CANTO VIII.
ARGOMENTO.
_In ruinosa fuga il piè rivolve L'oste infedel: grida Bostange invano. Ma l'empia Furia che trovar risolve Scampo a salvar l'esercito ottomano, In un momento d'ombra oscura involve L'aria serena, e tutto abbuja il piano. Ne va Folco a incontrar il sommo Duce, E dentro la città seco il conduce._
I
In sì torbido tempo indomito erra Bostange, e, pien d'ardir le membra antiche, Garrisce i suoi, che ne la dubbia guerra Non osano aspettar l'armi nemiche: Tornate in Asia, e da la patria terra Quì mandate a soffrir vostre fatiche Stuolo di donne, o cavalier codardi, Ch'elle più forte avventeranno i dardi.
II
Così ne i vinti cor va rinforzando L'ardir caduto, e con terribil guardo Vibra dintorno trascorrendo il brando, Saldo sul fianco, e sovra i piè non tardo; Errando scerne, che gittava Urgando Del già feroce Alete il gran stendardo, E che per l'orme de l'ignobil via Appresso il vile alfier lo stuol sen gìa.
III
Sozzo infamato, egli dal cor profondo Grida ver lui, che lo stendardo abbatte, Così si lascia ogni virtute al fondo? Uomo in grado d'onor così combatte? Che pera il giorno, che nascesti al mondo, E la ria madre, che ti diede il latte. E tanto di furor gridando ei s'empie Che con l'elso a l'alfier batte le tempie.
IV
Nè meno a gli altri incontra aspro si sdegna; Ma dice: il brando ha da recarvi aìta: Fuggite in van; cotesta fuga indegna Con esso un palo vi torrà di vita. Ma non per tanto rinfrancar s'ingegna La turba indarno; ella sen va smarrita, Nè prego ascolta, nè conforto aspetta; E pur Bostange intorno i passi affretta.
V
Errando avviensi, ove del duol sofferto Fatto avea 'l fiero Oronte in sè ritorno, Ed a l'aure serene il guardo aperto Il rivolgea pien di vergogna e scorno. Da lunge il Duce di sua vista incerto, S'appressa ove il guerrier facea soggiorno, E quando in ravvisarlo errar non puote, Apre il varco del petto a cotai note:
VI
Oronte, guerreggiando unqua mirasti Sembiante assalto? ove virtù mortale Sembra, che 'n campo contrastar non basti, E contra l'armi d'un guerrier sia frale? Ma dimmi, come ne l'assalto entrasti? Come nullo altro in su l'arcione assale Con forte destra gli avversarj teco? E la tua piaga alcun periglio ha seco?
VII
Sì Bostange dicea. L'altro solleva Dal polveroso suolo, ove è disteso, Il fianco infermo, e con la man stringeva Il sangue, che venìa dal fianco offeso. Risponde poi: mentre a fuggir prendeva La turba quì, n'ebbe il tumulto inteso Il signor nostro; e de le genti ancise Ch'io ricercassi la cagion, commise.
VIII
Onde io quì venni: ed, o Bostange, oh quanto Per noi raccolgo suscitarsi affanno! Come estinto rimansi il nostro vanto! In fumo i nostri onor come sen vanno! Giorno eterno di duol, giorno di pianto, Giorno dove il morir fia 'l minor danno; E tu pur chiedi, se mia piaga è forte? Avessemi ella già condotto a morte.
IX
Quivi lo sguardo nel guerrier rivolto Spinse dietro le voci alto sospiro; E Bostange si diè con saldo volto A di lui consolar l'aspro martiro: Quale hai dal fianco sospirar disciolto? E dal tuo mesto cor quai note usciro? Uomo, ch'imbianca guerreggiando il crine, Non sa che de gli assalti è dubbio il fine?
X
Rimembra, Oronte, ed indivina a pieno Per le passate le stagion future: Pria ch'Asia d'Ottoman soffrisse il freno Quante ore volser sanguinose e dure? Così di Rodi n'avverrà non meno: Oggi d'un lampeggiar vane paure Empiono a queste turbe il cor di ghiaccio, Dimane avranno invitto il petto e 'l braccio.
XI
Tu le piaghe a saldar, come è dovuto, Ritorna, e del morir lascia il pensiero; Pensa a l'acquisto del vigor perduto Per farti poi de la vittoria altiero. E già de gli scudier col pronto aiuto In sella il fa salir del buon destriero; Poi dolce l'accommiata, e 'n varia parte La fuga affrena de le genti sparte.
XII
Ma sprona Oronte, e, studïando il passo, Del campo afflitto immantenente è fuora, E colà torna infievolito e lasso Ove il suo re tra' cavalier dimora; Fattosi da vicin col capo basso, Poi ch'è disceso dal destrier, l'onora; E mentre egli la lingua a dir sciogliea, Dal fianco il sangue tuttavia scendea.
XIII
Signor, posto in oblìo l'antico onore, Langue il tuo campo da temenza oppresso; E di quello AMEDEO l'opprime orrore Per solo scampo a' Rodïan concesso; Ma non de' duci tuoi langue il valore: Dirà di lor virtù, lor sangue istesso, Mal grado de' cristian, nel caso avverso, Ciò che dice di me, questo ch'io verso.
XIV
Tace, e con occhi di furor turbati Stassi Ottoman a riguardarlo alquanto; E via più sempre da gli stuol fugati Cresceva il grido ed il tumulto intanto. Sentelo il Turco, e con sembianti irati Volto a i Baran, c'ha reverenti a canto, Armi chiedea. Ma ne le furie accensa Aletto sovra lui forte ripensa.
XV
Poi batte l'ali, e de gli aerei regni Va tra gli umidi campi in un momento, Là dove rei demon tra rei disdegni Errano intenti ne l'altrui tormento; Però che 'l dì, che de gli spirti indegni Si vendicò nel ciel l'empio ardimento, E da l'eccelso olimpo ebbono bando, Per varie parti fur dispersi errando.
XVI
Verrà stagion, che l'universo intenda Terribil tromba di giudicj estremi Nel ciel sonarsi, e quindi ogni alma attenda Per sè miserie sempiterne, o premi: Allor sotterra ne la fiamma orrenda, Allor nel fondo de gli orror supremi Rinchiuderansi fulminati, allora Faran nel centro, e senza fin, dimora.
XVII
In tanto ognun per mille vie procura Che 'n ogni alma il peccar cresca diletto. Ora a quegli empi, che per l'aria oscura Han loro albergo, favellava Aletto: Già sprezzar l'armi, abbandonar le mura Era poc'anzi il Rodïan costretto; Già nulla di suo scampo avea speranza: Cotanto io crebbi ad Ottoman possanza.
XVIII
Quando AMEDEO fin da l'Italia corse E scese in Rodi ad arrecar salute, Ove gli amici così fier soccorse, Che son le glorie d'Ottoman perdute. Chi sia costui, ch'a noi contrario sorse, Qual ne la destra sua splenda virtute, Io nol dirò: del Vatican devoto, A grande onta di noi, pur troppo è noto.
XIX
O de l'orride nubi, o de' sonori Turbini al mondo eccitator famosi, Densate nebbie, e con più cupi orrori Gli almi raggi del sol volgami ascosi: Se 'n terra ad AMEDEO gli aspri furori Destra non è, che d'interromper osi, Voi sì misero giorno omai spegnete, Onde il campo de' Turchi aggia quiete.
XX
Fiera fremendo a questi detti a pena Ella il fin pose, che l'orribil stuolo, Come sua furia scelerata il mena, Su gli spazj di Rodi affretta il volo. Ed ecco perturbar l'aria serena, Ecco tempesta minacciarsi al suolo, Ed in un punto abominevol ombra Il cielo afflitto oscuramente ingombra.
XXI
Quanti torbidi nembi austro governa L'odiosa squadra in su quei campi aduna; Stende uggia folta; e d'atra nebbia inferna Abbuia l'aura, e più che pece imbruna; S'annotta sì, che de la fiamma eterna De l'aureo sol luce non splende alcuna Per l'orror tetro; indi si finge Aletto Le membra e l'armi e d'Ebräin l'aspetto.
XXII
E dove ardente il corridore ei sprona, Ottoman giunge, e, serenando il ciglio, Parla: Febo de' tuoi l'armi abbandona; Or di riposo è via miglior consiglio; Diman le trombe a novo assalto suona, Come il dì sorga in sul mattin vermiglio; Allor mia destra in guerreggiar fia teco. Sparve ciò detto, e va per l'aer cieco.
XXIII
A l'ammonir del tenebroso nume Placasi il Turco, e, raggirando il freno, Impon il suon, c'ha di raccor costume, E fra le tende aspetta il dì sereno. Ma, poi ch'a l'armi sue vien manco il lume, Da la pugna AMEDEO cessa non meno, E per mezzo il dolor, ch'alto s'udìa De' Turchi oppressi a la città s'invìa.
XXIV
Subito allor su le percosse mura L'Angel di Rodi protettor discende, E del greco Argilan presa figura, Col vecchio Folco a favellare ei prende: Ecco che sorta omai la notte oscura Rodi pur con le tenebre difende, E chiamano le trombe saracine I fieri Turchi a riposarsi al fine.
XXV
Nè men l'alto AMEDEO, che 'n sì brev'ora Ha percossa de' Tartari la spene, Da l'armi cessa, e fino a nova aurora Per teco starsi a la città sen viene. Tu movi incontra e riverente onora La fortissima destra, a cui s'attiene Nostra salute. E così detto sparve, E del ciel messo, disparendo, apparve.
XXVI
Udito il messaggier nulla altro aspetta Folco, nè sente quel parlare in vano: Ma de' gran duci suoi schiera diletta Seco s'aggiunge, il buon Velasco ispano, Il Baglione, il Brisacco; indi s'affretta Il rege invitto ad incontrar sul piano: Come fu da vicin, le guardie apriro La ferrea porta; e quei gran duci usciro.
XXVII
Ma fuor de la città corto cammino Segnaro d'orma le robuste piante, Che quasi su l'uscir fatto vicino Lo splendor de l'Italia ebber davante: Ei sotto l'elmo dell'acciar divino Sfavillava in magnanimo sembiante, E con le membra del rio sangue asperse Nobile vista e sovra umana offerse.
XXVIII
La destra porge caramente, e poi L'inchina: e dice il Rodïano appresso: Inclito sangue de' più forti eroi, Per nostro scampo a noi dal Ciel concesso, Se, pugnando Ottoman, da' furor suoi Doveva in guerra rimanermi oppresso, Io per far scherno a la miseria rea Qual miglior destra unqua invocar potea?
XXIX
Certo a l'orecchie altrui chiara memoria Nel mondo fia, ch'a noi porgendo aita, Rompesse d'Ottoman tanta vittoria, E s'affannasse così nobil vita. Così diss'egli. Ed AMEDEO: la gloria, S'a me pur ne verrà, verrà gradita, Poscia che per decreto io m'affatico Del Cielo, a scampo di cotanto amico.
XXX
Sì brevemente al Rodïan risponde; Poi rinova, d'amor la fronte adorno, Accoglienze dolcissime, gioconde; Ed indi fanno a la città ritorno. In tanto il suo venir fama diffonde Con spesse voci; ed a le porte intorno Già per tutto si spande il popol folto, Di veder vago il gran guerriero in volto.
XXXI
Gioioso incontro; qual veggiam, se il lume Rimena il sol de la fiorita estate, Che di volar gioconde han per costume Presso de l'aureo re l'api dorate; Con lui ne i campi erbosi, o lungo il fiume, O vanno intorno da le cere amate; Tal vanno i Rodïan, dove a grande agio Posi AMEDEO dentro il real palagio.
XXXII
Entrano presso l'immortal campione I sommi duci in quel sovran soggiorno, Che di trofei, di spoglie e di corone È la gran corte e le gran scale adorno; Là su giunto AMEDEO l'armi depone In chiusa stanza, ed a lui poscia intorno Sono i guerrieri; e de' guerrieri il duce In ampia sala con sua man l'adduce.
XXXIII
Ivi il cibaro; ove la voglia accesa De' cibi è spenta, il Rodïan ragiona: Non perchè picciol regno a sua difesa Ponga in sudor la tua gentil persona, Fia che di ciò, come di vile impresa, A te deggia venir vile corona, E deggia il mondo e la cristiana fede A l'altiera tua man scarsa mercede.
XXXIV
Chè noi quì posti a militar per questa Isola angusta, e custodir suoi liti, Fatti siam, come sponda a la tempesta Che possa uscir da faretrati sciti; I quai non più ladron per la foresta Predano biade, o peregrin smarriti; Ma seguendo Ottoman, che 'n loro regna, Alzano al ciel non vilipesa insegna.
XXXV
Ei, poste a fren le regïon bitine Tra ferro e fiamma, in che pugnò primiero, Allargò dentro l'Asia il suo confine, Noi minacciando di superbo impero: Or con mille nocchier l'onde marine Ingombra, e verso noi prende il sentiero; Perchè, Rodi abbattuta, una battaglia Il varco gli apra, onde l'Europa assaglia.
XXXVI
E noi quì lunge ad ogni aita, e stretti Per dura fame in sì guardati mari, A Dio sacriamo sanguinosi i petti, Stancando l'aste ed i nemici acciari; Ma tu, ch'a nostro scampo il corso affretti, Chi ti conduce? e di qual parte appari? Come fra le nostre arme oggi ti trovi? Senza scorta di noi certo non movi?
XXXVII
Gli risponde AMEDEO: per l'Occidente Erano a pena i vostri affanni intesi; Quando la tomba del gran Dio vivente Peregrinando a visitare io presi. Sciolsi, e per entro il mar l'onda fremente Mi fu seconda, e gli aquilon cortesi, Fin che nei campi dell'Egeo pervenni; Quivi d'alte procelle ira sostenni.
XXXVIII
Tre giorni in mezzo a le tempeste oscure Corsi là dove il turbine mi mena. A Sciro ruppi finalmente; e pure Giunsi notando in su l'asciutta arena: Quivi tra scogli e tra foreste oscure Trassi più giorni solitario in pena. Mossi indi al fin: ma ch'a trovarvi io vegna Dal ciel disceso messaggier m'insegna.
XXXIX
Tacque; ed incontra le sue nobil voci Folco dicea: dunque da noi lontano Vada ogni tema; i turbini veloci La sommergano in fondo a l'oceàno. Tu struggerai gli eserciti feroci Invitto, altier; fia di tua nobil mano Ottoman servo: or ne i silenzj ombrosi De l'alma notte il tuo valor riposi.
XL
Sì disse; e'n questa appar Lancastro inglese, Al cui valor la rodïana porta Commessa fu per le guerriere imprese; Ed egli ad un guerrier faceva scorta. Il guerrier su le giubbe al piè distese Lega con cinto d'or spada ritorta, E volge intorno al crin candida tela, Ed il sovran de le due labbra impela.
XLI
Ne l'aspetto di lui splende beltate, Ed era il viver suo lunge non molto Da' dieci lustri; e pur la lunga etate Con poche rughe gli solcava il volto. Ora a i Baron, che ne le sedi aurate Riposavano a mensa, ei fu rivolto; E chino ambe le man sul sen si pose; E 'n questi detti i suoi pensieri espose:
XLII
Il così fatto arnese, onde m'adorno, E più l'uscir da l'ottomane tende, Ove palesemente io fo soggiorno, Che Turco io sia testimonianza rende: Ma non debbo tacere in questo giorno, Che da' cristian l'origin mia discende, A ciò che più lontan d'ogni sospetto V'entri nel cor ciò, che da me fia detto.
XLIII
Or voi dell'ascoltar fatemi degno, Nè v'incresca raccor quanto ragiono, Securi a pien che io mi conduco e vegno De lo scampo di Rodi a farvi dono. Ch'ei dovesse parlar fecero segno Ambo quei grandi: ed ei soggiunse: io sono In fra ciascun, che de la grazia altiero Sen vada d'Ottoman, forse il primiero.
XLIV
Strano ad udir; ma le terrene genti Hanno di vita lagrimosa, o lieta Specchi a vicenda, onde a le umane menti Nulla temer, nulla sperar si vieta. Ora io deggio narrar, che miei parenti D'Italia usciro, e dimoraro in Creta: Quì dal grembo materno a la stess'ora Con un altro fratel men venni fuora.
XLV
Nove anni a pena in ciel Febo rivolse, Ch'andò la genitrice a l'ore estreme; Quinci di Creta il genitor si tolse, Perch'ebbe in Cipro d'avanzarsi speme: Dunque su legno, che primier disciolse Fidò se stesso, e noi suoi figli insieme, E non grande tesor: solcammo i mari, E fummo colti da' ladron corsari.
XLVI
Vennesi a l'arme, e con terribil core Travagliossi ciascun per sua salute: Ma, contrastando a barbaro furore, Non ebber peregrin pari virtute: Tratti furo i robusti a l'ultime ore, Nostre persone al ferro, indi vendute Ad un turco baron, nei cui servigi Molto sudammo ne i paesi frigi.
XLVII
II mio fratel, cui la città straniera Cangiò suo nome, ed appellollo Alcmano, Si dilettò fin da l'età primiera Di schermire da' morbi il corpo umano: Erba non era in giogo alpin, non era Suco salubre in solitario piano, Nè pregiate acque di riposto fonte, Ch'a l'industria di lui non fosser conte.
XLVIII
Lunga stagione in questi studj spese; Poscia a' popoli infermi egli sovvenne; Glorïoso si fe'; d'ogni paese Il suo bel nome a la notizia venne. E l'istesso Ottoman, come l'intese, A se chiamollo, ed in gran pregio il tenne, E quale avesse in lui dimostrò fede; Che de la vita sua cura gli diede.
XLIX
Sì caro al gran signor pormi in oblìo Fraterna carità non gli sofferse; Ma volto ad innalzar lo stato mio A la grazia real strada m'aperse. Colto opportuno tempo al suo disìo Dunque me servo ad Ottomano offerse, E sì degno mi fe', che notte e giorno A la persona sua dimoro intorno.
L
Posso a mia voglia entrar le regie tende, Nè, s'altri il divietasse, il passo arresto: Quando il re vegghia; e s'ei riposo prende, Non meno il servo, e le sue membra io vesto: Disiderio d'onor sì non m'accende Ch'io menta; quanto parlo è manifesto: Pregio di ventate apprezzo ed amo: Son noto a tutti; Agitercan mi chiamo.
LI
E non per tanto, s'appo voi sicuro Fia mio soggiorno, e, se miei merti avranno Appo voi grazia, io fo promessa, e giuro Che segherò la gola al fìer tiranno. Così fatto parlar sembrò ben duro A' Rodïan poi che sentito l'hanno; E co' sembianti lor segno ne fero; Onde soggiunse il cavalier straniero:
LII
Atto stimate d'ascoltarsi indegno Questa vendetta, che di far prometto, E forse incontra me d'aspro disdegno E di repentino odio empiete il petto: Ma quando il torto, che sì fier sostegno Da l'iniquo Ottoman, per me fia detto, Forse in voi cesserà la meraviglia. Quì tace alquanto, e poscia a dire ei piglia.
FINE DEL CANTO VIII.
ANNOTAZIONI
AL CANTO VIII.
Argomento del Poeta: «Nel VIII (_sic_) Aletto addensa l'aria in modo, che si cessa dal combattere: Amedeo entra nella città.»
Nella st. 14 dice il Chiabrera:
Sentelo il Turco, e con sembianti irati Volto a i Baron c'ha reverenti a canto ec.
E il cav. d'Urfe' nota: «je ne say commant il puisse attribuer ce nom aux Turcs, qui n'ont point non seulement de ces titres de marquis contes ny barons, mais qui n'ont pas mesme celuy de noblesse.» Ha ragione il critico, ove il vocabolo _barone_ si voglia intendere nel senso feudale dell'occidente; ma le parole pigliano assai volte un senso più largo che non avevano a principio: così _Marchese_ propriamente significava Governatore civile e militare di una vasta provincia su i confini d'un grande impero: _Conte_ voleva dire Governatore d'una città e provincia; ed ora sono puramente titoli d'onore. Ed anche si potrebbe dimostrare storicamente, che i Maomettani, se non hanno de' _Baroni_, hanno però de' feudatarj, che possono in nostra favella meritare quel titolo. Ma non occorre dir altro su questo proposito, sapendosi che _Barone_ ne' poemi italiani significa un capitano di alto grado nell'esercito.
Comincia alla stanza 40 un episodio; intorno al quale furono proposte alcune opposizioni. Ad una porta di Rodi, della quale aveva la guardia Lancastro inglese, si presenta Agitercano; che, avendo ricevuta una grave ingiuria da Ottomano, viene ad offerirsi a' Cristiani, promettendo di uccidere il Signore de' Turchi. Lancastro introduce Agitercano, e lo presenta a Folco Gran Mastro di Rodi. Parve al Duca di Savoja, udendo leggere il poema, che Lancastro avesse trasgredito le regole della guerra, introducendo nella città, in tempo dell'oppugnazione, un incognito che veniva dal campo nemico, senz'averne prima ottenuta facoltà dal capitano supremo. Il cav. d'Urfé trova ragionevole, ed a buon dritto, l'osservazione del Duca; ed aggiunge che il Poeta «devoit avoir fait faire a ce Turc quelque chose en vengeance de l'offance de la quelle il se plaignoit,» E veramente non facendo più nulla questo Agitercano, l'episodio non è collegato col poema; e senz'avere la bellezza di quello di Olindo e Sofronia del Tasso, ne ha il principale difetto. Un episodio che si può stralciare senza che il poema ne riceva danno, è contrario alle leggi della poesia.
Ma l'Urfé propone un'altra censura, che risguarda alla moralità; ed è questa, che il Poeta doveva trovare l'incontro di mostrarci punito Agitercano del suo tradimento «pour montrer que Dieu punit toujours les traistres, et mesmes ceux qui pour quelque occasion qui ce soit veulent attanter a la vie de leur prince souvrain.»--Perciocchè, seguita a dire il critico, debbe il poeta sopra ogni cosa studiarsi ognora di proporre degli esempj di rimunerazione e di castigamento delle virtù e de' vizj, per allettare a quelle, e da questi allontanare i leggitori.» Sentenza degna di cavaliere cristiano! Com'ebbe Agitercano palesato il disegno di uccidere Ottomano, veggendo Amedeo che il Gran Mastro non faceva risposta, così prese a dire al traditore (canto IX 32):
«... Guerrier, le tue ragioni intendo; L'opra del Re fu scellerata e rea: Il tuo disegno io volentier commendo; Ma non vo' che di pregio e che di gloria Si scemi con tua man nostra vittoria.»
La qual risposta parve al cav. d'Urfé _une chose un peu estrange_: «Il me semble qu'une telle action ne devoit point estre avouee pour bonne par un si grand Prince.»
Nell'Amedeide minore non si legge parola di quest'episodio di Agitercano.