# Amedeide: Poema eroico

## CANTO IV.

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ARGOMENTO.

_Infiamma Adrasta i femminili cori Di girne a ritrovar l'aspra battaglia; E lasciati i domestici lavori Molte la van seguendo alla muraglia; I detti di Nicandra i lor furori A mitigar non han forza che vaglia: Mentre parla Erimanto alla diletta, Impiaga il braccio a lei crudel saetta._

I

Per l'armi intanto, e per l'armata gente Così per entro Rodi alto risuona, Che men rimbomba, se per l'aria ardente La gran porta del ciel fulmina, e tuona; Ed a gravi pensier volta la mente Quinci Adrasta magnanima ragiona Nel tempio, ove le donne afflitte il ciglio Facean preghiera nel mortal periglio.

II

Pria, ch'io pigli a parlar parmi vedere, Che la parola mia sembrerà strana; Ond'è giusta ragion farvi sapere, Che per lo nascimento io son Spartana. Le femmine colà di sangue altiere Non disperdono il tempo in tesser lana; Nè su trapunti coloriti e vaghi Stancansi maneggiando e sete, ed aghi.

III

Ma ben sono use di faretra incarco Portar sul tergo, ed affinar gli strali, E tra foreste insidïando il varco Trafigger duramente orsi e cinghiali; Nè pur con forza di saetta, e d'arco De gli uomini al valor si fanno uguali; Ma ciascuna lottando il fianco allena, E correndo la terra imprime a pena.

IV

Fra tai costumi in tale patria nata, Figlia del ben famoso Onesicrito, Quì nella terra vostra io fui traslata, Ove il forte Cleandro ebbi a marito. Non fia la voce mia dunque ammirata S'a generosa impresa oggi v'invito; E s'io v'accendo a dimostrar virtute, Onde forse la patria abbia salute.

V

Udite voi come ad ogn'or maggiore Rimbombo empie del ciel tutte le bande? E che strepito d'armi, e che furore Di varie voci orribile si spande? Certo che degli assalti aspro è l'orrore, E de lo scampo nostro il risco è grande; E certo, quanto il mio pensier comprende, De l'estrema speranza or si contende.

VI

Or perchè dunque disperando stassi, E per noi di campar non si tien cura? Chè non moviamo, ove si pugna, i passi, Tentando farne la Città sicura? Colà con dardi, o traboccando sassi, Non potrem forse assicurar le mura? Non potremo versar vasi bollenti Sovra esso il volto a le nemiche genti?

VII

Ma vero sia, che nostra man non vaglia Far prova d'armi in così gran perigli. Fia pur, ch'ogni guerrier ne la battaglia Quinci a più travagliar si riconsigli: E come non fia ciò? su la muraglia Verso le madri mireranno i figli? Verso le care donne i car consorti? E poscia a loro pro non saran forti?

VIII

Potran mirar di noi l'egra vecchiezza Condannarsi a dispregi, ed a martiri? O lor non peserà, nostra bellezza Farsi trastullo a barbari desiri? Non crescerà, non doppierà fortezza Ogni alma di guerrier come ci miri? Non diverrà più coraggiosa? Andiamo: Chi ci ritien? che paventiam? che stiamo?

IX

Nè queste nostre man fien le primiere, Che tra' nemici sian vedute armate; Anzi presso ciascun, donne guerriere Furo famose a le stagioni andate; Veduta fu tra coraggiose schiere Magnanima reina in su l'Eufrate Andar fra' duri strepiti di Marte Ver Babilonia con le chiome sparte.

X

Ma che più vi dico io? sul Termodonte Non corse già stagion, ch'ogni donzella Con le man forti, e con le voglie pronte Si coceva sul petto una mammella? E con fier guardo in minaccevol fronte Esercitava in guerra arco, e quadrella? E correr si vedea, come se penne Avesse a' piedi, e maneggiar bipenne?

XI

Se dunque in tanti lochi, e 'n tanti tempi Tra l'armi il nome femminil s'avanza, Non dobbiam noi per così chiari esempi Tra' rischi avvalorar nostra speranza? Non dobbiam per la patria, e per li Tempi Vivamente provar nostra possanza? E ver nemico tal, che da lui vinte Potremo a gran ragion bramarci estinte.

XII

Non è quegli Ottoman, ch'a strazio mena? Che porta, ovunque giunge, aspra ventura? Che vincitor la nobiltà disvena? E danna i vili a ria prigione oscura? La costui fiera man pietà non frena; Ma per le voci di pietà s'indura, E da la ferità solo ritiensi Allor, che per lussuria infiamma i sensi.

XIII

Così diceva; ed al fervor dei detti, Ed a' sembianti altier, con che gli espose, D'insolito ardimento empieva i petti, E le donne, ch'udian, fea coraggiose, E già vedeansi sfavillar gli aspetti, E già moveansi i piè; quando s'oppose La canuta Nicandra a quei pensieri, Disconsigliando a donne atti guerrieri.

XIV

Costei Massa lasciò, lasciò Carrara, E venne pronta ne la Rodia terra Presso il figlio Eritreo, di cui ben chiara Fama trascorse o fosse in pace, o 'n guerra. Visse ei così, ch'a farsi eterno impara, S'altri l'imita; al fin sen gìo sotterra, Lasciando a' Malaspini alme ghirlande, Progenie sua, che a Val di Macra è grande.

XV

Ella quì prese a favellar; che dica Voce di fama, e se a guerrier furore Manifestasse a la stagione antica La destra femminil tanto valore, Prender non vuò di esaminar fatica; Ma ben pensando mi ritorna in core, Che la fama quaggiù spesso è verace, E che spesso mentendo anco non tace.

XVII

Vago pensier di seminar diletti, E d'adescare il popolare ingegno, Di leggiadre menzogne adombra i detti, E della verità trapassa il segno. Ma se il molle candor de i nostri petti, Se nostra fievolezza a guardar vegno, Se 'l mansueto cor, per certo parmi, Che vanamente ci voltiamo a l'armi.

XVIII

Candide mani a bei ricami usate Vibreran ferro? e da le tele ordite Trapasserem contra le schiere armate? Ah? che sarem soverchiamente ardite. Nè se a risco mortal fien rimirate Da' nostri cavalier le nostre vite, Fia di sdegno maggior loro alma accesa, Nè più feroce ne la ria contesa.

XIX

Anzi pietate, ed amorosa cura, Che suoi cari oblïar non mai sofferse, Ammolliran per la crudel ventura L'anime fiere, a noi mirar converse. Le destre lor, ne la battaglia dura, Di barbarico sangue atre e cosperse, Per noi coprir da le percosse infeste, Incontra Turchi appariran men preste.

XX

Ben è ver, ch'Ottoman non frena l'ira, Sempre ingordo via più dei nostri danni, E del misero dì l'ora desira, In che noi tutti a giogo vil condanni. Ma dal ciel Dio grandissimo rimira Sovra il furor dei perfidi tiranni, E con sue forze onnipotenti, eterne I loro orgogli e l'alterezza scherne.

XXI

Pensate a Faraon fra tante pene Già tanto afflitto; ei rote, arme, destrieri Già mise in campo per le rosse arene, Ed affondò se stesso, e suoi guerrieri. Or non men d'Ottoman sperar conviene, Se 'l Ciel prende a disdegno i suoi pensieri: Ed ei gli prenderà, s'umilemente Ne farem verso Dio preghiera ardente.

XXII

Dunque de l'aste, e dei guerrieri acciari La cura abbandoniam: nostri campioni, Nel tempo andato in guerreggiar ben chiari, Oggi saranno a noi difender buoni: Noi supplicando a' sacrosanti Altari Preghiamo il Ciel, ch'a Rodi oggi perdoni E sul nostro fallir pietà dimostri; Chè questi son gli abbattimenti nostri.

XXIII

Ella quì tacque, e lagrimosa il ciglio S'atterra, e verso Dio manda preghiere; Ed a ben molte fe' mutar consiglio Di più trovar le combattute schiere. Ma la Spartana nel mortal periglio Tien fermo non per tanto il suo volere, Ratto movendo il piè ver la muraglia, Per colà ritrovar l'aspra battaglia.

XXIV

Seco non poche; e dal gentil sembiante Vedeansi sfavillar magnanime ire, Mentre col passo de le vaghe piante Movono in atto di guerriero ardire, E sotto bianchi lini aura volante Loro rabuffa il crin. Tali apparire Sul muro, ove s'impiaga, ove s'ancide, Infra 'l comune orror, Folco le vide.

XXV

Ei raccolse nel cor gran meraviglia, E, mosso inverso lor senza dimora, Dice: forse schernisconsi mie ciglia? Deh che vegg'io non più veduto ancora? Quale d'armi vaghezza oggi vi piglia? E chi tanto donzelle oggi avvalora? Perchè siete fra noi? Certo io non trassi Con alcun messaggiero i vostri passi.

XXVI

Adrasta, sparsa d'ardimento il viso, De' lor vïaggi la cagion dispiega. E Folco allor con un gentil sorriso Dalla muraglia a dipartir le prega: Che sia colmo d'amore il vostro avviso, Certo è senza ragion, s'alcuno il nega; Ma non dovete voi scemar le lodi, E far vergogna a i difensor di Rodi.

XXVII

Dunque a nostra onta nell'età futura Udransi i Turchi, e non pur or vantarsi, Che per difesa de le patrie mura Fosser costrette anco le donne armarsi? Non è ragion; ma se da ria ventura Può per armata man Rodi salvarsi, Cessi l'affanno, e rinfrancato il core, Salvarla queste nostre avran valore.

XXVIII

Or voi presso gli altar fate ritorno, E meste le ginocchia ivi atterrate, E pregate il gran Dio, che in questo giorno Ci sia Dio di clemenza e di pietate. Noi con man pronte moveremo intorno, Ed a gli assalti de le turbe armate Farem contrasto; incontrarem ferite; E porremo in oblìo le nostre vite.

XXIX

Udendo il gran Baron, gran reverenza Prese le donne; e tutte unite insieme, Verso i lasciati altar, fero partenza, A colà rinnovar preghiere estreme. Ma pure Adrasta non cangiò sentenza; Ed a veder, se rimanea più speme Per la muraglia a passeggiar si diede; Ed Alcimida movea seco il piede.

XXX

Alcimida bellissima, cui luce Tanto splendor ne l'ammirabil volto, Che ad amorosi ceppi ognun conduce Senza mai disïar d'esser disciolto, Figlia fu di Feralmo, inclito Duce; Ei molto in guerra ebbe di gloria, e molto Lasciò di disïabile ricchezza; Immensa dote a la costei bellezza.

XXXI

Di quì tra' Rodïan per lei feriti Fur mille cori, e mille petti accesi; Ma tutti ardendo rimanean scherniti E ne le fiamme lor ben vilipesi. Solo fur d'Erimanto i preghi uditi Benignamente, ed i sospiri intesi, Ed a gli occhi di lui porgea conforto Con dolcissimi sguardi, e non a torto.

XXXII

In altr'uom, gioventù non mai simile Rodi mirò; viso vermiglio e bianco, E per nobile sangue aria gentile, Ed in robuste membra animo franco. Ma perchè tanto onor sembrasse vile, La forza del tesor gli venne manco; Ed a Creùsa, onde Alcimida nacque, II sì povero pregio unqua non piacque.

XXXIII

Però mai sempre al suo desir ritrosa Serbò la figlia in solitario letto; Ed ella il sofferì; perch'amorosa Non avea, ch'Erimanto, altro diletto; Ed a ben sostener la fiamma ascosa Dentro le vene, onde struggeasi il petto, Tenea, quando poteva, il guardo intento A rimirarlo, e feane il cor contento.

XXXIV

Quinci mosse dal tempio, ed ebbe ardire D'appressarsi all'assalto; e quinci schiva Fu del saggio consiglio al dipartire Dianzi, ch'ogni altra donna indi partiva. Or mentre secondando il suo desire, Pur con Adrasta infra i guerrier sen giva, Adrasta vide il figlio, e seco a lato Starsi Erimanto, e vagamente armato.

XXXV

La gran Spartana giù del nobil seno Grida, o Pelasgo; ed ei si volse intorno; Ed il sembiante dimostrò sereno E di vera fortezza il guardo adorno. Ella soggiunge: non ti tenga a freno Rimembranza di morte in questo giorno; Fa schermo a Rodi da' nemici incendi; Pensa al nome di Sparta, onde discendi.

XXXVI

A tal detti risposta egli non porge; Anzi con forte piede oltra si spinge, E nel giovane petto impeto sorge, Tal ch'a vittoria, od a morir s'accinge. Ma, la sua donna, ove Erimanto scorge, A lei s'accosta e di parlar si finge, E pur di fiamme disïate, e ree Con gli occhi fissi un lungo incendio bee.

XXXVII

Poscia diceva: o del mio cor conforto, Unico Sole, onde dovea serena Farsi mia scura vita, e chi t'ha scorto? Certo la man d'Amore or quì ti mena; Chè se nei duri assalti io cadrò morto, Almen avrò da consolar mia pena; Poi che sul punto estremo oggi rimiro Chi per me raddolcisce ogni martiro.

XXXVIII

Sia di tua madre altiera il cor contento, Chè dato non t'avrà povero sposo, Quando poco splendor d'oro, e d'argento Oscura, appresso lei, merto amoroso; Ma se gli occhi rivolgi al mio tormento, S'al vivo foco ne le vene ascoso, Ove infelice mi consumo e moro, Dirai, che tanta fede era tesoro.

XXXIX

Or così vada, e se cadrommi in guerra, Memoria serba de' miei lunghi affanni, E d'un breve sospir degna la terra, In cui rinchiuderansi i miei verdi anni; E se di questo amor, che 'n me si serra, Sarà lingua mortal, che mi condanni Come superbo, e che trapassi il segno De la modestia, io di perdon son degno.

XL

Il pregio singolar di tua bellezza, Ove pregio mortal non può salire, Mise in cotanto ardor mia giovinezza Che di teco sposarmi io presi ardire. Ora che d'oro, e che di fral ricchezza Altri non mi soverchi, io non vuo' dire; Potrai con altri consumar tuoi giorni, Che 'l tuo bel volto di più gemme adorni:

XLI

Ma ne l'amar, nel procacciarti onore, Ne l'inchinar, nel riverirti appieno, Al mondo mai non troverassi un core, Ch'avanzi questo, che ti serbo in seno. O preghi sparsi, o sostenuto ardore, O lunga fè mai non venuta a meno, O quanti mai non furo in petto umano Da me sofferti affanni; e tutti in vano.

XLII

Mentre l'arso garzon fa sue querele, Tratto a parlar per amoroso duolo, Ed ora alza Alcimida al suo fedele Gli occhi infiammati, ora gli abbassa al suolo; Ecco d'arco acerbissimo crudele Venir saetta sibilando a volo, Che d'altrui pianto, e di far strazio vaga, A la vaga donzella il braccio impiaga.

XLIII

Disgorga il sangue, e per l'avorio bianco Va de la mano, ed il gentil vermiglio Su la guancia rosata indi vien manco, E nube di cordoglio adombra il ciglio. Il giovinetto allor tragge dal fianco Alti sospir nel repentin periglio, Ed agitato da la smania atroce Percotendosi il petto alza la voce:

XLIV

Questa dunque d'Amor fia la pietate, Ove han da consolarsi i miei dolori? Specchiarmi in queste membra insanguinate, E vederle coprir d'atri pallori? O dolcissima fronte, o ciglia amate, Son pervenuti a fin vostri splendori? Non fia, che 'l vostro lume io più rimiri? Qual mio fallo mi dà tanti martiri?

XLV

Deh chi fa per pietà scorta a mia mano, Si ch'io spenga e disperga il crudo arciere! Ma lasso me, che quì minaccio in vano, Ed ei sen va della percossa altiero. Ah! tra spume l'inghiotta aspro Oceàno; Ah! pera di dolor sì come io pero. Quì tace alquanto, e piange; e poscia grida: Queste ultime parole odi, Alcimida:

XLVI

Se per l'acerba piaga a te fia tolta Vita più lunga, io vo' sperar, ch'andrai Su ne l'alto del Cielo, ove raccolta Fra' canti eterni, eterno albergo avrai; E da quegli almi seggi a noi rivolta Co' tuoi begli occhi rimirar potrai Come intenso dolor, come infinita Fia destinata angoscia a la mia vita.

XLVII

Povero d'ogni ben, fuor di sostegno, Specchio a gli afflitti io menerò l'etate, Ed in odio di me, finchè non vegno A presentarmi a' rai di tua beltate; Ma se non dassi dal superno regno Per un misero cor bando a pietate, Deh! scendi a consolar col tuo sereno Se non le mie vigilie, i sonni almeno.

XLVIII

Volea seguir; ma ne l'eburneo petto Prese novo vigor l'alma smarrita; Onde la donna a l'amator diletto Porge conforto, ed a sperar l'invita: Tempra il timor; non conturbar l'aspetto; È lieve a sofferir questa ferita; Sol fa ch'io gema, e che martir ne senta Veder, che 'l vostro cor tanto tormenta.

XLIX

Mentre così dicea, fosco diviene L'ostro amoroso in su la guancia smorta. Allora Adrasta a medicar le pene Ritorno far ne la magion conforta; Quinci il fievole corpo ella sostiene, Quindi parte Erimanto in braccio il porta Soavemente; e del comune affanno Pensosi e muti per cammin sen vanno.

L

Giunti a l'albergo de la donna amata, Tiensi Erimanto in su la soglia; e quando Son per entrar, la damigella ei guata Tra pensier varii, e di se stesso in bando; Nè può voce formar, ma s'acommiata Altamente gemendo, e sospirando; E bestemmiando sua crudel ventura, Volge ratto i vestigi in ver le mura.

LI

Seco dicea: perchè lo strale odioso Ha l'innocente vergine trafitta, E non questo mio cor? ch'ei men doglioso, E men l'anima mia ne fora afflitta. Oh! d'amore quaggiù mar tempestoso, Ove rompendo in scoglio ogn'or tragitta. Ma chi fia tra' mortali, o tra' celesti, Ch'a nostra aita per pietà s'appresti?

LII

Vergine bella, che sul Nilo a vôto Facesti uscir de l'altrui senno i pregi, Ed a l'eterno Dio serbasti il voto Tra le minacce di superbi Regi, Questa vergine guarda, ed io devoto Tue Chiese adornerò d'altari egregi, E sovra il Sinaì fermando il piede, Farò memoria di sì gran mercede.

LIII

Sì nudrendo nel cor mesti pensieri, Volgeva i passi; ed a la fin si trova Dove Fernando tra' campioni Iberi D'orribile battaglia arte rinnova. Lor si giunge Erimanto; e tra' più fieri Mena la spada, e di morir fa prova. Saliano i Turchi impetuosi; e quivi Di caldo sangue trascorrean gran rivi.

FINE DEL IV CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO IV.

1. Di questo canto nulla si ha nell'Amedeide minore; e niente che ad esso si riferisca, trovo nelle osservazioni critiche del Cav. d'Urfé.

2. Gli argomenti del Poeta ai canti III e IV sono i seguenti.

«Nel III il Vescovo fa preghiere a Dio per lo scampo di Rodi; i Turchi danno assalto: della lingua francese è malamente ferito Enrico lor duce; Fernando duce degli Spagnoli (_sic_) amazza Alfange Bassà.»

«Nel IV le donne di Rodi si muovono per andare alla muraglia: Alcimida parlando con Erimanto suo innamorato, ivi è ferita.»

