CANTO XXIII.
ARGOMENTO.
_Ove del gran Batista il nome onora Popol devoto, i Cavalier sen vanno; Quivi l'Eterno Dio ringrazia e adora AMEDEO genuflesso; ed ogni affanno Sgombro da lui con lode in sino allora Incontro al truce Saracin tiranno Ricorda Doroteo. Fuggon, ma rotte Il vasto mar le infide navi inghiotte._
I
Già trascorrea del ciel l'alto sentiero, Notte più scura; ed AMEDEO piagato Vigilando tenea fisso in pensiero Ciò ch'egli udì dal messaggier beato, Ch'ei ben de la vittoria andrebbe altiero, Ma che del viver suo fora troncato Lo starne in Rodi; onde devoto e forte S'apparecchiava a la propinqua morte.
II
Sforza il fievole corpo, e sovra il letto In zelo ardendo le ginocchia piega E giunge umile ambe le palme al petto, E sì la lingua inverso Dio dispiega: Signor, se come il tuo messaggio ha detto Più de la vita a me spazio si nega, A tuo grado, o Signor, l'alma si sciolga, Ma sia tua santa man, che la raccolga.
III
Poi da gli occhi versando un caldo fiume Largo chiedeva a' falli suoi perdono; Ed ecco sfavillar mirabil lume, Di cui s'udia via più mirabil suono; Il gran Batista ivi battea le piume, Del santissimo aspetto i fulgor sono Ch'ivi splendeano; e per divin decreto Voci formava ad AMEDEO far lieto:
IV
Inclito Eroe, per la cui man sì forte Sorge, la fè che 'l Vatican sublima, Acciò splendesse il tuo valor, di morte Ti si fe' motto del Filermo in cima; Ma d'altrove morir t'è dato in sorte, E palme illustri adorneranti prima; Sveglia l'anima invitta a novi vanti, Mentir non sanno i messaggier stellanti.
V
Così gli disse; e di licor soavi Dolce la piaga inonda; ella repente Salda diviene; e mitigar le gravi Angoscie, e franco il Cavalier si sente. Giunse il Batista allor: verso le navi Affretta il piè la sbigottita gente, E sarebbe ragion stringer la spada, Ed a la fuga lor romper la strada.
VI
Ma nol farai; vuole il Monarca eterno Contra loro agitar l'onde marine; E poi ch'ad onta del dannato inferno Rodi de' rischi suoi rimira il fine, L'armi, ch'avesti tu dal Ciel superno Io porterolle a le magion divine, E là ne l'alto serberansi appese Per darle a' tuoi ne le più gravi imprese.
VII
Non parlo in van; ciò che lassù nei cieli Dal supremo Signor non mi s'ascose, Quì consiglia ragion, ch'oggi io riveli; Ascoltami e gioisci: opre famose In soggiogar tiranni aspri e crudeli, In calpestar corone ingiuriose, Faran pur con queste armi i tuoi sublimi; Ma duo fra tanti appariranno i primi.
VIII
Nè creder tu ch'entro sanguigno acciaro De gli aspri assalti a la stagione orrenda Deggia il nemico aver lungo riparo Ove a l'incontro un di costor contenda; L'alme de l'universo il vedran chiaro Quando avverrà ch'EMANUEL s'accenda, E che 'n battaglia fier fulmini spanda, Ingombrando d'orror l'onda normanda.
IX
Fremeran l'armi de l'Europa; ed arsi Andranno in ira i regnator possenti, Onde di sangue e di sudor cosparsi I campi ondeggieran d'atri torrenti, Ma poi che i grandi altieramente apparsi Porransi in fuga, o sotto lui fian spenti, Darà, traendol di dolor profondo, Quel sommo Eroe leggi di pace al mondo.
X
Succederan de le rie trombe ai crudi Rimbombi suoni a belle danze eletti, E de gli usberghi in su le dure incudi Faransi aratri, e dei dorati elmetti; Allor le muse, e fioriran gli studi D'ogni bell'arte nei terribil petti, E sbandito il furor, porransi in sede A ben regnar vera Pietate, e Fede.
XI
Nè meno Astrea, che a l'immortal soggiorno Avea già da la terra i piè rivolti, Con sue bilancie trascorrendo intorno Empierà di letizia i seni e i volti; Sì fatto il vincitor farà ritorno A gli scettri paterni a lui mal tolti, Ove innalzando al Ciel sommi trofei Godrà pregio real d'alti imenei.
XII
Non già così, che l'onorata spada Non cinga ardente, e 'l viver suo non scherna Quando in periglio di macchiarsi cada Del grandissimo Dio la legge eterna; Quinci a' trionfi s'aprirà la strada Stringendo a fren più d'una valle inferna, Tra varchi alpestri e dirupati scogli Domando atroci, et esecrati orgogli.
XIII
CARLO vien poi, che di Gebenna a gli empi Mal soffrirà lasciar l'alpi sicure; CARLO il famoso, che gli altar, che i tempi Trarrà dal sangue e da le fiamme impure; Alzerà di pietate incliti esempi, E di fortezza in quelle etati oscure Ratto col ferro a procacciar corona In campo allor che 'l Vatican lo sprona.
XIV
Farà ben saggio da ria turba infesta Schermo a Saluzzo; e di Durenza il regno Avrà per aspra ed infernal tempesta Da la spada real saldo sostegno; Vinon con asta in man, con elmo in testa Vedrallo incontra ad empio stuolo indegno Che sol guardarlo in fronte ivi s'affida, Poi che fugge il fellon, che 'n campo il guida.
XV
Mal felice è la froda; il sole ardente Non sì ratto distrugge aria nebbiosa Come CARLO quei crudi, indi repente Empie del suo valor l'alpe selvosa, Isara quivi fulminar lo sente; Il sente, e geme; ei sul destrier non posa Fra sparsi infino al Ciel gridi infiniti Fin che di tronchi non sian carchi i liti.
XVI
Di magnanimo ardir sparso i sembianti Calcherà dentro il sangue elmi ed usberghi, Sì ch'al fier brando volgeran tremanti Le turbe in corso sbigottite i terghi; Ben dureranno a gli orfanelli infanti Lunga memoria nei funesti alberghi, Cui bagneranno in grembo a le nudrici Con latte di dolor pianti infelici.
XVII
Che più deggio narrarti? immensa istoria Faransi al mondo i costui fatti egregi, Nè per gli anni remoti unqua memoria Fia, che pensando con stupor nol pregi; Indarno a segno di cotanta gloria Dispiegheranno Imperadori e Regi O carchi d'arme, o disarmati il volo; E scoppierà l'Invidia arsa di duolo.
XVIII
Ove si favellò, le labbra chiuse, E sparse al suo fulgor nuvoli densi, Ma di celeste Arabia odor diffuse; Dolcezza ignota de' mortali ai sensi; Con basse ciglia, a tanto onor non use, Che soffersero male i raggi immensi, Stassi cheto AMEDEO non picciola ora, E del gran Dio l'alta pietate adora.
XIX
Ma risorta dal mar l'alba celeste Tingeva di rossor l'aure serene Quando le membra il Cavalier riveste Di vigore immortal tutto ripiene; Nè più lento di lui le ciglia ha deste Folco, ma ratto a salutarlo viene, E come su la soglia ha posto il piede, Fattolo franco, e che passeggia ei vede.
XX
S'arresta e ne l'Eroe fisa le ciglia Sì come in larve simulate e vane; E quei soave a favellargli piglia Quando sì di stupor colmo rimane: Quale ingombra il tuo cor gran meraviglia? Non di licor, non di scienze umane Sconosciuta virtù sano m'ha reso; Ma di Dio messo per pietà disceso.
XXI
Così ragiona, e ver lui move il passo; Ma Folco al gran campion più s'avvicina, E giocondo a mirar, col capo basso Il ginocchio piegando umil s'inchina; Dice poscia: è ragion, che 'l corpo lasso Ti ristori, o Signor, grazia divina, Poi che per Dio sì travagliarlo godi; Or l'eterna bontà sempre si lodi.
XXII
Ma del campo infedel, ch'a tua possanza Jer si sottrasse, oggi che fia? per terra Correr farai de l'empio stuol ch'avanza L'odiato sangue, e fornirai la guerra? Ed AMEDEO: fora di Marte usanza; Ma di Dio messaggier la via ci serra, Nè vuol ch'usciamo a più pugnar sul piano, Spegnerà gli empi l'immortai sua mano.
XXIII
Noi lo spazio del dì, ch'a l'altrui vita Troncar doveasi, ed a l'assalto estremo, Lodando la possanza alta infinita, Ne i sacri templi a consumare andremo. Sì disse; e da l'albergo ei fa partita; Subito appresso il Cavalier supremo, Seguendo i Rodïan l'inclito esempio Volgono l'orme del Batista al tempio.
XXIV
Ampia nel mezzo a la città sorgea De' monti eccelsi e de le nubi al paro La sacrata magion che di Giudea Quivi giungendo i Cavalier fondaro; Ella qual neve candida splendea Infra selci finissimo di Paro; E per gradi purissimi s'ascende Scala, che pur di Paro ampia risplende.
XXV
Le ricche porte di fin oro ardente Sopra soglia di porfido fiammante Hanno di cedro e d'ebano lucente, Fregi contesti e d'indico elefante; Dentro, sudor d'innumerabil gente, Colonne stan, che fur montagne avante; Di vaghi marmi è variato il piano, Lunga vigilia di Dedalea mano.
XXVI
Per l'immensa parete, onde si gira Il gran Ciel de la macchina superba, Del Precursor santissimo si mira La dura vita e la ria morte acerba; Evvi, che da le turbe il piè ritira Vago di bere il fiume e pascer l'erba, Sol di ruvido pel tutto coperto, Solingo cittadin d'aspro deserto.
XXVII
Poi del Giordano a le paterne sponde Fassi veder da l'orrida foresta, Ove gridando infra le turbe immonde L'erto cammin de la salute appresta; Evvi, ch'umile al Redentor diffonde Limpido rio su l'adorata testa; Evvi, che d'alto il Genitor rimbomba; Evvi fra lampi d'or l'alma colomba.
XXVIII
Altrove al Re di Galilea s'invia Là, dove ardor di caritate il mena A forte biasimar la fiamma ria, Che suggendolo va di vena in vena; Ma quei sì dolce le parole udia, Che pria lo strigne in ceppi, indi lo svena Tosto che per mercè vergine il chiede, Che 'n ballo mosse allettatrice il piede.
XXIX
Sì leggiadra le piante ella governa Quando s'indugia il suon, quando s'affretta, Che 'l Re commosso da dolcezza interna Par ch'a sua voglia il guiderdon prometta: Ella per appagar l'ira materna Procurava ingiustissima vendetta; Del gran Battezzator la morte prega; E ch'ei s'ancida il Galileo non nega.
XXX
Turba di Siri sagittaria scende De l'uomo giusto a le prigioni oscure; Egli il collo magnanimo distende, Sicuro a la carnefice secure; Sì bipartito da percosse orrende Fa larga fonte di sue vene pure; Stassi nel sangue il freddo busto involto; Il caro capo i rei ministri han tolto.
XXXI
Al fin rinchiuso entro reale argento L'aspra donzella il si vagheggia; e gode, Che 'l nobil teschio condennato e spento Sia di sue danze testimonio e lode, Ma pur ne gli occhi si leggea tormento Chiuso nel petto al dispietato Erode; Sì de la vita e del gran santo estinto L'ammirabile tempio era dipinto.
XXXII
Ivi non prima i Cavalier crociati Entrano pronti a gli immortali onori Che trascorrendo van musici fiati Per dotta man su gli organi canori; Varca AMEDEO fra' popoli adunati Là dove cinto di perpetui ardori Dentro gran gemme il Redentor si serba D'infinite ricchezze opra superba.
XXXIII
Sovra ampio altar, cui porpora di Tiro Fregiata di tesor fascia ogni sponda, Erta splendea dì Nabateo zafiro Pur sovra base d'or mole ritonda; D'alti piropi luminoso giro Preziose colonne la circonda; Sovra loro, a mirar gran meraviglia, Posa cornice di rubin vermiglia.
XXXIV
Quinci s'innalza di topazio ardente Il tetto, e curvo si rinchiude al fine Tempestato di perla risplendente, Puro tesor de l'Eritree marine; Sul colmo si vedea l'asta possente. Sacra ne le vittorie alme e divine La bella croce, onde l'inferno è vinto; Ed ella rilucea d'alto giacinto.
XXXV
Or l'Italico Re lunga dimora Quivi fa cinto de' baron più noti Inginocchiato, e la grande ostia adora, Fisso nel suo Signor gli occhi devoti; Da lunge il vulgo; ed ei s'atterra ancora A Dio sciogliendo, o confermando i voti Nel risco fatti de la patria; intanto Ergeasi al Ciel de' Sacerdoti il canto.
XXXVI
Poi che su i sacri altar l'alto mistero, E fur gli uffici de la Fè forniti, Doroteo rese grazie al gran guerriero, E fur di lui cotali accenti uditi: Or che per la tua man fugge leggiero L'affanno, onde a ragion fummo smarriti, Giustissima ragion ne stringe il core A dar pregio di gloria al tuo valore.
XXXVII
Ma qual fia mai per così larga impresa Lingua mortale a faticarsi ardita? Tu de la Fè, tu de gli altar difesa, Unica tu de Rodïani aita; La fiamma rea per questi altari accesa Spegnesti tu; fosti a la debil vita Di canuti e d'infanti alto riparo; Ciascuno al fin le forze tue salvaro.
XXXVIII
Nei secoli avvenir, fra sudor tanti, I rischi tuoi ben d'ogni gloria degni Quanto grave imporran peso di canti Ai cari a Febo, ed a' sublimi ingegni? Ma perchè forse i tuoi mirabil vanti Quì lungamente d'ascoltar disdegni, Io reggendo il parlar come conviensi Cosa dirò, ch'ad ogni Re pertiensi.
XXXIX
In Chiaramonte a la sacrata guerra S'unirò un tempo i più veraci Eroi; Ivi Francia, ivi Scozia, ivi Inghilterra, E l'alma Italia ivi sospinse i suoi. Del sommo Dio, del suo Vicario in terra Udiro il prego ubbidienti; e poi Con mille trombe coraggiosi e fieri Chiamaro a le belle armi i buon guerrieri.
XL
Gli ampii tesor, che per ben lunga etate Frenando i suoi desir gli avi serbaro, S'aperser tutti; ed a le squadre armate I regni i Re cortesi anco donaro; Non fu per opra di si gran pietate, Non fu man scarsa e non fu petto avaro, E nulla altra vaghezza altrui ritenne, Ma ciascuno al desir giunse le penne.
XLI
De' figli amore il petto lor non vinse, Nol vinse amor de le gentil consorti; Studio del Ciel tutti infiammolli e spinse In mare e 'n terra a disprezzar le morti: Ben l'empio inferno in contra lor s'accinse; Ma nulla fu; chè coraggiosi e forti Più sempre ebbono l'alme e le man pronte, E di Sion voller vedere il monte.
XLII
Che fu mirar dentro dorato usbergo Con aste invitte e fulminose spade Battere allor de' Saracini il tergo, E d'atro sangue dilagar le strade? Qual torna sbigottita al chiuso albergo, Se da torbido ciel grandine cade, Vaga schiera d'augei rapidamente, Cotal vinto fuggì l'empio Oriente.
XLIII
Egli il più forte de le mura scelse A rinfrancare il suo smarrito ardire, Ma punto non giovar le torri eccelse Contra lo sforzo de le nobil ire, Franse ogni marmo ed ogni porta svelse Il vincitor; quinci crudel martire, Grave strido d'orror confuso ed alto Diè la vittoria e terminò l'assalto.
XLIV
Allor non più di minaccevol canto L'aer turbava sanguinosa tromba, Ma con pensier di penitenza e pianto Tutti adorar la sacrosanta tomba. Sì vinser quegli Eroi, del cui gran vanto Sì chiara la memoria anco rimbomba; Ma pure Europa neghittosa or gode In gran letargo e 'l rimbombar non ode.
XLV
Spirti, che tra' fulgor d'eterna gloria Splendete in Cielo a par del sol ben noti, Vedete voi che debile memoria Di vostra gran virtù tocca i nipoti? Lasso, caduta è quì l'alta vittoria, Chè al peregrin son contrastati i voti, Nè di Sion può rimirar le mura, E 'l gran sepolcro è di rei cani usura.
XLV
Mal spiegaro per noi l'inclita insegna, Mal diero assalto, e trionfar quel giorno, Se la lor fama gloriosa e degna Ne dovea partorir vergogna e scorno; Tanta viltà deh chi sarà che vegna Omai d'Europa a disgombrar dintorno? Sì che pensiero ella raccolga in seno Se non d'onor, de' suoi perigli almeno?
XLVII
Tu, de' cui raggi luminosi, ardenti Più che Gange del sol gode la Dora, Come oggi Rodi afflitta, i suoi tormenti Ti metta in cor Gerusalemme ancora; Oh che loda! oh che pregio appo le genti Per cui la croce del gran Dio s'adora, Se col valor de la tua nobil spada Al bramato Giordan s'apre la strada?
XLVIII
Allor del Nilo ignoto oltre a la fonte, Oltra l'Atlante, oltra Boote andranno Altieramente le tue glorie conte, Ch'or per mia bocca risonar non sanno; Ma pur queste d'amore anime pronte Alzano al Cielo il tuo sofferto affanno, E sto quasi per dir, che 'n lieti gridi Fansi ver te queste onde e questi lidi.
XLIX
E se fia mai, che de' reali eredi Il giustissimo scettro unqua s'infesti, Di quanti Cavalier vedi, e non vedi, L'armi fien pronte, e i fieri cor fian presti. Mentre dicea, ne le dorate sedi Affermar quei baron veduto avresti; Quinci AMEDEO dopo i sacrati uffici Al palagio sen va fra i duci amici.
L
Ed in quel punto si scorgea lontano I legni infidi da le Rodie arene, I gran campi varcar de l'Oceano Con bel volo di vele culiate e piene; Era il suolo del mar tranquillo e piano E correan d'ognintorno aure serene, Nè fosca nube lor faceva oltraggio; Quando scese di Dio forte messaggio.
LI
Su le piaggie de l'aria almo a mirarsi Con imperio frenò l'ali veloci, E spinse tra fulgor di rai cosparsi Orribil suon di sempiterne voci; Non fremono cotanto, ove ad armarsi Chiamano mille trombe i cor feroci, Se Marte ama versar torbido in guerra Di sangue un mare e funestar la terra:
LII
Venti, dicea, che da principio venti Pria che 'n aria vi fosse il soffiar dato Nulla eravate; e con le man possenti Dio poi creovvi, e sì vi pose in stato; Udite, o venti, il suo volere attenti; Nel mar scendete e con terribil fiato Gonfiate l'onde e 'n suo cammin dispersi Siano i perfidi Turchi al fin sommersi.
LIII
Indi sul colmo de l'eteree sfere Ratto sen va per lo sentier superno, Là, 've d'Angeli sacri immense schiere Cantano gloria al gran Monarca eterno; Ed ecco sorge in su le piume nere Austro di Libia ad eccitar gran verno Contra le navi, e dissipate e rotte Nel grembo irato il vasto Egeo le inghiotte.
FINE DEL CANTO XXIII.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XXIII.
L'argomento postovi dal Poeta dice brevemente così: «Amedeo risanato va coi Rodiani al tempio, e si rendono grazie a Dio per la vittoria.»
Le osservazioni critiche del Cav. d'Urfè sono molte, ma perchè fatte sul MS. non più rispondono in tutto al poema, qual si legge in istampa. Non piace, a cagion d'esempio, al Critico, che l'Autore faccia «predire par S.t Maurice les actions du Duc Emanuel Philibert et de V. A. (_del Duca Carlo_ _Emanuele_).... il devoit mettre la bataille de S.t Maurice, et cela d'autant plus que c'estoit S.t Maurice qui parloit.» Ora nella stampa la predizione si fa da S. Giovanni Batista; e molto convenevolmente, essendo il protettore de' Cavalieri di Rodi.
Quanto ai fatti che il Chiabrera non fece predire, e che il Critico suggerisce come degni d'essere predetti, trovasi quello _de la prise de Monferrat;_ ma il Poeta che si godeva una pensione sulla tesoreria del Monferrato concedutagli da' Gonzaga, allora principi Sovrani di questo paese, non doveva toccare una corda così delicata, trattandosi di fatto recentissimo, con certezza di offendere il Duca del Monferrato suo benefattore.
E perciò, tralasciando quelle cose che l'Urfè vorrebbe nel poema, che sono consigli non critiche, dirò di due difetti da lui notati in quest'ultimo canto. Nella St. 6. dice il Batista ad Amedeo:
L'armi ch'avesti tu dal ciel superno Io porterolle a le magion divine, E là ne l'alto serberansi appese Per darle a' tuoi nelle più gravi imprese.
E il Critico: «Je trouve aussy que d'avoir osté les armes divines a Amedee n'est pas bien a propos, parce que jamais Dieu ne nous oste les graces qui nous l'alt que quelque nostre demerite ne precede... mais i'eusse voulu les luy laisser, et pour montrer la particuliere protection qu'il plait a Dieu d'avoir a jamais de la Maison de Savoye, ie voudroit les luy laisser sa vie durant avec promesse de mettre les armes invincibles dans la Savoye et les garder la a iamais pour la conservation et assurance des estats de ses grands et iustes successeurs.» Confesso il vero, quel ripigliarsi l'armi celesti date al Duca, non mi sembra invenzione lodevole; ma forse il Poeta non sapendo dove collocarle degnamente (chè il metterle in Savoja avrebbe potuto dispiacere a' dominj italiani della R. Casa) si volse al partito di farle trasportare colà dond'erano venute.
La censura seconda, ch'è pure l'ultima, cade sopra la chiusa del poema: i Cristiani vanno con Amedeo al tempio a render grazie all'Altissimo Iddio per vedersi liberati dal pericolo; benchè i Turchi o non siano ancora partiti dall'isola, o si trovino sulle navi vicino a Rodi. E bene osserva il Cav. d'Urfè che la vicinanza d'un nemico potente mantenendo il pensiero del pericolo, non lascia luogo ad allegrezza intera e sicura; e che perciò si doveva descrivere in primo luogo la tempesta che fece perire le navi co' Turchi fuggitivi, e poi condurre i duci, i soldati e il popolo tutto a ringraziare di tanto favore il Dio degli eserciti. Questa censura è lodevole, non solamente per la ragione addotta dal Francese, ma sì per quest'altra, che chiudendosi il poema col naufragio de' nemici, il fine ha una certa tristezza, che lascia una sensazione dolorosa negli animi gentili; dove al contrario, affondate le navi, perduti con esse i Turchi assalitori, viene il canto di grazie, l'allegrezza della vittoria, la sicurtà del paese; tutte immagini gioconde che dolcemente si spargono per l'animo del leggitore, facendogli dimenticare gli sdegni, il sangue e le rovine della guerra.
«Voila, Monseigneur, (conchiude il Cav. d'Urfè parlando al Duca) ce qui me samble de ce poeme qui a la veritè est beau et docte, mais que ie croy qui plaira plus aux savants qu'au vulgaire: aussi n'est il pas permis a tous de se servir de la masse d'Hercule.... J'ay remarqué ces choses a la haste et par le commandement qu'il a pleu a V. A. de m'en faire, parlant touttefois avec toutte sort de respect d'un si grand personnage qui est le Seigneur Chiabrera. »
Il manuscritto, dal quale abbiamo ricavato le critiche, serbasi nella Civica Biblioteca Berio, ed è copia tutta di mano del dottissimo Barone Vernazza fatta sull'originale in Torino nel 1791.
PARALLELO
DELL'AMEDEIDA MINORE
COLLA MAGGIORE.
L'Amedeida maggiore, ossia quella pubblicata dall'Autore, Genova 1620 in 4.º, è partita in canti 23, ed ha in tutto 1335 stanze: l'Amedeida minore, cioè quella impressa in Genova dal Guasco, 1654 in 12.º in soli 10 canti, contiene stanze 667. Non sarebbe senza qualche diletto l'investigare i motivi che indussero il Poeta a ridurre alla metà precisamente il suo nobil lavoro; ma la brevità delle nostre illustrazioni non ci consente di far lungo discorso. S'egli avverrà mai che sieno date al pubblico le lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, delle quali il diligentissimo signor Ponthenier incominciò la stampa nel 1834, si avranno in esse molte notizie sull'accrescimento che o il Poeta o l'altrui desiderio andavano procacciando all'Amedeida; e chi vorrà tener conto di non pochi stralciamenti, s'accorgerà che vennero suggeriti all'irritabile autore da un pensiero di quella vendetta poetica, che involge nel silenzio i falsi promettitori e gli uomini ingrati. Consiglio più generoso sarebbe stato il cacciare da se l'iracondia, e rider degli uomini stolti; ma dovendo il Chiabrera troncare tanta parte del poema, malagevolmente poteva resistere alla tentazione di far una forse giusta, ma non leggiadra vendetta. Come che sia, ecco un parallelo delle due Amedeide, che può tener luogo di ambedue l'edizioni; stantechè il Poeta nulla mutò dell'elocuzione, nulla dell'ordine, nulla delle parti fondamentali: troncò de' canti interi, delle descrizioni, delle dicerie, degli episodj, ma con avvedimento così sottile, che le cose stralciate si potrebbono rimettere a' luoghi proprj senza guastare l'Amedeida minore. Per qual forma il facesse, diciam brevemente.
I. Il primo canto della minore è quel desso che si ha nella maggiore.
II. Una sola variante si osserva nel canto 2.º della minore, ed è indicata nelle nostre annotazioni: nel rimanente ambedue l'edizioni si trovano concordi.
III. Il canto 3.º della minore non differisce dal terzo della maggiore, se non se in questo, che mancano ad esso le stanze 8, 9, 10, 11, 15, 47 e 48 della maggiore. Le poche varianti si leggono registrate nelle nostre annotazioni.
N.B. I canti IV. e VI. della maggiore furono soppressi interamente nella minore.
IV. A formare il canto IV. della minore concorsero il V. e il VII. della maggiore: cioè fu conservato tutto il V, meno le stanze 9-18, 36, 37, 38, 39, e meno le ultime quattro; e i troncamenti furono compensati con introdurvi le stanze 1-22 del canto VII. Le annotazioni al canto V. della magg. additano le varianti dei due testi.
V. Per comporre il canto V. della minore si adunarono le spoglie dei canti VII. VIII, e IX. della maggiore.
Del VII. si ritennero le st. 23-59, meno le st. 26, 27 e 47. La 72. che nella maggiore diceva,
Feroce, atroce, e fa sanguigni i lidi Fra pianti avversi, fra dolor, fra gridi;
nella minore vedesi racconcia così:
Feroce, atroce; ma tra furie accensa Su 'l risco Aletto d'Ottoman ripensa.
Il canto VIII. diede le st. 15-39.
Il canto IX. contribuì le st. 36 fino alla 55. ch'è l'ultima del IX. nella maggiore e del V. nella minore.
N.B. Il verso della st. 36. canto IX. della magg.
Amedeo seco: ei di sua man l'adduce,
trovasi nel V. della min. mutato nel seguente:
Così dicendo, di sua man l'adduce.
VI. Il canto VI. della minore formasi del X. della maggiore, soppresse in quella le st. 48, 63 e 68, e racconciato il primo verso dell'ultima nella maniera seguente:
Così dicendo, a l'infernal soggiorno.
VII. Può dirsi che il canto VII. della min. altro non sia, se non se l'undecimo della maggiore. La differenza consiste nello stralciamento delle st. 24, 40, 45, 46, 47, 52 e 53; e nelle varietà di lezioni, che qui si registrano.
St. 44. _magg._
Venuta a men nel duol che la trafisse: Allora Irene ver Sangario disse:
nella _min._
E venia manco: Irene indi diparte, E si rinchiude in solitaria parte.
I primi due versi della st. 48. _magg._ sono così emendati nella _min._
E prende ferro bene acuto, e franca Pur con lo sguardo ec.
Similmente vi ha diversa lezione nella st. 54 _magg._ che nella _min._ si legge:
Nè così tosto il molle petto aperse, Che vaga Fama a raccontar si mise Come a morte magnanima s'offerse La bella Irene, e di sua man s'uccise. A nunzio sì crudel ecc.
VIII. Quattro canti della maggiore cedettero alcuna parte delle loro ottave per formare il canto VIII, della minore.
Il XII. diede le st. 1, 38, 39-48, 51 e 58. Ma la 51. è rifatta nella _min._ come segue:
Cotale altier su l'arenosa riva Giva Ottomano, e fra le schiere egli erra, E dovunque nel campo egli appariva; Nessun la bocca a le sue glorie serra; Et Amedeo da l'altra parte usciva A franca far la rodiana terra; E fra gridi magnanimi cosparsi Fermo alquanto ciascun fa rimirarsi.
Il primo verso della st. 58 così è scritto nella minore:
Movonsi poscia a la battaglia, e crudi ecc.
Dal canto XIII. passarono nell'VIII. della _min._ le stanze 1-19 e 37-41. Il ritratto di Megapente che occupava le tre st. 42, 43, e parte della 44, trovasi compendiato in una sola:
Costui fra l'armi e fra l'orror di Marte ecc.
Le altre st. 44, 45, 46, 55, 56 e 57 sono pure concorse alla formazione del canto VIII.
Nulla contribuì il XIV. stralciato interamente.
Il canto XV. diede le st. 1, 2, 4, 12, 13-32. e la 51. Ma nella 2.ª della magg. leggevasi _Tomandro_; dove nella min. si legge, e meglio, _Timandro_.
Una sola stanza potè salvarsi del canto XVI. per passare nell'VIII. con questa variante:
Ma poi cosparge d'un odor possente.
Per altro tra la st. penultima e l'ultima del canto VIII, della minore apparisce una lacuna, chi ne considera il senso; ma non sapremmo come restituire la vera lezione.
IX. Anche il canto IX. della minore componsi di brani tolti a diversi canti della maggiore.
Il XVII. diede le st. 2-7, 18, 40, 41, 42, 43, 57 e 58. Le due st. 44 e 46 vennero dal Poeta ristrette in questa forma:
Ma sì fatte d'amor memorie antiche Dentro il seno del tempo anco ben chiare, Benechè per uso a gioventute amiche, Al giovinetto cor poco eran care: Quinci lasciando le campagne apriche Ove Scamandro se ne corre al mare, Ei venne a Rodi, e fra cotante squadre Armarsi volle e seguitare il padre.
La st. 57. varia così nella _minore_:
Feroce oltra l'etate or quì saetta, E dal suo segno in discoccar non erra: Ma gridava il Baglione: oggi n'aspetta ecc.
Nulla potè contribuire il canto XVIII. troncato al tutto dal poema.
Il XIX. porgeva le st. 1-35.
Dal XX. s'ebbero le st. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 35-50.
Furono tratte dal canto XXI. le st. 1-9, 13, 14 e 15.
X. Il canto X. ed ultimo della minore si compone di spoglie rapite a' tre ultimi della maggiore.
Dal canto XXI. passaron nel X. la stanza 20; i primi sei versi della 21 e gli ultimi due della 24; le st. 31-40; 42, 43, 44, 45, 46, 47, 48, 49, 50; i primi sei versi della 51, e gli ultimi due della 53; le st. 54-59.
Il canto XXII. porse la st. 14. così ritoccata:
E tosto inverso lei volgendo il piede Mesto Ebram da la sua fe sospinto;
la 15; la 19. col primo verso così rifatto:
A che deggio, Ebrain, dianzi beata;
la 22 col primo verso racconcio in tal guisa:
Deh! che dich'io? se la presente sorte
la 23, la 24, la 25. La seconda metà della st. è così rifatta nella _minore_:
Et egli un vaso le ne dà ripieno, Che tosto de la vita i varchi chiude, Indi fuore se n'esce. Ella dolente Così parlò sovra il destin presente:
Le altre stanze del XXII. conservate nella minore, sono la 30, e la 31. Avvi qualche varietà ne' primi versi della 37, che nella minore si leggono in tal forma:
Cotanto appena il rio demon favella, Che s'involve di nebbia atra e profonda, Ma lascia l'oro avvelenato, ed ella Ponselo a bocca, e tutto il sen n'inonda.
Hannovi senza discrepanza le st. 38 e 39.
Dal canto XXIII. trasse il Poeta la st. 1. con ritoccarne il verso primo,
E già correa del ciel l'alto sentiero;
e le st. 2, 3, 4, e 5. La 6. ha una variante di molto rilievo: nella magg. diceva:
Per darle a' tuoi nelle più grand'imprese,
e nella _min._ vi si legge,
Per darle a' Grandi nelle grav'imprese.
Appresso si trovano le st. 18, 19, 20, 21, 22 e 23. La 35. sta nella min. con una leggerissima variante:
Quì l'italico Re lunga dimora ec.
Chiudono la minore le st. 50, 51, 52 e 53 che similmente impongono fine alla maggiore.
GLI ARGOMENTI
DI ANDREA PESCHIULLI
ALL'AMEDEIDA MINORE.
La discrepanza già rilevata tra le due edizioni dell'Amedeide, spiega il motivo perchè non ci fu possibile dare gli argomenti del Peschiulli nelle annotazioni appiè d'ogni canto di questa nuova edizione. Ma fedeli alla nostra promessa di raccogliere in un solo volume e la maggiore e la minore, trascriviamo in questo luogo le ottave molto lodevoli di quel letterato idrontino.
Arg. del canto I. vedilo a facc. 28. » II. » 57. » III. » 86. » IV. » 128.
Arg. del canto V:
Irrita i Turchi Aletto, e l'empio Alete Cade percosso da fulmineo telo; E d'orrore i Demonj, onde si viete La morte ai Saracin coprono il cielo Passa Amedeo dentro le mura, e liete Voci innalzan colà giubilo e zelo. Visita Folco i suoi piagali amici, E di vera pietate empie gli uffici.
Arg. del canto VI:
Fassi Aletto Licasta, e i suoi consigli Sultana uditi, ad Ottoman s'atterra, E mesta il volto e lagrimosa i cigli Pregalo invan d'abbandonar la guerra: Quindi soccorso ai barbari perigli Scende la Furia a domandar sotterra: Riede poi con Megera, e lor va dietro Puzzo et orror caliginoso e tetro.
Arg. del canto VII:
Narra Sangario a la Reina afflitta, Dopo scongiuro abbominato e forte, Che se non cade vergine trafitta, Fiera minaccia ad Ottoman la sorte. Odelo Irene, e come altier le ditta Desio di bella gloria, offresi a morte; Quindi s'uccide, e in formidabil guisa Piange il Soldan su la donzella ancisa.
Arg. del canto VIII:
Fassi atroce battaglia: ivi sì fiera La spada aggira il Cavalier Sovrano, Che tenta l'implacabile Megera Sottrarre i Turchi al di lui braccio invano. Ma quando svena più l'alma guerriera In mezzo a' flutti dello stuol pagano, Move l'inferno atra procella, e forse Colà cadea, ma il cielo a lui soccorse.
Arg. del canto IX:
Tre fiate Ottoman con man ferrata Di fulgid'asta il corridor sospinge, E tre di Rodian falange armata D'Acutissimo ferro il risospinge. Quivi Aletto di rabbia arsa, infocata, Pure al soccorso d'Ottoman s'accinge; I metalli sì folti ella dirada, Et egli corse et occupò la strada.
Arg. del canto X:
Geme l'inferno, e miserabil more Sull'estinto Ottoman l'egra Sultana; E il gran Batista in sul notturno orrore Scende al Guerrier che vinse in guerra, e il sana Partono i Traci alfin da Rodi, e l'ore Trovano amiche, e chiara è l'onda e piana; Ma sorge verno, e dissipate e rotte Il tempestoso Egeo le navi inghiotte.
FINE.
_V._ PAOLO AMEDEO GIOVANELLI
Prev. a S. Don. _Rev. Arc._
_V._ Per la Stampa MARONE.