra i primi a contribuire con poesie da stare a petto con le più reputate. — Siccome gli ascoltanti, increspando le labbra, pareva piuttosto compatissero cotesto eccesso di patrio zelo che credessero al vanto, il vecchio aggiunse: — Nè da quello che dissi dibatto un iota; in prova di che ecco io voglio recitarvi un _vocèro_[13], il quale se quanto a immagini impallidisce a fronte delle vostre ode, le supera lunga pezza di affetto; imparatelo a mente, posatevi a poco a poco lo spirito, e troverete che come l'uomo, il quale torna più spesso a contemplare le madonne del Raffaello vie più sempre se ne innamora, così vi accadrà, recitandolo, di questo _vocèro_. I _vocèri_ voi sapete che sieno, e se nol sapete, in breve vi dirò io: sono canzoni funebri cantate da amici o da parenti sopra il morto innanzi che lo portino via di casa: la più parte dei popoli chiamati barbari conobbero e conoscono simili nenie: i Greci anco ai dì nostri gli appellano _mirologi_; di eterna bellezza quello di Andromaca sopra il capo di Ettore. Ora immaginate voi una povera vedova, madre di unica figliuola, stella della pieve, pupilla degli occhi suoi, che se la vede morta stesa su la tola, ornata di fiori, vestita delle sue più vaghe vesti, sul punto di esserle portata via per sempre... capite! per sempre, e che innanzi di staccarsi da lei sfoghi l'angoscia che le passa l'anima, voi certo penserete nel duro caso che possano profferirsi accenti mirabili: sentite adesso se questi accenti prorotti dal cuore di Dariola Danesi sopra la salma della sua figliuola Romana corrispondano alla vostra aspettativa: