Amedeide: Poema eroico

CANTO XIX.

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ARGOMENTO.

_Sotto mentito volto un demon reo Prende a Folco narrar fìnta novella, Che la turba in seguir, cadde AMEDEO, E fu estinto nel mar dalla procella; Ma l'inganno infernal nulla poteo, Che il confortò con l'immortal favella L'Angelo dell'Eroe: così la speme Del soccorso vicin, fa ch'ei non teme._

I

Fiero intanto Ottoman per varia strada Riversando da gli occhi incendio d'ira. Vibra nei Rodïan fulminea spada Là, ve più forte contrastarsi mira; Ma ch'a terra disperso il popol cada Sotto il fìer Turco Telamon sospira, E parte freme, e dentro il petto altiero Ei così favellava al suo pensiero:

II

Deh che discerno? ogni faretra, ogni asta Oggi in battaglia a' Rodïan vien meno? Ed al grande AMEDEO forza non basta Sì che questo leon si tenga a freno? Or se per nostro scampo in van contrasta L'ultimo sforzo del valor terreno, Ombra oscura di morte oggi mi copra, Ma procacciando onor per nobil opra.

III

Disse, ed al fianco egli ripose il brando; E diè di man su la sanguigna riva A l'armi d'uno arcier, che palpitando Giacea piagato, e sul morir languiva; Era di Smirna abitatore, e quando Spogliar sentissi, egli la bocca apriva, E sollevando gli occhi omai già spenti, La voce appena egli spiccò da i denti:

IV

Oh di quale arco intra più forti eletto Signor diventi, e di che strali egregi? Se vero Turco sei, prendi diletto Infra Cristian di saettarne i Regi. E Telamone: i tuoi consigli accetto, Moverò con queste armi a sommi pregi, E s'oggi a segno i miei desiri andranno Saetteronne il cor del tuo tiranno.

V

Più non disse egli; e l'uno e l'altro corno Piega de l'arco, e fa volarne il dardo, Che fende l'aria, e sibilando intorno Al gran nemico se ne vien non tardo; Fora di bei tesor lo scudo adorno, Ma de l'arcier non ubbidisce al guardo, Che ne l'odiata gola il tenne fiso, Vedere amando l'avversario anciso.

VI

Quinci fier Telamon la spada afferra, E sì sen va su la calcata arena, Che giunge ad Ottoman per fargli guerra, Che la saetta era posata appena; Giovine capriol, che rapido erra Lunge da i can, che 'l cacciator scatena, Con corso men leggier trascorre l'erba, Che del timido piede orma non serba.

VII

Tal costui venne, e col lucente acciaro L'elmo gemmato ad Ottoman percote; Mille accese faville al cielo andaro, E sonaro le piaggie indi remote; I gran diamanti, onde l'elmetto è chiaro, Il brando, ben che fin, spezzar non pote; Ben del feroce Re l'animo accese, Ch'a lui si volse, e sul terren lo stese.

VIII

Spigne l'irata spada, aspro a vedersi; Piagalo in petto, e sì d'orror l'involve, Che sul piè Telamon non può tenersi, Ma cade, e gli occhi per dolor travolve; Ed ivi i crin via più che l'oro tersi, Spettacol di pietà, macchia di polve, E macchia quelle guance, i cui candori Già di mille donzelle arsero i cori.

IX

Tale albero gentil, che l'aura estiva E d'un ruscello il mormorar d'argento Solea nutrire in solitaria riva, Al crin de le Napee vago ornamento, S'unqua d'april quando più bel fioriva Il disperde sul suol rabbia di vento, Secca le verdi frondi, odor non spira, E pietà move in chi passando il mira.

X

Mentre in tal guisa di percosse orrende Cadeano Turchi e Rodïani insieme, Su quell'orrido strazio il volo stende Megera atroce, e riguardandol freme. Ne l'ira acerba, che vostri odii accende, O de l'antico Adam mal nato seme, Cadete a morte; e col nostro odio indegno Saziate alquanto l'infernal disdegno.

XI

Per cotal guisa egli bestemmia, e fiero Pasceasi il fier demon ne i guerrier morti, E pure in gran furor volge il pensiero Si come a' Rodïan tormento apporti. D'Anteo Mercurial non poco altiero Fra i cavalier più coraggiosi e forti, Fabbricossi di nembi il bel sembiante Ed al gran Folco appresentossi avante.

XII

L'alto AMEDEO, nel cui valor ti fidi, Ben contra Turchi, egli dicea, fu franco; Ei caccionne gran turba inverso i lidi, Le lor vestigia a seguitar non stanco; Vidi, che 'n fuga ei li disperse e vidi Che su l'arena gli trafisse, ed anco Ch'ei si spinse nel mar, folle consiglio, Che con immenso ardir sempre è periglio.

XIII

Addosso i vinti, che ne gian dolenti Verso le navi, ei per lo mar trascorse; Ed ecco, che di nubi e che di venti Grave tempesta e subitana sorse; Così tremendo a le nemiche genti Violenza d'un turbine l'absorse, Ed a voi senza lui fragil speranza Per la vittoria e per lo scampo avanza.

XIV

Senza l'invitta spada in van tu studi Contrasto far ne la tenzon sì dura, Percossi, infievoliti a casi crudi Ci condurrà questa giornata oscura; Suona le trombe, e, se ti par, rinchiudi Queste poche reliquie entro le mura; O salva te, ne la cui gran virtute Rodi confida, e può sperar salute.

XV

Così mentiva; e non aggiunge a queste Altra parola, e si coprì d'orrore; E per farsi stimar cosa celeste, Sparse sul suo sparir l'aura d'ardore. Turbossi Folco; e ne le ciglia meste I pensier gravi si leggean del core, Piangendo il popol suo quasi disperso, E l'alto pregio d'AMEDEO sommerso.

XVI

Non sa che far de le seguaci schiere, Se 'n campo dimorar, se dipartire; In campo dimorar, certo è cadere; Partirsi, fia con morte anco fuggire; Se chi parlò, de le superne sfere Apparve messaggier, non può mentire; Ma come nel suo dir fian mentitori Tanti, che d'AMEDEO disser gli onori?

XVII

Tra questi affanni in ver la terra inchina Tacito il guardo, ed è di duol confuso; Quando ecco l'Angiol suo gli si avvicina D'amabile splendor tutto rinchiuso; E cosparge dintorno aura divina Tra' mortali a sentirsi odor non uso, Che 'l cor rinfranca, e ravvivarlo suole, Indi il volo disciolse a tai parole:

XVIII

Sgombra la tema; e giù del core in fondo, Stabilissima sia la tua credenza, E ti rivolgi al Correttor del mondo, Chè contra il suo voler non è potenza. Perfido spirto, e de l'abisso immondo, Apparve poco dianzi a tua presenza, E come ei fosse de' celesti un nume L'orribil forma rabbellì di lume.

XIX

Mente, che d'AMEDEO la nobil vita Giaccia sommersa, e ti sgomenta in vano; Ben ci spense colà turba infinita, E di sangue macchiò l'ampio Oceano; Rado veduta, o fu nel mondo udita Prova in guerra simil di mortal mano, Cotanto il sommo Re, che 'n ciel soggiorna, Il suo campion d'immensa gloria adorna.

XX

Egli feroce, e più che mai possente Or quì rivolge il piè rapido e lieve; E come giunga, d'Ottoman la gente Fia sotto il braccio suo come al sol neve. Folco, sia fermo il cor, ferma la mente, Che de la vostra pena il tempo è breve, E di quel sangue, che per Dio si spande, Io tel rammento, la mercede è grande.

XXI

Nè di queste battaglie il tempo fiero Turbar ti deve, o 'l dei raccor per segno Che 'l Signor sommo de l'eterno impero Oggi vostra salute aggia a disdegno; Non è la forma del divin sentiero Come le strade de l'umano ingegno, Che Dio per fargli eccelsi e farli chiari Prova ne le miserie i suoi più cari.

XXII

Su questi detti il suo fulgor nascose Pur come suol, che disparisca a sera, Ma sparse incenso, e d'odorate rose Alma ed incomparabil primavera. Allor di Folco in ascoltar depose Ogni preso timor l'anima altiera, E sul tenor de le parole intese, Nel magnanimo petto a parlar prese:

XXIII

Qual sarà cor, che di viltà s'offenda In sommo risco di stagioni armate, Quando ripensi e del gran Dio comprenda Sovra i seguaci suoi l'alta bontate? Ecco è pur verità, ch'Angelo scenda Inverso me da le magion stellate E serrando la strada a' nostri danni Fa manifesti gl'infernali inganni.

XXIV

Come nocchier, che de la chiara Aurora Volse le negre antenne a i ricchi liti, E s'attristò ch'a la veloce prora Torbido euro frenasse i corsi arditi, Se soffia vento disiato, allora Alza gli spirti che giacean smarriti, E crescendo ne l'alma i pensier lieti Ara i gran campi de l'instabil Teti;

XXV

Tale il buon Folco rasserena in fronte L'alma cui dianzi afflisse aspro martire, E le sue squadre a guerreggiar ben pronte Empie gridando di novello ardire: Su, cavalier, che se n'andran ben conte Le vostre prove; ora infiammate l'ire E reggete furor che stavvi intorno Fin che 'l forte AMEDEO faccia ritorno.

XXVI

Ei diè lor caccia, e dissipati a pieno, Parte i Turchi ha sommersi in mezzo l'onda, Ed or sen viene a noi come baleno A quì rinovellar strage profonda; Intanto col valor ch'avete in seno La patria in sì gran dì fate gioconda, O vero in sul morir prendiam diletto Per bella piaga, che ci splenda in petto.

XXVII

Alto così gridava, e tra' bei lampi Del fiammeggiante scudo ei si rivolta Là, 've nel pian dei sanguinosi campi L'aspra turba de' Turchi era più folta; Nè meno a quel suo dir sembra ch'avvampi D'ira ogni cavalier, ch'ivi l'ascolta, Onde al suon de l'acciar che si percote Rimbombano le piaggie indi remote.

XXVIII

Tal s'a far nave, che l'Egeo spumoso Deggia sprezzar ne le tempeste oscure, Vanno boschier su l'Apennin selvoso Intenti ad atterrar piante più dure, Allor mentre su' gioghi il bosco ombroso Geme al ferir de l'arrotata scure, Alto muggito dan l'alpestri sponde, Ed eccheggiando ogni antro alto risponde.

XXIX

In altra parte, ove con forte acciaro Tronca Bostange de' Cristian la vita, Sen van duo cavalieri a paro a paro, Col cor superbo e con la destra ardita; Un colse l'aura, e 'l primo sguardo al chiaro Sole egli aperse, e fe' nel mondo uscita La, 've guarda del mar l'alta riviera Cinta d'ameni colli Udine altiera.

XXX

La schiatta, onde chiarissimo discende È Colloreto, e non sì tosto crebbe In gioventù, che per le balze orrende Orrende belve a sgomentare egli ebbe; Ma giunto al colmo, ove l'etate ascende, La finta guerra al fiero spirto increbbe, E dando pace a' boschi alpestri ed alti Ornò sue glorie di veraci assalti.

XXXI

Sacrossi in Rodi, e su spalmate prore Tutte de l'Asia sbigottì le rive, E de' fieri ladron domo il furore, Mille lor vele già menò captive; Or quì col brando in pugno al suo valore Termine per timor non si prescrive, Intrepido di core, altier d'aspetto, E bianco i crin Timoleon fu detto.

XXXII

Fulvio con lui ne la stagion sì rea S'aggiunse pronto nei perigli illustri, Nobile cavalier, ch'allor correa Lo spazio giovenil di sette lustri; Leggier sul piè, forte di man spargea Di rose ambe le guancie e di ligustri, E di lucido pel, vago ornamento, Quasi di nube d'or, fasciava il mento.

XXXIII

In riva a l'Oglio comandava il padre Bozolo lieto, di magion Gonzaga, Magion, che nel sudor d'opre leggiadre Stancar le membra, ed i pensier s'appaga; Fu Colonnese infra Latin la madre, Gente d'imperii e di vittorie vaga, E forte ei s'affrettava a' pregi eterni Sferzato il fianco da gli onor paterni.

XXXIV

Gridava ferocissimo in sembianza: O Cavalier, l'umana vita è frale, Ed in conviti ed in piacevol danza Ed in ozio d'amor pur batte l'ale; Or se morir convien, ch'altro n'avanza, Salvo con la virtù farsi immortale? Sì dicendo, fra' Turchi oltra si spigne, Nè men Timoleon la spada tigne.

XXXV

Come talor scagliosi il curvo dorso A salto, a salto se ne van delfini Terror portando col terribil morso Entro i minuti eserciti marini, Tal per diversa via volgendo il corso Sen van quei duo baron tra' Saracini Pur con le spade in man facendo audaci Il già perduto cor dei lor seguaci.

XXXVI

Ma là dove del mar trascorre al lito L'aspro torrente infra l'arene e i sassi, D'asta crudel la destra man ferito, Gualtier Vitelli avea fermato i passi, E benchè sperto e ne i perigli ardito, Con fronte oscura e tutto grave ei stassi Perch'al suo campo da' nemici oppresso Più soccorso prestar non gli è concesso.

XXXVII

Ivi seco vicin prende riposo, Ambe le gambe stranamente offeso, Alderan Cibo, e pur sen sta doglioso Che gli han le piaghe il guerreggiar conteso. Entrambi udian volar grido orgoglioso Da i Turchi petti, e da timor sorpreso Vedeano il campo Rodïan sfidarsi, Onde i lor volti di pietà son sparsi.

XXXVIII

Qual ricco montanar quando matura Già splende l'uva, onde gioire ha speme, Se trabocca da ciel tempesta oscura, Ei che schermire non la può, ne geme; Ah che mal da le grandini sicura Fia la vendemmia; ah che co' venti insieme Le belle frutte in sul terreno andranno, E la speranza perirà de l'anno:

XXXIX

Sì fatti in rimirar feansi i guerrieri Mal atti in guerra a maneggiare acciaro; Alfin disse al compagno il buon Gualtieri: O de' grandi avi tuoi germe più chiaro, Sì come il corso de gli uman pensieri Erri qua giuso io nuovamente imparo, Ed oggi fassi la mia mente esperta, Che mortal vita è di suo stato incerta.

XL

Prencipe quì fra noi d'alta memoria, Con armi eccelse jeri AMEDEO sen venne, E la spada vibrò con tanta gloria, Che 'l campo d'Ottoman poco il sostenne; Ma nel presente dì l'alta vittoria Non ci mantien, di che speranza dienne; E pur s'oggi per noi langue sua mano, Quanto jer si vinse, sarà vinto in vano.

XLI

Dunque fia ver, che miserabil vegna Di Rodi il nome? e ch'Ottoman calpesti A suo pieno voler la nostra insegna? E l'ordine di noi tanto funesti? E che per me ne la miseria indegna Un avversario sol non si molesti? E perchè de' nemici alcun non cada, Divietato mi sia stringer la spada?

XLII

Ah non la destra man dianzi ferita M'avesse stral ne la battaglia rea, Ma m'avesse quadrel tolta la vita. Ei così d'ira e di dolor fremea; L'altro buon cavalier poscia ch'udita Ha l'amica querela a dir prendea, Consolando in Gualtier gli aspri tormenti Con magnanimo suon di dolci accenti:

XLIII

Veggo il risco mortal; Marte travaglia Con estremo rigor le nostre schiere, E mal sostiensi omai tanta battaglia Con la forza de i duci e col sapere; Io non l'oso negar, ma non ten caglia, Lo scettro Rodian non può cadere Poscia che contra il Turco, e l'armi infide Eroe sì glorioso il Ciel provvide.

XLIV

L'altissimo Signor, che 'n ciel governa, Tal volta abbassa la mortal possanza Acciocchè l'uom ne la bontate eterna Impari di ripor la sua speranza; Quanto appartiensi a noi, perchè si scerna Nostro valor, che più d'oprar n'avanza? Se di battaglia nostre man fur vaghe, Il narreran le sostenute piaghe.

XLV

Sì fatte note egli formava ancora Ch'un duce venne, e ne venia con pena, Sì da la testa, ove il bel crin s'indora Bagna le guancie sue sanguigna vena, E turbato Alderan diceva allora: L'oscura faccia ch'esser suol serena Oggi a mal giudicar forse m'adduce? Dimmi: sei tu de' Cesarini il duce?

XLVI

Quei s'inginocchia, e frettoloso immerge Il volto afflitto ne le limpide onde, E con le mani diguazzando il terge E s'innalza ver loro; indi risponde: Chiari campion per cui l'Italia s'erge Con gloria tal, che non sfavilla altronde, Ecco riman, quando più forte schermo Ne chiedea Rodi, il valor nostro infermo.

XLVII

Quivi disse Gualtier: quando in periglio Fan di se prova i cavalieri armati, Deh quale a noi si porgerà consiglio Da potersi fornir, benchè piagati? Giunse il Romano: a consigliar non piglio Ch'escano a guerreggiar duci storpiati In orribile campo, ove contrasta Popolo armato di faretra e d'asta.

XLVIII

Ben vi dirò, che con mirabil mano Ha gran parte de' Turchi in fuga spinta L'alto AMEDEO, sicchè per lui sul piano Ed in riva del mar rimansi estinta; Ma mentre che da noi pugna lontano, Ottoman quasi nostra gente ha vinta, Se non se quanto Folco e i duci insieme Non vengon manco a le speranze estreme.

XLIX

Se puon durar fin che dal mar sen rieda Il Cavalier, ch'a noi dal Ciel fu scorta, Fian dati i Turchi de la morte in preda, E non meno Ottoman con lor fia morto. Or, perchè l'opra che bramiam succeda, A noi stessi per noi diasi conforti, Andiam colà; combatterem co' detti, Se non co' brandi, co' feroci aspetti.

L

E se buon vi rassembra, ergasi il core, Porgansi preghi a la bontà divina, E con voto fedel facciamo onore Al santo eccelso, che Galizia inchina. Gualtiero allor dicea: chiaro splendore, E vivo lampo di virtù latina, Che dici tu, che da lodar non sia? Poi fer suoi voti, indi ciascun s'invia.

LI

Ognuno è pronto; e le possanze frali Del corpo afflitto avvalorar s'ingegna, E van tra sassi e tra volanti strali Là dove del Baglion ferma è l'insegna; Ivi, come gli assalti aspri e mortali E le percosse disprezzar convegna, Narravano a' soldati assai smarriti E col sembiante li faceano arditi.

FINE DEL CANTO XIX.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XIX.

Argomento postovi dal Chiabrera: «Nel XIX si continua di narrare la battaglia fra Ottomano e i Rodiani.»

La prima censura del Cav. d'Urfè sopra questo canto è tolta dall'arte militare; ed in questa certamente non era perito il Poeta, benchè fosse uomo non timido, ed in gioventù avesse non una volta sfoderata la spada: ma ben altro è un duello, o una rissa, ed altro la cognizione delle militari ordinanze. Ascoltiamo l'Urfè: »Il fait que Ottoman vient aux mains avec Telamon sans nulle observation de l'art militaire, parce qu'ayant dit que Foulques de touttes ses gens avoit fait un bataillon, commant sans avoir dit qu'il soit ouvert ou seulemant attaqué, dit il qu'Ottoman vienne aux mains avec Telamon? Mais il ne faut pas trouver ce combat estrange, car tous les autres sont faits de mesme.»

Pieno di bellezze poetiche è questo canto XIX. considerandone le parti ad una ad una; sia per le descrizioni vive ed evidenti, sia per la locuzione veramente poetica, e l'armonia del verso; ma il tutto, il _totum_ di Orazio, non è immune dalla critica dell'Urfè: »Les visions, discours et apparitions des Esprits contiennent la plus grande partie de ce chant, qui est une chose bien importune.» Il critico non ha torto.