CANTO XX.
ARGOMENTO.
_Ecco AMEDEO, sul campo avverso ei scende, E trae seco ove passa alta ruina; Ecco AMEDEO, di guerra le vicende Mutansi a un tratto. Il guardo a terra inchina, Il sommo Dio; Michel le nubi fende Pronto al voler di lui che lo destina; E tutto dei demon lo stuolo immondo Nel tartareo cacciò gorgo profondo._
I
Mentre in lor si raccende alto valore, Ecco AMEDEO cinto di lampi ardenti, Pronto al soccorso; ed eccitando il core Innalza grido di temuti accenti; L'Angel custode ad avanzar terrore Più grande intorno fe' portarlo ai venti, Nè sì tosto per l'aria inteso l'ebbe, Che l'Angelo di Rodi anch'ei l'accrebbe.
II
Quinci il campo cristian sforza la mano A vibrare armi, e con gli spirti avviva Ardir per entro i cor; ma d'Ottomano Tremò la turba, che 'l rimbombo udiva; E mugghio d'ira fe' volar lontano Megera e seco Aletto anco muggiva, E forsennando ne le rabbie eterne Seco muggian le legioni inferne.
III
Sì fra i tuoni del ciel, fra le terrene Voci, fra gli urli de i Demon frementi Onde le selve intorno, onde l'arene, Onde i monti tremar, l'arme possenti AMEDEO move, e non men fier sen viene Che quando assorda al suo cader le genti Precipitato da l'orribil sponda L'Etiopo mar, che poi l'Egitto inonda.
IV
Nè mai rifulse nel trascorso assalto L'elmo cotanto incontro a i guardi avversi, Sì chiari lampi da l'etereo smalto, Pur ch'ei lo scota, se ne van dispersi, E l'almo brando, s'ei lo vibra in alto, Rassembra i rai ne l'Ocean ben tersi Pur d'Orione, e per lo cielo oscuro Men che lo scudo suo risplende Arturo.
V
Qual, se grembo di nubi umido ombroso Squarciasi a forza di rinchiusi ardori Corrono in prima per lo ciel nemboso, Ma senza danno altrui, tuoni e fulgori; Poi fulminando, l'Apennin selvoso Mira tronchi fumar, cader pastori, E dispersi atterrarsi armenti e gregge, Ed arse rupi dissiparsi in schegge:
VI
Tal di raggi superni inclito lume Sorse, e rimbombo da l'Eroe lontano, Poscia vicino, oltra l'uman costume Ei folgorò con formidabil mano; Squarcia le squadre, e fa di sangue un fiume Correr spumante, e tutto copre il piano Di tronche membra, e di sbranati arnesi, E calpesta guerrier sul pian distesi.
VII
A l'orrido Gorgutto egli s'avventa E 'l cor gli passa col celeste acciaro; Subito di pallor sozzo diventa, E ciechi gli occhi in sul morir gelaro; Egli sul Grago già menò contenta Sua vita, e stette co' duri orsi al paro, Al fin pentito di quei rischi indegni Venne di Rodi a guerreggiar ne i regni.
VIII
Giù ruinando in su la terra appena Il colpo diè, che sul morir feroce Ergendo il capo da la bassa arena Inverso Micalogle alza la voce: Poscia, che guerreggiando oggi ne mena A dura morte il Cavaliere atroce, Deh fin ch'a te nel petto il vigor dura I cari amici vendicar procura.
IX
Spegni tu l'empio, o Micalogle, e scorno Fa poi col ferro a quei suoi membri spenti; Se fai col duro teschio a lor ritorno, Stella sarai fra le paterne genti. Sì gonfio d'ira ei fea volare intorno Per sua vendetta gli animosi accenti; Nè Micalogle ad ascoltarlo è tardo, Che tende l'arco e fa volarne il dardo.
X
Indi la destra al manco lato stende E sfodra il ferro, e spigne innanzi il piede, E vuol ferir, ma su lo scudo offende, E senza piaga il fiero acciar sen riede; L'alto guerrier mena la spada, e fende Là, 've gli spirti del polmone han sede; Ei cade a terra; ed AMEDEO calcando Va tronchi e morti, e non dà posa al brando.
XI
Ben ne l'affanno di sì gran periglio Giassarte il petto a la viltà non piega, Ed Alcasto con l'opra e col consiglio Ferma le turbe; ed or minaccia, or prega; Nè cessa Araspe; ma turbato il ciglio Duolsi Bostange, ed anco i pianti impiega: Miserabile me, con quai sembianti Apparir deggio ad Ottoman davanti?
XII
Jer fu sì gonfio di minaccia e d'ira Perchè sembrammo a la vittoria lenti; Or che farà, se tutto armato mira Che non siam l'armi a sostener possenti? Soldati, il vostro duce a voi sospira; Mirate i pianti, udite i suoi lamenti: Volete voi, che ne l'etate estrema Dopo cotanti onor d'un palo io tema?
XIII
Sì parla, e sempre indarno; alta paura Tragge gli stuoli a più poter fugati; Parte disperde il piè per la pianura, Parte vanno a trovar gli ampi steccati: Ed allora animosi oltra misura Lor sono al tergo i Rodiani armati; Quivi pur volto a ritentar contrasto Dicea Giassarte al sagittario Alcasto:
XIV
Tu, che per arco memorabil splendi, E ben Rodi il provò su la muraglia, Per quale assalto il serbi? a che nol tendi? Ed a costui sì fier non dai battaglia? Risponde Alcasto: a gran ragion m'accendi; Ecco io sono a provar quanto ei mi vaglia, E s'al presente il suo valor fia poco, Faronne pezzi, o lo porrò sul foco.
XV
Più non parlò, ma tra gli strali esperti Il più pungente e più crudel scegliea, Onde commosso Erimedon Lamberti Campion di Lucca al grande Eroe dicea: Porgi lo scudo in fuor; tien gli occhi aperti; Veggo cercar ne la faretra rea Un turco cavalier lo stral più fiero, Ed infra loro è singolare arciero.
XVI
Ben tal può dirsi; ei negli assalti in vano Non scoccò dardo e si colmò d'onore; Ed arco incurva, che maestra mano Non fabbricò tra Sciti unqua il migliore. Soggiunse il grande Eroe: quando in sul piano Spinto l'avrò pien di mortale orrore, Tu quell'arco predar serba in memoria, E fanne eterno testimon di gloria.
XVII
Egli ancor non tacea, quando sen viene Lo strale ingordo, ma sel prende a scherno Lo scudo immenso, e' suoi furor sostiene Con l'alta tempra de lo smalto eterno; Giassarte ove il mirò, gonfia le vene E di veneno e di disdegno inferno Oltra l'usato, e mosso fu stringendo La scimitarra, a rimirarsi orrendo.
XVIII
Mal fortunato lui; non ebbe ingegno Che per cotante prove ei s'accorgesse Com'era il giorno, che 'l divin disdegno Volea, che 'l pregio d'Ottoman cadesse; Qual fiume alpestre, cui frenò sostegno Perchè non fosser le campagne oppresse, Fracassate le macchine tal volta Veggiam precipitar l'onda disciolta;
XIX
Tale il guerriero indomito s'avventa Contra AMEDEO per sanguinosa strada, Ed alza il braccio ed impiagarlo tenta Su l'alma fronte, perch'a morte ei vada; Ma quel Re formidabile appresenta L'invitta punta de l'eterea spada Sotto il braccio alto, e ne l'ascella il piaga E d'atro sangue tutto il fianco allaga.
XX
Era ivi presso, e rimirava intento Un mostro inferno le mortali imprese, Misantropo diceasi, e perchè spento Non fosse il Turco da la terra il prese, E levato per aria in un momento Su verde piaggia indi lontan lo stese; Poscia Astragor, ch'ivi dintorno spiega Le fetide ali, in queste note ei prega:
XXI
Batti le piume tu, cui manifeste Son l'erbe ignote a gli intelletti umani, E suco ne trarrai che le funeste Percosse chiuda, onde il campion risani; Quei sen volava, e la sanguigna veste Pone a spogliar Misantropo le mani, Ed il sangue tergea de la ferita, E porgea dolce al cavaliero aita.
XXII
Immantenente ecco Astragor sen riede Ed ha seco valor d'erbe possenti, E ne cosparge la percossa, e cede Ratto l'acerbità di quei tormenti; Ma d'aspra rabbia inebbriato fiede L'aria quel mostro di perversi accenti: Tal tempesta mirare, onde s'affanna Lo scettro d'Ottoman, chi ci condanna?
XXIII
Dispergonsi le squadre, ogni speranza Ch'eser possa ne i grandi ecco s'atterra; E l'istesso Ottoman nulla s'avanza, Cotanto sorge un sol Cristiano in guerra; Chi gli presta il valor? tale possanza Può dargli spirto che nel ciel si serra? Ma se pure egli è Dio, che sì l'onora, Non rimaniam di bestemmiarlo ogn'ora.
XXIV
Ei così grida. A le superbe voci Misantropo risponde: omai t'affrena; Apparire orgogliosi, esser feroci Non ogni volta ove bramiam ci mena; Per altro tempo ed in perigli atroci Il monarca, che tuona e che balena, De' cari suoi la dignità sostenne Ed a noi lassi sofferir convenne.
XXV
Non sai, che la possanza de gli Assiri Sotto Oloferne tormentò Giudea? E ch'orribile giogo e di martiri Formidabile scempio ella temea? Quando commossa da superni giri A lor sen venne vedovella Ebrea, E tante aste ferrate e tanti dardi Rivolse in fuga col fulgor dei guardi?
XXVI
Col forsennato duce ella sorride, Per adescarlo sue bellezze adorna, E dove dee bearlo, ivi l'ancide, Quinci col fiero teschio a' suoi sen torna. Ed altra volta Madian non vide Allor che 'l sol ne l'Ocean soggiorna, Con poche larve e con trecento soli Condursi a morte innumerabil stuoli?
XXVII
Già rimirò, perchè da l'ombre involto L'aspro nemico d'Israel non scampi, Farsi il dì lungo oltra l'usato molto Un cavalier di Gabaon ne i campi; I destrier, che correndo a freno sciolto Givan per l'alto e diffondeano lampi, Fermaro il passo, e l'infocate rote, Volubil sempre, si mostraro immote.
XXVIII
Che più debbo narrar? varco s'aperse Per entro le voragini profonde A lo stuol di Mosè; nè si sommerse, Anzi lieto occupò l'arabe sponde; Sì disusato oltraggio il mar sofferse, Che quasi smalto s'induraron l'onde, Ed ivi asciutto il piè corser destrieri Ove le vele disciogliean nocchieri.
XXIX
Ciò ch'io racconto, rivelossi a pieno Al mondo tutto, ed a narrar nol vegno Perch'io n'aggia diletto, anzi nel seno Ne sento incendio di mortal disdegno; Io n'arrabbio così, che 'l ciel sereno Vorrei far polve, e de le stelle il regno, Vorrei la terra e 'l mar volger sossopra, Ma mio voler non posso porre in opra.
XXX
Mentre fra gli esecrabili furori Gli empi Demoni disfogavan l'ira, Per virtù de gli incogniti licori Giassarte da l'angoscia ecco rispira; Già franco, già del sol gli almi splendori Con lo sguardo vivace egli rimira, E ferve il sangue, e si dilegua il ghiaccio Dal corpo afflitto, e divien forte il braccio.
XXXI
Come addivien se fuor del campo ondoso Spigne delfin mar travagliato e vento, Ch'ei si dibatte sul terren sabbioso, Poi languendo riman sì come spento; Ma se passando peregrin pietoso Lo rende a l'acque amate, in un momento Terge le belle squamme e si ravviva, E salta lunge da l'odiosa riva;
XXXII
Cotal dell'egro cavalier succede; Ratto ogni fievolezza ivi abbandona, Onde il mostro infernal, che forte il vede, Seco in sembianza d'uom così ragiona: Vanne colà, dove pietate e fede Sul punto estremo a travagliarti sprona; Torna a fugar le Rodïane genti, Ma di dar guerra ad AMEDEO ritienti.
XXXIII
Ei ben feroce, ei di fortezza adorno Via molto più che non suol dar natura, Trascorre folgorando in questo giorno; Forse altra volta avrà peggior ventura. Fra questi detti a se sgombrando intorno Il corpo finto a gli occhi altrui si fura; E sovra il piè leggier ver quella parte Ove si pugna se ne va Giassarte.
XXXIV
Intanto sul terren, ch'atro ribagna Sangue de' Turchi il grande Eroe sì freme, Che tutto ingombra il ciel di chi si lagna, Orribile rimbombo, e di chi geme; Molti ne van destrier per la campagna, Ed il dorso di lor nessun non preme, Che i nobili rettor caduti al piano Fieno aspettati da la patria in vano.
XXXV
Qual torbido torrente allor che scende Gonfio di spume da montagna alpestra, O qual è fiamma ove più forte incende Co' soffi d'aquilon valle silvestra, Qual fulmine che nube atra scoscende, Tal rassembrava d'AMEDEO la destra; Megera il guarda e per furor trabocca Cerberea spuma da l'orribil bocca.
XXXVI
E dal guardo non manco aspro veneno Cosparge Aletto, ed a volar non lenta Trova Megera, e dal terribil seno Empie parole imperversando avventa: Pur sotto l'asta d'AMEDEO vien meno La turca gente o sbigottita, o spenta, Nè di più rinfrancarla hanno potere Tante del nostro inferno armate schiere?
XXXVII
Un sol nemico ne soggioga, indegna Per noi memoria, ah gli si sterpi il core A brani, a ghiado il traditor si spegna, Megera; e quì divampa ira e furore; Megera in ascoltando aspra si sdegna, Nè per gli occhi travolve ira minore; Sì fiere si movean l'anime infeste, Ma raffrenolle il regnator celeste.
XXXVIII
Termine ei fisse a i Rodïan dolori Pur come piacque al suo volere eterno, E tante de' demoni ire e furori Volle serrar nel tenebroso inferno; Però ne l'alto in fra gli eterei cori Del numeroso esercito superno Egli rivolse in ver Michele il guardo, Unqua suoi cenni ad ubbidir non tardo:
XXXIX
Scendi su Rodi, e fa sentir tua voce, E i demon scaccia a la prigione orrenda; Di', che non sia la giù spirto feroce Sì che di nuovo a le battaglie ascenda; Michel s'inchina, ed a partir veloce Stringe grande asta con la man tremenda, Asta, ch'a braccio altrui vibrar non lice, Forte, grave, immortal, sterminatrice.
XL
Gran scudo imbraccia a la sua fè commesso; Pregio immortal, dal gran tonante eterno. Il dì ch'ei spinse col gran scudo istesso I rubellanti dal gran ciel superno; Quivi timor, quivi terrore impresso, Quivi era orror del tenebroso inferno; V'era che 'n alto, abbominati esempi, Ergea gran seggio il regnator de gli empi.
XLI
Ma l'aurea luce, onde è cotanto adorno Par che repente in tetro orrore ei cange, Almo trofeo del memorabil giorno Che 'l cieco abisso ancor bestemmia e piange; Tra sì belle armi coruscando intorno Ei rassomiglia il Sol ch'esce dal Gange, E spiega l'ali da l'etereo polo, E contra i rei demon sen viene a volo.
XLII
Cosparge per lo ciel voce divina, Aerei campi dibattendo in giro, E quasi incendio per foresta alpina Lunge dintorno i gridi suoi s'udiro: O con obbrobriosa, alta ruina Precipitati ad immortal martiro: Non son per voi l'aure serene e liete; A vostre orride tombe, empi, scendete.
XLIII
Perduti eternamente, anco mirate L'aspetto di quei cieli, onde cadeste, E debellati contrapporvi osate Pur a quell'armi, onde ogni ben perdeste? Così gridando in su le piume aurate Moveva intorno il volator celeste, E lo guardava orribilmente fiera Da lunge Aletto e la crudel Megera.
XLIV
Gonfiansi entrambe, e rio furor le accende Con orgoglio superbo a far difesa; Ma poi nel petto lor tema discende Sì che torna di giel l'anima accesa; Quinci Aletto smarrita a fuggir prende, Segue Megera, e la bramata impresa Rimansi ivi deserta, onde d'affanno E con ringhi e con mugghi aspri sen vanno.
XLV
La dove più gli acherontei bollori Empiono di fetor gli antri focosi, Corron per notte di profondi orrori I fieri spirti in suo cammin dogliosi. Michel cinto di rai, cinto d'ardori, Come nel centro rimirogli ascosi, Ferma le piume, onde fornisce il tergo, Sopra il sogliar de l'infernale albergo.
XLVI
Ivi sua voce inverso lor conversa, D'Erebo fa tremar tutte le bande; Men suona il Nil che 'n precipizio versa Da l'alto l'onde, e i gran diluvii spande; Grida: o vil gente al Re del mondo avversa, Già ne i seggi del ciel felice e grande, Ed or qua giù sommersa, onde si scerna Chiaro il valor de la giustizia eterna;
XLVII
Ancor vi sferza empia sciocchezza? e tira A trattar arme? a ministrare ardori? Imperversate? il vostro cor desira Crescer la vita e d'Ottoman gli onori? Fremete in van; vano è lo sdegno e l'ira; Rompe fato di Dio vostri furori; Omai le dure rabbie, omai fornite, Empi, le furie e 'l gran destin sentite.
XLVIII
Fa sanguinosa e lagrimevol messe Ferro latin di vostre amiche genti; Ma quì non sia chi sovvenir l'oppresse Schiere con opra, o con pensier pur tenti; Ciascun come pugnò, come cadesse, I tuoni, l'arme del gran Dio rammenti; Sì disse: e 'n volto minaccioso e crudo Vibrò la lancia ed innalzò lo scudo.
XLIX
Veduto avresti a quel suo dir costretti I superbi inchinar l'arme fatali, E gonfiar d'ira e di veneno i petti, Ed avanzar ne gli infiniti mali. Spiega Michel poi c'ha finiti i detti Rapido il corso fiammeggiante e l'ali, E d'aurei nembi risonando intorno Fa nei campi superni almo ritorno.
L
Tal s'ama strangolare angue squammoso, L'ali superbe in ver le siepi inchina, O ver tra fossi ove egli striscia ascoso, De gl'impennati augei l'alta regina, Ma di star colà giù sdegna il riposo, Ch'a le rote del ciel torna vicina Subitamente, e gloriosa fende Le nubi avverse, e verso il sole ascende.
FINE DEL CANTO XX.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XX.
Argomento del Poeta: «Nel XX. Amedeo ritorna in campo contra Ottomano. Dio manda l'Angelo che scacci i diavoli dalla tenzone.»
Niuna osservazione critica sopra questo Canto si trova nel MS. del Cav. d'Urfè.