# Amedeide: Poema eroico

## canto VIII, con qualche varietà di lezione; come a suo luogo diremo.

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Le censure di Onorato d'Urfè sono molto prolisse; e perciò ne daremo brevemente la sostanza.

Non piace al critico che Amedeo riceva le impenetrabili armi celesti; perciocchè «faire faire tous par la force des armes, et par les miracles c'est luy (_ad Amedeo_) ravir une grande partie de sa gloire.» Osserva che Omero lascia ad Achille _un endroit par ou il peut estre blessé_; e che Virgilio non dice che fossero _invincibili_ le armi temperate nella fucina di Vulcano per Enea. Conchiude il Censore: «Adunque io vorrei, per lasciare qualche luogo alla virtù del grande Amedeo, dargli quest'armi, mettendo però certe condizioni alla forza; come, se l'Angelo gli dicesse: Quest'armi sono così fatte, che nulla ti potrà resistere, se tu sei prode, se tua speranza metti in Dio, se i tuoi disegni sono tutti ad onore e gloria di lui; se la fatica non ti abbatte: se non ti abbandoni alla voluttà ed ai vizj, e somiglianti condizioni; perchè in tal guisa, oltre l'elezione di Dio, sarebbevi alcuna cosa di proprio, che farebbe crescere in pregio l'Eroe.

Nota poi, come cosa fuor d'ogni verisimiglianza, che Amedeo, e pressochè tutti gli altri combattenti, uccidono i nemici con un solo colpo; tranne Ottomano; la quale cosa non è poi vera così sempre, come dice il Cav. d'Urfé, e ne abbiamo già toccato altrove.

St. 21. Canta il poeta che un maomettano ad Amedeo

L'elmo percote: ei come selce alpestre Saldo la piaga scitica sostenne.

E il censore, rammentato, poco gentilmente invero, l'antico proverbio «conviene che il mentitore abbia buona memoria» aggiunge che il Chiabrera non ricordando più le armi impenetrabili date ad Amedeo «il escrit qu'un turc le frappe sur l'eaulme, et le blesse--saldo la piaga scitica sostenne.» Ma forse il poeta usò _piaga_ per _colpo_: benchè non mi sovvenga esempio di tal significato.

St. 25-29. Abenamar, vedutosi sul punto di essere ucciso da Amedeo,

«...l'arco di gemme luminoso Depose in terra e la faretra armata; E ginocchiato in ripregar mercede Umil baciava al gran nemico il piede . . . . . . . . . . . . . . . «...et Amedeo che in seno Chiudea memoria de' voler divini... ...con la manca man gli afferra i crini E colà con l'acciar colpisce appieno, Ove il petto e la gola han suoi confini; Quei supin cade, et Amedeo calpesta Le fredde membra; e di ferir non resta.»

In questo luogo il cav. d'Urfè trova degna di grave riprensione la crudeltà attribuita ad Amedeo; e dice non vedere nel poema che l'Eroe abbia ricevuto ordini divini così severi, che non lascino luogo ad un atto di pietà. E il calpestare le membra del nemico ucciso, è fatto non degno di alto cavaliere. Ricorda poi che i turchi non nutriscono i _crini_; facendosi rader la testa, che cuoprono col turbante. Ma forse non è rigorosamente vero, che tutti i maomettani si radano affatto il capo. Nel Genovesato si afferma che lasciavano un ciuffo di capegli, detto dal volgo nostro _sciscìa_.

St. 66. Narra il poeta che Oronte

Avventa di due punte una zagaglia Inverso il sen che 'l vincitore ha nudo.

«Je ne say pas (dice il critico) commant il l'arme de toutte piece, et puis qu'il die qu'il a le flanc et le sein nud.» Sarà una distrazione del Chiabrera.

