# Amedeide: Poema eroico

## CANTO V.

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ARGOMENTO.

_Incomincia di Marte orrido assalto Tra le infedeli e le italiane schiere: Nell'auree sedi dell'eterno smalto Matteo d'un Doria a pro porge preghiere. Compie furia infernal quella, che in alto Morte, mirando in giù dall'alte sfere, A Giordan degli Orsin Iddio destina: Ferito Trasideo, tratto è ad Egina._

I

In guisa tal scotea torbido Marte L'Ispane genti. Su quella ora istessa Non men fassi aspra guerra in quella parte, ch'a l'Italiche destre era commessa; Ivi con asta infra le genti sparte Chiama suo stuol, se da gli assalti cessa, In su le mura, e Turacan salito, Di molti ancisi insanguinava il lito.

II

Spense, fra' molti, Artemidor Visconte, Di Milan pregio; indi Guiscardo Albano, Germe de la Città, che sul bel monte Vagheggia il Brembo, ov'ei trascorre il piano; Poi nubiloso di furor la fronte Con guardo fier, come leone ircano, Contra le spade avverse, aspro fremea, Ed ad Orcan suo fido alfier dicea:

III

Alza la destra, e lo stendardo porta Ben oltra, ad onta de la turba indegna. E quello alfier come il signor conforta, Sospinse i passi, e sollevò l'insegna; Ma non sì tosto ha tanta audacia scorta Che de Riarj un cavalier si sdegna: Costui nacque sul mar, là dov'ei suona Battendo il muro a la non vil Savona.

IV

Termo appellossi, e di gran spada armato Su per le mura sanguinose, immonde, Ei percosse ad Ircano il manco lato, E caccia il ferro, dove il fiel s'asconde. Ratto quei sovra il suol cade gelato, E de la piaga fuor sangue diffonde, E mentre afflitto in sul morir sospira, Pur trabocca dal fiele un fonte d'ira.

V

Allor di mille accenti in se discordi S'innalza tuon, che tutta l'aria spezza, Tuono de' Turchi, ch'a pugnar concordi Essempio dan di sanguinosa asprezza. Ma tu grande Roman ben ti ricordi Nel risco fier, de la natìa fortezza, Nè su quell'ore a sommo duol vicine Ti prese oblìo de le corone Orsine.

VI

Anzi ti stai come caucàsea sponda Alzata al ciel presso le rive algose, Che giù nel basso centro il piè profonda, E sul dosso sostien foreste ombrose: Sorge Nettuno imperador de l'onda, Esercita su lei l'ire spumose; Ma benchè gli aspri fianchi ogn'or percota, Ella sprezza gli assalti, e stassi immota.

VII

Tal'era il gran Campion. Dal forte essempio Mosso è contra nemici alto drappello. Primier n'andò vago di far gran scempio Il nobil cor del Parmeggian Torello; Ma venne d'arco ben lunato ed empio Sibilando per aria empio quadrello; Ed al pronto guerrier piagò la coscia, Che zoppo andarne fu costretto poscia.

VIII

Un, che già bevve di Bologna il Reno, Nobil Campeggio, a Turacan s'avventa; E gli s'avventa uno Speron non meno Pianta gentil de l'Antenorea Brenta; Ed un cresciuto di Verona in seno Non punto contra i ferri il corso allenta: Nacque del sangue Fracastoro antico, Sangue di Febo e de le muse amico.

IX

Pronto ciascun ne la contraria sorte Lasciar di sè quaggiù lunga memoria, Ed acquistar con onorata morte Su per l'Olimpo non caduca gloria, Fieri movean; ma di ciascun più forte Acciar più forte maneggiava un Doria: Era Telefo altier: stringe la spada, Ed al rio Turacan rompe la strada.

X

Per questo ardir tanti nemici arcieri, Quanti su corde tese ebbono strali, Tutti contra il Campion spinsero fieri A bagnar nel suo sangue il ferro, e l'ali; Ma sen giro delusi i lor pensieri: Tante percosse in lui non che mortali, Anzi fallaci fur per varie guise: La Regina del Ciel così commise.

XI

Quando su la prima alba al duro assalto Sorser le destre de la gente armata, Stimolata d'Amor sorse ne l'alto, Del sacrato Matteo l'alma bëata; Per l'auree strade de l'eterno smalto Giunse, dove immortal sede stellata Marìa raccoglie, e colà dove ogn'ora Da la milizia del gran Ciel s'adora.

XII

A Lei, che d'alma caritate ardenti Gli occhi volgea, con umiltà si piega, E con dolcezza di dimessi accenti Divinamente il suo desir le spiega: Madre di Dio, s'a l'affannate genti Già mai conforto tua pietà non nega, Non oblïar la grazïosa usanza; Ed or porgi la destra a mia speranza:

XIII

La giù di Rodi a la fedel difesa Armi veste de' Doria un gran guerriero, Che ne l'orror de la sanguigna impresa I sommi rischi incontrerà primiero. Questi ha ben di pietà l'anima accesa Verso ogni nume del celeste impero; Ma più con mente immaculata e pura A me si volge, e gli onor miei procura.

XIV

Ne la città, che di Liguria i mari Corregge, alza di marmi altiera mole; Ed ivi intorno a' sacrosanti altari Appender voto, ed invocarmi ei suole: O che sorga la notte, o che rischiari L'umide nebbie, ritornando il sole, Che mi si cantino inni, ha per costume, E ch'ivi eterno mi si nudra il lume.

XV

Unica de' mortali egri, dogliosi Speme, che 'l mondo di clemenza adorni, Ferma sovra esso lui gli occhi pietosi, E fa da l'arme altrui schermo a' suoi giorni. Sì quel Santo diceva. Altri amorosi Spirti raccolti ne i divin soggiorni Segno facean de la lor voglia interna; Cui diè risposta la Reina eterna:

XVI

Se per nulla virtù nel mondo errante Fosse quel Duce a gli occhi miei non noto, Per ch'io ben lo gradissi, era bastante L'affermarsi da te, ch'è tuo devoto. Ne l'assalto mortal fermi le piante, Che 'l tuo giusto desir non andrà voto: Ogni percossa di nemica mano Contra la vita sua fia spesa in vano.

XVII

Ella così parlò: quinci secura Di quel buon cavalier fu la salute, Mentre cadean ne la battaglia dura Tanti baron tra le saette acute. Svegliare intanto Turacan procura Entro gli assalitor forza e virtute, Ed il suo stuol ne la cittate invìa, A cui dincontra il gran Orsin sen gìa.

XVIII

Perchè lasciaste, o di Gesù campioni, Sul fior de gli anni la paterna sede? Non perch'ognun di voi fama incoroni Qual difensor de la cristiana fede? Eccovi l'ora: a le più ree stagioni Vostro nobile voto or vi si chiede. Sì dice, e d'ogni intorno ei si rivolve Sparso di sangue, in nembo atro di polve.

XIX

Quinci ben pronto a gli ultimi soccorsi Con rattissimi passi ognun sen giva. Fra tutti primo un cavalier de' Corsi Prodotto d'Arno in su la nobil riva, Infra color, ch'a morte eran trascorsi, E fra la turba in guerreggiar mal viva Con intrepido piè giva veloce; Quando chiamarsi udì con fievol voce:

XX

Bardo, deh posa, e le mie voci ascolta, Ben che tempo crudel t'inviti a guerra; Breve ho da favellarti. Ei si rivolta, E scorge Cosmo de' Capponi in terra; Vedegli il busto, e l'armatura involta Nel proprio sangue, e ch'omai gli occhi ei serra; E segno di virtù palese e certo, Vedegli il petto in molte parti aperto.

XXI

Chinasi a lui, che tutto inonda il suolo, E dice: o pregio di Firenze nostra, Il così rimirarti emmi gran duolo; Pur verace valor tal mi ti mostra. E quei risponde: a morte omai men volo, Sia 'l nome mio ne la memoria vostra, E fa conto tal'or lungo il bello Arno, Che bianca croce io non vestiva indarno.

XXII

Questo commetto a la tua nobil fede, Perchè lo rechi a' miei consorti: chiaro Quì de gli assalti miei parte si vede. Si disse; e de lo scudo alzò l'acciaro; Sferza di gloria a generoso crede Esser può quel metallo; ivi piagaro Cento faretre, e del nemico sdegno Per cento spade è manifesto il segno.

XXIII

Ed ecco alzarsi di più trombe i canti, E nove arme ingombrar l'alta muraglia: Ciò furo squadre, che spingeansi avanti Perchè più forte, e più mortal s'assaglia. Bardo diceva allor: Cosmo, rimanti; Non mi lascia più quì l'aspra battaglia: Tanto farò, quanto per te s'attende, Se barbarico stral nol mi contende.

XXIV

Ciò detto corse, e con la destra forte Forte contrasta a' salitori il varco, Là dove a segno d'infallibil morte Posto era in terra il Rodïan Nearco: L'anima di costui per varie porte Già se ne va, sì di ferite è carco, Nè più soccorso palpitando aspetta: Sì gran stuol di faretre ivi saetta.

XXV

Per ciò non teme; anzi 'n dorato acciaro Stassi de' Martinenghi il fiero Alberto, Chiaro per sangue in fra Bresciani, e chiaro Per l'alma Italia d'onorato merto: D'elmo, che 'n patria i fabbri suoi tempraro La magnanima fronte è ricoperto, Su cui di piume alto cimiero ondeggia, E con la spada in pugno arde, e lampeggia.

XXVI

Era a veder, quale è d'un stagno a i lidi Gran nibbio; a l'aie ben talor sen vola, Ma de la villanella udendo i gridi Non de la chioccia i pargoletti invola; Quinci infestando i limacchiosi nidi D'attorte bisce il suo digiun consola, E col curvo picchiar del becco forte Le rane gracidose ei tragge a morte.

XXVII

A l'alte prove un Beccarìa presente, Nato in Pavia, di fulminar non resta, Crudo a veder, qual Mongibello ardente, Crudo come Ocèan quando tempesta. Seco col grido, e con la man possente Un Castiglion le turbe avverse infesta, Cui del Sol luminoso a i raggi diede La città, che nel Mincio altiera siede.

XXVIII

Gonfio di rabbia Turacano intanto Le fiere labbra ad alte voci aperse, Gridando: ah gran viltà! spazio cotanto A dissipar sì poche turbe avverse? Voi già di tante palme aveste il vanto; Mal le vostre battaglie Asia sofferse; Ed ora afflitto, ed affamato stuolo Vi romperà de la vittoria il volo?

XXIX

Per questi detti a rinforzar s'appresta Folta schiera de' Turchi, e l'arme, e l'ire, E le già tronche membra ognun calpesta Sordo a querele de l'altrui martire. Ma ne l'Orsin magnanimo si desta Di vittoria, o di morte alto desire, E col sembiante, e con la destra ardita I suoi seguaci a famose opre invita.

XXX

Nobil guerrier, che su ne l'alto eletti Ha Dio con armi a sostentar sua fede, La bella croce, onde segnate i petti Vi faccia forza a quì fermare il piede; Care son queste piaghe; ogni alma aspetti Per alquanto di sangue ampia mercede Di celeste corona. E a queste voci Va tra' nemici con le man feroci.

XXXI

Al vecchio Alcalde di Laruna taglia La destra guancia; indi rivolve il passo, E porta ad Affarèo mortal battaglia, Nobile abitator d'Alicarnasso; Poscia fremendo a Goldeman si scaglia, Squarciagli il gozzo; indi col ferro basso A Techedel l'epa trafora; ed ambe Al rapido Gomel tronca le gambe.

XXXII

Sì lo sdegno infiammando, aspro governo Ei fa de' Turchi, ed a morir li tragge. Gange non mai, s'unqua ha le sponde a scherno, Doma sì fier le soggiogate piagge; Non s'orgoglioso per orribil verno Il gonfiano di pioggia alpi selvagge; E per distrutto gel scendendo altiere L'accompagnano al mar cento riviere.

XXXIII

E già di rotti acciar, d'aste recise, Di scudi aperti, di stendardi sparsi, Di membra altre spiranti, ed altre ancise Sembrano monti d'ogni intorno alzarsi. Ma fermàti da lunge in varie guise Non sono i Turchi a guerreggiarlo scarsi: Piombi, lance, saette, e selci alpestre Lanciangli incontra l'adirate destre.

XXXIV

Ed ei nol prezza, e contra lor fremente Su l'elmo scote le cerulee piume, E da gli smalti de lo scudo ardente Travolve intorno formidabil lume; E fra le torme lacerate e spente Guazza nel sangue, onde trascorre un fiume, E per tutto col brando aspro s'avventa, E da lunge co' gridi altrui sgomenta.

XXXV

Qual fassi entro l'orror d'atra tempesta Per ermo calle il peregrin già stanco, Se con monti di ghiaccio alta foresta Ha da varcar con anelante fianco: Tale i turchi si fean, lento s'arresta, Non pur l'orgoglio in Turacan vien manco. Ma disperando Aletto ulula e mugge, Nè sa biasmar chi volge il tergo, e fugge.

XXXVI

In su quel punto dal fulgor profondo, Onde Egli avvolto immortalmente bea L'alme celesti, il Correttor del mondo L'eterno sguardo al grande Orsin volgea: Non è forza mortal, che trarlo in fondo Esser possa bastante, Egli dicea, Nè destra, che più forte abbia la terra, Può dargli palma di martirio in guerra.

XXXVII

Ed ei la brama, e da l'immobil core Più sempre caldi ne raddoppia i preghi; S'ascolti dunque omai: piaga d'onore L'anima bella dal mortal disleghi. Ei così ferma; e l'infernal furore Lascia, ch'Aletto nel gran fatto impieghi; E l'orrido demon, quando s'accorse De la data balìa, rapido corse.

XXXVIII

Con empia destra non visibil toglie Al duce invitto il saettato scudo, E de la spada lo disarma, e scioglie Da l'elmo il capo, e fa vederlo ignudo. Quinci i Turchi infiammati, ognun raccoglie Novo ardimento ed in battaglia è crudo. Ma Pirro al gran guerrier trafisse il tergo, Nè resse a la percossa il forte usbergo.

XXXIX

Giordano allor dal grave duol non vinto Diceva: o Dio, non vano amor, non sdegno, Non onor popolar l'armi m'han cinto, Non cupidigia di tesor, non Regno; Pugnai per te: s'io ne rimango estinto, L'immensa tua bontà me ne fa degno. Quì traboccò: lunge risuona il suolo; E Turacan corregli sopra a volo.

XL

Con ferrata asta al cavaliero impiaga Di nuovo il petto; indi gridava: o fiero, Che 'l tanto sangue, che dintorno allaga, Dianzi spargendo te ne andavi altiero, Or giaci estinto, e i nostri voti appaga. E Giordan rispondea: Turco guerriero, Che tra i rischi de l'arme il fianco affanni, Deh lascia il culto, e di Macon gl'inganni.

XLI

Ei promettendo altrui gaudj supremi Vi caccia in fondo di miserie orrende; Ma tu, se brami non fallaci premi, Corri a la Fè, che 'n Vatican s'apprende. Quì rinchiuse le labbra a i detti estremi; E su l'Olimpo a trïonfare ascende, Ove a' piedi di Dio l'anima grande Colse d'eterna gloria auree ghirlande.

XLII

Nè fra l'ire de l'armi in lui converse Giacque ludibrio a non dovute offese Il busto altier; ma fra le turbe avverse L'Angelo suo custode in guardia il prese; Ei d'alma ambrosia medicollo, e terse L'oneste piaghe, e luminoso il rese; Ed a sacrarsi lo depose in Roma Sul nobil monte, che da lui si noma.

XLIII

Qual, senza il buon mastin, pasto diviene A lo scannar de gli affamati denti Torma d'agnelli, ove talor sen viene Lupo notturno intra vellosi armenti: Tal senza il grande Eroe mal si sostiene L'usato ardir de le cristiane genti; Se non, ch'avverso a Turacan sen corre De' fier Baglioni il coraggioso Astorre;

XLIV

Non scuro lampo di Perugia, degno D'allor sul mare, e via più degno in terra; Ma dignissimo quì, dove sostegno Fassi de l'alme disperate in guerra; A l'intrepida man giunge l'ingegno, Sì ch'a' barbari stuoli il varco serra, Parte col ferro i turchi a terra stende, Parte i seguaci suoi col grido accende.

XLV

Ah cavalier! dunque dimessi il ciglio Andrem per l'Asia vilipesi e schiavi? Non risospingerem tanto periglio? Ove de' padri? ove il valor degli avi? Così d'alta virtù porgea consiglio Il buon campion ne i tempi avversi e gravi, Nè d'un buon Piccolomini s'affrena La destra forte, onde vien pregio a Siena.

XLVI

Già di sangue infedel molle il terreno, Ed è sparso per lui di membra ancise. Ma benchè fier, benchè possente, a pieno Atropo di sua vita il fil recise, Fra tanti, che salìan scorge Algazeno Di quel ferir le memorabil guise; E curva l'arco, e 'l tende: indi lo scocca, Piagalo in fronte, ed il guerrier trabocca.

XLVII

Cresce il tumulto, e la crudel tenzone Chiama al periglio i cavalieri eletti; Onde v'accorre il Ravegnan Raspone, E d'Ancona superba Anzio Ferretti. Ch'indi ritiri il piè non è campione: Travagliansi le man, spongonsi i petti Al crudo acciar, ma Trasideo già privo D'ogni vigor se ne languìa mal vivo.

XLVIII

Trasideo sorse al primo albore, ed arse, Le trombe udendo, e fulminò su i vinti, E sordo a preghi inesorabil sparse Di sangue il campo, e calpestò gli estinti; Poi fra le selci per lo ciel cosparse, E fra gli strali da le corde spinti Tutto trafitto egli caddeo sul muro, Ivi fatto a mirar spettacol duro.

XLIX

Macchiansi i crin ne l'atro sangue appresi, Ch'a l'oro per l'addietro il pregio han tolto, E su le spoglie de i dorati arnesi Pure un torbido sangue erra disciolto. Gli occhi d'ardor già vivamente accesi Omai non apre, e impallidisce il volto; E per le parti estreme immobil gela, E fuor del petto a gran fatica anela.

L

In tale stato duo scudier l'han scorto, Ismeno, e Codro; e favellava Ismeno: Codro, che direm noi? del tutto è morto, O la grande alma anco raccoglie in seno? E Codro: ecco ei rispira; abbia conforto, A lui medica man non vegna meno, Fia forse a la sua vita alcun riparo. E su le braccia il grave peso alzare.

LI

Indi gemendo tra sospir sen vanno Suo signor sostenendo, a passi lenti. Ma Trasideo dal sostenuto affanno Alza alquanto per via gli occhi dolenti. Ravvisa i buon scudier, che 'n braccio l'hanno, E dicea lor con interrotti accenti: Or come è, che da l'armi io vo lontano? Più nulla in guerra ha da sperar mia mano?

LII

Dimmi: son forse giunti i dì supremi? E trascorre Ottoman dentro le mura? Nò; Codro rispondea: soverchio temi; Pugnano i cavalieri; Rodi è sicura. E quì la forza de i dolori estremi Gli occhi di nuovo al gran guerriero oscura, E gli toglie il vigor, s'a dire ei prende: Ma pure Egina mormorar s'intende.

LIII

Quinci il trassero a lei. Con nobil core Pensava al punto de l'orribil sorte La vergine real, s'unqua il valore Del campo Rodïan fosse men forte, Come sottrarsi al barbaro furore Dovesse, o se con fuga, o se con morte, Ferma in non consentir, che mai possente Sia sovra lei l'abbominata gente.

LIV

Tal su dorato seggio in se romita Altieramente i suoi pensier consiglia, E del risco mortal nulla smarrita A gran pittura ella volgea le ciglia: Ivi è, che larga de la nobil vita La terra con acciar facea vermiglia La Romana Lucrezia, e per diletto D'alta onestà si trapassava il petto.

LV

Guardavi intenta, e per l'esempio Egina Via più sentiasi a le belle opre accesa; Quando con Trasideo fatta vicina La mesta coppia i suoi dolor palesa; E le diceva Ismeno: alta Reina, Rodi dal signor nostro ebbe difesa: Finalmente cadèo; spirto gli avanza, Ed abbiam de lo scampo anco speranza.

LVI

Non risponde la donna al dir doglioso: Chirurghi chiama, ed a' rimedi è presta; E perchè l'egre membra aggian riposo, Fa che a tenero letto ei si disvesta; Ed ella stessa al moribondo sposo Toglie con franca man l'elmo di testa, E gli discinge il brando, e 'n tanta pena, Cotanto è forte, i suoi cordogli affrena.

LVII

Tra così cari uffici alza languente Lo sguardo alquanto il cavaliero, e mira La bellissima donna, onde repente Si disacerba il duol, che lo martira; Crescere intorno il cor gli spirti sente; Da l'affannato sen largo respira; E sotto gli occhi amati ei si rinfranca. Tanto, ch'a' detti suoi voce non manca.

LVIII

Su l'alte torri, e per la patria armato Ritrovai morte, ove cercarla è degno; Ed ora a farmi nel morir beato, Donna, fra le tue braccia a spirar vegno. Così disse egli: e per lo sen piagato Il sangue se ne va senza ritegno, E del letto cosparge ambe le sponde; Ed Egina il rasciuga, indi risponde:

LIX

S'unqua varrà studio mortal, se care Fian ne l'alto del ciel nostre preghiere, Avrà la doglia, che sì forte appare Contra lo scampo tuo picciol potere: Ma queste piaghe, che a mirar sì chiare Al mondo ammireran l'alme guerriere, Esserti, o Trasideo, non posson gravi, Come a gran successor de' tuoi grandi avi.

LX

Io certamente porgo aìta al core In tanto affanno, e mi conforto alquanto Ripensando, che 'l ciel diemmi a signore, Ch'altri nol possa pareggiar col vanto. Così tenendo a fren l'aspro dolore L'altera donna dava bando al pianto; E la turba fedel, ch'ivi dolente Ode il parlar, con meraviglia il sente.

LXI

Fra l'armi intanto, e ne le ree contese Era sul muro lo spettacol fiero Più d'ora in or; colà forte s'accese D'alto disdegno Emanuel Rovèro. Questi gentile a pien, dal sangue scese, Che già de' Longobardi ebbono impero; E la stanza paterna altier fermava Là, 've Tanaro d'Asti i campi lava.

LXII

Ma quì sovra elmo luminoso scote Argentee piume, ed in corazza ardente Con lunga asta serrata aspro percote, E tiene a freno d'Ottoman la gente: O per gran nobiltate anime note, E per virtù, ciascun si volga in mente L'antico onor, sospireremlo invano Se ne l'armi oggidì langue la mano:

LXIII

Sì parla, e va ne la battaglia dura, Perchè del suo valor prova si scerna. Ma l'Angel, che di Rodi il ben procura, Umil parlava a la possanza eterna: Mova tua pièta grande oltra misura Contra il furor de la malizia inferna Di Rodi afflitta la miseria omai, E per tua destra si sottragga a' guai.

LXIV

Corrono i Turchi minacciando, e lieti Omai di certa speme empiono il petto: Io non m'oppongo lor, chè tu mel vieti; E di tua volontate il cenno aspetto. Sì chiedeva di Dio gli alti decreti L'Angel di Rodi a la difesa eletto In zelo ardendo, e con dimesse fronti Pure altri spirti a ripregar son pronti.

FINE DEL V CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO V.

_Argomento del Poeta, nell'Amedeide maggiore_:

«Nel V. narrasi l'assalto fra Turchi e fra Italiani: Giordano Orsino lor duce rimane morto; Trasideo pieno di ferite è condotto ad Egina sua sposa.»

«Argomento del Paschiulli al canto IV dell'_Amedeide minore_, che in parte corrisponde al V della _magg_.

Dopo chiare prodezze il grande Orsino Cade sui muri, e sale in ciel beato; E Trasideo, quasi a morir vicino, Si rinfranca in veder l'idolo amato. D'arnesi, ove sudò fabbro divino, È per Michel l'Eroe fatale armato, E da procelle accompagnato e lampi Fa di scitica strage orridi i campi.

Osservazioni critiche del Cavaliere d'Urfé al canto V.

«Je ne dis rien icy de la remarque que V. A. a faitte fort a propos de ce que N. D. sauve le Doria, qu'il favorisse presqu'autant qu'Amedee, et plus beaucoup que Folques le grand maistre; ce qui n'est pas raisonable et ne le peut excuser, si non qu'il est genevois (vuol dire _génois_) aussy bien que l'Auteur.» I poeti epici hanno un personaggio, che non è il principale, ma cui danno una grandezza e virtù ideale; nè alcuno mai pensò di condannarli con sì grave sopracciglio, come fa il censore dell'Amedeide. Bastino gli esempj di Turno nell'Eneide e di Rinaldo nella Gerusalemme.

«La longue enumeration des tuez d'un seul coup est si ennuyeuse que le lecteur ne se peut empescher d'en desirer la fin; parce il ny voit rien de nouveau, et que le plus souvent il ny a que les noms tous seuls, et encore des noms si facheux a prononcer qu'il est impossible presque de les lire sans y faillir.» Quanto alla parte prima di questa censura; cioè alla lunga lista di morti uccisi d'un colpo solo, si è già risposto nelle annotazioni al canto III. Se al censore piacque di ripeterla, a noi spiace d'annojare i lettori.

Riguardo ai nomi così malagevoli a pronunziare, il signor d'Urfé non è giudice competente. A me riesce più facile pronunziare, per es. _Orsino_ che _de Bouflers_, _Trasideo_ che _Bouchicaut_ ecc.; ma io non conosco come fosse formato il timpano, nè come fatta la lingua dell'Urfé.

«Il faut notter qu'il met force noms de maisons qui n'etoient point en lumiere en ce temps la, ou pour le moins qui estoient si vils qu'il ne pouvoient etre mis au rang ou il s'en sert, comme de Fracastor, Caponi, et plusieurs de Savonne; en quoy il fait tord a ceux qu'il nomme et qui etoient veritablement illustre (_sic_) en ce temps la.»

Tra le doti egregie dell'animo del Chiabrera, non è ultima quella di uno sviscerato amore per la gloria dalla nazione italiana. Guidato da sì nobile sentimento volle fingere che all'assedio di Rodi si trovassero molti cavalieri italiani; dando loro i cognomi o di qualche famiglia per feudi e per guerrieri famosa, come Doria, Orsini e Baglioni; o per sommi letterati illustre, siccome Fracastoro e Castiglioni. L'amor di patria fecegli introdurre nel poema un Riario savonese. L'amicizia gli dettò d'innestarvi un Corsi fiorentino ed uno Sperone, padovano: per altre città scelse a piacere tra' cognomi più nobili; per es, in Asti i Rovèro, in Ancona i Ferretti. Vero è che non tutte queste case erano egualmente famose a' tempi di Amedeo; ma un poema non è un albero genealogico.

«Le discours de Codre et de son compagnon, qui parlent si longuement entre eux quand ils rencontrent leur maistre en terre est bien superflu, car encores que il eust esté mort, tousiours estoit (_sic_) ce bien fait d'emporter le corps de leur maistre pour l'enterrer: a quoy donq'tant de propos se demandant s'il est en vie et s'ils l'emporteront?»

Nell'Amedeide, qual va stampata, tutto il _lungo_ discorso di Codro e del compagno è ristretto in meno di cinque versi (V. 50):

In tale stato duo scudier l'han scorto, Ismeno e Codro; e favellava Ismeno: _Codro, che direm noi? del tutto è morto, O la grand'alma anco raccoglie in seno?_ E Codro: _ecco ei respira; abbia conforto, A lui medica man non venga meno: Fia forse alla sua vita alcun riparo._ E sulle braccia il grave peso alzaro.»

Ma forse nel MS. presentato dal Poeta al Duca il dialogo degli scudieri sarà stato più diffuso.

_Varianti del canto V, che nella_ minore _è il quarto_.

Mancano alla _minore_ le stanze 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, e 18; perciocchè dall'ultimo verso della st. 8.

Sangue di Febo e de le muse amico,

si trapassa alla st. che comincia,

Quinci ben pronto agli ultimi soccorsi,

che perciò è la 9 nell'_Amed. min_. e la 19 nella _maggiore_.

Nella st. 34 della _magg_.

_Travolve_ intorno formidabil lume.

Ma nella _minore_, st. 24: _Involve_ intorno formidabil lume.

La st. 25 della _min_. finisce in questa guisa:

Nè pur l'orgoglio in Turacan vien meno; Anzi al gran Cavalier trafigge il tergo, Nè resse alle percossa il forte usbergo.

Seguita poi la st. 26.

Con ferrat'asta al Cavalier impiaga Di nuovo il fianco ecc.

Al contrario l'_Amed. magg_. ha questa varietà. La st. 35 si termina alquanto diversamente:

Non pur l'orgoglio in Turacan vien meno; Ma disperando Aletto ulula e mugge, Nè sa biasmar chi volge il tergo e fugge.

Appresso si leggono le st. 36, 37, 38 e 39; e quella che nella _minore_ è st. 26, nella _maggiore_ è 40:

Con ferrat'asta al Cavaliero impiaga Di nuovo il petto ecc.

Dopo la st. 60 della _maggiore_ che si chiude

Ode il parlar, con maraviglia il sente,

si leggono quattro stanze 61--64; e si chiude il canto V; dove al contrario nella minore, subito dopo il verso allegato, si continua il canto IV:

Ma verso il campo i lumi eterni inchina Il Re del Ciel ecc.

Di questa stanza e delle seguenti il Poeta formò il canto VII. Laonde nulla si ha nell'_Am. piccola_ di ciò che forma il canto VI della _maggiore_.

