Amedeide: Poema eroico

CANTO VII.

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ARGOMENTO.

_Il Re del Cielo ad AMEDEO destina Michele ad arrecar l'armi immortali: Pronto egli dalla torre adamantina A lui ne scende dibattendo l'ali E compie, l'alta volontà divina. Se le indossa AMEDEO; con armi tali Scende il monte qual turbine di vento, E i Turchi ingombra di mortal spavento._

I

Ma verso il campo i lumi eterni inchina Il Re del Ciel da l'immortal sua sede, E certo nunzio al gran guerrier destina Scelto campion de l'immutabil fede. Guarda per l'ampia regïon divina Spirti infiniti, che gli stanno al piede; Indi a Michel guerreggiator sublime Ne l'armi eterne il suo voler esprime:

II

Fendi l'aria, dic'Ei, vola repente In sul Filermo, ove AMEDEO soggiorna: Armi gli reca; e la fida alma ardente A l'armi infiamma; indi qua sù ritorna. Perch'a l'orgoglio de l'iniqua gente, Ei pugnando la giù, fiacchi le corna, Seco gli Angioli fian, cui data è cura E di Lui stesso e de le rodie mura.

III

Tanto diss'egli: e fiammeggiando ascende Michel su l'ali, ove ne l'alto appese Serbansi l'armi, sempiterne, orrende, Vinte non mai ne le sacrate imprese. Torre è nel ciel, ch'inespugnabil splende Tra' nembi ardenti, e tra gran fiamme accese, E di diaspro insuperabil, scorno De gli anni, immensa si dilata intorno.

IV

Tanto s'innalza oltra il gran ciel superno, Quanto il superno ciel s'alza da terra: Copre i gran tetti suoi diamante eterno, Diamante eterno apre il suo varco e 'l serra: Dentro son l'armi, onde il profondo inferno, Onde il rio mondo si conquassa in guerra: Eterei dardi, archi fulminei, vaste Squame d'usberghi fiammeggianti ed aste.

V

Pendon lucidi carri, onde volanti Gli Angioli van su per gli eterei campi; Scudi fulgidi, brandi, elmi spiranti, Da l'oro eterno, inestinguibil vampi. Miratisi quivi i fulmini tonanti Sparsi di nembi, di fragor, di lampi: Armi, di che 'l gran Dio può solo armarsi, Splendenti, ardenti, orribili a mirarsi.

VI

Or, poi che dentro a l'ampia mole ascese, Da Dio sospinto, il messagger beato, Scudo, elmo, brando, intra' più scelti, ei prese, Onde AMEDEO scenda in battaglia armato, E tromba; onde egli a memorande imprese Sprona gli eroi con l'immortal suo fiato: Sì provveduto, in su l'aeree penne Dal sommo olimpo al cavalier sen venne.

VII

Passa il cristal, cui pura luce aggiorna, E 'l ciel trasvola giù di stella in stella; Passa ove accende le volubil corna De l'almo sol la vergine sorella; Varca il foco e le nubi; indi l'adorna Piaggia de l'aria rugiadosa e bella, E tra le selve di Filermo ombrose, A piè del gran guerrier l'armi depose.

VIII

Ivi fra viva luce, onde circonda, Orribile a veder, l'ampie foreste Con aura soavissima, gioconda, Scioglie in voce mortal, spirto celeste: L'armi, onde oggi Ottoman tua man confonda, Dal ciel ti reco; or tu feroce in queste Fulmina omai su le nemiche genti: E sta quale alpe al minacciar de' venti.

IX

La terra e 'l ciel tramuteransi avanti Che 'l fato crolli, ove il gran Dio destina: Sì cinto di dïaspri e di diamanti Stassi il voler de la virtù divina. Così gli dice; e spargli indi davanti: Pur come sol, ch'a l'oceàno inchina Rapido a sera: ed AMEDEO raggira Cupido i lumi, e le grandi armi ammira.

X

Qual, se in danze amorose anzi il cospetto Esce di duci peregrini e regi, Regia donzella, empie di gaudio il petto, Mirando sè con ammirabil fregi: Tale in petto AMEDEO cresce il diletto, In quelle armi guardando, eterei pregi; E più s'infiamma a la battaglia; e veste L'inclite membra de l'acciar celeste.

XI

Impugna il brando fiammeggiante, allaccia L'elmo d'almo fulgor giammai non spento, E l'ampio scudo fulminoso imbraccia, E scende, quasi in mar turbo di vento: L'adegua in corso; e l'implacabil faccia Michele ingombra di mortal spavento; E con sua tromba ad eccitarlo in guerra, L'aria scotendo, abbandonò la terra.

XII

Ciò rimirava, e stimolando Aletto A l'armi infiamma la commossa gente, E corre entro ogni vena, entro ogni petto, Qual corre lampo entro le nubi ardente; Quinci di guerreggiar nuovo diletto A' barbari agitati arde la mente. Trascorre il mostro, e i cori avvampa e punge: Quando tremendo ecco AMEDEO sorgiunge.

XIII

Quale il fiume superbo, ove ancor piange Cigno sul caso di Fetonte indegno; O quale il Nilo sconosciuto o 'l Gange, Se 'l freno usato ha de le ripe a sdegno, Dilaga orrendo in gran diluvii, e frange Ogni argine, ogni sponda, ogni ritegno, E biade e selve e ciò, che opponsi intorno, Ne porta al mar su l'implacabil corno.

XIV

A tal sembianza il cavalier superno Ne i campi avversi formidabil fere; Ed allor traboccò, preda d'inferno, Arsace il forte sotto l'armi altiere; Colmo d'orgoglio e di furore interno Ei trascorrea tra le seguaci schiere: Quando scorge AMEDEO, che orribil scende, E nel petto di lui la mira ei prende.

XV

Tende con dura mano arco lunato, Ove gran smalto, ove grande oro abbonda; Ma trascorrendo a vôto il dardo alato Poco le voglie de l'arcier seconda. AMEDEO l'urta; e nel sinistro lato Il brando insuperabile profonda: Gelido a morte singhiozzando ei geme: Con piè veloce il vincitore il preme.

XVI

Indi si scaglia, e con terribil mano Asconde il ferro a Baiazetto in seno, E percote Giaffer, percote Ismano, E fier percote Ariaden non meno, Stende Giunusso e Mustafa sul piano, Ferratto, Assan, Giesul, cari ad Ebreno, Cari ad Arsace, nel cui stuolo altieri Parte fur capitani, e parte alfieri.

XVII

Ed ecco giù dal ciel fulmini in terra Con destra armata d'immortal splendore Vibra Dio rimbombando; e i Turchi in guerra Tonando e ritonando empie d'orrore. Fende le nubi tenebrose, ed erra Per l'aria scossa un minaccioso ardore, Che tutto occupa il cielo in un momento: Tuona ei pur anco: ed ecco orribil vento,

XVIII

Che atro nembo di polve alza a le stelle, Che ne gli antri profondi agita l'ira Del vasto mar, che le foreste svelle, Ed isvelte su turbini le gira. Come il vulgo infedel tante procelle Contra sè volte e 'l folgorar rimira, Smarrisce il cor. Ma più terribil stringe AMEDEO l'armi, e contra lor si spinge.

XIX

Tutto di raggi orribilmente adorno Fra' turbati guerrier sangue diffonde, E l'alto Dio da l'immortal soggiorno Pur tuona, e d'atri nembi il polo asconde. A l'immenso fragor mugghiano intorno Le valli, i campi, le montagne e l'onde. Turbasi l'aria, e ne rimbomba il cielo: In fra i Turchi ogni cor s'empie di gelo.

XX

Tanto allor di temenza accoglie in seno Di Licia il campo, e sì fuggir desira, Ch'ei turba d'ogn'intorno, onde non meno Il campo de' Cilici a fuggir tira. Vede il tumulto, odene i gridi Ebreno, E contra lor solo AMEDEO rimira; Però s'innaspra, e di mortal disdegno Con volto irato e con gridar fa segno.

XXI

Poscia a lui da vicino alza la destra, Quasi duro villan dura bipenne, Quando batte, anelando, elce silvestra, Che a nave deggia rinnovar le antenne: L'elmo percote; ei come selce alpestra Saldo la piaga scitica sostenne. Ma l'Italico re tra' lombi spinse Punta mortal, ch'immantinente il vinse.

XXII

Sbieca le luci oscuramente, e suda Freddo sudor, come di neve uscito: E nel giù traboccar l'anima cruda, Sdegnosa del partir, tragge un muggito. Lasso! non ha chi ne la tomba il chiuda; Ma sanguinoso rimarrà sul lito Privo de' pianti e de gli estremi onori, Lungo pasto al digiun d'aspri avoltori.

XXIII

Quinci Aletto crudel sul duce anciso L'indomito furor non ben consola; E di Danastro a sè fingendo il viso Verso Alete e Giassarte ella sen vola. Grida il mostro infernal: certo è l'avviso: Non ascoltate invan la mia parola; Mentre quì state ad assalir le mura, Mal nostra gente è colà giù sicura.

XXIV

Quello, a noi tanto minacciato, move AMEDEO l'armi senza fallo altiere: Ei sol turba le squadre: or vostre prove Siano a lui contra in rinfrancar le schiere. Sì grida Aletto, e i cavalier commove, E lor giunge a le piante ali leggiere. Fiero intanto AMEDEO minaccia e stride, E Pirgo e Gorgo ed Acomate ancide.

XXV

Era ivi presso Abenamar, che sposo Non pria godèo de la bellezza amata, Che per legge real mosse doglioso Presso l'insegne de la gente armata. Or quì l'arco di gemme luminoso Depose in terra e la faretra aurata, E ginocchiato in ripregar mercede, Umil baciava al gran nemico il piede.

XXVI

Ei cosparse d'oblìo, ne i gran timori, Ch'era figliol del celebrato Alferno, Guerrier non privo di sublimi onori, E che già di Panfilia ebbe il governo. Ivi ei seppe adunar gemme e tesori, Onde l'altiero Ebren non l'ebbe a scherno; Anzi a la figlia di bellezze eccelse Per buon consorte Abenamar ei scelse.

XXVII

Ed ella disse in su la ria partita: Guarditi in guerra alto favor di Dio; Chè, se perviene a fin tua nobil vita, Anco fia giunto a riva il viver mio. Però membrando la parola udita, D'allungarsi l'etate ebbe disìo, E formò, tristo e lagrimoso il ciglio, Sì fatte note nel mortal periglio:

XXVIII

Deh se nel patrio regno ambo i parenti Tu pur lasciasti e la gentil consorte, Vaglia il nome di lor sì che rammenti De' miei, ch'afflitti piangeran mia morte. Non son queste saette oggi possenti Del campo estinto a ristorar la sorte: Asia per te de la vittoria è priva; Che monta omai, ch'io di quì fugga, e viva.

XXIX

Così diss'egli. Ed AMEDEO, che 'n seno Chiudea memoria de' voler divini, Per quei preghi al furor non stringe il freno, Ma con la manca man gli afferra i crini, E colà con l'acciar colpisce appieno Ove il petto e la gola han suoi confini. Quei supin cade, ed AMEDEO calpesta Le fredde membra, e di ferir non resta.

XXX

Spense Almorato, Oluzalin percosse, E poi Chiausso egli piagò nel fianco, Indi Serraffo de la vita scosse, Giammai co' dardi in guerreggiar non stanco; Su l'arene di sangue umide e rosse, Fuggendo, al fier Dragutto il piè vien manco; E mentre alzarsi dal terren s'affanna Con alta piaga il vincitor lo scanna.

XXXI

Mentre de l'altrui vita acerbe prede Fa l'alta destra, e 'n guerreggiar non posa, L'Angel di Rodi avea fermato il piede, Sembiante ad uom, ne la città dogliosa. Ivi gridava. Aspro aquilon, che fiede Sotto nubilo ciel valle selvosa, I sovrumani accenti altrui sembraro; Sì ch'a ciascuno il suo parlar fu chiaro:

XXXII

Rodj campioni, avvalorate i petti: Di quel grande AMEDEO giunta è la spada; E seco i turchi a guerreggiar costretti Non ch'altro, di fuggir non han pur strada. Sì li conforta. E su la fin dei detti Ei parve stella, che per l'aria vada, Allor che più la notte il ciel n'adorna: E cinta d'aure ad AMEDEO sen torna.

XXXIII

L'alto campion gir trascorrendo in questa, Omai trionfator dei duci spenti, Mirava Aletto, e, per crudel tempesta, Traboccar d'Ottoman l'armate genti. Quindi di sdegno la tartarea testa E gonfi di venen scote i serpenti Al collo intorno, e rimugghiando gira Mille cose nel cor gravido d'ira.

XXXIV

Se stessa alfin d'umane membra adorna, E va, torbido orror, per l'aure liete, Là dove per lo pian poco soggiorna, D'AMEDEO ricercando il forte Alete: Se prudente pensier non mi distorna, Guerrieri invitti, a certa morte andrete; Cotanto piove d'immortal valore Oggi da l'alto ad AMEDEO nel core.

XXXV

Cosparso di pallor bagna la strada Arsace, Ebren, del proprio sangue a morte; Perchè da solo a sol contra la spada Provarsi d'AMEDEO ciascun fu forte. Nessun più solo ad assalire il vada: Cedete alquanto a la contraria sorte; E sì forte uom, come prudenza insegna, Con lo sforzo del campo alfin si spegna.

XXXVI

Cotal consiglia. E disdegnosa e rea Dileguando per aria indi diparte, Ed appar là dove Rostange ardea D'ira sul campo, e dove ardea Giassarte. Ciò, ch'ad Alete ella parlò, dicea Quivi ad entrambi. Indi nel ciel cosparte Lascia le membra simulate e move, E tutti infiamma a sanguinose prove.

XXXVII

Agita gli angui, onde ella è cinta, atroci, E nel petto de' turchi incendio spira, E con suono alto di tartaree voci Va risvegliando la vergogna e l'ira: Su, suso, anime vil, su su veloci Fuggite pur, che 'l vostro re se 'l mira; Prezïosa corona, ampia mercede Vi promette ei, che sì dappresso il vede.

XXXVIII

Allor fra gli altri in minaccevol fronte Alete grida al fuggitivo stuolo: Non temerete voi, ch'altri racconte, Ch'andate in fuga? e che cacciovvi un solo? Così parlava disdegnoso. E pronte Pur le turbe al fuggir volgonsi a volo Impallidite: ma con fier sembianti Di nuovo ei corse, e lor parossi avanti.

XXXIX

E dice: o fidi a l'ottomana insegna E già per l'Asia vincitori altieri, Pugnate forti: così far v'insegna La chiara fama degli onor primieri. Ma l'incauto Imeral, che si disdegna Pugnar nascosto tra' lontani arcieri, Fra le turbe terribile si scaglia, Ed aspra move, e da vicin, battaglia.

XL

Fiero di man, fiero di spirto, e chiaro Per beltà grande in su l'età fiorita, Al cor d'Alete così forte è caro, C'ha men cara di lui sua propria vita. Costui lucente di gemmato acciaro Alza verso AMEDEO la destra ardita, E col brando gli assalta il fianco ignudo: Ei con la manca oppon l'etereo scudo.

XLI

E con la destra irata, ove trapunta Fascia d'indiche perle il sen circonda, Spigne entro il ricco manto orribil punta, E v'imprime ferita ampia e profonda. L'anima coraggiosa al varco giunta Sen va col sangue, che la terra inonda, E mesta abbandonò per modo indegno Le membra, in che beltate ebbe il suo regno.

XLII

Come chiusi quegli occhi in sonno eterno E mira il volto impallidito e scuro, Freme Alete così, ch'orrido verno È su per l'onde a rimirar men duro. Presta a quell'empio, o Regnator superno, Presta i fulmini tuoi; non fia sicuro: Chè de l'estinta gioventù diletta, A mal grado di te, vuò trar vendetta.

XLIII

Nel così dir, perchè mortale offenda, Avvisa fier là 'v'impiagarlo deggia. Ma di quanto furor l'anima accenda Ode il gran Dio da la stellante reggia; Sorge nell'alto, ed in sembianza orrenda Tutto balena il ciel, tutto lampeggia, E tra' fulgor di luminose rote Fulmini avventa, e l'empio cor percote.

XLIV

Qual del gran Po su l'arenose foci Al ciel pinte anetrelle alzano l'ali, Se fa sovra lo stormo, arcier, veloci Da l'arco intorto sibilar gli strali: Tali i turchi sen van, dianzi feroci, Vinti al tonar de i fulmini immortali. AMEDEO freme, e fra le turbe incerte Il volto e 'l brando vincitor converte.

XLV

Che sembrava egli allor che dentro il petto Incendio raccogliea d'ire infinite? Voi, ch'avete nel cielo alto ricetto, Vergini sacrosante, or sì mei dite. Qual, se sdegno a Nettun cangia l'aspetto, Teme Glauco e Nerco, teme Anfitrite: Ed ei su rote immense aspro fremente Conturba intorno il mar col gran tridente:

XLVI

Per guisa tal su quell'orribil piano L'alto d'Italia cavalier sen giva Pien di tempesta, e con terribil mano Fiumi di sangue in fra le squadre apriva. Ivi fra' tanti per suo scampo in vano Rapidamente Boecan fuggiva; Ed invan fugge Agazamin; chè 'l corso AMEDEO vince, e gli trafigge il dorso.

XLVII

Fugge Abdalà, ch'insuperabil'arco Ebbe dal padre già famoso arciero, Mai sempre invitto: ma ritrova il varco De l'atra stige sotto il gran guerriero; Piagato il collo traboccava Essarco Sul suol sanguigno. Ed AMEDEO leggiero Sovra i piè velocissimi, calcando Va tronchi e morti, e non dà posa al brando.

XLVIII

Fulmina in arme il cavalier sublime, E, sparso il volto di disdegno interno, Prego non ode, i guerreggianti opprime, E fa de' fuggitivi aspro governo. Gran selce par, giù da l'alpestri cime, Da l'onde spinta e da l'orribil verno, Che scote d'Apennin l'ombrose spalle, E da lontan fa ribombar la valle.

XLIX

Atro sangue mortal dintorno inonda, Quasi torrente altier, l'ampia contrada, E pur per entro uccisïon profonda Tinge AMEDEO la formidabil spada. Qual dove fertil pian Cerere imbionda Sotto buon mietitor casca la biada: Tal quì le turbe impallidite e vinte A' colpi del gran re cascano estinte.

L

E già nel campo errar sossopra in volta Il re de' turchi rimirato avea Sue turbe armate, e via più sempre ascolta Grido, ch'ogn'ora al cielo alto ascendea; Che sia non sa: mille pensier rivolta Nel petto acceso, ed in sembianza rea E pur con occhio di crudel disdegno, Ch'a se ne venga Oronte al fin fa segno.

LI

Quei pronto move; ed al signor vicino E con rapidi passi in un momento, Ivi, la fronte umilemente inchino, Ch'a dir prendesse egli aspettava intento. Ed irato Ottoman: pur sul mattino Per noi vinceasi, onde or tanto spavento? Qual larva de le turbe agita il core? Cerca, onde sia de' nostri il gran terrore;

LII

E mi si scopra. Ei sì dicea turbato. Stette ascoltando il cavalier dimesso, Ed indi sprona il corridor frenato Battendo l'orme in sul sentier commesso. Tosto che dentro da lo stuolo armato Ei si condusse, a' primi sguardi espresso Gli fu, con grave pena oltra ogni essempio, De le genti dilette il crudo scempio.

LIII

Rimira di battaglia orribil'arte, Correre il sangue ed allagare il suolo, Mira monti d'estinti, e mira sparte Le squadre in fuga e che non pugna un solo; Parte s'adira riguardando, parte Ingombra il fiero sen pietate e duolo, E ferma il corso, e ne la gente ancisa Colmo di meraviglia il guardo affisa.

LIV

Non altramente da cordoglio è vinto Indo bifolco, ove ripone il piede Ne l'ampie stalle de l'armento estinto, Ch'a l'aer fosco del leon fur prede: Vede sbranati i fieri tori, e tinto De le squarciate membra il terren vede: E sparsa vede al vento ogni sua speme, E tra' singulti inconsolabil geme.

LV

A tal sembianza in rimirar s'attrista Oronte, e grida: ah miserabil sorte! Così per noi vittoria oggi s'acquista? Ed i trofei sperati oggi son morte? Mentre nel così dir volge la vista, Scerne Giassarte che terribil, forte Porge ne la battaglia in vario corso, Ove richiesto è più, saldo soccorso.

LVI

Di folta polve è ricoperto, e piove Giù per le guancia ampio sudor nel seno, E dal petto anelando il fiato move Che per molta fatica omai vien meno. Ver lui, che di guerrier fa nobil prove Oronte volge frettoloso il freno, E sollecito i fianchi al destrier punge: Ed, o Giassarte, egli gridò da lunge,

LVII

Onde il terror, che da vittoria certa Si casca in fuga? E quegli a lui vicino: Rodi era omai d'ogni suo stato incerta, Quando ecco apparve il cavalier latino; Non so, se di mortal titolo merta: Rassembra a me guerreggiator divino; Ei di gran sangue ha tutto sparso il piano; E noi le turbe incoraggiamo in vano.

LVIII

Arsace incontra lui cadde primiero, Aperto il fianco di crudel ferita. Cadde a terra trafitto Ebreno il fiero E sanguinando il suol sparse la vita. L'esercito a fuggir prende il sentiero Senza duci: ogni squadra era smarrita. Por loro animo in cor non è speranza: Omai fuor che morir nulla n'avanza.

LIX

Oronte udendo, giù da gli occhi un fonte Di caldo pianto distillava, e poscia Con la sinistra man batte la fronte, E d'acerbo dolor batte la coscia. Dunque a l'orecchia d'Ottoman fien conte Per me novelle di cotanta angoscia? Ch'ogni più gran guerrier di vita è tolto? E che 'l campo disperso in fuga è volto?

LX

Non darà del gran duol l'aspra novella Per certo Oronte; infra miserie tante Amo più tosto uscir morto di sella, Se gli altri vendicar non son bastante: Ma l'avverso campion come s'appella? Onde è repente apparso? ha di diamante Il fianco? il braccio ha di temprato acciaro, Che contra il suo ferir non sia riparo?

LXI

Così diceva. A i generosi accenti Cotal Giassarte la risposta porse: Che soggiunger poss'io? non ti rammenti Qual tra noi fama questi dì trascorse? Ch'a pro dovea de le rinchiuse genti AMEDEO tosto a la battaglia esporse, AMEDEO, ch'alto nell'Italia impera, Del cielo stirpe glorïosa altiera?

LXII

Quì tace. Oronte al cavaliere amico Con altiera sembianza a dir prendea: Giassarte, io nacqui in Misia, ove il Caìco L'onde rivolve, e fu mia patria Elea; Per genitori il Ciel diemmi Ulderico E la chiara beltà d'Algazarea, E mentre a' gradi eccelsi in guerra ascendo, De l'alma grazia d'Ottoman quì splendo.

LXIII

Non starmi dunque, nè mirar, ch'in vano Pugni la plebe, o miserabil mora; Provarmi deggio, e racquistar sul piano L'alta vittoria non perduta ancora. E quì spronava: ma sul fren la mano Pongli Giassarte, e fagli far dimora. Sporgli volea quella, che dianzi scese Voce dal ciel: ma nulla Oronte intese.

LXIV

Ch'ove la fuga è più dispersa e folta, Ove più risonar sente le strida, Colà vibrando l'asta il fren rivolta, Ed arso d'ira a' fuggitivi ei grida: O dentro un vano orror gente sepolta, Chi sbigottiti a sì fuggir vi guida? Del popol d'Ottoman sì fatto è l'uso? Cangiate il brando a la conocchia, al fuso.

LXV

Così l'ingiurie e le parole adopra. E trascorrea per la sanguigna strada, E già scorgea, ch'ad Agricalte è sopra Fiero AMEDEO con la terribil spada. A ciò con lo splender di nobil'opra, Chiaro volando il nome suo sen vada, Costui s'arrischia. Ed AMEDEO la strozza Gli fere acerbo, e con l'acciar lo sgozza.

LXVI

Subito Oronte in sul destrier si scaglia, In foco d'ira fiammeggiando, e crudo Avventa di due punte una zagaglia Inverso il sen, che 'l vincitore ha nudo; Non l'offende però l'aspra battaglia, Ch'ei si rinchiuse ne l'immenso scudo, Tempra del ciel: ben su per l'aria andaro Scossi i rimbombi del superno acciaro.

LXVII

Allor scote le briglie, e picca il fianco Del gran destriero; e con la destra irata Impugna il brando, che dal lato manco Pendea ricinto di catena aurata. Ma nel buon corridor l'ardir vien manco Per l'alta fiamma a non mirarsi usata, Che da l'armi celesti in varie rote L'aria dintorno co' gran rai percote.

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LXVIII

Ora restìo sul deretan si posa Innalberando; or fa ritroso il corso; Or tien la testa sotto il petto ascosa, E calci scaglia, e nulla sente il morso. Lascia d'Oronte alfin l'alma orgogliosa Con lieve salto il rubellante dorso Del corsier sbigottito, ed empie il seno D'ira, e per gli occhi fuor spande veneno.

LXIX

E move l'arme con terribil passo; Non diverso a mirar dal crudo orrore Di giogo alpestro, che travolve a basso Austro piovoso, o d'aquilon furore; Pianta il bosco non ha, ch'al gran fracasso Non crolli il tronco; e, palpitando il core, L'orecchia porge il montanaro intento; E lascia l'erba per terror l'armento.

LXX

Tale al grande AMEDEO fassi da presso, E col furore estremo, onde s'accende, Batte lo scudo, e col furore istesso L'elmo e 'l cimier ch'immortalmente splende. Ma non che di piagar gli sia concesso Lui, che l'arnese eterno arma e difende, Rintuzza il brando. Ed AMEDEO gli ha posta La fiera spada ne la destra costa. */

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LXXI

Poi ne la tragge, e con la man guerriera Immantenente ad assalir si volse Il dritto colmo de la testa altiera; Ma percotendo non di taglio il colse: Pur l'abbatteo; chè la percossa fiera L'intronò sì che di se stesso il tolse. AMEDEO lascia il fier, ch'estinto crede, E su gli altri fugaci affretta il piede.

LXXII

Qual su schiera d'augei, che 'n ripa al fiume Gode bel sol di boreal stagione, Spronato da digiun batte le piume Con unghia ingorda il peregrin falcone: Tale infra Turchi oltra l'uman costume Se stesso avventa l'immortal campione, Feroce, atroce; e fa sanguigni i lidi Fra pianti avversi, fra dolor, fra gridi. */

FINE DEL VII. CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO VII.

L'argomento del canto VII viene così compendiato dal Poeta: «nel VII l'Angelo porta ad Amedeo armi: egli assale il campo de' turchi e lo mette in ispavento.»

La prima stanza del canto VII dell'Amedeide maggiore è la 47 del canto IV della _minore_, il quale ha termine nella st. 22 del VII della _maggiore_ che comincia: _Sbieca le luci_ ec. Il canto V. della _minore_, principia con la 24 del settimo della _maggiore_ Quinci Aletto crudel ec. Le stanze 26, 27, 47, 50 a 71, non si leggono nella _minore_, e quella che nella maggiore è la 72 ed ultima del VII, nell'altra è la 25 del V, e dice con diversa lezione così:

Qual su schiera d'augel, che in ripa al fiume Gode bel sol di boreal stagione, Spronato da digiun batte le piume, Con unghia ingorda il peregrin falcone, Tal infra i turchi, oltra l'uman costume, Se stesso avventa l'immortal campione: Feroce, atroce; _ma tra furie accensa Su 'l risco Aletto d'Ottoman ripensa_.

Le parole scritte in corsivo veggonsi nella maggiore alla st. 14 del